“L’elemento caratteristico del capitalismo, che lo distingue dai metodi di produzione pre-capitalistici, è il rivoluzionario principio del mercato. Il capitalismo non è semplicemente produzione di massa, ma produzione di massa finalizzata a soddisfare i bisogni delle masse”. La cesura è di quelle storicamente significative: “Le corporazioni delle arti e dei mestieri della vecchia epoca avevano soddisfatto quasi esclusivamente i bisogni del ricco. Al contrario, le nuove fabbriche producevano beni convenienti per molti”. “I dipendenti stessi sono i clienti, che consumano la gran parte dei beni prodotti. Essi sono quei clienti sovrani che hanno ‘sempre ragione’”.
La lucidità di Ludwig von Mises è leggendaria. In poche righe, riesce a dare espressione compiuta e convincente alla tesi per cui il liberismo sarebbe “di sinistra”: cioè, fuor di metafora, a spiegare bene come mai il modo di produzione capitalistica tenda ad avvicinarsi molto di più agli umili, di quelli che l’hanno preceduto. Il paragrafo precedente è tratto da “Liberty and Property”, un saggio del 1958 originariamente presentato come relazione al nono meeting della Mont Pelerin Society. Assieme ad altri quattro testi misesiani, è ora tradotto in “Libertà e proprietà” (Soveria Mannelli-Treviglio, Rubbettino-Facco, pp.104. € 10), pubblicato sotto gli auspici della Confedilizia.
Sia di destra o di sinistra, il liberismo è difficilmente comprensibile senza fare riferimento alla sua istituzione centrale: i diritti di proprietà privata. Quanti, più di recente, hanno sottolineato i benefici che un’economia di libero mercato produce a vantaggio dei più poveri, si sono tipicamente trovati a ridimensionare il ruolo della proprietà. Anche nel discorso comune, la società di mercato passa ormai per società di consumatori, non per società di proprietari. Le due cose non sono mutuamente esclusive, ma complementari.
Per Mises, “nel capitalismo, la proprietà privata dei fattori di produzione ha una funzione sociale. Gli imprenditori, i capitalisti e i proprietari terrieri sono dei delegati dei consumatori; e il loro mandato è revocabile. Per essere ricco, non è sufficiente avere risparmiato e accumulato il capitale una volta. È necessario investirlo ripetutamente in quelle produzioni che meglio soddisfano i bisogni dei consumatori”.
La “funzione sociale” che ha in mente il grande austriaco non è sicuramente quella alla quale si riferisce la Costituzione italiana. Per Mises, è il sistema del profitto stesso ad essere “sociale”: la ricchezza esce dall’antico schema aristocratico, diventa un fattore dinamico. Ricchi si può anche diventarlo, oppure si può smettere di esserlo. Ma non solo a causa di un furto, di una predazione: semplicemente, il benessere dei produttori viene aggiogato alle libere preferenze dei consumatori. Nell’età borghese, “gli attori [economici] diventavano non solo lavoratori liberi, ma anche clienti. Questo cambiamento radicale era riflesso nell’importanza assunta dagli scambi di mercato. Quello di cui gli affari necessitano prima di tutto sono mercati e ancora mercati. È questa la chiave di volta della produzione capitalistica. Mercati, cioè acquirenti, compratori, consumatori. Sotto il capitalismo esiste una via alla ricchezza: servire i consumatori meglio e a minor costo degli altri”.
La critiche al capitalismo si fondano tutte, a vari livelli, su un’incomprensione: “i socialisti vedono solo l’organizzazione gerarchica delle varie imprese e impianti e non riescono a rendersi conto che la ricerca del profitto costringe gli imprenditori a servire i consumatori”. Gli attori economici, in una economia di mercato, sono costretti ad imbrigliare il proprio egoismo. È vero, come diceva Adam Smith, che non è dalla benevolenza del macellaio che ci aspettiamo la carne in tavola: ma è anche vero che un macellaio che non si sforzasse di fornire un buon prodotto e di essere gentile e corretto con la sua clientela, non andrebbe lontano.
Ciò avviene per la stessa natura del mercato. Da una parte abbiamo una pluralità nell’offerta. Dall’altra, abbiamo consumatori che spendono del proprio. Il fatto di poter scegliere fra più fornitori di uno stesso bene “regola” l’offerta, attraverso i prezzi e meccanismi di carattere reputazionale: non si va da chi ha fama di dare carne di seconda scelta. Ma la pluralità di possibilità è solo un pezzo, della scelta: l’altro pezzo è dato dal fatto che il consumatore è proprietario. Per “sovranità del consumatore”, non si intende il diritto delle camarille di categoria di estorcere risarcimenti alle aziende. Bensì la cruda realtà della dipendenza dei “padroni”, dai quattrini - tanti o pochi - impegnati dai consumatori per acquistare i beni che vendono loro.
Spiega Mises: “esiste una mutua relazione tra la ricchezza dell’uomo d’affari (acquisita servendo i consumatori), l’accumulazione di capitale e l’aumento dello standard di vita dei salariati, che rappresentano la maggioranza dei consumatori”. Questo circolo virtuoso di interdipendenze, è l’economia di mercato.
I quattro saggi misesiani raccolti in questo volume sono corredati da una ispirata prefazione di Lorenzo Infantino, e da un ricco contributo su Mises di uno dei suoi più noti allievi: Murray N. Rothbard. Lungo tributo a un “maestro”, e testimonianza dell’influenza che egli ha saputo suscitare. Anche dopo essere dovuto fuggire dall’Europa, quando a New York occupava una posizione accademica davvero “precaria”, Mises, scrive Rothbard “riuscì a essere un faro solitario per la libertà, per il laissez-faire e per l’economia austriaca. La sua straordinaria produttività non si affievolì neanche in America. Fortunatamente, un discreto numero di seguaci traduceva i suoi vecchi lavori e pubblicava le sue nuove opere. Nel periodo successivo alla guerra Ludwig von Mises rappresentò il centro del movimento libertario americano: una guida e una continua ispirazione per tutti noi”. Lo stesso possono dire, oggi, i lettori di questo volume.
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