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Discussione: Mari privati

  1. #11
    спартак
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    Citazione Originariamente Scritto da Antistato Visualizza Messaggio
    Se fossi proprietario della foresta amazzonica non ci penserei due volte a disboscarla se il legname così ricavato mi fruttasse miliardi.
    Se è vero che la foresta amazzonica è così importante per la salute del nostro pianeta, qualche associazione di persone preoccupate per la deforestazione e i suoi effetti ti offrirebbe immediatamente altrettanti soldi per non tagliare quegli alberi. E tu ci ripenseresti.

  2. #12
    il pescatore
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    Citazione Originariamente Scritto da спартак Visualizza Messaggio
    Se è vero che la foresta amazzonica è così importante per la salute del nostro pianeta, qualche associazione di persone preoccupate per la deforestazione e i suoi effetti ti offrirebbe immediatamente altrettanti soldi per non tagliare quegli alberi. E tu ci ripenseresti.
    più che altro se il suo obiettivo è guadagnare il più possibile sicuramente ripianterebbe dopo ogni disboscamento, in modo graduale, per non fermare i propri guadagni dopo il primo disboscamento...

  3. #13
    Vedo la mano invisibile
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    Citazione Originariamente Scritto da Antistato Visualizza Messaggio
    Se coltivare alberi fosse il modo più redditizio di sfruttare una proprietà terriera, non ci sarebbe bisogno di andare in Amazzonia, lo si potrebbe fare ovunque. E se effettivamente fosse vantaggioso non si capisce perchè le varie proprietà terriere che abbiamo in Italia e nel mondo non pullulino di foreste private coltivate.
    Evidentemente la proprietà terriera frutta meglio con altre attività, ad esempio l'agricoltura o l'allevamento di bestiame.
    Beh, il legno serve, se le foreste private non sono la cosa più redditizia per quanto riguarda lo sfruttamente della terra è perchè per il momento ci si adagia sulle foreste pubbliche.
    Dimmi antistato, tu proponi lo stato come soluzione
    Citazione Originariamente Scritto da Antistato Visualizza Messaggio
    Ed infatti quelle parti di foresta amazzonica che sono state privatizzate, o comunque date in concessione a privati, sono prima state disboscate (perchè il commercio del legname è conveniente quando il legno te lo ritrovi già bello e fatto, non quando devi "coltivartelo"), e poi utilizzate per coltivazioni o allevamenti più redditizi.
    se tutto intorno c'è legname è ovvio che conviene produrre altro in amazzonia, che discorsi!!
    Ripeto, il legno serve, il discorso che fai sulla comodità te lo posso girare anche per le mandrie di bestie, o per la raccolta dei frutti, è più comodo averle la piuttosto che farle riprodurre, ma dopo un po' c'è la necessità di passare a stadi più avanzati di produzione e commercio. hai presente, da nomadi raccoglitori si passa all'agricoltura, con le materie prime rinnovabili funziona così.

  4. #14
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    Li dove ho inalzato mura solide a difesa dell'agressore Socialista. Li dove la strada ha il mio nome. Li dove ho costruito una torre bene armata in difesa della Libertà. Li dove sono Sovrano e i messi dello Stato non sono i benvenuti.
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    Citazione Originariamente Scritto da il pescatore Visualizza Messaggio
    più che altro se il suo obiettivo è guadagnare il più possibile sicuramente ripianterebbe dopo ogni disboscamento, in modo graduale, per non fermare i propri guadagni dopo il primo disboscamento...
    Il suo obiettivo è essere felice nella sua proprietà facendo quello che lo rende felice. Disboscare o piantare. Saprà lui cosa gli piace fare. Semai ho seri dubbi che un soloprivato possa divenire proprietario unico dell'amazzonia intera. Neanche lo Stato ci riesce, con la forza. Figuriamoci un privato con il libero scambio. E poi ci sarebbe qualquno che sarà felice di pianatre tante piante in africa nel suo grandissmo terreno grande quanto l'amazzonia. No?

  5. #15
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    Citazione Originariamente Scritto da -Duca- Visualizza Messaggio
    secondo locke la proprietà di un elemento naturale la si acquista lavorando l'elemento o trasformandolo.
    Bene. Quindi se dal mare si fa un isola artificiale si può divenirne proprietari.

  6. #16
    il pescatore
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    Citazione Originariamente Scritto da JohnPollock Visualizza Messaggio


    Bene. Quindi se dal mare si fa un isola artificiale si può divenirne proprietari.
    ovviamente.

  7. #17
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    Vendette la vostra casa. E costruitevene una in mezzo al mediterraneo. In acque internazionali. Voglio vederli i governi chiedervi di pagare ici e tasse varie. Naturalmente compratevi un dessalinatore.






    Aqua Fun City

    di Alessandra MammÌ
    Non solo lussuose isole artificiali. Vivremo in case su palafitte, in palazzi galleggianti, in mezzo ai mari, laghi e fiumi. Ecco chi sono i protagonisti di una rivoluzione che coinvolge il mondo intero. E dove e come discutono dei loro progetti

    FOTOGALLERIA: Progetti avveniristici

    Sfida all'ultima isola

    di Massimiliano Fuksas
    Sembra quasi che lo scontro planetario fra le città si sia spostato sull'acqua. La competizione che sembrava essere giunta ai limiti del possibile con Dubai, non ha tregua. Se Dubai aveva iniziato la costruzione di una prima isola a forma di palma sul mare, davanti alle sue coste, è poi seguita immediatamente la seconda 'palma' e infine una figurazione del globo terrestre.</STRONG> ... Leggi tutta la scheda


    Amsterdam nuota nel mare

    di E.A.
    Gli olandesi rubano terra al mare da secoli. È più di una tecnica: è un destino. E non solo rubano terra all'Atlantico. Dal 2001 Amsterdam si sta fisicamente allargando a est nel cosiddetto Ij (leggi: Ai, vuol dire uovo), il mare interno. Qui sta sorgendo, non senza difficoltà dovute al ciclo economico, la Ijburg (leggi: Aiburg), un'estensione urbana su sette isole artificiali, costruite con 25 milioni di</STRONG> ... Leggi tutta la scheda







    È Albert Speer che incontra Walt Disney... L'ha liquidato così Mike Davis il più grande paradiso artificiale del mondo. Lui è un urbanista radicale, marxista e umanista, il paradiso è invece quello che si sta costruendo nel Golfo, a Dubai. Sogno o incubo, dipende dai punti di vista. Agglomerato di isole e canali, di terra strappata al mare, giganteschi arcipelaghi dalle forme fantascientifiche (o televisive) di palmizi e mappamondi, un'area che è grande sette volte Manhattan, pronta a ospitare centinaia di migliaia di persone: tutte ricchissime. Un mega-condominio di lusso, insomma, perché come hanno dichiarato ingegneri e general manager della maggiore compagnia che finanzia il tutto (la Nakheel's), "forse non tutti vogliono comprare un pezzo di terra, ma ognuno di noi sogna un'isola". E qui, nel futuro arcipelago dei famosi, se ne possono già comprare più di 300.

    Forse Dubai, come afferma Davis, sarà solo un planetario 'Truman Show', un luogo dittatoriale costruito a tavolino senza storia né cultura, e dunque senza vera architettura. Ma di certo, è un luogo che tocca le corde di un immaginario collettivo e incarna un sogno: vivere sull'acqua. Cominciò così l'umana architettura, da creativi neolitici che piantarono pali nell'acqua, per metterci sopra una piattaforma di legno e un tetto di paglia, per sentirsi al riparo dalle aggressioni esterne e al contatto con l'elemento primario per eccellenza. Millenni dopo, eccoci tornati a piantare pali nell'acqua e a discutere a livello planetario di come vivere e sopravvivere in un futuro sempre più liquido e anfibio.

    Waterfront è diventata parola magica. È la nuova frontiera, la nostra conquista del West. E se ne discute quasi ogni giorno. Ovunque, e da tempo. Ieri: nel 2005 in un convegno internazionale a Dresda, poi un expo a Riga e un'altra ad Aichi in Giappone. Oggi, che si è appena concluso un summit a Lisbona e si svolge una mostra e convegno a Bologna nell'ambito del Saie ('L'Italia si trasforma - Città fra terra e acqua', 24-28 ottobre) dove il 26 è annunciato un lungo intervento sul tema a opera di Jean Nouvel. Domani: da giugno a settembre 2008 a Saragozza, dove il mondo di architetti-ambientalisti-ingegneri-antropologi-scienziati-umanisti si riunirà a discutere d'acqua.




    Là dove manca e là dove è in eccesso, la dove sparirà e là dove lentamente si prepara a sommergerci. Là dove, più pacatamente come già accade in Europa (da Saragozza a Londra), saranno i fiumi a diventare sempre più abitabili e a ospitare case, musei e giardini. Là dove ci sono vecchie ed estese aree di porti dismessi da trasformare in altro. Là dove solo l'acqua rappresenta uno spazio vergine per accogliere la sana crescita di città schizofreniche divise tra intoccabili centri storici e deformi periferie. E infine laggiù, dove dal Benin all'Indonesia, sarà la tecnologia con le sue nuove palafitte in acciaio inox a prova di ruggine, a essere in grado di bonificare e migliorare la qualità della vita delle popolazioni misere "che da secoli vivono a stretto contatto con l'acqua e si rifiutano di lasciare le loro fragili case acquatiche per rinchiudersi in appartamenti della capitale". Sono parole di Rinio Bruttomesso, architetto e docente di Urbanistica allo Iuav di Venezia, nonché direttore del Centro internazionale Città d'acqua. Punto fermo del dibattito globale Città d'acqua è un'associazione presieduta dal sindaco di Venezia e dedita ai problemi di ogni tipo di insediamento umano a contatto con l'acqua, con frenetica attività di documentazione, informazione, studio e ricerca. Bruttomesso è perennemente in giro, ora a Hong Kong ora a Dubai, anche perché coinvolto nella realizzazione di uno dei cinque padiglioni tematici di Saragozza. È lui a spiegare come "l'acqua soprattutto in Europa stia diventando l'elemento generatore di una nuova Forma Urbis. Bilbao ne è un esempio. La costruzione del Guggenheim sul fiume Nerviòn al centro di un'area fino allora degradata ha rilanciato l'immagine della città a livello mondiale. Oggi i waterfront rappresentano la più importante operazione urbanistica delle città europee. Aree fino a un decennio fa abbandonate che ora moltiplicano i valori immobiliari, offrono occasione per potenziare tutto il sistema di trasporti, riqualificano il funzionamento stesso della città e creano la possibilità di costruire quartieri interi accanto ai centri storici, per contenere le abnormi crescite delle periferie".





    È il nord Europa, con città come Helsinki, Oslo, Stoccolma, Reykjavík, Copenhagen e naturalmente Amsterdam a raccogliere il 90 per cento degli interventi sui waterfront. Ma il modello si estende anche agli altri paesi del continente, Italia compresa, che si ricorda finalmente di essere una Penisola circondata da mari e irrigata da laghi e fiumi.

    La mostra e soprattutto il catalogo presentato a Bologna fanno il punto su una situazione già in movimento. Dal grande cantiere di Genova a quella che viene entusiasticamente chiamata 'La seconda vita del porto di Cagliari', dal lungomare di Reggio Calabria di fronte allo Stretto alla litoranea di Cesenatico, dal lago di Garda alle darsene di Rimini e Ravenna. E spuntano i nomi di ottimi architetti già coinvolti in futuri progetti. Come Zaha Hadid, che ha progettato la nuova Stazione Marittima a Salerno, una delle sue architetture dall'andamento fluido che rimanda tanto a uno scoglio eroso che a una creatura marina. O i progetti di Stefano Boeri, affascinato dalle città costiere che da Trieste a Genova, da Salerno a Napoli fino a Marsiglia tratta "il Mediterraneo non come spazio vuoto, ma come un mare solido", dove si annullano le distanze di religioni e culture e le coste sono porte di accesso di una unica città liquida carica di storia, rovine, e connessa dai lunghi filamenti delle rotte.

    E poi in Italia c'è Venezia: città d'acqua per eccellenza, croce e delizia, modello eterno di meraviglia, ma anche fonte di ispirazione per i sogni megalomani di tutte le Dubai e le Macao del mondo, architettura da imitare e da salvare. Ma anche città che suscita dubbi e domande. Come sopravviveranno le nuove Venezie al preannunciato sollevarsi delle acque? Che senso ha colonizzare i mari se il termometro della Terra continua a salire e i ghiacci a sciogliersi? Gli studi di architetti e ingegneri, con il loro abituale ottimismo della volontà, sono già al lavoro. Alcuni hanno già in tasca la soluzione. Gli olandesi del WaterStudio, per esempio. Giovani e creativi militanti di un'architettura che resiste alle calamità hanno inventato delle piattaforme fatte con un miscuglio di cemento e polistirolo espanso, che scorrono lungo piloni di acciaio inox, ancorando gli edifici alla terra, ma permettendo di sollevarsi su e giù, sull'onda delle maree. Funziona davvero? "Perfettamente", dice rassicurante Koen Olthuis, portavoce del WaterStudio: "Le floating foundations chiedono pochissima manutenzione, sono in grado di sostenere edifici importanti, di garantire case a prove d'acqua, hanno la solidità della terra ferma e la flessibilità di una struttura galleggiante". Con tanto ingegnoso sistema lo studio olandese ha già edificato 24 case ed è all'opera per costruire una gigantesca e stupefacente moschea fluttuante a Dubai, un altrettanto fluttuante boulevard ad Anversa e una spa all'isola di Aruba, nel mar dei Caraibi.

    I neo-palafitticoli tecnologici non nascono solo in Olanda, che sarebbe la loro patria naturale. Stupisce trovarli ovunque in Europa, persino in Polonia, dove lo studio dei Frontarchitects ha progettato le 'Singlehauz': palafitte per single che socialmente, secondo loro, hanno superato e sostituito i matrimoni come unità di base della società, conquistando il diritto a un loro sicuro e solitario habitat acquatico. Eccolo: monolocale su pilone con scala per la scesa a mare e barchetta che perdipiù, come le vere e proprie 'house boat', comporta risparmi notevoli: pannelli solari, autonomia energetica e niente tasse di occupazione del suolo.

    Del resto la crescita e la riqualificazione dei waterfront nelle maggior città occidentali, secondo molti architetti andrà di pari passo con l'esplosione delle house boats. Case galleggianti, mobili, da ormeggiare ovunque si desideri, simili per autonomia e senso di libertà ai camper trailer statunitensi. Ma a differenza delle case su gomma, che non suscitano grandi fantasie agli architetti, qui siamo di fronte a progetti abitativi. Si va dal padiglione galleggiante di sapore indocinese, alla casa modernista tutta vetri, legni e metalli tubolari, fino a impegnative costruzioni a più piani dal candido razionalismo alla Le Corbusier. Vere e proprie case, insomma, già pronte a lambire i mari e raggiungere le città, risalendo il corso dei fiumi, per far nascere gli spontanei quartieri nell'eclettico e vibrante Waterworld che ci aspetta. Terra, anzi acqua vergine che si candida a diventare emblema, forma e immagine del nostro secolo globale.

    (30 ottobre 2007)



    http://espresso.repubblica.it/dettag...ity/1851968//1

  8. #18
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    Sfida all'ultima isola


    di Massimiliano Fuksas

    Dal mar Nero a Montecarlo il potere dell'edilizia


    Sembra quasi che lo scontro planetario fra le città si sia spostato sull'acqua. La competizione che sembrava essere giunta ai limiti del possibile con Dubai, non ha tregua. Se Dubai aveva iniziato la costruzione di una prima isola a forma di palma sul mare, davanti alle sue coste, è poi seguita immediatamente la seconda 'palma' e infine una figurazione del globo terrestre. Soci, città sul mar Nero, risponde con piglio imperiale. Il progetto di un nuovo arcipelago, nel bacino prossimo alla città della Federazione russa, manifesta in pieno le nuove ambizioni di Putin: l'arcipelago sul mar Nero riproduce la mappa della Russia. Tre dighe proteggono gli isolotti, sembrano un po' Olanda (l'architetto Van Egeraat proviene da questo paese) e un po' Venezia, senza 'le chiuse del Mose'.


    La centralità della Federazione russa è evidente anche in questo progetto che prepara con i suoi 330 ettari i Giochi olimpici invernali del 2015. Ben altre competizioni sono in gioco. La conquista del mare per il piccolo Principato di Monaco è divenuta esigenza capitale. Quasi ci fosse in gioco la sopravvivenza di Monaco stessa. A differenza di Dubai, conquistare isole o penisole artificiali è molto più duro. La profondità del mare quasi subito scende a 80 metri. Il principe Alberto ha lanciato un concorso internazionale a cui partecipano tra gli altri Christian de Portzamparc, per avere anche il principe il suo nuovo progetto immobiliare sul mare. Sfida a colpi di totale esenzione dalle tasse. A Dubai per i residenti tasse uguali a zero. A Montecarlo anche, con la sola differenza della mancanza di nuove aree. Gli Emirati, invece, sono divenuti più appetibili per investimenti e per residenze di comodo.

    Amsterdam nuota nel mare

    di E.A.

    Gli olandesi rubano terra al mare da secoli. È più di una tecnica: è un destino. E non solo rubano terra all'Atlantico. Dal 2001 Amsterdam si sta fisicamente allargando a est nel cosiddetto Ij (leggi: Ai, vuol dire uovo), il mare interno. Qui sta sorgendo, non senza difficoltà dovute al ciclo economico, la Ijburg (leggi: Aiburg), un'estensione urbana su sette isole artificiali, costruite con 25 milioni di metri cubi di sabbia. Solo tre sono a buon punto: Steigereiland, Haveneiland e Rieteiland. Il segno più vistoso è il ponte bianco a sinusoide progettato dall'inglese Nicholas Grimshaw, porta d'accesso alle isole.

    Difficile prevedere oggi quando si arriverà a regime, certo non prima del 2015. A regime vedremo una città per 45 mila persone: è la metà circa degli abitanti delle nuove città di fondazione cinesi. Ijburg sarà davvero una Collage City, come si è teorizzato? Un sistema di lotti con tipologie e densità diverse accomunate dal facile accesso all'acqua? Il Project Bureau Ijburg, e gli autori del masterplan Palmboom & Van den Bout promettono, insieme, ordine e varietà. Una griglia ortogonale intersecata da strisce verdi e canali. Assi privilegiati che collegano le isole alla terraferma: il Noordboulevard, il tram (dal 2005) per la Stazione Centrale, la linea di metrò, il ponte Nesciobrug. Il piano prevede 400 mila metri quadri di uffici e spazi commerciali, una dozzina di scuole, otto impianti sportivi, quattro porti turistici per 1.500 posti barca, 50 ettari di verde. E nessuna preesistenza storica; solo qualche eco nei volumi e nelle morfologie. Al lavoro moltissimi architetti, per scongiurare uniformità sovietizzanti. L'ambizione è alta, il rischio altrettanto.




    (30 ottobre 2007)

  9. #19
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  10. #20
    Contro ogni fede
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    Citazione Originariamente Scritto da -Duca- Visualizza Messaggio
    Beh, il legno serve, se le foreste private non sono la cosa più redditizia per quanto riguarda lo sfruttamente della terra è perchè per il momento ci si adagia sulle foreste pubbliche.
    Ma le "foreste pubbliche" non sono mica prodotte dallo stato. La verità è che coltivare foreste sarebbe redditizio solo se le foreste fossero molto più scarse di oggi.

    Citazione Originariamente Scritto da -Duca- Visualizza Messaggio
    Dimmi antistato, tu proponi lo stato come soluzione
    Ma fammi il piacere, io ho detto che così come ci potrebbero essere agenzie concorrenziali più efficienti dello stato nella protezione della sicurezza degli individui e dei loro beni, così ci potrebbero essere anche quelle deputate alla protezione delle risorse ambientali, se ci fosse una domanda in tal senso (e tutto fa pensare che ci possa essere).
    E comunque la soluzione ad ogni problema non saremo nè io, nè tu, nè Locke o Rothbard a deciderla, bensì il mercato in base ai risultati ottenuti dalla sperimentazione di ogni possibile soluzione.

 

 
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