Le tasse possono essere bellissime, cioè utili, per chi persegue uno di questi due scopi:
1) ridistribuire la ricchezza, dai più ricchi ai più poveri, prelevando dai primi e trasferendo ai secondi;
2) accrescere il capitale sociale della comunità investendo i soldi di tutti, in proporzione al reddito, per avere un’istruzione migliore o un’autostrada migliore.

Il primo scopo è stato il cuore dell’esperimento socialdemocratico in Europa, e nel dopoguerra ha funzionato. L’età dell’oro garantiva insieme alti salari, alta occupazione, forte sviluppo, nonostante un’alta tassazione.
Quell’era è finita per cause naturali all’inizio degli anni Ottanta. I primi vagiti della globalizzazione, l’aumento del costo delle materie prime e l’inflazione hanno inceppato il meccanismo per sempre. L’alta tassazione non aveva più la contropartita di un alto benessere.
I ceti medi hanno capito che il gioco non valeva più la candela e si sono politicamente ribellati.
Il trionfo della nuova destra liberista prima in Gran Bretagna, poi negli Usa, ha reso l’aumento della pressione fiscale un tabù in occidente. I partiti socialdemocratici, di conseguenza, hanno perso il potere e ne sono rimasti lontani a lungo, finché non hanno appreso la lezione (Blair prima di tutti). Oggi nessuno, forse neanche Cremaschi, sosterrebbe seriamente che la tassazione serve a ridistribuire ricchezza per la semplice ragione che con un’alta tassazione non si produce abbastanza ricchezza da distribuire.
E’ la storia degli ultimi dieci anni italiani. Tutti più poveri non vuol dire tutti più eguali.

Il secondo scopo per cui le tasse possono essere bellissime è la modernizzazione delle infrastrutture pubbliche, al fine di aumentare la produttività del sistema. Ci sono paesi in Europa che ancora hanno un’alta tassazione, ma allo stesso tempo vantano forti tassi di crescita: gli scandinavi in primo luogo. Paesi in cui la spesa pubblica è stata fortemente orientata verso la scuola, la formazione permanente, il welfare attivo, la ricerca, l’high tech, l’efficienza della macchina pubblica, strade e ferrovie moderne.
Al terzo mandato (ma solo al terzo) Blair ha chiesto all’elettorato il via libera a un incremento della pressione fiscale per riparare un sistema sanitario a pezzi, e l’ha ottenuto.
Una tassa di scopo la si accetta.
Come accadde all’eurotassa del primo Prodi: se ne capiva l’uso e la convenienza.

Padoa-Schioppa cesarista
Escludo che Padoa-Schioppa possa appartenere alla prima categoria, che definiremo degli spartachisti. Lo escludo anche per conoscenza diretta.
L’ho intervistato troppe volte in qualità di banchiere europeo per non ricordare i suoi ripetuti appelli a ridurre la pressione fiscale al fine di rilanciare l’economia. Deduco dunque che il suo panegirico delle tasse appartenga al secondo gruppo, che qui definiremo dei cesaristi: in difesa cioè della funzione moderna che lo stato può ancora svolgere ai fini dello sviluppo.
Ma è così che si spendono i soldi dei contribuenti in Italia?
Se finanziano la spesa per gli stipendi di statali e insegnanti, niente da dire: avremo sempre bisogno di statali e insegnanti. Ma se finanziano anche la spesa per gli stipendi dei fannulloni e per il più alto numero di insegnanti e bidelli d’Europa (con le più basse performance degli studenti), allora sono soldi buttati.
Anzi, peggio che buttati.
Credo per esempio che il problema dei bamboccioni, giustamente segnalato dallo stesso Padoa-Schioppa, abbia a che fare con le tasse.
Meno reddito resta in una famiglia dopo il 740, più Ici paga per l’appartamento, meno risorse ci saranno per aiutare il figlio a comprare una casa e farsi una famiglia.
Più soldi lo stato distribuisce sotto forma di pensioni di anzianità e sussidi, più incentivi ci saranno perché i figli restino a casa in attesa di un posto, invece di cercare attivamente un lavoro.
Oggi la giustizia sociale sta nella creazione di lavoro, e se l’alta tassazione sottrae risorse agli investimenti e ai consumi dei privati danneggia lo sviluppo, dunque l’occupazione, dunque ogni speranza di maggiore giustizia sociale.
C’è infine un errore concettuale nel quale la sinistra persevera: è l’idea che lo stato sappia meglio del privato come spendere i suoi soldi.
Un residuo di collettivismo, all’origine di molta idolatria del fisco.
Nessuno sa usare i propri soldi in modo più produttivo di chi se li è guadagnati.
L’individualismo non è sinonimo di egoismo sociale, ma la molla della ricchezza delle nazioni.
Lo stato molto spesso non è la soluzione del problema, ma è il problema.
Se non capisce questo, il Pd non ha capito niente e siamo punto e a capo.

Antonio Polito www.ilfoglio.it del 9 ott. ’07

saluti