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  1. #1
    Dalla parte del torto!
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    Predefinito Intervista a Carlo Terracciano

    TRE RISPOSTE PER “POLYARNAYA ZVEZDA”

    Quanto è attualmente profonda la contrapposizione degli USA e dell'Europa? E' attualmente una contrapposizione di sistema o una frizione temporanea destinata a scomparire in contemporanea con l'inizio delle operazioni milkitari in Iraq?

    Per rispondere alla domanda sulle contraddizioni tra le posizioni di Europa ed USA, sia attuali che future, bisogna prima fare una distinzione, anzi due: tra popolazioni e governi e tra questi ultimi e gli interessi economici e geopolitici del nostro continente.
    Incredibilmente, dopo l’11 settembre, a parte una emotiva ed esteriore solidarietà con le vittime, l’atteggiamento dell’opinione pubblica europea è mutato. Finalmente gli Stati Uniti (e Israele) sono percepiti come “aggressori” sia per l’Afganistan sia soprattutto nella attuale crisi irachena.
    Alcuni governi, cavalcando il momento favorevole, hanno preso una posizione decisa in difesa degli interessi nazionali, essendo chiaramente l’eventuale occupazione americana dell’Iraq la fine di ogni indipendenza economica, energetica e militare dell’Europa dalla superpotenza mondiale.
    Penso soprattutto alla Francia post-gaullista, perché la Germania vive da quasi sessanta anni sotto il ricatto ideologico, la negazione della propria storia, alimentati anche dalla “mitologia olocaustica” impostagli dal sionismo mondiale.
    L’Inghilterra, come sempre nella sua storia, gioca contro l’unità continentale e rappresenta il trampolino americano da questa parte dell’Atlantico.
    In quanto all’Italia poi, il governo reazionario Berlusconi-Fini-Bossi si accoda alla potenza dominante, nonostante una popolazione in toto avversa alla guerra, per essere con il potenziale vincitore; salvo tradire e cambiar fronte in caso di sconfitta.
    Un’altra cosa è l’interesse GEOPOLITICO ed economico dei due tronconi della NATO (oggi appunto in crisi). In tempi medio-lunghi Europa ed Usa sono necessariamente destinati a divergere, dividersi e contrapporsi.
    Basti dire che l’interesse europeo attuale è quello di avere rapporti pacifici e di buon vicinato sia con il mondo arabo-islamico che con la Russia, ma anche con la Cina o l’America Latina. Con il crollo dell’URSS l’Europa occidentale non si sente più minacciata; anzi l’attuale Russia è percepita come un buon partner almeno commerciale.
    L’interesse dell’imperialismo americano, al contrario, è di uno stato di guerra e di conflittualità generale per l’appropriazione delle materie prime, specie il petrolio, ma anche per riversare su guerre esterne la crisi economica interna (ben precedente all’11 settembre) con un surplus di produzione nel campo militare.
    Insomma tra la solita antitesi tra “burro e/o cannoni” l’Amministrazione Bush ha scelto i “cannoni”, i missili, le atomiche ecc…per continuare ad avere anche il “burro”!
    E questo è particolarmente vero specie di fronte ad una crisi economico-finanziaria mondiale oramai alle porte e che sarà devastante per tutte le economie.

    Pensa che l'insorgere di un simile conflitto possa danneggiare alquanto le relazioni esistenti tra Europa e Stati Uniti, e se sì quanto profondamente? In particolare quanto estesamente si rifletterà nelle già difficili relazioni economiche tra Europa e USA?

    Per dirla volgarmente, in termini popolani, quando una coperta è troppo corta per coprire due persone, si assiste ad un tira-tira il cui risultato non può che essere o la rottura della coperta o l’appropriazione di uno dei due contendenti.
    Ancora una volta nella Storia la Geopolitica, cioè l’interesse di un popolo nel proprio spazio vitale e nella propria posizione mondiale, prende il sopravvento su qualsiasi sovrastruttura ideologica, propagandistica, religiosa o simili.
    E l’Europa fa necessariamente parte integrante di una massa continentale euroasiatico-africana che la separa nettamente dall’America.
    Si delinea a distanza l’ennesima contrapposizione fra “Terra” e “Mare” in dimensione planetaria.
    Certo l’attuale asse Parigi-Berlino-Mosca estesa fino a Pechino e Pyongyang è quanto mai provvisoria e contingente, dettata più dalla paura dei vari governi per lo strapotere USA che non da una reale coscienza geopolitica di Francia, Germania, Russia e Cina.
    Eppure PROPRIO QUELLA E’ LA VIA: la collaborazione e domani l’unità dell’Europa dall’Atlantico al Pacifico, quindi Europa + Russia intera, resta l’unica alternativa potenziale di fronte al dominio mondiale degli Stati Uniti. Dominio la cui conseguenza non potrebbe che essere l’asservimento dell’Europa per un altro secolo e la DISINTEGRAZIONE della Federazione Russa in tempo molto più breve.
    Francamente non credo che gli attuali governanti degli stati europei siano in grado, o anche solo vogliano veramente arrivare ad una rottura e ad una contrapposizione agli Stati Uniti. Ma non è vero il contrario.
    Un piccolo aneddoto: sono già in circolazione adesivi su automobili americane con la simpatica scritta “Oggi l’Iraq, domani l’Europa”!
    L’ampiezza e l’estensione di una frattura che esiste nei FATTI e comincia a farsi largo nelle COSCIENZE europee dipenderà molto, ancora una volta, da eventi e scelte che si prenderanno fuori dall’Europa.
    Per esempio: SE le Forze Armate statunitensi non riuscissero a piegare in breve tempo la resistenza irachena ( e poi, dopo poco tempo, toccherà all’Iran) o se, peggio ancora per Washington, Bush fosse in qualche modo costretto a NON invadere l’Iraq.
    In tal caso l’ Asse europeo giocherebbe un nuovo ruolo centrale economico e politico, recuperando gli stati rivieraschi (Spagna, Portogallo, Italia, Grecia, la stessa Turchia) e quelli dell’Est, che sono filo-americani per paura di Mosca.
    O ancora: SE la Russia cambiasse politica e tornasse a giocare sulla scena mondiale il ruolo che le compete.

    Quale tipo di posizione dovrebbe assumere la Russia nello svilupparsi della contrapposizione tra Europa ed USA?Quale sarebbe per la Russia la migliore tattica di comportamento per guadagnare il massimo dei profitti politici?

    Mi si permetta di dire che la terza domanda è mal posta.

    Altro che “highest political dividends”! Qui ed ora è in gioco la SOPRAVVIVENZA STESSA DELLA RUSSIA nella sua unità statale.
    Vista da un osservatorio esterno la politica estera condotta dal governo Putin fino a tutto il 2002 è stata letteralmente folle, autolesionistica e, in potenza, suicida.
    La seconda guerra cecena, che pur ha fatto vincere le elezioni, ha dimostrato che la Russia non riesce a vincere e sottomettere neanche un piccolo popolo montanaro determinato a resistere (e ricordiamo che l’Afganistan fu la pietra tombale dell’URSS, allora seconda potenza mondiale).
    Persino l’azione delle forze speciali al teatro Dubrovka di Mosca, spacciata per un successo con 130 ostaggi uccisi (!) , ceceni a parte, ha fatto inorridire gli europei, risvegliando antichi fantasmi sulla presunta barbarie russa.
    Contare sugli Stati Uniti come alleati è addirittura tragicomico.
    L’alleanza e la collaborazione offerta dopo l’11 settembre a “enduring freedom” ha portato la talassocrazia a stelle e strisce a penetrare profondamente verso il cuore dell’Eurasia, l’Hearthland mackinderiano, ben dentro la oramai vuota CSI, a cuneo tra Russia siberiana e retroterra cinese. E la Cina con la Russia sarà l’obiettivo strategico finale della conquista del mondo USA.
    Purtroppo credo che abbia ragione il vostro deputato Lukin di Jabloko: “Se gli Stati Uniti inizieranno un’azione unilaterale [in Iraq] noi naturalmente protesteremo, ma dobbiamo ammettere che non potremo fare nulla”!
    Eppure la Russia, impotente anche nel difendere la Serbia ortodossa, è sempre stata un alleato naturale dell’Iraq; a prescindere dagli interessi petroliferi della Lukojl, con la recente crisi rientrata dopo la visita di Sultanov a Bagdad, e a quelli più generali, geopolitici, in tutto il Medio Oriente.
    Eppure mai momento è stato più favorevole per Mosca dell’attuale per riassumere un ruolo GUIDA nella politica mondiale, in quella europea e araba in particolare.
    La chiave della risposta alle prime due domande sui rapporti tra Usa ed Europa sta proprio nella terza: il ruolo della Russia. Una scelta OBBLIGATA, pena la futura disintegrazione di quel che resta dell’ex impero.
    La Russia come primo passo deve chiudere la questione Cecenia, trattando direttamente con i capi ceceni, veramente rappresentativi del proprio popolo e disposti alla pace con onore. Questo oltre tutto permetterebbe di riavvicinare Mosca al mondo arabo e islamico, riproponendola nel ruolo che ebbe per oltre quaranta anni.
    Credere come pensa qualcuno che la Russia potrebbe domani giocare la carta sionista, magari facendo leva sui russi, ebrei e non, emigrati in Israele, staccando l’entità sionista dall’alleanza con gli USA è un’assurdità che supera ogni commento. Una negazione della ragione politica e geopolitica, come della storia stessa tra i popoli, per non parlare della religione e dell’escatologia.
    Soprattutto la Federazione dovrebbe porsi con fermezza a difesa di Francia e Germania in questo frangente, nonché fornire a Bagdad e Teheran tutto l’appoggio che può.
    Ma prima ancora il popolo russo, i suoi intellettuali, le sue forze armate dovrebbero fare una scelta coraggiosa e definitiva, dettata proprio dalla sua storia e dalla geopolitica che, per posizione ed estensione, mantiene la Russia in un ruolo centrale eurasiatico. Non credo affatto che la Russia non abbia più i mezzi per contrastare l’imperialismo egemonico della talassocrazia mondiale. Quello che manca è la VOLONTA’.
    Quello che manca è una CLASSE DIRIGENTE che abbia una chiara visione geopolitica e quindi una determinazione assoluta ad attuarla.
    Quello che manca è una nuova IDEA, una nuova visione del mondo (come fu per l’Ortodossia o il Comunismo), una MISSIONE SALVIFICA che esalti e spinga al riscatto.
    Eppure questo è il paese che ha prodotto un Ivan , un Pietro, un “uomo d’acciaio”.
    Capi politici e militari che conquistarono immensi territori, fondarono un impero plurisecolare, aprirono i mari e gli oceani alle flotte dello Zar o tramutarono, col sudore e col sangue, con l’acciaio” appunto, un paese agricolo semifeudale nella seconda potenza terrestre di tutti i tempi.
    Se l’America si dice terrorizzata da un Bin Laden o da un Saddam Hussein, cosa farebbe di fronte ad una Russia con i potenziali atomici ancora intatti unita ad un’Europa potenza economica e finanziaria, in alleanza con la promessa del futuro, la Cina?
    Del resto NON c’è alternativa, né per l’Europa né soprattutto per la Russia. Quando la talassocrazia americana si sarà saldamente insediata in tutto il Rimland eurasiatico, nella Fascia Marginale, inizierà l’offensiva finale contro i due colossi rimasti: Cina e appunto Russia. Un’offensiva che prevede lo sfaldamento delle varie componenti etniche e religiose, iniziando dall’esterno verso il cuore. Centro Asia, Caucaso, Vladivostock per voi, Sinkiang, Tibet, Taiwan per la Cina.
    Alla fine sarà molto se resterà il “Principato di Moscovia” con un governatore yankee, come previsto ora per l’Iraq del dopo Saddam.
    Sono sempre assolutamente convinto che la III Guerra Mondiale sia già cominciata. Quarta se consideriamo la cosiddetta Guerra Fredda persa dai russi e vinta dagli americani.
    E’ iniziata ufficialmente l’11 settembre, ma fu preparata dal 1991, crollo dell’Urss, o meglio ancora dal maggio ’45, dalla caduta di Berlino, se proprio non vogliamo andare ancora dietro nel tempo…
    L’11 settembre l’Amministrazione Bush ha ripetuto la trappola di Pearl-Harbour per i giapponesi, estendendola al mondo intero.
    L’inganno non è durato molto. Per qualcuno, più lucido e cosciente della storia e della geografia non è durato neanche un istante. Il problema attuale non è ovviamente quello di fare la guerra alla superpotenza egemone che nel suo delirio di onnipotenza scavalca anche l’ONU (il suo “zerbino”) e persino la NATO: il problema è creare un fronte unito che IMPEDISCA AGLI USA DI FARE GUERRE, usando una minaccia credibile. La pace, in questa fase storica dell’economia mondiale, sarebbe per gli USA la peggiore delle sconfitte perché l’impero americano collasserebbe proprio sotto il peso del suo ipertrofismo militar-industriale inutilizzato ed incapacitato a raggiungere le fonti energetiche necessarie e gli obiettivi geostrategici prefissati per l’assalto finale all’Eurasia.
    Ora i popoli e qualche governo dell’Europa, il mondo arabo, l’Islam intero, la Cina, persino parte dell’America Latina stanno, pian piano, con molta titubanza, prendendo coscienza della realtà, quasi uscissero da un incubo durato 100 anni.
    E i russi ? Ancora una volta hanno in mano le chiavi che aprono il futuro. O sapranno e vorranno usarle o…resteranno sepolti sotto le macerie della loro stessa “casa Russia”.
    Sinistra Nazionale!

  2. #2
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    O Hitler a Mosca, o Stalin a Lisbona! Fuori gli yankee!!
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    onore a Carlo!

  3. #3
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    Citazione Originariamente Scritto da Sabotaggio Visualizza Messaggio
    onore a Carlo!
    sempre!

  4. #4
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    OMAGGIO A CARLO TERRACCIANO

    Torino, 14 ottobre 2006



    A poco più di un anno dalla scomparsa del grande Carlo Terracciano, BMPT decide di organizzare una serata in onore di una delle figure più rivoluzionarie che il panorama politico italiano abbia mai conosciuto da decenni a questa parte. Teatro dell’iniziativa, un “Asso di Bastoni” che, consentiteci la metafora calcistica, registrava il tutto esaurito.

    Potrebbe apparire quasi singolare, come ha spiegato un rappresentante di Progetto Torino all’inizio della serata, che ad organizzare quest’appuntamento sia stato un gruppo che di Carlo non aveva una conoscenza personale, diretta; tuttavia, la forza delle idee che scaturisce dai suoi scritti ha creato quell’affinità ideale che ha fatto sì che nel capoluogo piemontese si tenesse quest’importante incontro. Ad aprire la serie di interventi è Alessandra Colla, direttrice di “Orion”, quel “punto nero in una galassia rossa e punto rosso in una galassia nera” al quale Carlo collaborò per alcuni anni. Nel suo intervento, la Colla ha sottolineato il profondo legame umano che l’aveva legata a Carlo per oltre vent’anni. Una profonda stima che, spiega la Colla, nasceva dalla grande umanità di Terracciano, ma anche dal grande entusiasmo che caratterizzava quest’Uomo, oltre alla sua grande onestà intellettuale. Va da sé che una personalità forte come quella di Carlo potesse portare ad alcuni dissapori interni alla redazione della rivista, e così la collaborazione al mensile non conforme non ebbe lunga vita. Ma non venne meno l’amicizia con Carlo, del quale, sottolinea la Colla, andava ammirata la grande eticità: egli era una persona molto rigorosa sul piano personale e fino all’ultimo rimase un lucido critico del mondialismo. Già dall’inizio degli anni ’80 (!!) Terracciano aveva portato una ventata di novità in un ambiente politico marcio e soffocato dalle logiche di partito. Precorrendo i tempi, aveva ben presente il ruolo chiave della geopolitica nella lettura e nell’interpretazione degli assetti planetari.
    La lotta al mondialismo e all’americanismo imperante erano i capisaldi della sua battaglia; la forza innovatrice delle sue idee stava proprio nel mettere in discussione quelli che erano i punti fermi nell’immaginario di un certo ambiente, quasi totalmente dedito all’anticomunismo e ad un viscerale filoatlantismo. Nelle sue analisi non amava fermarsi in superficie, ma scendeva nella profondità delle questioni, metteva in dubbio certezze che sembravano radicate, grazie ad un’eccellente preparazione intellettuale che gli consentiva di leggere molto chiaramente gli eventi. Carlo non aveva né eroi né bandiere né mostri sacri; anche grazie alla sua collaborazione, “Orion” aveva storicizzato le esperienze fascista e nazionalsocialista, la qual cosa consentì alla rivista di farsi largo in ambienti cosiddetti “di sinistra” e, di contro, di essere guardata con diffidenza da ambienti cosiddetti “di destra”. Carlo era capace di rompere gli schemi: la decisione di recensire su “Orion”, assieme ad Alessandra Colla, una rivista omosessuale francese suscitò scalpore e attirò le ire di cattolici, conservatori e reazionari.
    Tutte queste qualità erano combinate ad una profonda sensibilità e rispetto per la religiosità della natura, testimoniata dalle fotografie che “Orion” pubblicò nel numero monografico dedicato a Terracciano, un anno fa. Fotografie che lo ritraggono in montagna, immerso nella natura e sereno.

    Terminato l’intervento della direttrice di “Orion”, è stato l’editore di “Eurasia” Claudio Mutti a prendere la parola. Il sodalizio con Terracciano, cominciato trent’anni fa, culminò il 29 maggio 2004 con la fondazione del CPE e la nascita della rivista di studi geopolitici “Eurasia”. E’ in particolare alla collaborazione di Carlo alla rivista, che Mutti dedica il suo intervento. Una collaborazione durata purtroppo per soli quattro numeri, causa la prematura scomparsa del grande militante eurasiatista. Nel primo articolo, Turchia ponte d’Eurasia, già emergono l’influenza che ebbero nella formazione del Nostro due autori come Adriano Romualdi e Julius Evola, e la conseguente rilevanza che per lui ebbe il fattore mitico. Nel suddetto articolo, infatti, l’autore fa riferimento al mito dell’origine delle dieci tribù turche e dell’esodo in Anatolia del popolo turco. Oltre ad Evola e Romualdi, Terracciano attinge in quest’articolo all’opera di Jean-Paul Roux, la cui concezione di impero appare molto vicina alla concezione imperiale eurasiatica di Terracciano. Passate in rassegna le vicende degli Ottomani, l’autore smonta brillantemente, uno per uno, i tendenziosi pretesti atlantisti atti a giustificare la contrarietà dell’“Occidente” all’ingresso di Ankara nell’Unione Europea. Ma l’alleanza dell’Europa con la Turchia, così come realizzata agli inizi del ‘900, è un’irrinunciabile condizione per chiunque abbia cuore il destino dell’Eurasia, considerata la sua enorme importanza dal punto di vista geo-strategico.
    Il secondo numero di “Eurasia” è dedicato all’Islam, e nel suo articolo Il Libro, la spada, il deserto Terracciano affronta la tematica relativa alla penetrazione dell’Islam in Eurasia. L’analisi è come di consueto costellata di riferimenti mitologici e filosofici. L’articolo è teso a smentire la concezione positivista ottocentesca che considera l’Islam “religione del deserto”, in opposizione al politeismo quale “religione della foresta”. Senza addentrarsi a fondo nell’analisi di tale articolo, vale la pena di sottolineare in questa sede la profondità delle analisi di Terracciano; l’Islam, così radicato e diffuso in Eurasia, costituisce per essa una preziosissima risorsa. Siamo quindi lontani anni luce dalle volgari strumentalizzazioni atlantiste che farebbero dell’Islam una religione orientale estranea alla “cultura” democratica occidentale.
    Nel terzo articolo, Europa, Russia, Eurasia: una geopolitica orizzontale, Terracciano replica ad un articolo di Dugin apparso sul primo numero; per quest’ultimo, il grande spazio euroafricano ed eurasiatico andrebbe diviso secondo tre grandi direttrici verticali. Per il Nostro, invece, è da preferirsi una geopolitica di tipo orizzontale, perché tale è la direttrice lungo la quale si articola quest’immenso spazio geopolitico, al contrario dell’America, che si sviluppa lungo linee verticali. Una visione, questa, che lega naturalmente l’Europa a Mosca, l’una necessaria all’altra affinché l’Eurasia non sia alla mercè dell’Alleanza Atlantica. Sarà quindi necessario che, per il loro bene, entrambe le entità geopolitiche mettano da parte i pregiudizi che hanno l’una nei confronti dell’altra. Se di Occidente e di Oriente si deve parlare, infatti, la linea di demarcazione che separa questi due mondi non è quella comunemente adottata – la catena montuosa degli Urali - bensì quell’immensa distesa d’acqua che è l’Oceano Atlantico: al di qua di esso, l’Eurasia della Luce e del sorgere del Sole. Al di là, il Nord America delle Tenebre e del Tramonto. I popoli latinoamericani, uniti idealmente a quelli euro-afro-asiatici nella comune lotta contro l’omologazione a stelle e strisce, non farebbero certamente parte di quest’ultimo.
    Mutti giunge alla conclusione del suo intervento ricordando che l’ultimo articolo di Carlo, I Mediterranei del mondo, è anche il più breve, e ciò a causa dell’avanzare del male che lo stava pian piano divorando. Anche in questo breve ma pregnante saggio, Terracciano cita un autore che gli è molto caro, ossia Carl Schmitt; grande rilevanza ha per il Nostro, difatti, il dualismo fra terra e mare, chiave di lettura fondamentale per comprendere la geopolitica. All’interno del globo terracqueo, argomenta Terracciano, si possono distinguere tre Mediterranei, tutti e tre caratterizzati dalla presenza, al proprio centro, di un’isola di rilevanza strategica enorme per il controllo dell’area stessa; l’autore individua il Mediterraneo con al centro la Sicilia, il mare al largo della massa continentale cinese e indocinese con al centro Taiwan, e il Golfo del Messico con al centro Cuba. Questo articolo sarà l’ultimo contributo di Terracciano ad “Eurasia”.
    Mutti conclude il suo intervento salutando l’amico con una punta di commozione: “Vale, amice carissime, ave atque vale”, le stesse parole che avevano salutato la fine dell’esistenza terrena di Carlo sul numero di “Eurasia” che ne aveva ospitato l’ultimo articolo.

    E’ quindi la volta di Preve nel raccontare di Carlo. Quella del filosofo torinese è la storia, come egli precisa subito, di un incontro mancato. Il suo unico contatto con Terracciano, risalente a qualche settimana prima della sua scomparsa, è consistito in una telefonata di una decina di minuti, durante la quale i due si ripromisero di incontrarsi più avanti. Questo incontro, com’è noto, non è mai avvenuto. Fra i due, che si conoscevano per aver letto l’uno gli articoli dell’altro, vi era, come precisa Preve, una sorta di “accordo intellettuale”: entrambi erano schierati contro la guerra occidentalistica di civiltà. Il fatto che i due avessero una formazione politica completamente diversa e una differente concezione dell’Eurasia (imperiale l’uno, federale l’altro) non avrebbe pregiudicato, Preve ne è certo, la stima reciproca che stava venendosi a creare. Terracciano ben aveva compreso infatti la logica della collaborazione dello studioso di Marx alla rivista: una diversa “anagrafe ideologica” non avrebbe impedito ai due di collaborare attivamente: non è stato così per il sodalizio Preve-Mutti e non lo sarebbe sicuramente stato fra il filosofo torinese e l’eurasiatista toscano.
    Al contrario purtroppo di molti ex-amici di Preve, i quali, venuti a conoscenza della sua collaborazione esterna ad “Eurasia”, hanno preferito evitare di “frequentarlo” ulteriormente. Si tratta di quello che Preve ha chiamato “tabù dell’impurità”: il minimo contatto, anche disinteressato e scevro da bassi calcoli di opportunismo, con personaggi appartenenti a differenti identità politiche viene bollato come tradimento, censurato, si viene tacciati di esser passati dalla parte del nemico e, dulcis in fundo, condannati alla damnatio memoriae. Questo ciò che è accaduto a Preve, che coraggiosamente ha continuato e continua a dare liberamente il suo apporto alla rivista.
    Si accennava poc’anzi ad una differente “anagrafe ideologica” fra Preve e Terracciano: figlio di Spinoza, di Hegel, di Marx, della rivoluzione francese e dell’illuminismo il primo, intellettualmente più vicino alla tradizione del mito ed a Nietzsche il secondo. Nonostante queste differenze, sia Terracciano che Preve concordavano su molte cose: ad esempio, la nevrosi identitaria che ha caratterizzato la misera storia d’Italia degli ultimi sessant’anni ha fatto sì che, terminata l’esperienza storica del fascismo, il paese fosse diviso in due campi trincerati e non comunicanti tra loro, destra e sinistra; questa guerra simulata e tenuta artificiosamente in piedi per oltre cinquant’anni ha creato quell’estremismo di centro che ha soffocato – e soffoca tuttora - l’Italia.
    Preve prosegue nella sua analisi e parla di un antifascismo senza fascismo e di un anticomunismo senza comunismo. Tutto questo Terracciano aveva certamente compreso, e la sua è stata, come tante altre, la tipica figura della persona tragica, ossia morta prima che potesse vedere i frutti del suo prezioso lavoro. Bisogna seguire, secondo il filosofo torinese, la strada che anche Terracciano ha tracciato: analizzare l’oggi senza farsi travolgere dalla barbarie che travolge il presente, quel politicamente corretto che intorpidisce le menti.

    Nella conclusione, spazio per un sentito ed affettuoso ricordo di Carlo da parte di Salvatore Francia, che ha ricordato il suo ultimo incontro con Terracciano e il momento in cui Telesur, la prestigiosa emittente sudamericana, gli comunicò che avrebbe trasmesso la registrazione della conferenza veronese di Carlo.
    Durante la preparazione della cena è stato poi proiettato il video della conferenza suddetta: Acqua e petrolio, le guerre del nuovo millennio.

    Il momento conviviale è stata la degna conclusione di un’intensa e significativa serata; i presenti, prima di consumare il lauto pasto preparato per loro nelle cucine dell’“Asso di Bastoni”, hanno dedicato un brindisi alla memoria del grande Carlo Terracciano.



    Augusto Marsigliante

  5. #5
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    Carlo Terracciano ed "Eurasia"

    Carlo Terracciano ha scritto per “Eurasia” quattro articoli che sono quattro veri e propri saggi di geopolitica. Il primo riguarda la Turchia, il secondo l’Islam, il terzo concerne il rapporto dell’Europa con la Russia, il quarto e purtroppo ultimo è sui “Mediterranei del mondo”. Esaminiamoli a uno a uno.
    Dal primo articolo, Turchia, ponte d’Eurasia, traspare l’influenza di due autori particolarmente cari a Carlo: Julius Evola e Adriano Romualdi.
    Da buon lettore di Evola, Carlo attribuisce al fattore mitico un’importanza fondamentale. Ricordo che in una conferenza tenuta a Brescia esordì richiamandosi al mito di Europa, la principessa fenicia che fu rapita da Zeus sulla spiaggia di Tiro. In questo articolo invece Carlo esordisce citando due miti d’origine relativi ai popoli turchi. Il primo è quello del bambino sopravvissuto alla strage dei T’u-küe (così venivano chiamati i Turchi nelle fonti cinesi) che, allattato da una lupa come Romolo e Remo, diede origine alle dieci tribù turche. Il secondo mito è quello famoso del lupo grigio che, attraverso deserti e montagne condusse una parte del popolo turco nella nuova patria anatolica.
    All’inizio dell’articolo, viene fatto cenno al rapporto fra Prototurchi e Indoeuropei, gli uni e gli altri popolazioni nomadi di cacciatori-allevatori che, scrive Carlo con quel certo pathos un po’ romantico che a volte caratterizza la sua prosa, “correvano libere nell’immenso spazio settentrionale dell’Eurasia, dalle gelate steppe siberiane agli aridi deserti del centro Asia, fino ai contrafforti del Pamir e dell’Altai”. Si intravede qui la lezione di Adriano Romualdi, che nel suo studio su Gli Indoeuropei (Ar, 2004, p. 82) aveva fatto notare come ancora nel sec. X un popolo indoeuropeo fosse presente nel Turkestan cinese.
    Ma accanto all’influenza di Evola e di Romualdi, questo articolo sulla Turchia rivela anche altri debiti culturali. Carlo attinge le proprie nozioni sui Turchi dall’opera del grande turcologo Jean-Paul Roux, del quale riporta in esergo un brano che deve essergli sembrato significativo. Tale brano inizia così: “I Turchi hanno la vocazione imperiale. Essi sono per eccellenza i sovrani della terra”. (Da intendersi, ovviamente, in relazione a quel dualismo tipicamente geopolitico, “terra-mare”, che per Carlo è un concetto fondamentale). Il brano citato prosegue così: “I loro imperi (…) sono dei mosaici di popoli che essi tentano di far vivere insieme nell’armonia lasciando loro, sotto un potere fortemente centralizzato e dispotico, la loro identità, la loro lingua, la loro cultura, la loro religione, spesso i loro capi”. È facile capire che in questa caratterizzazione degli imperi turchi Carlo ha visto un profilo che si avvicina notevolmente a quello che egli riconosce come il modello ideale di impero.
    L’articolo passa in rassegna le vicende storiche dei Turchi Ottomani, che secondo Carlo hanno ereditato la funzione imperiale di Bisanzio; arrivato ai giorni nostri, si sofferma sulla vexata quaestio dell’ingresso turco nell’UE. Secondo Carlo, “la chiusura alla Turchia su base religiosa” (vale a dire “sulla base di una presunta ‘unità cristiana’ dell’Europa”) “è ovviamente pretestuosa, se solo si consideri come l’Albania e la Bosnia (…) siano paesi (…) a grande maggioranza islamica” e che “forti minoranze musulmane (…) sono presenti in Stati come la Macedonia, la Bulgaria, la Moldova, la Serbia (…), per non parlare ovviamente della Federazione Russa. Senza considerare l’immigrazione (…) turco-curda (…) che, solo in Germania, conta un milione e mezzo di lavoratori con le loro famiglie”.
    Parimenti pretestuosa è la chiusura alla Turchia fondata su criteri etnolinguistici, poiché, argomenta Carlo, “anche gli Ugrofinni hanno una base linguistica certo non indoeuropea e più vicina ai Turchi (Uiguri); eppure le nazioni moderne che nascono da queste migrazioni sono considerate europee a tutti gli effetti: Finlandia, Estonia, Ungheria”.
    La Turchia, secondo Carlo, costituisce un vero e proprio ponte eurasiatico, poiché fonde in un unico Stato “la componente originaria turanica del centro dell’Asia, quella europea, retaggio di 500 anni di storia (ma anche di recenti migrazioni e future aspettative politiche) e la religione e cultura islamica. Sotto il profilo geostrategico la Turchia è “ponte d’Eurasia” per il fatto che costituisce un “anello di congiunzione tra l’Europa e l’area del Golfo Persico e del Vicino Oriente, così strategicamente importante e determinante anche per le economie mondiali, con i suoi giacimenti petroliferi”.
    Applicando un criterio tipicamente geopolitico, Carlo afferma che il “destino della nuova Turchia” è, se non determinato, “segnato” dalla stessa collocazione geografica di questo paese. E il destino dell’Europa, aggiunge, “è a sua volta strettamente connesso a quello turco”. Sarà perciò “necessario, indispensabile per l’Europa come per la Turchia riannodare e rinsaldare l’alleanza dell’inizio del secolo scorso”, cioè quell’alleanza che con la Turchia era stata stabilita dagli imperi centrali: l’Austria-Ungheria e il Secondo Reich.
    Oggi più che mai, conclude Carlo, la “fortezza turca” è una delle chiavi di volta dell’alleanza eurasiatica.

    *

    Il secondo articolo, intitolato Il Libro, la spada, il deserto, riguarda la diffusione dell’Islam sul continente eurasiatico.
    Anche qui troviamo in epigrafe un brano rivelatore del gusto un po’ romantico di Carlo; si tratta di un passo degli Eroi di Thomas Carlyle, nel quale viene sintetizzato il risultato storico dell’azione del Profeta Muhammad, uno dei personaggi scelti dallo scrittore scozzese per rappresentare il tipo dell’eroe. E il brano di Carlyle fa degnamente il paio con un altro brano celeberrimo, che Carlo riporta nel contesto dell’articolo: sono le parole scritte da Nietzsche sulla distruzione della civiltà islamica della Spagna, parole che Carlo qualifica come “struggenti”, perché ne condivide lo spirito, lui che in uno dei suoi numerosi viaggi ha visitato l’Alhambra di Granada.
    Ed anche in questo articolo viene rievocato un episodio avvenuto, direbbe Eliade, in illo tempore, un episodio che, se non può essere propriamente definito “mitico”, appartiene tuttavia alla ierostoria: è la vicenda di Agar e di Ismaele, ambientata nel luogo centrale della geografia sacra islamica.
    Dovendo esaminare il fenomeno della nascita e della diffusione dell’Islam da un’angolatura geopolitica, che in quanto tale sottolinei lo stretto rapporto dell’evento spirituale, culturale e politico con l’ambito geografico, Carlo non poteva non citare la concezione riduzionista, tipica del positivismo ottocentesco, secondo la quale, mentre il politeismo sarebbe la “religione della foresta”, il monoteismo sarebbe invece la “religione del deserto” e l’area dell’espansione islamica coinciderebbe con quella in cui la media della piovosità annua è inferiore ai dieci pollici!
    Per quanto propenso a rivolgere un’attenzione particolare al fattore geografico (lui stesso riferisce una definizione del deserto come luogo del risveglio, della luce, dell’impersonalità), Carlo respinge nettamente i luoghi comuni di matrice positivista che assolutizzano il fattore ambientale, giudicandoli frutti di un “determinismo geopolitico inadatto a spiegare grandi costruzioni storiche, politiche, militari e religiose ben più complesse e peraltro sviluppatesi in ambienti urbani”. E questa puntualizzazione mi pare piuttosto importante, perché smentisce quella bizzarra accusa di “marxismo geografico”, cioè di determinismo geografico, che è stata lanciata all’indirizzo del metodo geopolitico rappresentato dalla rivista “Eurasia”.
    Ripercorrendo le vicende storiche che videro l’Islam unificare nel giro di poco più d’un secolo lo spazio compreso tra Gibilterra e l’Indo, Carlo mostra molto bene come lo stereotipo dell’Islam quale presunta “religione del deserto” non regga affatto al confronto con la complessità del fenomeno islamico. Ad esempio, egli sottolinea con notevole acume il fatto che “lo scontro fra l’idealizzato Islam meccano e medinese delle origini e quello oramai vittorioso e insediato nelle grandi capitali del Vicino Oriente”, quello scontro che potrebbe essere riduttivamente definito come “lo scontro fra il deserto e la terra fertile dei sistemi potamici irrigui”, abbia dato luogo all’opzione sciita dell’Iran: sarà proprio “la terra indoeuropea dello zoroastrismo”, osserva Carlo, a rivendicare “la linea diretta con il Profeta”, cioè l’eredità privilegiata dell’Islam originario!
    L’articolo si conclude con una valutazione dell’importanza dell’Islam per l’Eurasia. L’area storicamente islamica, secondo Carlo, “rappresenta una cerniera, un collegamento ideale, una saldatura tra l’Eurasia a nord, cioè l’Europa con la Russia siberiana fino a Vladivostok, e le altre parti della massa eurasiatico-africana: l’Africa nera appunto, il subcontinente indiano, la stessa Cina, l’Indocina e l’Indonesia. Ovunque infatti, anche in questi territori più o meno estranei al fenomeno dell’esplosione islamica dei due secoli dopo Muhammad, sono presenti forti comunità musulmane. Un patrimonio per l’Eurasia e non certo un pericolo, come vorrebbe oggi la propaganda terroristica occidentalista, sullo stile dello ‘scontro di civiltà’ alla Huntington”.

    *

    Nel terzo articolo (Europa-Russia-Eurasia: una geopolitica “orizzontale”) Carlo affronta alcuni concetti squisitamente geopolitici, instaurando un rapporto dialettico con le tesi esposte sul primo numero di “Eurasia” dal geopolitico russo Aleksandr Dugin, in un lungo scritto intitolato L’idea eurasiatista.
    Dugin prospetta l’Eurasia dei “tre grandi spazi vitali, integrati secondo la longitudine”, tre cinture eurasiatiche che si estendono da nord a sud, nel senso dei meridiani. Tale suddivisione secondo sfere d’influenza verticali, osserva Carlo, costituisce una ripresa delle pan-idee di Karl Haushofer, il quale teorizzava un emisfero orientale – il nostro - geopoliticamente diviso in uno spazio eurafricano, uno spazio panrusso esteso fino all’Oceano Indiano ma privo dello sbocco al Pacifico e, infine, uno spazio estremo-orientale comprendente Giappone, Cina, Sud-Est asiatico e Indonesia. A questo schema haushoferiano Dugin ha apportato alcune modifiche richieste dalla situazione internazionale odierna, assegnando alla seconda fascia anche il Vicino Oriente e la Siberia fino a Vladivostok.
    Carlo, che giudica fondamentale il contributo dato da Dugin alla dottrina geopolitica e alla lotta di liberazione eurasiatica, ritiene necessario allargare la prospettiva dughiniana delle aree verticali, e scrive: “Alle pan-idee ‘verticali’ haushoferiane, che interpretate alla luce dell’assetto internazionale attuale assumono oggi vago sapore neocolonialista (l’esatto contrario delle posizioni anticoloniali del padre della geopolitica tedesca), noi sostituiamo la visione di una collaborazione paritaria e integrata fra realtà geopolitiche omogenee disposte a fasce orizzontali in Eurasia e in Africa”.
    Che cosa sia la prospettiva geopolitica orizzontale, Carlo lo spiega fin dalle prime righe di questo studio. “L’Eurasia – egli esordisce – è un continente ‘orizzontale’, al contrario dell’America che è un continente ‘verticale’”. Anzi, tutta quanta la massa continentale dell’emisfero orientale è costituita di unità omogenee disposte in senso orizzontale: “È lo stesso senso di marcia – scrive – seguito dai Reitervölker, i ‘popoli cavalieri’ che corsero l’intera Eurasia fin dai più remoti tempi preistorici, i tempi dei miti e delle saghe dell’origine”.
    Traducendo questa visione in termini geopolitici, Carlo prospetta “l’integrazione della grande pianura eurasiatica settentrionale dal canale della Manica allo stretto di Bering”. A questa prima fascia orizzontale si affiancano, in altre fasce orizzontali, le altre unità geopolitiche dell’Eurasia e dell’Africa: il grande spazio arabo del Nordafrica e del Vicino Oriente, il grande spazio trans-sahariano, il grande spazio islamico compreso fra il Caucaso e l’Indo eccetera.
    In questa prospettiva, è naturale che l’Europa si integri in “una sfera di cooperazione economica, politica e militare con Mosca”, altrimenti “sarà usata nell’ambito NATO dagli americani come una pistola puntata su Mosca”. La Russia infatti non può pensare di fare a meno dell’Europa, anzi. Da un punto di vista russo “l’unica sicurezza per i secoli a venire non può esser rappresentata che dal controllo sotto qualsiasi forma delle coste della massa eurasiatica settentrionale, quelle coste che si affacciano sui due principali oceani mondiali, l’Atlantico e il Pacifico”.
    La necessità dell’integrazione geopolitica di Europa e Russia impone sia agli Europei sia ai Russi la revisione definitiva di certe contrapposizioni. La “contrapposizione ‘razziale’ tra euro-germanici e slavi”, scrive Carlo, “fu uno dei grandi errori della Germania”. Ma anche i Russi devono eliminare i residui di quella eurofobia che, nata dalla giusta esigenza di rivalutare la loro componente turco-tatara, li ha indotti talvolta a contrapporre in maniera radicale la Russia all’Europa germanica e latina, magari confondendo quest’ultima con l’Occidente “atlantico” e, aggiunge Carlo, “con la mentalità razionalista, positivista e materialista propria degli ultimi secoli”.
    Invece, incalza Carlo, “se ancora di Occidente ed Oriente si può e si deve parlare, la linea di demarcazione deve essere posta tra i due emisferi, tra le due masse continentali separate dai grandi oceani”, sicché il vero Occidente, la terra del tramonto, risulterà essere l’America, mentre l’Oriente, la terra della luce, coinciderà col Continente antico: Eurasia ed Africa.

    *

    Il canto del cigno di Carlo è un articolo intitolato I Mediterranei del mondo, la cui brevità denota l’esaurimento delle energie dell’autore. Tuttavia sono cinque o sei pagine che non sfigurerebbero affatto in una eventuale antologia di scritti geopolitici.
    Anche qui le citazioni epigrafiche iniziali sono ben rappresentative del pensiero di Carlo in generale e del contenuto di questo articolo in particolare. La prima citazione, infatti, è una frase di Schmitt relativa a quel dualismo terra-mare al quale Carlo si richiama costantemente, mentre le altre tre citazioni si riferiscono ad altrettanti miti concernenti i tre “mediterranei del mondo”.
    Oltre al Mediterraneo propriamente detto, la cui caratteristica consiste nel “penetrare a fondo nella massa euro-afro-asiatica nel senso orizzontale, quello dei paralleli”, esistono altri due mari che, in quanto situati “in mezzo alle terre”, potrebbero esser chiamati “mediterranei”: uno si trova in Asia, “tra la costa della massa continentale sino-indocinese e la collana di isole che si frappongono al grande Oceano Pacifico”, mentre l’altro è in America ed è formato dal Golfo del Messico e dal Mar dei Caraibi.
    Carlo nota una caratteristica che li accomuna tutti e tre: “al centro di questi sistemi marittimi interni vi è sempre un’isola di grandi dimensioni che li divide in due metà pressappoco equivalenti”: rispettivamente la Sicilia, Taiwan, Cuba. Ciascuna di queste isole rappresenta la “chiave di volta” strategica per il controllo del sistema marittimo interno e ciascuna di esse ha rivestito e riveste una grande importanza nelle strategie delle potenze talassocratiche, si tratti dell’Inghilterra o degli Stati Uniti.
    L’autore dell’articolo si ripromette di sviluppare questo argomento, trattandolo in maniera più approfondita, nel numero di “Eurasia” dedicato alla Cina. Purtroppo ciò non avverrà. Il medesimo numero di “Eurasia” che ospita l’articolo sui Mediterranei del mondo si conclude con due pagine in memoriam di Carlo, due pagine di commiato delle quali voglio ripetere le parole finali: Vale, amice carissime, ave atque vale.

    Claudio Mutti


    http://www.claudiomutti.com/index.ph...=1&id_news=113

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    MOSCA: ITALIANI AL CONGRESSO DEI POPOLI OLTRAGGIATI





    Il 2 marzo 1993 si svolse a Mosca, nel salone del Palazzo della Stampa di Ulica Pravda, il “Congresso dei Popoli Oltraggiati, contro il Nuovo Ordine Mondiale”. Organizzatori del convegno erano il quindicinale “Den” (diretto dal celebre narratore Aleksandr Prochanov), il quotidiano “Sovetskaja Rossija” (che in un’intervista rilasciataci in quei giorni il direttore Cikin definì “organo della resistenza contro il nemico della patria”) e il Fronte di Salvezza Nazionale (presieduto all’epoca da Zjuganov, Volodin e Prochanov). Al convegno partecipavano numerosi delegati provenienti dai territori della Russia e dei paesi che avevano fatto parte dell’URSS, in rappresentanza di comunità nazionali, movimenti politici, associazioni, organi di stampa ecc.; a presiedere era Aleksandr Dugin, che all’epoca pubblicava la rivista “Elementy”.
    La serie degli interventi fu aperta da Prochanov, il quale identificò il “Nuovo Ordine Mondiale” preconizzato da Bush senior con la versione moderna della Torre di Babele e indicò nella lotta per la restaurazione dell’impero sovietico la fase decisiva nella guerra contro il Nuovo Ordine Mondiale.
    Prese poi la parola Carlo Terracciano, che assieme a Marco Battarra e all’autore di queste righe rappresentava l’Italia al congresso di Mosca. “La nostra delegazione – esordì Terracciano – viene da un paese che da decenni è sottoposto all’occupazione americana. Abbiamo un governo e un parlamento asserviti totalmente agli interessi stranieri: all’alta finanza internazionale, all’imperialismo americano, al sionismo cosmopolita, in una parola al mondialismo”. E proseguì: “Sionismo e imperialismo vogliono distruggere l’anima stessa dei popoli. E voi Russi oggi state provando sulla vostra carne viva la lama sanguinaria di questi criminali: miseria, fame, disonore, corruzione, droga, alcol e criminalità, odi e divisioni nel popolo, tradimento della Patria e abbandono dei popoli ieri amici”. Dopo aver richiamato la necessità di unire tutte le forze antimondialiste in una “grande internazionale dei popoli diseredati della terra, come li definì l’Imam Khomeini”, l’oratore italiano rivolse questo appello ai rappresentanti della nazione russa: “Noi, eredi senza più patria di un Impero che fece la storia civile del mondo antico, chiediamo al popolo che ha raccolto l’eredità storica e spirituale di Roma e di Bisanzio: aiutateci a riscattare insieme il nostr ed il vostro passato! Perché nella tradizione e nella memoria storica ed ancestrale dei popoli è la chiave che apre le porte dell’avvenire”.
    Il discorso di Terracciano fu seguito da quello di Eduard Volodin, capo redattore del quotidiano “Sovetskaja Rossija” e copresidente del Fronte di Salvezza Nazionale, il quale, individuando alle radici del conflitto interetnico jugoslavo la medesima ispirazione che aveva originato la distruzione dell’URSS, sottolineò la necessità di un impegno dei Russi a combattere in difesa dei popoli minacciati di asservimento dall’imperialismo statunitense.
    Fu poi la volta del diplomatico iracheno Abd el Wahhab Hashshan, che citò l’esempio del proprio paese per illustrare la sorte incombente su quanti non accettano le direttive del Nuovo Ordine Mondiale e paventò per la Russia uno sviluppo della manovra già iniziata con la distruzione dell’URSS.
    L’argomento fu ripreso dal professor Kobazov, capo della delegazione osseta, secondo il quale era necessario ricostituire in un modo o nell’altro una comunità di paesi analoga all’URSS, allo scopo di salvaguardare le identità dei popoli dell’area ex-sovietica contro le minacce del mondialismo.
    Prese poi la parola l’autore di questo resoconto, il quale, al termine di un’analisi geopolitica, formulò l’auspicio di un impegno della Russia nella lotta di liberazione del Continente. “Se vuole liberarsi dalle catene del Nuovo Ordine Mondiale, la Russia deve aiutare il resto dell’Europa in questa liberazione, contribuendo con le sue possibilità, che rimangono tuttavia enormi, a questa impresa storica”. Nei giorni successivi, il discorso fu riportato integralmente sul “Kayhan” di Teheran.
    Toccò poi a un redattore di Radio Tallinn, che illustrò la situazione dell’Estonia in seguito alla secessione dall’URSS: imposizione della russofobia come ideologia ufficiale del neonato staterello baltico e diffusione degli pseudovalori dell’Occidente.
    Gejdar Dzemal, azero, dirigente del Partito della Rinascita Islamica, autore di testi che spaziano dalla metafisica all’attualità politica (si veda, in italiano, il suo Tawhid. Prospettive dell’Islam nell’ex URSS, Parma 1992) sostenne che un’alternativa globale al Nuovo Ordine Mondiale è rappresentata dall’Islam, in quanto contrappone un’escatologia autentica alla parodistica concezione mondialista della “fine della storia”. Non solo, ma alla concezione della legge come opportunistico “contratto sociale”, concezione propria del fariseismo mondialista, l’Islam oppone la Legge sacra, nata dalla Rivelazione divina.
    In assenza della delegazione serba, Aleksandr Dugin commentò lui stesso la situazione in Jugoslavia, esponendo le ragioni delle diverse parti in lotta ed auspicando un’intesa tra esse. La stessa impostazione emerse dal messaggio di cui diede lettura un rappresentante dell’Associazione d’Amicizia Russo-Serba. I firmatari del messaggio, il capo del Partito Radicale Seselj e l’intellettuale tradizionalista belgradese Dragosh Kalajic avevano scritto: “Per lottare contro il programma mondialista, che si trova riassunto sulla stessa banconota stampata dagli USA, bisogna porre fine alle guerre interetniche. Il conflitto in Bosnia non può essere risolto con la vittoria di una parte sulle altre, ma con l’intesa tra le parti”.
    L’ospite d’onore del Congresso, la signora Sazhi Umalatova, presidentessa del parlamento sovietico, ribadì che lo scioglimento del parlamento era un fatto illegale e che la restaurazione dell’URSS doveva essere il primo passo verso l’eliminazione dell’influenza americana e sionista nel continente. Americani e sionisti, concluse la signora Umalatova, sono il nemico numero uno dei popoli liberi.
    I sionisti, precisò subito dopo Sha’ban H. Sha’ban, redattore capo di un giornale russo-palestinese, “Al Kods”, devono essere combattuti dappertutto, perché non si trovano solo in Palestina, ma in tutto il mondo. Il pericolo sionista non minaccia solo i Palestinesi, disse Sha’ban, ma tutti i popoli. La parola d’ordine, dunque, deve essere: “Intifada dappertutto!”
    A questo punto parlò un altro delegato italiano, il redattore di “Orion” Marco Battarra, il quale fece ricorso a uno studio di “Le Monde” per illustrare i rapporti tra finanza, libero mercato e Stati.
    Il rappresentante degli Abcazi, Jurij Ancabadze, denunciò il ruolo che Shevardnadze voleva fare svolgere alla Georgia nell’area caucasica. La Georgia, affermò il delegato abcazo, è un corridoio di influenza mondialista, perché la classe dirigente georgiana vuole essere l’avamposto dell’Occidente nella zona.
    Dopo aver confermato che effettivamente molti georgiani sono stati agenti del mondialismo nella politica russa e dopo aver sollecitato il sostegno dei Russi ai musulmani dell’Abcazia, Aleksandr Dugin diede la parola a una signora di Chisinau, la quale illustrò la situazione della comunità russa della Repubblica Moldava (Bessarabia) in seguito alla secessione.
    Intervenne quindi l’ambasciatore dell’OLP, Musa Mubarak. Sionismo e americanismo, disse, sono i due lati del medesimo angolo. Ingerenza nelle faccende politiche altrui e pressione economica sono i due principi basilari dell’azione statunitense. Contro il Nuovo Ordine Mondiale, che si caratterizza in questa maniera, bisogna creare un vero Ordine Nuovo.
    Apti Saralejev, delegato ceceno, denunciò la penetrazione sionista nella vita dei popoli caucasici e sostenne il progetto relativo a un’intensificazione degli studi sull’azione sionista.
    Infine, Aleksandr Dugin diede lettura della risoluzione finale, cui vennero apportate alcune aggiunte e modifiche suggerite dall’assemblea. Fu creato un comitato permanente, nel quale vennero inseriti i delegati italiani.
    Il Congresso ebbe ampia risonanza sulla stampa russa; i giornali “patriottici”, in particolare, riferirono per esteso gli interventi dei congressisti. Il giornalista di Radio Svoboda (l’emittente finanziata dagli USA e nota fuori dalla Russia come Radio Free Europe), nella corrispondenza inviata la sera stessa del 2 marzo, attribuì ai delegati italiani frasi che questi non avevano mai pronunciate.


    Claudio Mutti

 

 

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