Vorrei poter riferire a Portaface rilievi e commenti, se solo potessi ancora andare a cercarlo nel Bosco Parrasio… Niente conosciamo di lui, se non lo pseudonimo che assunse, com’era costume, al suo ingresso tra i pastori-letterati d’Arcadia. In ogni caso, ho finalmente terminato la mia fatica di trascrizione: vi offro la terza ed ultima parte di questo racconto. Ah, dimenticavo: solo ora mi balza agli occhi una chiosa del Portaface, posta a didascalia di una bellissima immagine della Musa Talìa, ove egli scrive:
“Un’ vero ve n’è dietro ogni fittizio
di Pàrnaso chiave dirà l’artifizio”
Non è facile capire, a distanza di secoli, cosa volesse dire l’Autore con questo enigmatico distico, ma di sicuro se c’è una chiave non l’ho trovata fra le sue carte. Buona lettura.
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L’imputato ristette un attimo.
«Vede», disse il Giudice riprendendo la parola, «potremmo continuare a lungo e demolire le vostre tesi che, se non fossero estremamente sacrileghe, risulterebbero senz’altro insulse. Mi basterebbe far parlare il qui presente Solum Salvator, che potrebbe sommergervi di citazioni, da Diodoro Siculo al Campanile, al Brelich, dal Villar al Prosdocimi, al De Martino, dal Devoto al Briquel: pile di studi approfonditi dalla migliore archeologia e linguistica europea!»
L’imputato fissò ancora una volta il Giudice e i suoi attendenti, poi tuonò: «Mai e poi mai abiurerò!», e alzate le braccia al cielo, con i palmi rivolti verso l’alto, prese a recitare a memoria dei passi di Tacito contro il principato. Questo gesto finì per indispettire ulteriormente la giuria, che principiò il famigerato rituale della acclamatio, con fischi, urla e pollici versi.
Granarium scattò in piedi e prese a percuotere furiosamente il martello:
«igne comburatur sic quod moriatur! igne comburatur sic quod moriatur! Conducetelo via!».
I cori intonarono i canti appropriati:
Malum dabunt Metelli Naevio poetae!
non seguiti però dal pubblico della giuria che continuava a fischiare. Gli agenti della polizia frumentaria tentarono di afferrare Taedifer, ma egli ancora una volta li strattonò e si diresse a testa alta verso l’uscita, nel chiasso generale.
«Cònticuèr’omnès! Cònticuèr’omnès!», urlò il Giudice stizzito, «ho detto Cònticuèr’omnès!».
Dinanzi all’ira di Granarium la musica tacque, il chiasso divenne un brusio, poi anche il brusio si spense e tornò il silenzio.
Il Vero e Supremo Giudice dei Giudici si scostò per un attimo il cappuccio, si terse la fronte imperlata di sudore, poi ordinò:
«Entri il terzo ed ultimo imputato!»
Fu introdotto un uomo in vesti barbariche. Era pallido in volto e aveva i capelli scarmigliati, ma rivolgeva lo sguardo con fierezza alla giuria e alla corte.
Quando fu abbastanza vicino, Granarium lo interrogò:
«Siete voi Sacer Malleus?»
«No, io sono … fiiiiii»
Le note dei tibicines avevano coperto il nome dell’imputato, che allora gridò più forte:
«Io sono … fiiiiii», ancora una volta gli esperti flautisti sovrastarono il suono dell’orrido nome.
«Sapete bene», proruppe il Giudice, «che quel nome barbarico offende le nostre orecchie romanoitaliche! Astenetevi dal pronunciarlo!»
«La legge Gaia Porcia delle idi di novembre», proseguì, «vi impone di suscepire il nomen, il praenomen e il cognomen che la Vera Res Publica ritiene opportuno per voi. In più, per voi v’è l’aggravante di aver più volte avallato le tesi dei falsi e nuovi pagani contro le Vere Verità dei Veri e Diuturni Gentili. Se non abiurate e accettate il Nome, incorrerete nella sanzione: TERTIUM NON DATUR!»
L’imputato si volse intorno, fissò la giuria con disprezzo, quindi la corte e infine appuntò lo sguardo sul Giudice.
«Da oggi voi sarete Lentichio Momsenio Nasoniano, oppure sarete condannato: TERTIUM NON DATUR!»
L’imputato tacque ancora qualche secondo, poi aprì le braccia per quel che le catene gli permettevano ed esclamò con quanta forza aveva:
«NO!».
«No??!», inveì il Giudice strabuzzando gli occhi e balzando in piedi, «Ad metalla!», tuonò percuotendo il martello con tale forza che la testa di lupo, staccatasi, schizzò in alto per poi andare a cadere in mezzo alla giuria. Vi fu uno scroscio di applausi, mentre molti mostravano il pollice verso. I famigerati ‘spernacchiatori’ delle ultime file, fatti venire appositamente da Taranto, i cosiddetti Graeculi, iniziarono il loro irriverente rumoreggiare. Poi, ad un cenno del Pubblico Ministero, i cori, con l’intera corte, intonarono il motivo dell’Ad metalla, sulle note del Va‘ pensiero.
Le note fluenti – Ad metalla a-ad meta-alla - sembrarono quasi addolcire la condanna, e sovrastaroo la voce dell’imputato che portato via gridava «Io sono … fiiiiii», «Io sono … fiiiiii». Intanto, i riflettori si spegnevano uno ad uno.
Finis