Il racconto di Nichi
Stampa questo post mercoledì 17 marzo 2010 17:21 - di Ida Dominnijanni -http://www.sinistraeliberta.eu/articoli/il-racconto-di-nichi
Stavolta non la chiama narrazione, come gli capita di fare in tv, lo chiama racconto, che forse si capisce meglio: non evoca le grandi narrazioni perdute, che è un problema della sinistra orfana di ideologia, ma l’arte umana di cucire una storia, che è una facoltà di tutti.

Il racconto, ecco il problema: come scrivere «the end» sulla favola berlusconiana che ha sequestrato l’immaginario popolare, e iniziare un nuovo plot che rimetta in moto l’immaginazione politica. Un plot, aggiunge Nichi il rosso per l’occasione munito di sciarpa viola, «che ancora non abbiamo». Ma che da oggi bisogna cominciare a scrivere: collettivamente, come Wu Ming.

Sventolano le bandiere sopra gli applausi e sventolano proprio tutte, quelle del Pd alte quanto le altre. Se il popolo di (centro)sinistra è senza un leader e se una piazza è un test, a Piazza del Popolo è nata una stella.

«Era un po’ il mio battesimo», commenterà Vendola dopo e si sa che lui ai riti, e ai riti cattolici, dà la loro importanza. Il battesimo del leader prossimo venturo? Qualcuno l’aveva azzardato, dopo la vittoria alle primarie pugliesi, che quella era la direzione, non regionale ma nazionale. Dopo il battesimo, l’azzardo è meno azzardato, e le notizie che arrivano dalla campagna elettorale si aggiungono a conferma: vinta per la seconda volta la battaglia di Puglia, la linea del fronte si potrà allargare.

Il lessico militare però non è del personaggio. Qui non si conquistano territori, si riconquista una relazione perduta: questione d’amore, non di guerra. «Un popolo senza politica, una politica senza popolo: siamo stati in questa situazione particolare», e perdente. Quella relazione, finita nelle grinfie della seduzione del Cavaliere, bisogna riallacciarla, con armi (l’amore è anche guerra) diverse. Non il sogno, il miracolo, il contratto con gli italiani, i paladini-promoters; stavolta il racconto si scrive con altri ingredienti. Il lavoro, regredito in età berlusconiana da «pietra angolare» della Costituzione a «pietra di scarto» com’era ai tempi del fascismo prima che il Novecento svoltasse, «ma che modernità medievale è mai questa?». E i beni comuni, materiali e immateriali, perché il Novecento comunque è finito e il racconto da scrivere è un racconto postmoderno: «il territorio, la bellezza, la memoria, l’acqua pubblica, i diritti sociali», in quest’ordine disordinato quanto il popolo a cui è indirizzato.

Senonché quella relazione perduta si sa che è anche una liaison dangereuse, portatrice di abbagli, rispecchiamenti, illusioni di totalità e nostalgie d’interezza. Sul rischio che un populismo emozionale «di sinistra» non faccia che proseguire a carte invertite quello berlusconiano c’è già una letteratura. Non per caso Vendola quella relazione la stabilisce fra popolo e politica, non tra popolo e leader: la differenza sta qui. E non per caso, e magari non solo per ragioni di opportunità, non gli sfugge mai un «io» e solo molti «noi»: «ricominciamo a parlar chiaro e a rendere percepibile e netto il segno di una politica del centrosinistra che apre una porta di speranza: dobbiamo farcela, dobbiamo provarci, è il nostro dovere, o saremo questo oppure falliremo», un plurale dietro l’altro per rendere il senso dell’impresa collettiva. Non sarà abbastanza per cancellare quell’etichetta dell’ammucchiata che il premier ha graziosamente calato su Piazza del Popolo, ma è il minimo indispensabile per ripartire in qualche modo.

Battesimo a parte, Vendola un «noi» dalla sua ce l’ha già, la sua «fabbrica» pugliese, laboratorio sul campo di quell’ammucchiata di energie disperse dal liberismo post-industriale. Potrebbe essere una bella ironia della storia, se lo scrittore del racconto postmoderno della sinistra spuntasse da una fabbrica.

Ida Dominnijanni

Pubblicato da il manifesto