Pagare di più
Tartassare il Paese senza una sola ragione accettabile

Gli economisti, si sa, sono una comunità litigiosa. Tendono più a dividersi e polemizzare che non a trovare punti di intesa. Romano Prodi e Tommaso Padoa Schioppa sono, invece, riusciti nel miracolo di unirli nel duro giudizio sulla prossima legge finanziaria.



Dalle più prestigiose sedi internazionali, come il FMI o la Commissione europea, alle istituzioni italiane, come la Corte dei conti o la Banca d'Italia, fino ai singoli editorialisti, pur variegati nella loro collocazione politica, è un fiorire di giudizi, al tempo stesso, negativi e preoccupati. Negativi per la qualità dell'intervento.

Preoccupati per la sua inadeguatezza, rispetto ai problemi di fondo del Paese.

Che cos'è che non convince? Soprattutto lo scarto tra la risposta alla gente comune e l'indirizzo governativo. Gli italiani hanno aderito in modo massiccio alla richiesta di intervento: sobbarcandosi di un carico fiscale che non ha precedenti nella storia degli ultimi venti anni. Hanno pagato quanto è stato loro richiesto, fidandosi delle stime del Governo e delle indicazioni fornite, circa l'uso di quelle risorse, che dovevano servire soprattutto per arrestare una deriva finanziaria, che definire preoccupante è dire poco. Hanno pagato tanto: di più di quanto era necessario. Lo hanno fatto con grande sacrificio. Spesso riducendo una spesa quotidiana che, specie per le famiglie a basso reddito, è già ai confini del puro necessario.

Ci si aspettava quindi che quei sacrifici fossero compensati da un'accorta politica finanziaria. Tesa innanzitutto a ridurre deficit e debito. Ma purtroppo così non è stato. Tre distinti "tesoretti", estratti all'improvviso dal cilindro del Ministero dell'economia nel corso di questi ultimi due anni, sono stati dilapidati per far fronte ad una spesa, specie di parte corrente, che ha assunto un andamento torrentizio. Somme ingenti. Se ne fosse fatto un uso oculato, oggi il deficit di bilancio sarebbe meno della metà di quello che purtroppo saremo costretti a comunicare, alla Commissione europea, alimentando le giuste reazioni di Almunia.

Questa critica pressoché unanime è quindi motivata. Tartassati da un fisco feroce, sbeffeggiati dal mancato rispetto delle promesse di restituzione delle eccedenze, gli Italiani vedono che i loro sacrifici servono a poco. E reagiscono di conseguenza. Altro che antipolitica. In poco più di 16 mesi, la pressione fiscale italiana è aumentata di 2,5 punti di PIL. I dati, elaborati dal Governo, parlano del 43,1 per cento del PIL. Ma è un dato teorico. Quella effettiva è di gran lunga superiore. Se si scorpora il "nero", la pressione fiscale sui contribuenti onesti sale al 52,6 per cento del PIL. La più alta dell'Occidente. Quella della stessa Svezia, che vanta i migliori servizi sociali del mondo, è di oltre 2 punti inferiore. Quel dato, inoltre, è come le statistiche di Trilussa. C'è chi paga meno. Ma anche chi ne subisce un peso maggiore, che può giungere fino al 60 * 65 per cento del proprio reddito. Ad un passo dall'esproprio proletario. Basta questo a spiegare molte cose. L'unico auspicio è che questa lunga agonia finisca presto. E che un nuovo Governo possa riaccendere la speranza.

Roma, 11 ottobre 2007

tratto da http://www.nuvolarossa.org/modules/n...p?storyid=4365