Lettera aperta a Evo Morales
Mercoledì 31 Ottobre 2007 – 18:14 – Siro Asinelli

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www.asroma.it
Gentile presidente Evo Morales, sulle pagine di questo giornale, ormai da anni, tentiamo di seguire le vicende della Sua politica, del Suo Paese, finalmente sottratto – anche se la strada appare ancora piena di ostacoli – a decenni di prepotenze liberiste, di soprusi oligarchici, di ingerenze straniere, di connubi malsani tra imprenditoria e politica.
La Sua è una figura che abbiamo apprezzato e continueremo ad apprezzare, non solamente per le tante battaglie condotte sulla “strada”, ma anche per quanto sta tentando di fare dal di dentro, con la legittima aspirazione alla sovranità nazionale, con l’adesione alle politiche continentali lanciate dal Suo altrettanto apprezzabile vicino, il presidente venezuelano Hugo Chávez.
La Sua figura, assieme a quella del primo mandatario di Caracas, assieme alla coppia argentina dei Kirchner, assieme all’ecuadoriano Rafael Correa, al sandinista Daniel Ortega e al lider maximo Fidel Castro, spicca in questi tempi grigi di appiattimento conformista, di abbrutimento liberista, di arroganza unilaterale.
La Sua presenza nel nostro Paese, tra domenica e lunedì passati, è un motivo di orgoglio. Eppure, deliberatamente, abbiamo scelto di non seguirla, di evitarla, di aspettare il Suo ritorno in Bolivia per continuare a seguire le Sue lotte, le lotte della Sua Bolivia, con altrettanta partecipazione professionale e, soprattutto, politica - perché crediamo che in fondo ad ogni uomo libero debbano esserci coscienza e consapevolezza politica, in barba a quella regola politically correct che vorrebbe il giornalista immune da un qualsiasi anelito ideale nel nome e per conto di una non meglio precisata “correttezza dell’informazione”, termine così privo di significato nell’era della “tirannia democratica”.
Siamo, anzi tutto, esseri politici. Ed è per questo che domenica e lunedì abbiamo rinunciato a svolgere il nostro abituale lavoro di cronachisti, opinionisti, reporter o quant’altro. Ci piace credere, signor presidente, che la nostra sia stata una scelta dettata in parte dalla coerenza, in parte dalla nostra incapacità manifesta di renderci conto del perché della Sua visita in alcuni contesti che riteniamo all’antitesi rispetto alle lotte che Lei ben rappresenta. Non ci fraintenda, presidente: ‘No TAV’, ‘No Dal Molin’, ATTAC, centri sociali di varia natura, sigle più o meno conosciute del movimentiamo della cosiddetta “sinistra radicale”, portano avanti lotte in gran parte condivisibili. Sulla carta, chi può dirsi contrario al diritto alla casa? Chi può negare il diritto all’acqua, ad un’equa distribuzione dei beni e delle risorse pubbliche? Chi può negare il diritto all’autodeterminazione, alla libertà dei popoli, al rispetto delle minoranze? Chi può volere un mondo unipolare, liberista e liberticida? Eppure, signor presidente, qualcosa stona in quel suo incontro a porte aperte, lunedì pomeriggio, nel palazzo occupato di via de Lollis, quartiere San Lorenzo, Roma, con alcuni rappresentanti di questa variegata umanità a “sinistra” della “sinistra” (ci scuserà l’abuso delle virgolette, signor presidente, ma nell’Italia colonia e bipolare, melius abundare quam deficere). Stona non perché è inusuale vedere un capo di Stato in mezzo alla gente comune, a discutere, confrontarsi, cercare di calarsi nelle realtà distanti o vicine che siano. Stona perché visto da qui, da questo piccolo punto di osservazione fuori dai grandi circuiti della stampa embedded – di “sinistra”, di “centro”, di “destra” – Lei è apparso catapultato in un’arena aliena alla Sua prassi.
Non si tratta di una critica, signor presidente, quanto piuttosto dell’amara consapevolezza che gli interlocutori che Lei ha dovuto, probabilmente voluto, incontrare in questo lembo di occidente atlantico, sono inequivocabilmente il simbolo di un paradosso tutto italiano, in parte replicabile in altri Paesi “grassi” come la Francia o la Germania. Fatta salva la buona fede dei suoi interlocutori italiani (ma non vi può essere cattiva fede laddove c’è carenza di capacità analitiche o, più semplicemente, intelligenza politica), chi Lei ha incontrato nel suggestivo scenario di via de Lollis è probabilmente stato un elettore di questo governo che ben poco ha di Sinistra, e molto ha di “sinistra” con le virgolette, quella al cachemire e al caviale, per intenderci. Sono gli stessi uomini e donne che hanno accettato le regole del bilateralismo istituzionale, che hanno gridato “al lupo” quando al governo c’era un Berlusconi per ritrovarsi poi sbranati dal lupo liberista che ha messo i panni della “sinistra”. Sono i “No TAV” che hanno condotto una battaglia pseudo ambientalista finendo con il coprire gli interessi diessini nell’Alta Velocità; sono i “No Dal Molin” che hanno alzato la voce quando il nostro (anzi, loro) ministro della Difesa Parisi aveva già da mesi firmato l’accordo con i gringos; sono gli stessi che accettano il diktat elettorale “destra-sinistra” finendo con l’eleggere alla Camera dei deputati per la circoscrizione America Latina l’italo-venezuelana Marisa Bafile – in forza DS - che lancia fuoco e fiamme all’indirizzo del Suo amico ed alleato Chávez. Sono gli stessi i cui voti stanno permettendo al governo liberista di Romano Prodi di svendere le ultime risorse del Paese alle grandi corporations; sono gli stessi che ancor prima dello “spauracchio Berlusconi”, hanno accettato senza colpo ferire l’imposizione del precariato attraverso l’introduzione del concetto di flessibilità del lavoro (e il governo, allora, era appannaggio di D’Alema). Sono gli stessi che aprono i conti in Unicredit, distruggono il vero cooperativismo sociale con le Coop, bevono Illy caffè e calzano scarpe Tod’s. E magari lo fanno tra una gita in yacht (o era una barca a vela?), un ritiro spirituale sul Monte Athos o un ricorso al voto di fiducia. Sono gli elettori, i sostenitori, i militanti, i simpatizzanti di una casta politico-imprenditoriale che copre l’impegno armato al fianco dell’imperialismo Usa – in Iraq, come in Afghanistan, come in Kosovo – sventolando il fantasma di un ritorno al potere della “destra”. Sono gli stessi che accettano, e questo è un argomento che le dovrebbe essere a cuore, gli aberranti compromessi di sindacati funzionali a politiche anti sociali ed anti nazionali.
Voglia scusarci, signor presidente, se ci siamo lasciati andare a quello che a prima lettura potrebbe risultare uno sfogo amaro sulla realtà dell’antagonismo in questo nostro Paese. Rilegga, se possibile, questa nostra lettera. La rilegga a mo’ di vademecum, seppure limitato, per la Sua prossima visita, se mai ci sarà. Ci rendiamo conto che un uomo con le Sue responsabilità, nella Sua posizione e fuori dal Suo contesto, debba spesso affidarsi a quanto offre l’ambiente che lo accoglie. E tra questa “sinistra” e quella “destra”, l’Italia non deve essere proprio un Paese accogliente per un rivoluzionario quale Lei è.
Solo un rammarico, alla fine, per questa nostra scelta di evitarla, signor presidente: quello di non averla seguita nelle sue ultime ore di permanenza, quando a sorpresa non si è voluto negare una breve visita al centro sportivo della Roma, a Trigoria. Di questi due giorni – sia detto al di là di preferenze calcistiche di sorta – quei trenta minuti scarsi sono l’immagine più genuina della Sua visita. Scompaiono i sorrisi liberisti di Prodi nelle foto ufficiali di rito, scompare l’incontro con un antagonismo appiattito sul bipolarismo.
Perché alla fine, in questo Belpaese dei compromessi, l’unica cosa che resta salda è la fede calcistica, a prescindere dalla squadra per cui si tifa. Almeno quella, a differenza dei voti, non si cambia. Come noi, Evo Morales, continueremo a non cambiare opinione sulle Sue battaglie e sul Suo ruolo in Bolivia, in America Latina e nel contesto internazionale. Squadra vincente non si cambia mai.
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