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  1. #1
    megaelleno
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    Post [O. T.] 2037: Hypnomachia Imperii. Un racconto di Azio Portaface.

    Mi pregio trascrivere codesto racconto breve per i lettori di questo forum, che ho ritrovato fra alcune carte d’archivio di uno scrittore settecentesco, tal Azio Portaface. L’ho già segnato con il ‘fuori tema‘, ma se i sigg. moderatori ritengono che esso sia poco opportuno o poco consono alla natura del foro, non esitino ad espungerlo.

    *******
    Azio Portaface
    “2037: Hypnomachia Imperii”


    Quando il primo imputato fu condotto in aula, regnava il buio più completo. Anche il silenzio era fitto, eccezion fatta per quel lieve brusio che si era udito in risposta al rumore delle catene che egli trascinava. D’improvviso, sovrastando ogni cosa, risuonarono le note del Così parlò Zarathustra. I suoni parvero marziali e raggelanti, tutti i presenti furono percorsi da un brivido. Poi l’ultimo colpo di timpano rimbombò, la musica si arrestò e contemporaneamente si accesero i riflettori. La luce ferì gli occhi dell’imputato.
    L’aula era gigantesca, il soffitto altissimo. La corte gli apparve immensa, sovrana, distante. Il Giudice Supremo, con il capo velato, bisbigliò qualcosa riguardo all’operare nell’ombra all’orecchio dell’usciere (tutti poterono sentirlo perché il microfono era acceso), il quale spense il riflettore centrale, riflettore che puntava diritto sul Giudice. Ora le luci provenienti da un lato creavano sulla sua figura incappucciata un singolare effetto chiaroscurale.
    Nella fredda sala regnava il silenzio assoluto. Il Pubblico Ministero Petronius Arbiter allora si alzò in piedi e cominciò a salmodiare:

    Dal dì che nozze e tribunali ed are

    La corte e la giuria si alzarono e presero anch’essi a scandire il canto, ripreso dai cori posti ai lati dell’aula. Quando sembrò abbastanza, il Giudice Supremo percosse il banco con il suo martello a forma di lupo, facendo nuovamente scendere il silenzio.
    «Presiede il Giudice Vero e Supremo Granarium!», tuonò una voce stentorea, «seduti!».
    Percosso nuovamente il martello, il Giudice impose il silentium, cominciando a recitare:

    Conticuere omnes intentique ora tenebant

    La corte, la giuria e i cori gli fecero eco scandendo:

    Cònticuèr’omnès intèntiqu’òra tenèbant!

    Quindi ordinò che il primo imputato si facesse avanti.
    La polizia frumentaria portò avanti l’imputato che si trascinava malamente sulle gambe incatenate.
    Quando l’imputato fu al suo cospetto, Granarium gli chiese: «Siete voi Anfioxos?».
    «Sì», rispose l’imputato, «sono io».
    «Sia portato il De officiis!», tuonò il Giudice.
    Gli aiutanti Salvator Solum e Septuaginta Quattuor entrarono spingendo un carrellino di metallo su cui faceva bella mostra di sé una magnifica copia miniata del libro.
    «Giura come prescritto», suggerì all’orecchio dell’imputato l’agente della polizia frumentaria.
    Anfioxos, posta la mano destra sulla fronte, la sinistra sul libro, giurò:
    «Ego numquam pronunciare mendacium».
    «Sed ego sum homo indomitus», gli fecero eco i cori.
    Il Giudice Supremo prese nuovamente la parola: «Imputato, in base alle leggi Numidia-Quadrata, Lucia-Sestia e Giulia-Agricola, sapete che il vostro nome filoellenico non è consentito?».
    «Sì, lo so», rispose l’imputato.
    «In base alle suddette leggi e alla legge Gaia Porcia dovete accettare il Nome che l’Impero vi impone o essere condannato: TERTIUM NON DATUR!».
    Anfioxos tacque.
    «In base alle summenzionate leggi», proseguì il Giudice, «avete il diritto di conoscere il nome che la Vera Res Publica vi chiede di accettare».
    Il giovane imputato annuì.
    «Questo nome è Paquio Mammeo Tiburtino, lo accettate?».
    L’interrogativo ricadde pesante nel silenzio della sala. L’imputato fissò a lungo il pavimento mosaicato, poi guardò il Giudice negli occhi.

    (Fine prima parte)

  2. #2
    Mjollnir
    Ospite

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    Citazione Originariamente Scritto da =DADOUKOS= Visualizza Messaggio
    L’ho già segnato con il ‘fuori tema‘, ma se i sigg. moderatori ritengono che esso sia poco opportuno o poco consono alla natura del foro, non esitino ad espungerlo.

    Al contrario, buon Dadoukos, la satira appartiene di diritto all'universo gentile... quindi buon proseguimento

  3. #3
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    "Punctim et Caesim ferire"

  4. #4
    megaelleno
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    Gentili lettori, vi chiedo di mostrare pazienza poiché si tratta di un manoscritto e non sempre è facile interpretare la grafia del buon arcade Portaface. In più si tratta di un testo pieno di fantasiosi riferimenti. Ad ogni modo, eccovi la seconda parte.

    **************

    «Lo accetto», sospirò.
    Nella sala ci fu un vocìo d’approvazione.
    Con un cenno della mano il Giudice Granarium fece intendere agli agenti di liberare l’imputato dalle catene, quindi ordinò: «Venga lo Scribamagistro!». Lo scribamagistro, che finora era rimasto seduto a stenografare gli atti del processo e a volgerli in latino (in virtù della Poppea-Mammea del 2021 tutti gli atti delle amministrazioni pubbliche dovevano essere in latino), presa la lunga piuma d’oca e il calamaio si recò innanzi all’imputato sussurrando: «Piegati su un ginocchio».
    Quindi gli iscrisse sulla fronte le tre lettere “G” dei Veri Gentili. Mammeo scattò in piedi ed alzò le libere braccia al cielo, raggiante. La sala risuonò di espressioni gioiose e molti poterono sbizzarrirsi a provare le varie forme di applauso romano che il Chiarissimo Professore SanctiGiuliani - con un certosino lavoro erudito e filologico di comparazione tra le attestazioni letterarie, le tavolette di Fossombrone e gli affreschi della villa di Massimino il Trace – era riuscito pochi mesi prima a restituire all’originario splendore.
    Il Gran Giudice, Giudice dei Giudici, ordinò ancora una volta il silenzio:
    «Conticuèr’omnès…» e tutti ripresero a recitare, seguiti dai cori.
    Alla fine, tutto era nuovamente ripiombato nel silenzio.
    «Sia introdotto il secondo imputato!», tuonò Granarium.
    Il secondo imputato entrò, molto diverso dal primo, con un’antipatica aria altezzosa e atteggiamento quasi di sfida. Strattonò le guardie frumentarie che lo tenevano e si avanzò nella sala da solo, con sicurezza, nonostante i gravami delle catene.
    Non appena fu dinanzi a lui, Granarium lo interrogò:
    «Siete voi Taedifer?».
    «Archon Taedifer, prego».
    «Prestate giuramento come sapete». Si ripeté nuovamente tutta la scena, con l’entrata degli aiutanti e il giuramento. Il Giudice venne subito al sodo:
    «Voi, Taedifer, avete o non avete osato affermare, in sacra terra romana, il pernicioso paradigma dell’Oriente Lux e addirittura la preminenza metafisica dell’Egitto e della Caldea su Roma?»
    «L’ho affermato, così come lo affermo e lo affermerò».
    «Sia portato il De Diis et Mundo», tuonò Granarium.
    Salvator Solum e Septuaginta Quattuor introdussero il solito carrellino, dove stavolta campeggiava un bellissimo incunabolo dell’opera di Salustio.
    «Il pubblico ministero dia lettura dei versetti»
    Petronius Arbiter si avvicino al librò, inforcò gli occhiali e lesse: «Materialistico, e ultimo, è il modo adoperato soprattutto dagli Egizi a causa della loro rozzezza. Infatti, credettero che i corpi medesimi fossero Dei, e chiamarono la terra Iside, l’elemento umido Osiride, il calore Tifone…»
    Un brusio d’approvazione percorse la giuria. Il Giudice Superno si schiarì la voce.
    «In base alla manifesta eresia e falsità delle vostre tesi di contro alla Vera Verità dei Veri Gentili e alle leggi delle XII Tavole, dovete abiurare subito o andrete incontro al massimo della pena: TERTIUM NON DATUR».

    (Fine Seconda parte)

  5. #5
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    diodoro siculo "storico" greco sugli etiopi egiziani

    "da costoro certamente ebbe origine la popolazione dell'egitto, niuno sarà
    pero che creda che l'antica civiltà dell'egitto fosse mai opera di questi barbari".

  6. #6
    against the modern world
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    Complimenti a Dadoukos, una satira davvero spassosissima. Attendo di leggere il proseguo...

  7. #7
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    Citazione Originariamente Scritto da Frumentarius Visualizza Messaggio
    IN nome della Munuscula con il De Officis Ciceroniano ci scagliamo a ruina !
    Talebani della Tradizione
    "Son contento quando consumo senza pagare un pò meno quando pago e non consumo"

  8. #8
    megaelleno
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    Vorrei poter riferire a Portaface rilievi e commenti, se solo potessi ancora andare a cercarlo nel Bosco Parrasio… Niente conosciamo di lui, se non lo pseudonimo che assunse, com’era costume, al suo ingresso tra i pastori-letterati d’Arcadia. In ogni caso, ho finalmente terminato la mia fatica di trascrizione: vi offro la terza ed ultima parte di questo racconto. Ah, dimenticavo: solo ora mi balza agli occhi una chiosa del Portaface, posta a didascalia di una bellissima immagine della Musa Talìa, ove egli scrive:

    “Un’ vero ve n’è dietro ogni fittizio
    di Pàrnaso chiave dirà l’artifizio”


    Non è facile capire, a distanza di secoli, cosa volesse dire l’Autore con questo enigmatico distico, ma di sicuro se c’è una chiave non l’ho trovata fra le sue carte. Buona lettura.

    **************


    L’imputato ristette un attimo.
    «Vede», disse il Giudice riprendendo la parola, «potremmo continuare a lungo e demolire le vostre tesi che, se non fossero estremamente sacrileghe, risulterebbero senz’altro insulse. Mi basterebbe far parlare il qui presente Solum Salvator, che potrebbe sommergervi di citazioni, da Diodoro Siculo al Campanile, al Brelich, dal Villar al Prosdocimi, al De Martino, dal Devoto al Briquel: pile di studi approfonditi dalla migliore archeologia e linguistica europea!»
    L’imputato fissò ancora una volta il Giudice e i suoi attendenti, poi tuonò: «Mai e poi mai abiurerò!», e alzate le braccia al cielo, con i palmi rivolti verso l’alto, prese a recitare a memoria dei passi di Tacito contro il principato. Questo gesto finì per indispettire ulteriormente la giuria, che principiò il famigerato rituale della acclamatio, con fischi, urla e pollici versi.
    Granarium scattò in piedi e prese a percuotere furiosamente il martello:
    «igne comburatur sic quod moriatur! igne comburatur sic quod moriatur! Conducetelo via!».
    I cori intonarono i canti appropriati:

    Malum dabunt Metelli Naevio poetae!

    non seguiti però dal pubblico della giuria che continuava a fischiare. Gli agenti della polizia frumentaria tentarono di afferrare Taedifer, ma egli ancora una volta li strattonò e si diresse a testa alta verso l’uscita, nel chiasso generale.
    «Cònticuèr’omnès! Cònticuèr’omnès!», urlò il Giudice stizzito, «ho detto Cònticuèr’omnès!».

    Dinanzi all’ira di Granarium la musica tacque, il chiasso divenne un brusio, poi anche il brusio si spense e tornò il silenzio.
    Il Vero e Supremo Giudice dei Giudici si scostò per un attimo il cappuccio, si terse la fronte imperlata di sudore, poi ordinò:
    «Entri il terzo ed ultimo imputato!»
    Fu introdotto un uomo in vesti barbariche. Era pallido in volto e aveva i capelli scarmigliati, ma rivolgeva lo sguardo con fierezza alla giuria e alla corte.
    Quando fu abbastanza vicino, Granarium lo interrogò:
    «Siete voi Sacer Malleus?»
    «No, io sono … fiiiiii»
    Le note dei tibicines avevano coperto il nome dell’imputato, che allora gridò più forte:
    «Io sono … fiiiiii», ancora una volta gli esperti flautisti sovrastarono il suono dell’orrido nome.
    «Sapete bene», proruppe il Giudice, «che quel nome barbarico offende le nostre orecchie romanoitaliche! Astenetevi dal pronunciarlo!»
    «La legge Gaia Porcia delle idi di novembre», proseguì, «vi impone di suscepire il nomen, il praenomen e il cognomen che la Vera Res Publica ritiene opportuno per voi. In più, per voi v’è l’aggravante di aver più volte avallato le tesi dei falsi e nuovi pagani contro le Vere Verità dei Veri e Diuturni Gentili. Se non abiurate e accettate il Nome, incorrerete nella sanzione: TERTIUM NON DATUR!»
    L’imputato si volse intorno, fissò la giuria con disprezzo, quindi la corte e infine appuntò lo sguardo sul Giudice.
    «Da oggi voi sarete Lentichio Momsenio Nasoniano, oppure sarete condannato: TERTIUM NON DATUR!»
    L’imputato tacque ancora qualche secondo, poi aprì le braccia per quel che le catene gli permettevano ed esclamò con quanta forza aveva:
    «NO!».
    «No??!», inveì il Giudice strabuzzando gli occhi e balzando in piedi, «Ad metalla!», tuonò percuotendo il martello con tale forza che la testa di lupo, staccatasi, schizzò in alto per poi andare a cadere in mezzo alla giuria. Vi fu uno scroscio di applausi, mentre molti mostravano il pollice verso. I famigerati ‘spernacchiatori’ delle ultime file, fatti venire appositamente da Taranto, i cosiddetti Graeculi, iniziarono il loro irriverente rumoreggiare. Poi, ad un cenno del Pubblico Ministero, i cori, con l’intera corte, intonarono il motivo dell’Ad metalla, sulle note del Va‘ pensiero.
    Le note fluenti – Ad metalla a-ad meta-alla - sembrarono quasi addolcire la condanna, e sovrastaroo la voce dell’imputato che portato via gridava «Io sono … fiiiiii», «Io sono … fiiiiii». Intanto, i riflettori si spegnevano uno ad uno.

    Finis

  9. #9
    against the modern world
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    Bellissimo (se caustico)

    Grazie!

  10. #10
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    Citazione Originariamente Scritto da =DADOUKOS= Visualizza Messaggio
    [CENTER][i]Vorrei poter riferire a Portaface «Sapete bene», proruppe il Giudice, «che quel nome barbarico offende le nostre orecchie romanoitaliche! Astenetevi dal pronunciarlo!»
    «La legge Gaia Porcia delle idi di novembre», proseguì, «vi impone di suscepire il nomen, il praenomen e il cognomen che la Vera Res Publica ritiene opportuno per voi. Finis
    E qui parte un saluto a braccio teso con uan voce alta dell'imputato che dice "OBBEDISCO!"
    "Son contento quando consumo senza pagare un pò meno quando pago e non consumo"

 

 
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