Genetica, educabilità e differenze fra le popolazioni
Di Arthur R. Jensen
1) Le differenze «razziali» del Q.I. sarebbero dovute a differenze socio-econo miche
Il controllo statistico dello stato socio-economico nei campionamenti raz ziali non sopprime le differenze di QI: in media, non le riduce che di circa un terzo.
La differenza razziale è anche più marcata quando i QI posti a confronto sono quelli di bambini classificati in funzione del livello socio-economico dei loro genitori. Questo incremento nella differenza è difficile da spiegare in un'ot tica puramente ambientalista, mentre è invece del tutto prevedibile sulla base del principio genetico di regressione dei discendenti verso la media della popo lazione. I discendenti di negri di elevato livello socio-economico regrediscono verso la media intellettuale della popolazione negra; ma poiché questa è situata al di sotto della media della popolazione bianca (più elevata di circa uno scarto-tipo), verso la quale regrediscono i discendenti di bianchi della stessa condizio ne, l'effetto di regressione è più marcato tra i primi che tra i secondi.Viceversa i genitori negri di alto livello socio-economico deviano, rispetto alla loro media, più dei genitori bianchi dello stesso livello sociale.
In conclusione, dunque, i bambini negri divergono dai loro genitori, per quanto riguarda le «capacità» più di quanto non accada ai bambini bianchi.
La condizione socio-economica
Certi autori sostengono che il livello socio-economico così come è attual mente misurato, in funzione cioè dell'istruzione, della professione, dei reddito, ecc. dei genitori, non costituisce che una variabile «grossolana», non rifletten do esattamente le principali variabili ambientali che influenzano lo sviluppo mentale. Ma il livello socio-economico non può essere che «grossolano», nel senso che non è specifico: esso ingloba parecchie variabili ambientali. D'altra parte, il fatto di aggiungere variabili meglio definite, non migliora sensibilmente: una correlazione con il QI o la razza.
In realtà, il livello socio-economico sembra esprimere bene la maggior parte dei fattori ambientali spesso menzionati come causa delle differenze razziali del QI. Piuttosto che controllare insufficientemente la varianza, la controlla probabilmente troppo, poiché all'interno dei gruppi razziali esiste una correla zione incontestabile fra il livello socio-economico e i fattori genetici.
Quando si selezionano gruppi razziali in funzione della loro condizione so cio-economica, non li si seleziona soltanto in funzione del loro ambiente, ma anche, in certa misura, in funzione dei fattori genetici. E’ d'altronde rilevante, allorché si procede ad una tale selezione, il fatto che si può osservare che il colore medio della pelle si schiarisce presso i negri, man mano che si sale verso categoria di più alto livello sociale, il che conferma che fattori genetici interven gono, in un modo o in un altro, nella determinazione di questo livello. In seno alla popolazione bianca, il rapporto fra le differenze genetiche di intelligenza e la condizione socio-economica è ugualmente ben stabilito. È la ragione per cui, contrariamente a quanto si potrebbe credere, gli studi che tengono conto della condizione socio-economica, non sono molto favorevoli alle ipotesi ambientali ste. Ad ogni modo questi studi possono difficilmente contribuire al chiarimento del problema «rapporto natura-educazione», salvo nei casi in cui la direzione della differenza fra i gruppi va inteso in senso opposto alla direzione della differenza del QI.
2) Esistono correlazioni negative tra « attitudine» e « ambiente» - L'ambiente può in fluire negativamente sull'attitudine.
Un gran numero di fattori ambientali che sono in correlazione positiva con la capacità intellettuale, all'interno dei differenti gruppi di popolazione, sono legati a correlazioni negative con le differenze di QI fra gli stessi gruppi. Se si considera, per esempio, l'insieme dei fattori misurabili che gli ambientalisti hanno invocato per spiegare le differenze di QI fra bianchi e negri, ci si accor ge che gli Indiani d'America e i Messico-americani sono, a questo riguardo, molto più svantaggiati dei negri.
Tuttavia, sia nei test non-verbali d'intelligenza (che sono più equi per gruppi bilingui come Indiani e Messicani), sia in campo scolastico, i risultati ottenuti dagli Indiani e dai Messicani sono nettamente migliori di quelli ottenuti dai negri. Questa constatazione è assolutamente «neutra» da un punto di vista gene tico, nel senso che non deriva da principi genetici. Ma è in contraddizione con le teorie ambientaliste che fanno appello a fattori ambientali misurabili, legati al QI all'interno dei gruppi, per spiegare l'inferiorità del QI dei negri e le diffe renze fra i gruppi. L'unico mezzo con cui gli ambientalisti hanno tentato fino ad oggi di rispondere a questi fatti è stato quello di ricorrere a fattori culturali e comportamentali altamente opinabili, di cui non si è ancora dimostrato che avessero il minimo rapporto con la razza o con il QI.
3) I test sono ingiusti dal punto di vista culturale.
I test possono essere raggruppati in funzione della loro «impregnazione» culturale, a seconda, dei criteri generalmente adottati. In una data cultura que sti test sono più o meno equi nei confronti dei singoli individui. Gli ambientali sti che criticano i test d'intelligenza, prendono abitualmente come esempi i test più chiaramente «impregnati» di ciò che si può considerare come «tipicamen te bianco»: le conoscenze delle classi medie, il linguaggio ecc. in contrapposi zione al materiale più astratto, più figurativo che si può trovare nel «Progressive Matrices» di Raven o nei test «culture-fair» del g. di Cattell. È in questa ultima categoria di test che i negri hanno una minore riuscita, contrariamente ai bianchi e alle altre minoranze. Minoranze svantaggiate, come quelle degli In diani americani o degli Americani di origine messicana, rispondono a questi test nella maniera che gli ambientalisti lasciano prevedere.
Per i negri invece è il contrario. La «traduzione» di certi tests (come lo Stanford-Binet) nel dialetto del ghetto non migliora affatto i risultati.
Ipotesi poco convincenti
Il valore predittivo scolastico e professionale dei QI è lo stesso sia per i negri che per i bianchi: l'analisi dei test dove le differenze medie fra i gruppi sono più forti, non dimostra differenze significative per quanto riguarda la diffi coltà di queste voci o della scelta dei «distrattori» per le risposte sbagliate. L'attitudine nei riguardi dei test e dei fattori di motivazione del soggetto non sembrano fornire nemmeno spiegazioni molto convincenti riguardo alle diffe renze fra gruppi, soprattutto se si considera che per i test che si basano sull'at tenzione, la perseveranza, lo sforzo, come nel caso dei vari test mnemonici, i negri riescono molto bene rispetto ai bianchi. D'altra parte, quando si raggrup pano differenti test in funzione del loro «potere di discriminazione» fra negri e bianchi, si constata che ciò che i test e le voci dei test più discriminanti hanno in comune, è la natura astratta (non «culturale») del materiale impiegato, o la loro conformità alle definizioni più classiche della natura del fattore g.
4) Carenza di conoscenza in materia di linguaggio
Un'altra ipotesi esplicativa poco convincente, è quella secondo cui i negri riescono meglio nelle parti più «verbali» dei test d'intelligenza, e meno bene con i materiali meno verbali. Come abbiamo detto le altre minoranze svantag giate americane si comportano nella maniera opposta. I bambini sordi dalla nascita sono certamente i soggetti più sfavoriti dal punto di vista verbale fra tutti quelli che si possono studiare; essi presentano infatti deficit verbali riscon trati nei test d'intelligenza, e tuttavia hanno una discreta riuscita media nei test non-verbali, cosicché il loro profilo attitudinale è inverso a quello dei negri.
5) Motivazione insufficiente
Non esiste prova che i negri siano meno motivati degli altri gruppi verso i test. Certi gruppi (gli Indiani, per esempio), le cui aspirazioni culturali e la coscienza che hanno di se stessi sono ancora meno forti di quelle dei negri, riescono meglio, nei test ed a scuola.
Inoltre nei test messi a punto per massimizzare in particolare l'influenza dei fattori di motivazione, e minimizzare la dipendenza dei soggetti in rapporto alle funzioni astratte e cognitive complesse, i risultati ottenuti dai negri non differi scono sensibilmente da quelli dei bianchi. La tesi che fa intervenire una «spe ranza», o una «anticipazione del risultato», non è stata sperimentalmente dimostrata: e quando è stata sottomessa a dei controlli adeguati, non ha trovato conferma.
6) I risultati sarebbero migliori con dei test non cognitivi.
Certi test percettivo-motori, come quelli che si basano sui tempi di reazio ne per la determinazione delle scelte, evidenziano grandi differenze fra i neri e i bianchi, qualunque sia il rigore nel controllo degli esami; e tali risultati sono del tutto indipendenti dalla razza dell'esaminatore. In più, in questi stessi test, l'im portanza della differenza razziale appare direttamente legata alla proporzione dei geni d'origine caucasoide nel campione negro.
Se si ammette che differenze razziali di ordine genetico possano intervenire nei test di comportamento, diversi da quelli d'intelligenza, in nome di quale principio si escluderanno influenze genetiche per ì test considerati come misuratori d'intelligenza? Non c'è in effetti alcuna ragione perché queste differenze genetiche non intervengano nei test d'intelligenza, visto che intervengono negli altri test di comportamento.
Nessuna traccia d’insufficienza nutritiva
7) «La differenza di QI è dovuta alle deficienze alimentari »
Il fatto che prima della nascita e durante la crescita una grave sotto-alimen tazione - ed in particolare una deficienza di proteine - possa nuocere allo sviluppo mentale come a quello fisico, non può essere contestato. Gli studi che sono stati realizzati presso le popolazioni più sotto-alimentate dell'Africa, dell'America del Sud e del Messico, l'hanno provato. In compenso, nessun dato avvalora l'ipotesi che la cattiva nutrizione contribuisca seriamente a determinare la differenza di QI fra Americani neri e bianchi. Nelle comunità nere dove non si constata alcuna traccia d'insufficienza nutritiva, il QI medio nei negri è ancora inferiore di circa uno scarto-tipo al QI medio dei bianchi. Inversamen te, quando sì è studiata l'alimentazione di gruppi di bambini negri con un QI inferiore alla media generale dei negri, non si sono mai potuti scoprire segni di cattiva nutrizione; i segni fisiologici della sotto-alimentazione, associati a QI inferiori, in studi che sono stati fatti in Africa, nel Messico e nel Guatemala, non sono riscontrabili nelle categorie dei negri americani che presentano i QI più bassi. Sulla base dei dati attualmente disponibili. l'ipotesi che l'inferiorità del QI medio dei negri sia imputabile ad una alimentazione insufficiente. è dunque insostenibile.
La situazione alimentare e lo stato di salute dei bambini indiani sono d'al tronde ben peggiori di quelli dei negri, come dimostra il tasso molto più alto di mortalità infantile. Esso non impedisce che al primo livello di scolarità (sei anni) i piccoli indiani superino i bambini negri di circa uno scarto-tipo in tutti i test d'attitudine non verbali.
8) “Bisogna tener conto degli svantaggi pre- e perinatali”
I1 tasso di mortalità infantile e di aborti spontanei - più alto nel gruppo negro che in quello bianco - rivela un'igiene più rudimentale nel periodo pre natale e al momento della nascita. Tali condizioni prevalgono nello strato più povero della popolazione negra. Esse contribuiscono probabilmente alla com parsa di handicap neurologici fra bambini negri. Ma non tutte le cause del tasso più elevato di aborti spontanei sembrano essere state chiaramente identificate. Esistono in effetti popolazioni relativamente sfavorite che presentano un tasso di aborti spontanei inferiori al tasso che si verifica nella maggioranza della po polazione bianca. È il caso per esempio degli asiatici. Ecco perché adesso si ritiene che le probabilità di aborto spontaneo siano direttamente legate al livello di eterogeneità genetica degli ascendenti; il che lascia prevedere che fattori genetici intervengano anche in questo fenomeno di natura apparentemente ambientale.
Alcune forme svantaggiose di traumatismo natale, come l'anossia (2), un peso troppo scarso, la nascita prematura, ecc. si traducono in risultati inferiori alla norma nei test percettivo-motori di sviluppo destinati ai bambini.
Ma se si prendono campioni importanti di bambini negri, non si constata alcun calo sensibile del punteggio per questi test: i risultati si collocano in gene rale ad un livello leggermente superiore a quello dei bambini bianchi della clas se media. Benché la loro importanza differisca per le popolazioni nera e bianca, i fattori pre e perinatali non rendono affatto conto del fatto che il tasso di ritardo mentale (QI inferiore a 70) è da sei a otto volte più elevato fra i negri che non fra i bianchi. Se ci si rifiuta di ammettere l'esistenza di fattori genetici, le cause di ritardo mentale devono dunque considerarsi sconosciute nella stragrande maggioranza dei casi.
Considerando l'insieme dei dati disponibili, esaminati peraltro in particolare, dirò, per concludere, che a mio avviso l'ipotesi più fondata per spiegare la disparità media fra negri e bianchi concernente l'intelligenza e l'educabilità (come è stata qui definita) è quella che fa intervenire differenze genetiche in sieme a differenze ambientali.
Un insegnamento differenziato
Se questa ipotesi è confermata da ulteriori appropriate ricerche, le sue im plicazioni sociali si allargano nel campo dell'educazione. Le conseguenze educative, come io le vedo al momento, in funzione di ciò che sappiamo e di ciò che può essere fatto, sono principalmente di tre ordini. (Noi consideriamo come sottinteso che sia augurabile e necessario eliminare la discriminazione razziale e migliorare le condizioni ambientali, come le possibilità di educazione e d'impie go, per tutte le persone e i settori svantaggiati della popolazione). Queste con seguenze non hanno niente a che vedere con la razza stessa, poiché riguardano innanzitutto differenze individuali di eduabilità. Tuttavia, il miglioramento dei benefici dell'educazione per i bambini negri può dipendere, in parte, dal fatto che si ammetta che le differenze razziali nella distribuzione delle capacità con¬nesse all'educazione, non sono principalmente dovute alla «discriminazione» o alle «condizioni disuguali dell'ambiente».
D'altra parte mi sembra che un approccio realistico ci obbliga a smettere di immaginare che la scuola possa cambiare in modo significativo l'intelligenza dei bambini.
La prima conseguenza consisterà nel cercare di stabilire delle «interazioni attitudine/formazione». Con ciò intendo dire che alcuni bambini possono ap prendere meglio con un certo metodo che con un altro, e che il metodo migliore non è obbligatoriamente lo stesso per tutti i bambini, tenuto conto delle loro attitudini particolari e di altre caratteristiche personali.
Gli stessi obiettivi di educazione potrebbero essere raggiunti ugualmente da bambini di capacità diverse, purché siano trovate adeguate varianti di educa zione. Non si tratta d'altronde che di una speranza; le ricerche fatte fino ad oggi non permettono certo di pensare che la scoperta di tali interazioni basterà a superare realmente il problema costituito dal livello del Ql. Ma dato che que sto genere di lavori non è stato intrapreso che da pochi anni, è ancora molto presto per minimizzare le possibilità, soprattutto se non ci si attendono miracoli, ma semplicemente progressi positivi, ancorché modesti.
In secondo luogo mi sembra che una maggiore attenzione dovrebbe essere posta alla maturità scolare. La nozione di maturità di sviluppo, in rapporto a differenti tipi di apprendimento scolare, è troppo trascurata dalla pedagogia attuale, la quale crede, senza basarsi su alcun dato, che più presto si insegna qualche cosa al bambino meglio è! Ora, invece, un apprendimento forzato, ope rato prima che sia raggiunto un livello di maturità soddisfacente (il quale varia considerevolmente da un bambino all'altro) può provocare un blocco della fa coltà di apprendimento, suscettibile di diventare in seguito irreversibile. Sareb be quindi necessario modificare profondamente il ritmo più o meno unificato delle esperienze di educazione, per il beneficio di un gran numero di bambini.
L’errore dell’egualitarismo
Infine appare necessario che i programmi e gli obiettivi siano diversificati. Le scuole pubbliche, il cui scopo è di servire l'intera popolazione, dovrebbero essere capaci di andare al di là di una stretta concezione dell'obbligo scolastico, per trovare una più ampia diversità di strade, permettendo così ai bambini di tutti i livelli di beneficiare realmente della scolarità e di utilizzare questi benefici alla loro uscita dalla scuola. E ancora, la definizione puramente «accademica» degli obiettivi della scolarità è talmente radicata nel nostro modo di pensare, che occorreranno probabilmente grandi sforzi per modificare l'educazione pub blica in maniera tale ch'essa giovi al massimo a tutti i bambini che hanno un'at titudine limitata al lavoro «accademico».
Fino ad oggi, un'ideologia sociale egualitaria, ben intenzionata, ma erronea, ha impedito all'educazione pubblica negli Stati Uniti di fronteggiare questa sfida.
Arthur R. Jensen
Il presente articolo è la traduzione di un intervento tenuto da Jensen al simposio “Differenze genetiche e culturali nelle attitudini: implicazioni educative e professiona li nel quadro del XXVII Congresso internazionale di psicologia applicata”.
(1) Arthur R. Jensen, Educability and Group Differences, Methuen, London 1973.
(2) Anossia: privazione di ossigeno. (N.d.T.).




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Bhe dai se non vuoi i disperati da qualche parte li devi far vivere poretti.. E gli devi pure da le infrastrutture e le centrali elettriche... Tanto li con il fotovoltaico vanno bene...
