Il primo partito senza tessere. Questo potrebbe diventare il Partito democratico.
E dovrebbe diventare precisamente questo, in conseguenza del modo scelto per farlo nascere.
In coerenza con l’ambizione di rinnovamento della politica che afferma di nutrire il suo leader eletto, Walter Veltroni detto W.
Il tesseramento, tutti lo sanno, è il fondamento di un certo modo di essere dei partiti.
Tessere, bollini, correnti che le raccolgono e le fanno pesare, congressi, organi dirigenti centralizzati e periferici, rapporti di forza che sfociano in rapporti di forza, in compilazione accurata e bilanciata delle liste, il tutto prigionieri di un linguaggio ad uso interno, che separa decisamente la politica di partito da quella delle istituzioni e la immerge nel gergo della cosiddetta visibilità, condizionando in senso oligarchico la leadership.
In passato fu insieme eguale e diverso, nella tessera del Pci era statuita la regola quasi militare “difendere il partito da ogni attacco”, e lo spirito di corpo era spirito di corpo mistico, il partito era il fine ideologico della politica, veniva prima dell’individuo, dello stato e della Repubblica.
Come la mettiamo, adesso?
La via sicura all’omologazione del Pd è quel tipo di tran tran, depurato dell’antico carisma e oltre il limite ormai valicato del connettivo ideologico, che nel Pd peraltro non c’è, trattandosi di una federazione o arcipelago di culture diverse.
La via della discontinuità cosiddetta è appunto un partito senza tessere, come il partito democratico americano e quello repubblicano. Un partito che è un comitato-macchina per la scelta elettorale dei candidati, dal consiglio comunale alla regione al Parlamento al governo.
Un partito le cui attività fondamentali sono il fund raising, la raccolta di risorse per fare politica, e la battaglia parlamentare e l’amministrazione della cosa pubblica.
E che incorpora naturalmente, in una vita pubblica strettamente legata alle istituzioni elettive, nelle quali esprime la sua forza e le sue idee e la sua capacità di selezionare le classi dirigenti, una quantità di lobby, di movimenti sociali e sindacali, di aggregazioni culturali, civili e single issue le più diverse, tutte vitalmente presenti nel territorio.
Questo sarebbe il profilo proprio di un partito della Repubblica e dei cittadini, esito rinnovatore della politica dopo la fine del vecchio sistema già ampiamente segnalata, a suo modo, dal successo di un partito carismatico e personale come Forza Italia, che ha ricalcato qualche rito della vecchia politica ma solo per disegnarsi sempre di più come cartello elettorale di una leadership personale.
E dopo elezioni primarie che hanno generato una cosa nuova, di cui non si sa ancora se sia perfettamente consapevole di sé.
Non è che il Pd debba copiare Forza Italia, organizzazione liberal-populista fondata e guidata da un multimiliardario di talento in circostanze eccezionali.
Deve costruire un suo percorso originale ma altrettanto innovatore.
Se si comincia con tessere congressi e comitati direttivi e vita di partito, il nuovo inizio nasce già vecchiotto e routinier.
La base del partito sono gli iscritti alle liste delle primarie, e chi lo finanzia e lo influenza, non gli iscritti che sono a disposizione delle solite grandi manovre dei signori delle tessere.
Ferrara su www.ilfoglio.it del 18 ott 2007
saluti




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