
Originariamente Scritto da
terraeamore
Bene, me ne rallegro: finalmente parte un dibattito costruttivo che non mi mette in gioco come ideologo di un ruolo che non mi appartiene, come fossi un sostenitore isolato dell'antiindipentismo ( mentre in realta' pongo un problema molto piu' complesso, che tocca un ragionamento filosofico e politico in prima battuta e politico -geopolitico in seconda battuta).
Il punto cruciale che, nell'aspetto pratico piu' che teorico, mi sembra differenzi la mia visione dalla tua sta nel fatto che io ritengo non proficua e spesso ( parlo dei casi eclatanti e perniciosi di xenofobia al contrario e vittimismo estremista onirico come una parte del nazionalismo basco) pericolosa la lotta per lo smembramento di stati nazione esistenti.
Che tali stati nazione come Italia, Francia e Spagna ( parlo di questi in particolare poiche sono le realta che conosco con piu profondita') abbiano bisogno di una ricostruzione in chiave intercomunitaria e plurinazionale in senso politico culturale e' assolutamente vero. Tuttavia trovo errata e controproducente la messa in discussione continua da parte dell'indipendentismo di unita' politiche ( e ripeto politiche perche' esse tali sono state, con tutti i limiti enormi, e sono, mentre strutturalmente politica non e' ad esempio l'Europa che conosce ad oggi spinte unitarie di carattere esclusivamente mercantile ed ultraimperialistico all-esterno) esistenti e sostanzialmente accetate dalle popolazioni.
Innanzitutto ribadisco che credo fortemente in una reintegrazione europea rifondata che dovra' sorgere con il tempo.
ma la mia domanda e': come possiamo credere all'integrazione europea fondata su pluricomunita',se ci sentiamo incapaci di ricostruire su basi intercomunitarie, uniti nella differenza, i nostri stessi spazi statuali storicamente esistenti e bene o male radicati nelle coscienze di plurime generazioni?
Perche' ledere unita' di fatto entro le quali, grazie anche a elementi non indifferenti come lingue comuni ( i nostri compagni sardi di questo forum si esprimono in un italiano assolutamente invidiabile e musicale, e lo stesso vale per la popolazione basca al cento per cento conoscitrice perfetta del castigliano, o dei catalani), o ad una storia di lotte comuni ( giusto per fare due nomi di lotte all'interno delle unita' costituite di uomini e donne di nazionalita' integrate: Antonio Gramsci e Dolores Ibarruri...e ne potrei fare altre centinaia), ed esperienze comuni, entro le quali, dicevo, si potrebbe ricostruire partendo dalla comunita' locali uno Stato da integrare successivamente in una federazione europea?
Insomma io inverto l'ordine della lotta. Non credo che inculcare e propagandare spiriti indipendentisti sia oggi un bene in Europa, e non lo credo sopratutto laddove questo debba passare per un operazione maieutica di diffusione di un identita' esclusiva che non in tanti sentono.
L'euskadizzazione antispagnolo in Euskadi e' un processo inquietante, che dovrebbe servire da esempio, e lo stesso la lettonizzazione della lettonia, con aberrazioni antirusse al seguito.
Dunque, cio' che dico e' che, ammeno che ovviamente non vi sia una repressione etnica e culturale in atto con conseguente impossibilita' di convivere, sarebbe ben piu' forte un'azione di riqualificazione intercomunitaria di stati gia' in essere, politicamente vivi e necessitanti sovranita' rispetto ad organismi antipolitici strutturalemtne esterni ( FMI, banca mondiale, OMc, Stati Uniti con basi militari, UE ).
Il tutto verso un Europa unita dei popoli.
L'ordine d'azione culturale e pratica da me difeso presenta vantaggi considerevoli, riassumibili in alcuni punti sintetici:
1. si evita il doloroso processo di separazione politica con la conseguente difficolta' per i cittadini di decidere dove trovarsi, se emigrare da una parte all'altra o no, di separazione di migliaia di famiglie distribuite in territori contingui etc etc
2. si evita l'implicita esclusione e stigmatizzazione di fatto delle innumerevoli persone che lungi dal rinnegare la propria identita' sarda, basca, corsa etc etc , la sentono ormai, dopo tanti anni di effettiva integrazione politica, legata ad un identita' italiana, spagnola o francese. Di persone con tale sensibilita' ve ne sono tantissime, anzi sono forse la maggior parte. Quale miglior soluzione per esse di un' unita' effettiva intercomunitaria nella diversita'
3. si afferma il principio della possibilita' di vivere insieme pur se diversi, affermando un patriottismo plurinazionale, come accadde in Jugoslavia negli anni 50, e come accadde in Iraq e accade tuttora nella lotta di liberazione, o ancora come accade in sudamerica nella coesistenza interfcomunitaria tra indios e bianchi ( vedi processo interessantissimo Boliviano).
Affermare tale principio signirfica rigettare al mare il primo alleato dell' imperialismo: l'etnicismo e fugare ogni deriva nazionalistica etnica che e' stata la vera piaga drammatica dell' Europa nella storia moderna, e che foraggia ampiamente la posizione di dominio USA.
Come possiamo d'altronde lottare per una federazione Europea politica fondata sulla diversita' se non siamo capaci di accettare tale diversita' nelle esistenti entita' politiche attuali, sempre piu' svuotate in questi tempi di sovranita' ?
4. si stabilisce un sano equilibrio tra idea di nazione intesa come patrimonio storico di lungo periodo ( garantita dall'intercomunitarismo attivo) e l'idea di nazione come entita' viva, immersa anche nel presente, che non butta a mare la storia dell'oggi per inseguire soltanto un radicamento nel passato.
D'altronde mi spaventerbbe molto sentire un ragazzo sardo della generazione presente che dopo 150 anni di unita' politica con l'Italia afferma che il suo essere in comune con lo stato italiano equivarrebbe all'essere in comune con qualunque altro stato o nazionalita' mediterranea.
Insomma l'equilibrio tra tradizione e presente, tra valorizzazione di un popolo e sua collocazione ( non violenta, ben inteso, ) nell'oggi e' realizzabile attraverso ricostruzioni intercomunitarie interne con vocazione universalistica
5. si metterebbe fine alla diatriba, assai complessa e autorefernziale, per la quale alcune entita' geoggrafiche sarebbero nazioni ed altre no.
perche' ad esempio gli indipendentisti in Sicilia sono inglobati dai teorici della questione nazionale etnica nello spazio italiano e i sardi no?
le distinzioni etniche a tavolino, basate su lingua ed eredita' storica, sono assai pericoloso e rischiano di divenire pipponi accademici positivistico,biologici.
Io sposo la tesi per cui una comunita' e' tale se sente di esserlo. nel momento in cui la maggior parte di essa non ne ha autocoscienza essa non esiste piu'.
L'autocoscienza la si puo ricreare e spesso la si deve ricreare per ridare ad un popolo un senso presente e una collocazione storica, ma posto che si sta ripartendo da un'operazione maieutica, perche' .non farla nel paradigma dell'intercomunitarismo??
Spero di aver espresso con ancora piu' chiarezza il mio pensiero.
per il momento ringrazio il sempre partecipe compagno outis per la risposta, e rimando la discussione in avanti...
comunismo e comunita'