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Discussione: Rotta di collisione

  1. #1
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    Predefinito Rotta di collisione

    Roma. Per molti è l’Anno zero del Pd. L’inizio della nuova era veltroniana.
    La storia del dimezzamento dei ministri (il Foglio di martedì 2 ottobre), gridata dai titoli di Repubblica che dava voce a Veltroni, sarebbe segno chiaro della rotta di collisione tra il candidato e il premier.
    Certo è che Annozero, la trasmissione di Michele Santoro che ieri è stata dedicata al caso De Magistris – con interventi del pm di Catanzaro di cui il Guardasigilli ha chiesto il trasferimento e del gip milanese Clementina Forleo – è solo l’ultimo segnale di un terremoto che da tempo scuote il centrosinistra.
    Un terremoto che ha per epicentro proprio il nascente Partito democratico.
    Cioè quello che avrebbe dovuto essere il “baricentro”, il “timone”, il “fattore di stabilità” del centrosinistra e del governo Prodi.
    Da Grillo in giù la cosiddetta società civile parla senza mezzi termini di un legame tra politica, coop rosse e ’ndrangheta, non si fa che ripetere il già noto: comici, magistrati e giornalisti“impegnati”
    cuore della constituency del centrosinistra, ormai sono in aperta rivolta contro l’Unione, il suo governo e i suoi dirigenti, nessuno escluso.
    E’ questo clima a convincere ormai quasi tutti, nella maggioranza, della necessità di “fare qualcosa”. Posizione cui il presidente del Consiglio, però è da sempre e quasi ideologicamente ostile.
    A confermare la tesi dell’imminente rottura tra Prodi e l’Unione – a questo proposito si parla anche di un inedito asse Bettini-Marini – ci sarebbe poi l’intervista di Veltroni a Repubblica, in cui ieri il candidato segretario del Pd ha chiesto ufficialmente un rimpasto di governo.
    In molti, nel centrosinistra, si affannano a precisare che la posizione trova il pieno accordo di tutti, a cominciare da Massimo D’Alema.
    Sta di fatto, però, che quando il ministro Paolo Ferrero (Rifondazione) dice che il taglio dei ministri “è un problema del Pd”, dice due volte la verità.
    Che sia affare del Pd è noto a tutti, perché ogni altro ritocco al governo ne comporterebbe la caduta; e che sia un problema, lo dimostra la secca replica di Prodi a Veltroni (l’eventuale rimpasto è “una pura competenza del presidente del Consiglio”), che la dice lunga sullo stato dei rapporti tra il governo e il futuro leader del suo “baricentro”.
    Una spiegazione convincente, a questo proposito, la fornisce un parlamentare veltroniano:
    “La verità è che sulla necessità di un rimpasto sono d’accordo tutti, meno uno: Prodi”.
    La convinzione del premier è che “se si tocca un mattone crolla il palazzo”.
    La convinzione di tutti gli altri è che il palazzo sta già crollando, dunque bisogna “fare qualcosa”.
    La road map dalemiana per allungare la vita del governo, in teoria, è semplice:
    Finanziaria, taglio dei ministri del Pd e riforma della legge elettorale in accordo con l’opposizione (o almeno con una parte dell’opposizione). Pertanto il ministro degli Esteri ha accolto con piacere l’appello del presidente del Senato, Franco Marini, a una “sospensione delle ostilità per un patto tra le forze politiche e parlamentari sulle riforme istituzionali”.
    E la stessa intervista di Veltroni a Repubblica è sembrata a molti un’apertura proprio in questo senso.
    E proprio per questo – e per il retroscena circa un possibile “blitz” sulla legge elettorale, pubblicato ieri dal Corriere della Sera – Arturo Parisi e Franco Monaco invitano Veltroni a dire come la pensa.
    “Lo dica in pubblico”, aggiunge il ministro della Difesa.
    A dimostrazione di quanto il primo a contrastare una simile strategia – ufficialmente tesa a salvare il governo – sia proprio il capo del governo.
    La risposta del candidato segretario arriverà già oggi, durante l’iniziativa romana che si terrà al teatro Capranica, dove Veltroni e Franceschini presenteranno le loro proposte in tema di riforme. E dove il sindaco chiarirà la sua contrarietà a qualsiasi sistema “che non consenta agli elettori di scegliere il governo” (il sistema tedesco).
    Parisi e Monaco – e lo stesso Prodi – tireranno dunque un sospiro di sollievo.
    Probabilmente, l’ultimo.

    www.ilfoglio.it del 6 ott. 07 pag.1

    saluti

  2. #2
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    Predefinito

    Roma. Clemente Mastella dice di non aver visto la trasmissione di Michele Santoro, ma che gliel’hanno raccontata e non gli è piaciuta affatto.
    Così ieri ha chiamato a raccolta i giornali: “Sono sette settimane che subisco attacchi dal servizio pubblico. Ma dico io, si può dare del buffone-massone, impunemente, per sette settimane, a un ministro? Si tratta di un linciaggio inaccettabile, pagato con i soldi dello stato. Chiederò che il cda della Rai vada a casa”.
    In poche ore incassa la solidarietà di Romano Prodi: “In effetti – ammette il premier – la trasmissione non aveva quelle doti di concretezza e serenità che deve avere una trasmissione che riguarda i problemi della giustizia”.
    E così si ha l’impressione di un déjà vu, di un eterno ritorno.
    Perché le parole di Mastella riecheggiano una ben più nota espressione, conosciuta nel vocabolario della sinistra italiana come “l’editto bulgaro”.
    E questo anche se, quando nel 2002 fu Silvio Berlusconi a dire le stesse cose, la reazione fu alquanto diversa. Il Cav., a Sofia, disse che nei suoi confronti Santoro faceva un “uso criminoso” della televisione pubblica. E nella sinistra detonò una febbre girotondina che sembra lontana secoli. Rutelli, Fassino, Prodi.
    Se ne fece una questione di democrazia. Tra questi c’era pure l’Udeur. Un singolare “già visto”, dunque, ma a parti invertite.
    Perché oggi è Mastella, che parlando a braccio, annuncia ai giornalisti una mozione per l’azzeramento del cda, “in Se-na-to”, scandisce a beneficio delle telecamere. Quando Sandro Ruotolo, il collaboratore di Michele Santoro, ascolta queste parole ci resta di sasso. Non si accorge neppure del cellulare che gli trilla nel taschino, perché il ministro ha appena detto di esser disposto a rischiare una crisi di governo, pur di avere la testa del suo amico.
    Così, quando un giornalista ricorda a Mastella che in Senato “è pericoloso” per il governo, lui lo guarda sornione e sorridendo spiega che “proprio per questo non vado alla Camera”.
    L’Unione è avvertita dunque. Anche se Mastella ci tiene a specificare che lui è “il più fedele” alleato di Prodi. “Per questo mi attaccano, qualcuno vuole fare cadere il governo”, insinua.
    In serata il capogruppo alla Camera, Mauro Fabris, parlando con il Foglio specifica, parla di Pd e di sinistra massimalista. Finisce pure col correggere un po’ la mira del capo ponendo al condizionale il suo diktat: “Se il cda della Rai non prenderà provvedimenti contro Santoro e Travaglio, allora la settimana prossima potremmo chiederne l’azzeramento”.

    www.ilfoglio.it del 6 ott. 07 pag 1

    saluti

  3. #3
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    Predefinito Bugie e pallottole nella Calabria della surrealtà

    Ma quali storie ci vogliono raccontare dalla Calabria? Una è quella dei carabinieri e dei poliziotti che si perquisiscono a vicenda, s’inquadrano nei mirini dei fucili e a momenti si sparano per disputarsi una verità processuale che divide il pm catanzarese Luigi De Magistris e i suoi colleghi/nemici della procura di Matera.
    Catanzaro dice che Matera è corrotta, Matera controindaga per associazione a delinquere finalizzata alla diffamazione.
    Catanzaro utilizza le gazzelle, Matera le volanti.
    E sul fondale di questa surrealtà galleggia lo scontro tra la politica e le toghe, avanzano i sospetti su lobby e logge che serpeggiano dietro la scena delittuosa.
    La guerra civile contrappone un ceto politico smarrito – da Prodi e Mastella in giù – che occupa i dossier giudiziari calabresi, sentendosi scoperchiato e sotto attacco, e una nuova corporazione di giudici mediatizzati, dilatati nella loro pervasività dall’assemblea dei secondini antipolitici (da Santoro e Travaglio in su), ma che stavolta costeggia forse cose grosse e paga la diffidenza dei grandi giornali.
    Questo avviene in Calabria o a partire da qui.
    Oggi la Calabria non ha nemmeno più il tempo di simboleggiare l’antica terra del rimorso chiamata Mezzogiorno, è troppo impegnata ad anticipare l’Italia nella discesa dove le menzogne forti diventano presunte verità in conflitto.
    Per comprenderlo, pensavamo fosse bastato il 16 ottobre 2005.
    Fra sette giorni cade un anniversario tremendo e dovrebbe spiegare quasi tutto della Calabria e dei suoi lamenti che un mazzo di fiori, cinque colpi di pistola e troppe facce incredibili separano ancora dalla luce del sole.
    Il bouquet è servito a commemorare, un anno dopo, un morto ammazzato di ‘ndrangheta (c’era Romano Prodi negli abiti di premier): lo ha fornito la ditta Flower Garden, il cui proprietario è stato arrestato per associazione a delinquere, traffico di armi, ricettazione, varie ed eventuali. Le cinque pallottole, calibro nove, provenienza balcanica, sono quelle che due anni fa hanno ucciso il commemorato, Francesco Fortugno, al Palazzo Nieddu di Locri, davanti al seggio nel quale si svolgevano le elezioni primarie per il candidato premier del centrosinistra.
    Le facce che non trovano credibilità sono quelle del corteo circostante, sono le maschere dei sicari e dei mandanti, degli indignati e degli indifferenti, degli amministratori e degli amministrati, dei gendarmi e dei banditi, dei becchini e dei fiorai.
    Dei familiari perfino, le cui ombre hanno radici rampicanti

    Fatte salve le gerarchie che regolano anche il girone degli scellerati, sono volti troppo simili l’uno a l’altro quando ci si accorge che il loro tratto distintivo è quello della presunzione. Perché in questa storia di mafioseria e di politica può capitare che lo ’ndraghetista non sia meno presunto dell’uomo immacolato. Se non ricordassimo la fissità del morto ammazzato potremmo dire che in Calabria anche il cadavere è presunto, gli viene addosso un raggio limaccioso che promana dal sottoscala della sua esistenza.
    Francesco Fortugno è morto da santo con la divisa della Margherita e 8.548 voti in tasca, tanti gli elettori che l’avevano portato all’assemblea regionale di cui era vicepresidente.
    Troppi questi elettori, secondo qualcuno, ma abbastanza per incuriosire la malavita, armare un sicario, Salvatore Ritorto, e far sanguinare dalla rabbia le viscere di chi s’è visto scavalcare dal morto ammazzato e per colpa di 344 schede in meno s’è visto fuori dalla città del potere.
    Come Domenico Crea, primo dei non eletti poi subentrato alla vittima, ex assessore nella giunta Chiaravalloti (centrodestra) ripescato in fretta e furia nelle liste della Margherita, l’uomo dai quattordicimila voti impacchettati al quale non si poteva dire di no.
    “Due giorni che non chiudo occhio. Ci hanno preso per il culo tutti. Il tavor mi sto prendendo, mannaia, ’u tavor”, gli diceva per telefono, una volta terminati gli scrutini, l’uomo che in queste ore viene processato come mandante dell’omicidio, assieme al figlio Giuseppe, ex segretario di Domenico Crea.
    “Sapessi io, fratello”, la risposta, in base alle intercettazioni ambientali raccolte nel volume ricco e fazioso di Enrico Fierro, cronista all’Unità (“Ammazzàti l’onorevole”, Baldini&Castoldi Dalai).

    Secondo i pentiti (uno e mezzo), il mandante del più rumoroso ammazzamento politico-mafioso calabrese sarebbe Alessandro Marcianò detto Santo, caposala della Asl di Locri, la più mafiosa d’Italia.
    La stessa Asl nella quale lavoravano Francesco Fortugno e sua moglie Maria Grazia Laganà, oggi onorevole dell’Ulivo minacciata di morte a giorni alterni (le ultime promesse di piombo mercoledì scorso), fino a ieri vicina di stanza con Santo.
    La stessa Asl dove il padre di Maria Grazia, antico dirigente democristiano, era stato direttore anni addietro. Marcianò Alessandro (Santo) dice d’essere puro e innocente anche se a Fortugno lo considerava una carogna di cornuto che voleva impedire a tutti i costi la candidatura del suo amico Crea, anche lui dottore in medicina.
    Perché Fortugno voleva i voti tutti per sé? Perché i posti disputabili per il paradiso della regione Calabria non bastavano per entrambi. Fortugno non voleva trasformisti accanto e ‘ndranghetisti nel posto di lavoro. Risulta dalle sue parole, dai suoi esposti, dalla sua aria grave (però rassegnata).
    La maldicenza dice che s’era invece offerto al mercato elettorale con troppa baldanza: farò l’assessore alla Sanità.
    Avrebbe promesso l’impossibile, l’avrebbero scaricato. Del resto non aveva parlato per dodici volte al telefono con il collega Giuseppe Pansera, il mafioso di Melito Portosalvo genero del boss Giuseppe Morabito detto ’u tiradrittu? Questo sì, ma prova e non prova.
    In ogni caso, a cadavere tiepido, già arrivavano ai giornali le telefonate anonime di chi raccontava senza coraggio come le mani dei giovani che volantinavano per Fortugno fossero state estratte dalla roccia del malaffare calabrese. Come a dire che in Calabria non si muore mai innocenti.
    Tentavano di mascariarlo? Come con sua moglie, finita sotto inchiesta pure lei per una storia di truffa aggravata e mancati controlli amministrativi che hanno insospettito la Procura di Reggio? Possibile. Più difficile è spiegarsi da lontano l’assurda legge etologica per la quale vittima e (presunto) carnefice possono aver convissuto nello stesso stagno. Dove finisce la maschera e da dove comincia la verità?

    Quando è morto Fortugno l’Italia ci ha costruito sopra una pastorale delle buone intenzioni. L’allora ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu troppo democristiano per sembrare svelto (enumerava piccoli successi trascorsi mentre doveva mandare giù l’esercito). La sinistra divisa tra chi dava la colpa alla destra e alla società malata (quasi tutti) e chi diceva di voler militarizzare la regione (Marco Minniti dei Ds, oggi capolista locale del Partito democratico e sottosegretario squattrinato al Viminale).
    Gli imprenditori, da Pippo
    Callipo a Santo Versace, meno terrorizzati (e lo erano tanto) che non disillusi per una luce che dalle loro parti s’accende a intermittenza e soltanto quando brucia la polvere delle pistole. Un prefetto speciale nominato dopo l’assassinio, il dottor De Sena (oggi vicecapo della Polizia), troppo napoletano per sembrare il duro che invece si sarebbe scoperto, visto che il gruppo di fuoco che ha ucciso Fortugno l’ha acciuffato in tempi da record nazionale.
    Tutt’intorno il coro dei morti ammazzati che riviveva nelle parole dei così detti ragazzi di Calabria: “Ammazzateci tutti”, provocavano orgogliosi dell’eversione lessicale contro il potere ‘ndranghetista. Ma oggi li accusano, con il loro blog e le loro faccine telematiche sempre espressive, di essere il vento nelle vele del loro capo, un ex giovane diessino dalla carriera mancata, insomma un ragazzo di Locri che vorrebbe far carriera senza nemmeno il bollo di Beppe Grillo.
    Poi c’è Agazio Loiero, presidente della regione con tanti di quei voti da non aver alcun bisogno di gente come Crea (e invece se l’è fatto imporre come candidato), un governatore eletto per conto della Margherita, oggi asserragliato in un fortino consiliare tutto nuovo (Pdm) che s’è costruito con le proprie mani dopo aver litigato con i romani di Franco Marini e Francesco Rutelli.
    Loiero ha sempre protestato contro l’eventualità di trovarsi l’esercito nel cortile di casa: “Reagite, reagite, reagite!”. Ma niente militari di grazia.
    Quando il quadro degli indizi e dei pentimenti è stato un poco rischiarato, Loiero ha detto: “Confesso che se fossi al posto di Crea non rimarrei un giorno in più nel Consiglio regionale, ma neanche in politica. Io me ne andrei sapendo che due miei amici sono in carcere con l’accusa di avere ucciso Fortugno per fare posto a me”.
    Quello ha replicato: “Caro Loiero, dimettiamoci insieme”. Sono entrambi al loro posto.
    Loiero nel fortino dei fuoriusciti indispensabili a tenere su la giunta, nella quale anche il suo vice Nicola Adamo (Ds) è stato accusato di truffa, associazione a delinquere e abuso di ufficio (si aggiunge ai ventidue consiglieri già malmessi con la Dea Giustizia).
    Crea è finito nel gruppo della Democrazia Cristiana di Gianfranco Rotondi. Pure lui ha mollato il partito di Marini, ma una nuova casa, anche se i voti impacchettati non sono più quelli di una volta, qui non si nega a nessuno. Di Fortugno vivo Crea ha detto che era “un idiota”. Da Fortugno morto ha ereditato il posto che gli era stato negato nelle urne e ora nella sua scheda telematica sul sito del Consiglio regionale c’è scritto che “nel tempo libero ama leggere libri di medicina e trascorrere piacevoli momenti a contatto con la natura, al mare e in montagna”. Secondo qualcuno sarebbe un buon movente. Ma forse assomiglia più a una presunzione di movente. Alle ultime elezioni provinciali di Reggio Calabria, poi, il dottor Crea ha sostenuto una lista della Margherita. La stessa lista appoggiata dalla dottoressa Maria Grazia Laganà, la vedova Fortugno.

    Alessandro Giuli www.ilfoglio.it del 6 ott. O7

    saluti

 

 

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