sergio romano


La lettera del giorno |Giovedi' 8 Novembre 2007
Elena e gli zingari: quando l’Europa amava i gitani
Anche a me risulta che la principessa Elena, futura regina d’Italia, appartenesse a una dinastia montenegrina e non rom. Devo però dire di avere ascoltato da persone anziane, quando ero bambino, racconti di come la regina Elena, provenendo da un Paese in cui la presenza rom era importante, si sia comportata con simpatia verso di loro, favorendone l’ingresso in Italia. Ritengo che il racconto sia credibile, benché mi risulti che non esistano statistiche precise in merito al flusso migratorio dei rom, tanto meno estese al periodo storico della regina Elena.

Salvatore Comenale Pinto, salcompi@iol.it


Caro Comenale Pinto,
i racconti che lei ascoltò quando era bambino non mi sorprendono.
Non è difficile immaginare le chiacchiere, le supposizioni, le illazioni e i pregiudizi con cui la società italiana accolse allora una principessa che giungeva da un piccolo regno «barbaro» di pastori e guerrieri. Se anche oggi, come abbiamo constatato negli scorsi giorni, è difficile convincere gli italiani che romeni e rom non sono la stessa cosa, si figuri che cosa dovette accadere in un Paese assai più rurale e provinciale di quanto non sia ora l’Italia.
La storia del matrimonio di Elena con Vittorio Emanuele, del resto, è piuttosto curiosa. Quando fu deciso che era giunto il momento di dare una moglie al principe ereditario, Francesco Crispi compose un album con i ritratti delle maggiori principesse europee e lo mandò al giovane Vittorio Emanuele, già noto allora per il suo carattere schivo, aggiungendo che Elena del Montenegro gli sembrava, fra tutte, la più adatta.
E quando un amico gli chiese ragione di quella preferenza, Crispi rispose: «Ci vuole una bella donna, bruna, forte, per rinvigorire la razza, e la montenegrina lo è». Elena si dimostrò all’altezza del compito che le era stato assegnato.
Divenne cattolica a Bari, tradizionale tappa dei pellegrini ortodossi verso la Terra Santa.
Amò Vittorio Emanuele e ne fu teneramente riamata. Rinvigorì la «razza» mettendo al mondo cinque figli — Jolanda, Mafalda, Umberto, Giovanna, Maria Francesca—tutti più alti e robusti del padre. Si dedicò con grande impegno alle attività caritatevoli e fu per dieci anni ispettrice delle infermiere volontarie della Croce Rossa.
Fu anche amica e protettrice dei rom? Non ho trovato notizie o documenti che mi consentano di rispondere alla sua domanda.
Ma ne approfitto per ricordarle che vi fu un periodo, tra la fine dell’Ottocento, e i primi del Novecento, quando zingari e gitani, come erano noti nella maggior parte d'Europa, suscitavano interesse, curiosità e una certa simpatia.
Gli intellettuali scapigliati di Montparnasse si chiamavano «bohémiens» (correva voce che gli zingari fossero originari della Boemia). Le sigarette preferite dai francesi si chiamavano Gitanes.
Due generi musicali europei (il flamenco in Spagna e la czarda in Ungheria) avevano una matrice zingara. Gli zingari erano spesso protagonisti delle più famose operette del tempo (Lo zingaro barone, La principessa della czarda, La contessa Maritza). Il violinista zingaro era un personaggio abituale di molti ristoranti.
Gli zingari rubavano, mendicavano, dicevano la buona fortuna e importunavano la gente. Ma erano noti e amati come artisti del circo, ballerini e cantanti.
Il caso della Russia è particolarmente interessante. L’orchestrina zingara è sempre stata, anche in epoca sovietica, l’abituale ingrediente di feste, banchetti, matrimoni. Un noto regista cinematografico, Nikita Michalkov, si è sempre servito degli zingari per aggiungere un pizzico di follia e di spensieratezza alle trame dei suoi film. Stalin volle farne una popolazione stabile e sedentaria, ma il regime incoraggiò gli zingari a coltivare il proprio talento e li autorizzò ad aprire un teatro, nel centro di Mosca, in cui ho visto, parecchi anni fa, un paio di spettacoli. Uno di questi era «Il cadavere vivente» di Lev Tolstoj, la storia di un uomo, Fedja Protasov, che simula il suicidio per favorire l’unione della moglie con il suo amante. Il Teatro dei Rom (è questo il suo nome) lo considerava un pezzo forte del suo repertorio e lo rappresentava orgogliosamente perché Protasov, nel secondo atto del dramma, cerca di confortare le sue pene trascorrendo la notte in un cabaret zingaro, fra musiche e canti melanconici. Può darsi che Elena, educata nello Smolnyj di Pietroburgo (un aristocratico «collegio delle fanciulle ») e accolta con simpatia nei salotti della città, abbia portato con sé in Italia il ricordo degli zingari russi e della loro presenza nelle feste della capitale imperiale.