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  1. #1
    SMF
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    Talking Dedicato a socialisti nazionali e affini

    Così, a tale riguardo, vanno sradicate molte male erbe che hanno attecchito qua e là, talvolta perfino nel nostro campo. Che cosa è, infatti, questo parlare di «Stato del lavoro», di «socialismo nazionale», di «umanismo del lavoro» e simili? Che sono queste istanze più o meno dichiarate per una involuzione della politica nell'economia, quasi in una ripresa di quelle tendenze problematiche verso un «corporativismo integrale» e, in fondo, acefalo, che nel fascismo già trovarono, fortunatamente, la via sbarrata? Che cosa è questo considerare la formula della «socializzazione» come una specie di farmaco universale e questo elevare l'«idea sociale» a simbolo di una civiltà nuova che, chi sa come, dovrebbe esser di là sia da «Oriente» che da «Occidente»?
    Questi — bisogna riconoscerlo — sono i lati d'ombra presenti in non pochi spiriti, che pure, per altri riguardi, si trovano sul nostro stesso fronte. Con ciò essi pensano di esser fedeli ad una consegna « rivoluzionaria », mentre obbediscono solo a suggestioni più forti di loro di cui è saturo un ambiente politico degradato. E fra tali suggestioni rientra la stessa «questione sociale». Quando ci si renderà finalmente conto della verità, e cioè che il marxismo non è sorto perché è esistita una questione sociale reale, ma la questione sociale sorge — in infiniti casi — solo perché esiste un marxismo, vale a dire artificialmente, epperò in termini quasi sempre insolubili, ad opera di agitatori, dei famosi «ridestatori della coscienza di classe», su cui Lenin si è espresso molto chiaramente, allorché ha confutato il carattere spontaneo dei movimenti rivoluzionari proletari?
    E' partendo da questa premessa che bisognerebbe agire, nel senso anzitutto della sproletarizzazione ideologica, della disinfezione delle parti ancora sane del popolo dal virus socialista. Solo allora l'una o l'altra riforma potrà esser studiata ed attuata senza pericolo, secondo giustizia vera.
    Così, come caso particolare, si vedrà secondo quale spirito l'idea corporativa può esser di nuovo una delle basi della ricostruzione: corporativismo non tanto come un sistema generale di composizione statale e quasi burocratica che mantenga l'idea deleteria di opposti schieramenti classisti, bensì come l'esigenza, che all'interno stesso dell'azienda venga ricostruita quell'unità, quella solidarietà di forze differenziate, che la prevaricazione capitalista (col subentrato tipo parassitario dello speculatore e del capitalista-finanziere) da un lato, l'agitazione marxista dall'altro hanno pregiudicato e spezzato. Occorre portare l'azienda alla forma di una unità quasi militare, nella quale allo spirito di responsabilità, all'energia e alla competenza di chi dirige facciano riscontro la solidarietà e la fedeltà delle forze lavoratrici associate intorno a lui nella comune impresa. L'unico vero compito è, pertanto, la ricostruzione organica dell'azienda, e per realizzarlo non vi è bisogno di usare formule intese ad adulare, per bassi fini propagandistici e elettorali, lo spirito di sedizione degli strati inferiori delle masse travestito da «giustizia sociale». In genere, dovrebbe venir ripreso lo stesso stile di impersonalità attiva, di dignità, di solidarietà nel produrre, che fu proprio alle antiche corporazioni artigiane e professionali. Il sindacalismo, con la sua «lotta» e con quei ricatti autentici di cui esso oggi ci offre fin troppi esempi, è da mettere al bando. Ma, ripetiamolo, a tanto si deve giungere partendo dall'interno. L'importante è che di contro ad ogni forma di risentimento e di antagonismo sociale ognuno sappia riconoscere ed amare il proprio posto, quello conforme alla propria natura, riconoscendo così anche i limiti entro i quali egli può sviluppare le sue possibilità e conseguire una propria perfezione: perché un artigiano che assolve perfettamente alla sua funzione è indubbiamente superiore ad un re che scarti e non sia all'altezza della sua dignità.
    In particolare, si può ammettere un sistema di competenze tecniche e di rappresentanze corporative, a soppiantare il parlamentarismo dei partiti; ma devesi tener presente che le gerarchie tecniche, nel loro complesso, non possono significare nulla più di un grado nella gerarchia integrale: esse riguardano l'ordine dei mezzi, da subordinare all'ordine dei fini, al quale soltanto corrisponde la parte propriamente politica e spirituale dello Stato. Parlar invece di uno « Stato del lavoro» o della produzione vale quanto fare della parte il tutto, vale quanto tenersi a ciò che può corrispondere ad un organismo umano ridotto alle sue funzioni semplicemente fisico-vitali. Né una simile cosa ottusa e buia può esser la nostra insegna, nè la Stessa idea «sociale». L'antitesi vera sia di fronte ad «Oriente» che ad «Occidente» non è l'«ideale sociale». Essa è invece l'idea gerarchica integrale. Rispetto a ciò, nessuna incertezza è ammissibile.

    Julius Evola

  2. #2
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    Predefinito

    Non c'è niente di meglio delle acute riflessioni del Barone come balsamo per le tendenze socialisteggianti che ciclicamente si affacciano nella Destra Radicale!

  3. #3
    SubZero
    Ospite

    Predefinito

    ancora con Evola?

    il fascismo fu Mussolini, non Evola.

    delle idee antisociali di Evola me ne sbatto altamente.

  4. #4
    SubZero
    Ospite

    Predefinito

    Alain de Benoist, accademico francese, è stato fondatore del movimento culturale denominato impropriamente Nouvelle Droite. Ha ricevuto il premio Grand Prix de l'Essai dall'Acadèmie Française per il suo: Visto da destra. Attualmente dirige due riviste: "Nouvelle Ecole" (dal 1968) e "Krisis" (dal 1988). Ospite di un recente convegno tenutosi a Catania sulla figura di Julius Evola, ha rilasciato a Marco Iacona l'intevista che segue.



    EVOLA POLITICO? NON MI CONVINCE
    F.to: Alain De Benoist



    a cura di Marco Iacona



    Direttore, cosa si dice di Evola nella patria della Grande Rivoluzione?

    «Ad oggi, la quasi totalità dell’opera di Julius Evola è stata tradotta in francese. Un lavoro realizzato soprattutto da editori piccoli e marginali. Evola resta in Francia un riferimento costante della destra radicale, ma non è conosciuto dal grande pubblico dei venti/ trentenni. In altri ambienti, poi, lo è ancora meno».


    In questa relazione, nota delle differenze fra il Dopoguerra e il periodo che precede il 1945?

    «Dopo il ’45 Evola fece parte del campo dei vinti e in quel contesto provò ad elencare le posizioni d’anteguerra che potevano essere “salvate”. Di ciò testimoniano Orientamenti (1950) e Gli Uomini e le Rovine (1953). Mi sembra tuttavia che Evola capì abbastanza rapidamente di non avere grandi speranze. Fin dall’inizio degli anni Sessanta, Cavalcare la tigre offre al lettore un’attitudine più speculativa riassunta nel termine: Apolitia. E qui è possibile un accostamento con l’Anarca di Ernst Jünger».


    Dalla metà degli anni Venti circa, il termine “élite” entra nel vocabolario evoliano. Ma che élite è quella che Evola vorrebbe alla testa del proprio Stato ideale?

    «La sua concezione dell’élite è prima di tutto etica. Appartiene all’élite chi si distingue dalla massa ed è capace di dar prova di “impersonalità attiva”. Ma la sua élite, potenzialmente costitutiva di un “Ordine” è esclusivamente maschile. Il modo in cui Evola tende a svalutare sistematicamente tutto ciò che è femminile, ma anche popolare e sociale, fino alla nozione stessa di “popolo”, è ben conosciuto».


    Orientamenti è un’opera particolare all’interno della produzione evoliana?

    «È in parte un’opera di circostanza, scritta su richiesta di un gruppo di giovani desiderosi di vedersi indicare una direzione da seguire. Orientamenti, nonostante sia uno scritto abbastanza breve, resta un documento storico d’un certo valore».


    E Gli Uomini e le rovine si può considerare un libro unico nella storia del pensiero politico europeo del Dopoguerra?

    «Non penso si possa dire che si tratti di un “libro unico nella storia del pensiero politico europeo del Dopoguerra”. In Germania, in Spagna, in Francia, nella stessa Italia, ci sono altri libri che potrebbero essere comparati a Gli Uomini e le rovine. Ma quello del ’53 è senza dubbio il libro nel quale Evola, sviluppando ciò che aveva detto su Orientamenti, è andato più lontano nella sintesi delle sue vedute politiche. Ragion per cui molti lettori hanno scoperto l’opera evoliana proprio dalla lettura di questo volume».


    Evola teorico dello Stato. Che cos’è questo organicismo evoliano?

    «Evola assegnava allo Stato un’importanza considerevole, e così anche durante fascismo. Ciò lo distingueva dalla maggior parte degli autori tedeschi con cui simpatizzava, che a parte qualche eccezione (come quella di Carl Schmitt), consideravano il “popolo” molto più dello Stato. D’altra parte, Evola ha scritto poco sulla crisi contemporanea dello Stato-nazione, una crisi che Schmitt aveva, al contrario, ben percepita fin dagli anni Trenta. L’organicismo m’è sempre parso problematico. Evola ha un particolare interesse per l’“organico”, ma quest’ultimo è indissociabile dall’elemento popolare che Evola respinge».


    Che tipo di monarchico era Julius Evola?

    «Evola era fondamentalmente un monarchico, e ciò si capisce molto bene dalle sue critiche al fascismo e ancor di più alla Repubblica di Salò, ma ad esempio il suo essere monarchico non ha molto a che fare con Charles Maurras, nel quale ha larga parte il positivismo e il “giacobinismo bianco”. La sua è una monarchia d’ispirazione metafisica, che deriva da un’idea della sovranità ispirata ai principi della Tradizione primordiale».


    Nel suo saggio introduttivo a Gli Uomini e le rovine e Orientamenti: Julius Evola, reazionario radicale e metafisico impegnato (traduzione di Alessandro Giuli, Mediterranee, 2001), lei parla di punti “in comune” fra “il liberalismo ed il pensiero evoliano”. È una prospettiva interessante.

    «È certo un’idea un po’ provocatoria, o almeno paradossale. L’ho formulata in riferimento agli scritti giovanili di Evola. L’individualismo assoluto professato da Evola all’epoca del dadaismo deve tanto a Nietzsche e a Stirner. Evola scrive che l’individuo deve liberarsi di qualsiasi legame per diventare “a sé stesso la sua legge”. Aggiunge, è vero, che la volontà dell’“individuo assoluto” deve essere considerata come “volontà pura”, ma la formula resta abbastanza ambigua, perché nella dottrina liberale l’individuo è ugualmente posto come autosufficiente, cioè come capace di determinare da se stesso la sua legge. Successivamente, Evola ha certamente denunciato con forza l’individualismo liberale, ma la mia sensazione è che tutto ciò che ha scritto in seguito sull’idea di “persona assoluta” dimostra che una certa dimensione d’individualismo non è mai completamente cessata».


    E per quanto riguarda il rapporto fra Evola e il mondo dell’economia?

    «Certamente l’antieconomismo insieme alla critica del nazionalismo in nome dell’idea “imperiale” è una delle cose più attuali dell’opera evoliana. Ci si può solo rammaricare che questo antieconomismo sia inseparabile dalla sfiducia di principio per tutto ciò che è sociale. Del resto, la confusione dell’economico e del sociale è abbastanza abituale per l’autore “di destra”...».


    Gli Uomini e le rovine si conclude con un capitolo dal titolo: Europa una: forma e presupposti. Secondo lei ci sono idee valide ancora oggi?

    «Evola concepisce l’Europa principalmente alla luce dell’“idea imperiale” ereditata dal Medioevo e specialmente dal Sacro Romano Impero germanico nella sua versione “ghibellina”. Mi sembra che abbia difficoltà a conciliare quest’idea col suo impegno in favore dello Stato nella misura in cui quest’ultimo è stato edificato sulle rovine dei comuni medievali e possiede pertanto un carattere intrinsecamente moderno. D’altra parte, la sua convinzione che il potere dev’essere esercitato dall’alto e non dal basso, per esempio secondo il principio di sussidiarietà, gli ha impedito di vedere le affinità esistenti fra la nozione d’impero ed i principi del federalismo contemporaneo».

    07/10/2007

  5. #5
    SubZero
    Ospite

    Predefinito contro Evola

    Si può essere fascisti ed evoliani da un punto di vista squisitamente “politico”?

    (Prego prendere nota che ho inteso circoscrivere il mio intervento all’ambito “politico”. Grazie...).

    Per non lasciare adito a dubbi ed equivoci, do subito la mia risposta:

    no, non si può.

    Politicamente parlando, o si è fascisti o si è evoliani (ovvero: “di destra”).

    Sento già levarsi alto il canto funebre degli epigoni/allievi/fascisti-di-destra del Maestro:

    - Si vuole forse negare che Evola sia stato fascista?

    - Si vuole forse negare quel che il neo-fascismo deve ad Evola (e sottolineo con forza il “neo”, ché il fascismo storico, ad Evola, dovette proprio un bel nulla..)?

    - Si vuole forse negare l’identità di sguardo che Evola colse fra la Tradizione Perenne e il fascismo?

    - Si vuole forse negare eccetera eccetera eccetera...?

    No, non si vuole negare niente: si preferisce affermare.

    - Si preferisce affermare, per esempio, che Evola lesse il fascismo con gli occhi dell’aristocrate sette-ottocentesco, anziché con quelli di un rivoluzionario del ‘900, proletario e già socialista, come Benito Mussolini... Ma si dà il caso, e fu un caso felice, che fu proprio quest’ultimo a concepire e realizzare il fascismo, non Evola...

    - Si preferisce affermare che delle istanze sociali, primarie nel fascismo, Evola non condivise niente: né di quelle che realizzò durante il Ventennio né, tanto meno, in quella che fu l’esperienza di estremo compimento rivoluzionario della Repubblica sociale (la quale, anzi, gli fu del tutto invisa...).

    - Si preferisce affermare che, nell’ottica del Kaly Yuga, luminosamente vista da Evola attraverso studi altrui (Guénon, p.e., ma non solo...), l’unica istanza possibile è quella dell’accelerare la crisi nichilista, anziché fronteggiarla e convertirla (la crisi...) in una prassi politica che mirasse al suo superamento senza predicare annientamenti, aurorali di chissà quali nuovi Satya Yuga. Esattamente come fece, al contrario degli auspici evoliani, il fascismo.

    Evola, al massimo del suo splendore, è stato un buon (nemmeno ottimo...) divulgatore di seconda mano nicciana (e, aggiungerei: michelstaedteriana...) di quel temperamento umano che permeò l’esperienza fascista. Ma da qui a farne un caposaldo dell’unica rivoluzione concepita e realizzata in Italia, ce ne corre. Come si dice a Roma: “È entrato in casa e c’ha messo er cappello...”, pur storcendo l’aristocraticissimo naso, e fremendo dal monocolo per il popolarissimo odore di frittata di cipolla che trasudava dai muri...

    Invito tutti ad andare a rileggere “Il fascismo visto da destra” del Maestro e a trarne le debite conseguenze. È alla “destra”, non al fascismo (e nemmeno, e forse tanto meno, al nazional-socialismo...), che Evola assegna qualsiasi primato. Il fallimento "politico" del fascismo, nella sua interpretazione elementare, fu tutta nel NON essere stato sufficientemente “di destra”. E, fallimento o non fallimento, meno male che non lo sia stato. “Di destra”, intendo...

    Voglio aggiungere, a sua discarica di responsabilità, che non è Evola ad essere responsabile di aver introdotto l’equivoco della similitudine destra = fascismo. Di questo equivoco sono responsabili gli evoliani che, nonostante la chiara esposizione del Maestro, hanno continuato a credere e a sostenere l’idea, assai inappropriata, di un Evola fascista in quanto di destra e di destra in quanto fascista. Se mai lo fu (fascista...), lo fu perché s’illuse di convertire la rivoluzione fascista in una reazione antistorica e in una visione immobile della società. Aspettandosi, “in piedi sulle rovine”, che alle ore 24,00 del 31 dicembre dell’Età del Ferro sorgesse, d’incanto meta-storico, il mezzogiorno della nuova Età dell’Oro...

    Tutt’altro, insomma, da quel che intese, concepì, realizzò e fu, storicamente, il fascismo...


    miro renzaglia

  6. #6
    Klearchos
    Ospite

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    Evola=pensatore...non politico!

  7. #7
    Boh..
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    Citazione Originariamente Scritto da SubZero Visualizza Messaggio
    ancora con Evola?

    il fascismo fu Mussolini, non Evola.

    delle idee antisociali di Evola me ne sbatto altamente.

  8. #8
    SubZero
    Ospite

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    Citazione Originariamente Scritto da BOMBACCI88 Visualizza Messaggio
    Evola=pensatore...non politico!
    infatti.

    purtroppo molti lo considerano un Dio...

  9. #9
    SubZero
    Ospite

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    Citazione Originariamente Scritto da Sander Visualizza Messaggio


  10. #10
    ulfenor
    Ospite

    Predefinito

    Guardate che il barone prendeva delle cantonate!

 

 
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