Risultati da 1 a 6 di 6

Discussione: [Rinascita]Dal mondo

  1. #1
    CON LA RESISTENZA!
    Data Registrazione
    28 Jan 2007
    Località
    "Il Ribelle è deciso ad opporre Resistenza. Il suo intento è dare battaglia, sia pure disperata"
    Messaggi
    7,865
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    [Rinascita]Dal mondo

    Elezioni in Argentina: vamos, vamos a ganar


    Martedì 30 Ottobre 2007 – 16:48 – Siro Asinelli




    Trionfo è il termine più adatto per descrivere l’esito del primo turno delle elezioni presidenziali in Argentina. Trionfo per Cristina Fernández de Kirchner, avvocato e senatrice, primera dama uscente.
    Alla Casa Rosada Cristina ci andrà senza passare per il ballottaggio, con numeri che confermano i sondaggi – tutti i sondaggi – pre elettorali e che alla fine non sorprendono nessuno, né nel Paese latinoamericano né all’estero. Il 45% delle preferenze ottenute, contro il 23% del secondo arrivato Elisa Carrió, è un risultato davvero blindato: bastava il 40% con un distacco di almeno dieci punti dagli inseguitori. Oltre 22 punti percentuale confermano che si è trattato di una corsa a senso unico, dove l’unico rivale di Cristina sembrava essere Cristina stessa, o meglio, il cognome da sposata che si porta dietro dal lontano 1975.
    Moglie del presidente uscente Néstor Kirchner, la futura presidenta dell’Argentina ha dovuto combattere più con le critiche ai quattro anni di mandato del marito che con i suoi diretti rivali, primi fra tutti proprio la Carrió e Roberto Lavagna – fermo sul 16,9% - ministro dell’Economia fino al 2005. Ma da militante di lunga data qual’è – crollano finalmente i paragoni superficiali con la candidatura politically correct di Hillary Clinton negli Usa – Cristina ha saputo fare tesoro degli errori – pochi in verità – del mandato uscente e allo stesso tempo farsi forza sui successi innegabili del marito.
    L’Argentina della “doppia K” regge all’urto delle elezioni. Nessuno è stato in grado di proporre alternative valide, ma soprattutto – e questa è il vero successo del Frente para la Victoria – gli elettori confermano la piena fiducia al percorso avviato nel 2003. Un percorso che ha permesso al Paese di uscire gradualmente ma con fermezza dalle difficoltà economiche, di tagliare il cordone con gli organismi finanziari che lo avevano messo alle strette, di dare un calcio alle ricette neoliberiste e di avvicinare il Paese al movimento di rinascita continentale incarnato dall’alleato venezuelano, Hugo Chávez. La vittoria annunciata e schiacciante di Cristina è la dimostrazione che il gruppo dirigente della sinistra peronista, quella, per intenderci che ha abbandonato al loro destino i vari Menem e Duhalde, è più lanciato che mai. È grazie agli eredi della Juventud Peronista che l’Argentina è riuscita a rompere le catene del neoliberismo, rilanciando un ruolo centrale del Paese nel continente e nel mondo.
    La vittoria di Cristina non è la vittoria di una donna che, va comunque sottolineato, sarà la prima nella storia dell’Argentina a guidare la Casa Rosada, ma è la vittoria di una politica che ha iniziato a militare negli anni difficili della dittatura. É la vittoria della militanza politica e la sconfitta definitiva del tentativo di arrembaggio al primato della politica sull’economia che tanto danno ha arrecato all’Argentina negli ultimi vent’anni. E non è un caso che il nuovo capo di Stato farà il suo ingresso alla Casa Rosada, il prossimo 10 dicembre, forte della battaglia contro quegli organismi internazionali che sono stati gli strumenti del crack di fine anni ’90 ed inizio millennio.
    Con Cristina Fernández, l’Argentina consolida la sua rotta verso un’America Latina nuova, finalmente cosciente del suo potenziale e finalmente partecipe di uno sviluppo alternativo all’impostazione mondialista figlia del neoliberismo. Con Cristina Fernández, il Paese riprende la rotta verso l’autonomia continentale, rafforzando la cooperazione con Venezuela, Bolivia, Ecuador. La vittoria di Cristina, alla fine, è l’ennesimo elogio alla sovranità ritrovata dell’Argentina.

    www.rinascita.info

  2. #2
    CON LA RESISTENZA!
    Data Registrazione
    28 Jan 2007
    Località
    "Il Ribelle è deciso ad opporre Resistenza. Il suo intento è dare battaglia, sia pure disperata"
    Messaggi
    7,865
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Italia-Libia: uno Stato canaglia che non spaventa più


    Martedì 30 Ottobre 2007 – 17:08 – Antonella Vicini



    Ieri a Roma è stato scritto un altro capitolo nel processo di normalizzazione delle relazioni bilaterali tra Italia e Libia e tra Libia e Unione europea, avviato già da tempo e intensificato ultimamente dopo la conclusione, su mediazione francese, della vicenda delle infermiere bulgare e del medico palestinese. Nella Capitale, nel corso di un convegno presso l’Archivio Centrale dello Stato, intitolato I deportati libici in Italia negli anni 1911-1912, il ministro degli Esteri italiano, Massimo D’Alema, ha presentato una iniziativa volta a far luce sul periodo del colonialismo italiano in Africa. Un lavoro storico, cui l’Italia sta lavorando da alcuni anni, organizzato dal Comune delle Isole Tremiti che coinvolge alcune delle località italiane in cui sono stati deportati i libici nel 1911 (il Comune di Favignana, di Ponza, di Ustica), l’ISIAO - Istituto Italiano per l’Africa e l’Oriente, l’Archivio di Stato, il Centro Studi Storici di Tripoli, e ha il sostegno (anche economico) del ministero degli Affari Esteri. La tavola rotonda dovrebbe precedere, nelle intenzioni di D’Alema, un accordo bilaterale di amicizia e cooperazione tra Italia e Libia, che servirà anche “a chiudere un doloroso capitolo del passato”.
    Come ha sottolineato D’Alema, l’Italia ha chiesto scusa per la sua breve storia coloniale con una serie di iniziative che non hanno corrispondenza negli altri Paesi europei ex coloniali; forse anche perché il BelPaese conosce bene la condizione di colonia.
    “Nessuna delle potenze coloniali, e noi siamo stati tra le minori, ma non prive di responsabilità, ha fatto una cosa del genere”, ha spiegato, portando l’esempio della Francia i cui archivi che contengono documenti relativi alla repressione in Algeria sono ancora secretati. Quello che dal capo della Farnesina è stata presentato come atto dovuto in un regime democratico (“la democrazia è riconoscere anche le pagine oscure”) fa parte in realtà di un percorso che vede il configurarsi di un asse Roma-Tripoli dai forti connotati politici e soprattutto economici. Per quel che riguarda la prima questione, l’ex segretario dei Ds ha rivendicato il ruolo italiano nel contrastare ogni opera di demonizzazione e di isolamento della Libia, ammettendo però l’eredità del governo Berlusconi che, nell’ottobre 2004, ha compiuto il beau geste in terra libica, facendosi mediatore presso altri Paesi della ripresa dei rapporti commerciali con Tripoli e definendo Gheddafi “leader di libertà”.
    Continuità tra destra e sinistra anche in questo. Guardando in avanti, da qui a breve, Roma si auspica di annunciare l’inizio di un nuovo corso “che segni l’approdo di un lungo processo politico durato un decennio, che è stato di collaborazione, distensione e cooperazione economica”.
    “E questo – ha proseguito – è il modo migliore per onorare quella memoria e per chiudere un doloroso capitolo del passato”.
    Questo è il secondo aspetto piuttosto rilevante dell’amicizia con la ex colonia.
    Sottolineando, ad ogni occasione, nei toni e nelle parole utilizzati, che l’Italia ha un debito da pagare nei confronti della Libia, D’Alema ha ricordato il “fondamentale interesse a rafforzare i legami con un partner essenziale”.
    Proprio le scorse settimane, l’Eni ha siglato un’intesa con la Libyan National Oil Corporation (Noc) per lo sviluppo di progetti nella produzione di gas e petrolio che consentirà alla società petrolifera italiana di espandere e consolidare la collaborazione con la Noc - avviata nel 1959 - anche nel comparto del gas e di godere di condizioni esclusive per l’azienda di Scaroni e nello stesso tempo anche per la nostra penisola.
    Nello stesso periodo, nel corso del vertice di Lisbona, i ministri degli Esteri dei Ventisette si sono impegnati ad avviare, il più presto possibile, discussioni su un accordo-quadro che dovrebbe portare ad una associazione con la Ue.
    Il percorso di cui ha parlato ieri D’Alema è frutto quindi di tutta una politica dell’Occidente che auspica la progressiva normalizzazione della Libia, cui Washington ha dato il suo placet lo scorso anno, cancellando la nazione di Gheddafi dalla sua lista nera e a cui ha strizzato l’occhio anche Londra, archiviando il caso Lockerbie dopo aver intascato il risarcimento danni per le famiglie delle vittime.
    Da nemici ad amici, dunque.
    Ed è così che un ex Stato canaglia, ricco di risorse petrolifere e di gas (che nel 2005 ha concesso esplorazioni nel deserto libico alla Occidental Petroleum Corporation (la californiana Oxy), alla Amerada Hess Corp e la Chevron Texano) ora non fa più paura.
    Le relazioni Roma - Tripoli nei progetti italiani dovrebbero trasformarsi in un ponte tra Europa e mondo arabo. Il prezzo che dovrà pagare l’Italia, per questo suo ruolo è stato illustrato dallo storico libico Mohammed Gerrari che ha preso parte alla tavola rotonda di ieri: un museo dell’Olocausto a Roma (perché, ha sottolineato, l’Olocausto non è prerogativa solo del popolo ebraico), un monumento dei deportatiti in Italia e una indennità economica sullo stile di quella che la Germania ancora versa da Israele.


    www.rinascita.info

  3. #3
    www.cmperugia.org
    Data Registrazione
    08 May 2007
    Località
    www.controventopg.splinder.com
    Messaggi
    1,158
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Ungheria: "Ferenc Gyurcsàny lèvati di torno!"



    Che il 23 ottobre sarebbe stata un’altra occasione per protestare contro l’attuale governo di centro-sinistra non può destare sorprese. In Ungheria l’atmosfera è caldissima, ed il rapporto tra cittadini ed istituzioni locali è ai ferri corti.

    Da quando venne diffusa la registrazione del “discorso di BalatonOszod” (località sul Balaton), nel quale Ferenc Gyurcsàny, il leader del Partito socialista ungherese, ammetteva di aver mentito agli elettori per poter vincere le elezioni (aprile 2006) (Mszp), ogni ricorrenza storica del Paese vede masse popolari, più o meno numerose, manifestare contro il capo di governo. Anche lo scorso 23 ottobre era stata organizzata, dai principali movimenti d’opposizione del nazionalismo ungherese, una manifestazione di protesta (non autorizzata dalla polizia) nei pressi del Teatro dell’Opera di Budapest dove Gyurcsàny ha tenuto un discorso.
    Il principale gruppo si chiama Hatvannégy Varmegyék Ifjusàgi Mozgalom (Hivm), ovvero Movimento della Gioventù delle 64 Province (o contee), fondato da Toroczkai Làszlò, un attivista non ancora trentenne che ha già alle spalle una lunga attività politica e giornalistica. Riferendosi ai territori che l’Ungheria ha perso dopo la Prima Guerra Mondiale con il trattato di Trianon, il gruppo si propone la difesa delle minoranze ungheresi all’estero, se non proprio il ritorno di quei territori alla madrepatria. L’Hivm, su posizioni anti vetero o neo comunismo, è stato in prima fila negli scontri con la polizia avvenuti durante le manifestazioni del 2006 – sessantesima ricorrenza della rivoluzione ungherese contro il comunismo - di fronte alla Televisione di Stato MTV. Abbandonata la presidenza dell’HVIM, il giovane ungherese ha fondato un nuovo movimento chiamato Mi Magunk (Noi Stessi), di chiara ispirazione irlandese (Sinn Fein).
    Toroczkai Laszlo, che ha avuto l’interdizione d’accesso in Paesi come la Repubblica Slovacca (5 anni), la Romania (3 anni) e la Serbia (1 anno), è stato arrestato martedì per aver condotto centinaia di manifestanti nei pressi del Teatro dell’Opera, i quali, vedendo lo schieramento della polizia impedire loro l’accesso, hanno cominciato a lanciare sassi e bottiglie incendiare contro coloro, che lo scorso autunno, utilizzarono proiettili di gomma contro la folla, causando il ferimento anche di persone inermi e pacifiche. Demonizzato come gruppo xenofobo, il Movimento di Toroczkai ha attratto attorno a sé anche famiglie, stanche di sopportare sulle loro spalle le riforme ultraliberiste del governo socialista.
    Un altro movimento sempre in prima fila in queste manifestazioni antigovernative, è quello del Lelkiismeret 88 (Coscienza 88), anch’esso presente all’occupazione della Televisione di Stato e nelle contestazioni di Piazza Kossuth, antistante al Parlamento ungherese.
    Considerato revisionista, il gruppo ha idee che lo ricollegano al movimento parafascista delle Croci Frecciate di Szalasi. Una protesta di Coscienza 88 si è svolta nei pressi del castello di Budapest quando, estradato dal Canada, lo studioso Ernst Zuendel finì in prigione e subì un processo della polizia del pensiero per i suoi scritti che mettono in dubbio il cosiddetto olocausto. Tra gli altri obiettivi del Lelkiismeret 88, il ritiro delle truppe ungheresi dai teatri delle guerre “umanitarie” avviate dagli atlantici e l’uscita dell’Ungheria dall’Unione europea.
    Oltre a questi due movimenti troviamo il Magyar Nemzet Bizottsag 2006 (comitato della nazione ungherese), il Szeptember Tizennyolcadika csoport (gruppo del 18 settembre), il Magyar Nemzet Mozgalomért (Movimento per la nazione ungherese) e tanti altri nazionalisti o di destra radicale (ovviamente... brutti e cattivi), che si oppongono alla figura di Ferenc Gyurcsàny, il quale ormai incarna tutti i mali del Paese.
    Tutti questi gruppi hanno partecipato alle manifestazioni di Piazza Kossuth (e per questo vengono soprannominati Kossuth tériek, “Quelli di Piazza Kossuth”, anche se con slogans e parole d’ordine diverse.
    I partiti dichiarati di estrema destra Miép e Jobbik, per alcuni mesi uniti in un unico movimento, non sembrano tanto vicini al centro-destra del Fidesz o del Forum, ma alla ricerca di una “Harmadik ùt” (Terza via).
    Tra l’altro chi contesta l’attuale governo ungherese non è a tutti costi un simpatizzante del centro-destra o della destra radicale.
    Alle manifestazioni dello scorso autunno parteciparono anche persone vicine all’estrema sinistra ungherese, appartenenti ai gruppi ultras dell’Ujpest, gli acerrimi rivali dei tifosi del Ferencvaros, tra le quali fila figurano, invece, elementi del Movimento delle 64 province. Oltre a loro, vi erano presenti anche zingari e senzatetto, che non hanno visto la loro situazione migliorarsi con i governi socialisti che si sono succeduti dopo la caduta del Muro di Berlino. Anzi, si può dire che oggi un povero ungherese è ancor più povero di quello di 25 anni fa. Guardando un senzatetto di Budapest si può notare come molto spesso indossi dei vecchi vestiti di fattura pregiata. Non che questo sia molto significativo per molti, ma un occhio critico potrebbe arguire come queste persone non siano nate povere, ma che lo siano diventate negli ultimi anni. E nella maggior parte dei casi è proprio così.
    Per questo, assieme alle decine di migliaia di persone aderenti al Fidesz, il principale partito d’opposizione ungherese guidato da Orban, erano presenti anche delusi del Partito di Gyurcsàny ed ex nostalgici del vecchio Partito comunista ungherese. Per finire, anche nuovi adepti della Budapest comunitaria, rimembrando le gesta dei loro storici eroi, si sono uniti alle sommosse antigovernative. Insomma i manifestanti appartengono a tutte le classi sociali dell’Ungheria contemporanea.
    All’interno della stessa destra, non tutti si trovano nelle stesse posizioni. Vi sono anche dei favorevoli all’Unione europea, per i quali l’Ue è sinonimo di prosperità e di sentimento nazionale europeo (ovvero di appartenenza alla cultura europea), ed alla Nato, in chiara visione antirussa ed anticomunista (le ragioni storiche sono note a tutti).
    Ferenc Gyrcsàny viene visto come un comunista, non importa se le sue siano politiche liberticide o suggerite o benvolute da Bruxelles.
    Ma lo spirito degli ungheresi è sempre quello che lo ha contraddistinto nella storia: fiero e ribelle.
    In ogni caso il fatto che le contestazioni abbiano coinvolto centinaia di migliaia di persone è un segno evidente di malcontento.
    Le sollevazioni popolari, e l’attivismo politico dei vari partiti e movimenti, non sono ancora riusciti nel loro intento, ma la tenacia mostrata dai nazionalisti magiari negli ultimi mesi ha portato l’Ungheria nelle prime pagine dei giornali di tutto il mondo. Un Paese di poco meno di dieci milioni di abitanti, di grande cultura ma sconosciuta alla stragrande maggioranza delle persone del suo stesso continente, è potuto uscire dall’anonimato soltanto attraverso le violente proteste giovanili. Pochi avrebbero conosciuto, o si sarebbero interessati alla situazione politica dell’Ungheria se questi fatti non fossero accaduti: repressione durissima della polizia, centinaia di arresti e feriti, anche tra le persone indifese.
    Il comportamento della polizia ungherese – ovviamento guidatp dal governo postcomunista - ha suscitato le proteste di alcune organizzazioni a difesa dei diritti umani senza riscontrare molto spazio nei mass media asserviti del mondo occidentale. Alcuni leader del Partito di estrema destra Jobbik hanno deciso, allora, di fondare una Guardia Nazionale in difesa dei cittadini dalle violenze delle forze dell’ordine. La guardia sta prendendo sempre più forma e può contare oggi su centinaia di membri.

    Articolo di Giovanni Lanza, tratto da www.rinascita.info

  4. #4
    CON LA RESISTENZA!
    Data Registrazione
    28 Jan 2007
    Località
    "Il Ribelle è deciso ad opporre Resistenza. Il suo intento è dare battaglia, sia pure disperata"
    Messaggi
    7,865
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Caso Blackwater: Foggy Bottom salva i suoi contractors


    Mercoledì 31 Ottobre 2007 – 18:10 – Antonella Vicini




    Dopo molto discutere, passi avanti e inversioni di marcia, il governo iracheno ha approvato ieri una legge per revocare l’immunità di cui godono le compagnie straniere di sicurezza in Iraq. Il provvedimento, reso noto ieri dalla televisione al Arabya, è frutto della reazione alla ultima violenta strage di civili che vede coinvolta ormai non solo la Blackwater, la società colpevole di aver ucciso 16 persone lo scorso settembre, ma tutte le compagnie che operano su suolo iracheno su mandato del dipartimento di Stato o grazie ad appalti concessi direttamente dall’Amministrazione Bush.
    Il ministero degli Interni di Baghdad aveva già tentato timidamente di agire per limitare l’operato dei soldati privati stranieri all’indomani del massacro di piazza Nissour di Baghdad, effettuando poi gli opportuni passi indietro di rito. Ieri, invece, il governo ha deciso una misura che annulla quella emanata dalla Coalition Provisional Authorithy, la autorità provvisoria guidata da Paul Bremer, che ha governato l’Iraq dopo l’invasione statunitense e che ha varato tutta una serie di norme ad hoc per garantirsi il proseguimento dell’occupazione nel migliore dei modi. Ali al-Dabbagh, portavoce del gabinetto, ha riferito che “il governo ha approvato oggi (ieri, ndr) un nuovo disegno di legge che dispone tutte le compagnie private di sicurezza sotto la legge irachena”.
    “Queste compagnie non godranno dell’immunità e saranno soggette alla legge dell’Iraq”.
    Questo significa, in linea di principio, che i tribunali iracheni potranno ora perseguire i contractors stranieri. Non è chiaro, però, se si tratti di un provvedimento retroattivo e che quindi avrà effetto anche sul procedimento in corso nei confronti della Blackwater che, comunque vadano le cose, pare essersi garantita nel frattempo una assicurazione per il futuro grazie al dipartimento di Stato Usa.
    Foggy Bottom, infatti, ha offerto alla ditta di sicurezza privata un accordo per l’immunità durante l’indagine in atto.
    Una decisione dal significato inequivocabile che sconfessa tutti i tentativi messi in atto finora anche da Condoleezza Rice per mostrare un impegno significativo nel combattere i comportamenti illegali dei contractors: quello che si offre loro è infatti una corsia preferenziale per l’impunità. Secondo fonti dell’Amministrazione, rese note dal New York Times, inoltre, gli inquirenti del dipartimento di Stato non avrebbe neanche l’autorità per offrire un accordo del genere, senza prima informare il dipartimento di Giustizia, l’unico con il potere di stringere simili intese.
    Visto l’effetto dirompente di una simile notizia, un portavoce del dipartimento ha preso le distanze osservando che “se questa storia è vera, allora queste decisioni sono state prese senza consultare i nostri funzionari a Washington”. dal dipartimento di Giustizia, invece, è giunto un sonoro no comment.

    www.rinascita.info

  5. #5
    CON LA RESISTENZA!
    Data Registrazione
    28 Jan 2007
    Località
    "Il Ribelle è deciso ad opporre Resistenza. Il suo intento è dare battaglia, sia pure disperata"
    Messaggi
    7,865
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Lettera aperta a Evo Morales


    Mercoledì 31 Ottobre 2007 – 18:14 – Siro Asinelli

    foto da www.asroma.it

    Gentile presidente Evo Morales, sulle pagine di questo giornale, ormai da anni, tentiamo di seguire le vicende della Sua politica, del Suo Paese, finalmente sottratto – anche se la strada appare ancora piena di ostacoli – a decenni di prepotenze liberiste, di soprusi oligarchici, di ingerenze straniere, di connubi malsani tra imprenditoria e politica.
    La Sua è una figura che abbiamo apprezzato e continueremo ad apprezzare, non solamente per le tante battaglie condotte sulla “strada”, ma anche per quanto sta tentando di fare dal di dentro, con la legittima aspirazione alla sovranità nazionale, con l’adesione alle politiche continentali lanciate dal Suo altrettanto apprezzabile vicino, il presidente venezuelano Hugo Chávez.
    La Sua figura, assieme a quella del primo mandatario di Caracas, assieme alla coppia argentina dei Kirchner, assieme all’ecuadoriano Rafael Correa, al sandinista Daniel Ortega e al lider maximo Fidel Castro, spicca in questi tempi grigi di appiattimento conformista, di abbrutimento liberista, di arroganza unilaterale.
    La Sua presenza nel nostro Paese, tra domenica e lunedì passati, è un motivo di orgoglio. Eppure, deliberatamente, abbiamo scelto di non seguirla, di evitarla, di aspettare il Suo ritorno in Bolivia per continuare a seguire le Sue lotte, le lotte della Sua Bolivia, con altrettanta partecipazione professionale e, soprattutto, politica - perché crediamo che in fondo ad ogni uomo libero debbano esserci coscienza e consapevolezza politica, in barba a quella regola politically correct che vorrebbe il giornalista immune da un qualsiasi anelito ideale nel nome e per conto di una non meglio precisata “correttezza dell’informazione”, termine così privo di significato nell’era della “tirannia democratica”.
    Siamo, anzi tutto, esseri politici. Ed è per questo che domenica e lunedì abbiamo rinunciato a svolgere il nostro abituale lavoro di cronachisti, opinionisti, reporter o quant’altro. Ci piace credere, signor presidente, che la nostra sia stata una scelta dettata in parte dalla coerenza, in parte dalla nostra incapacità manifesta di renderci conto del perché della Sua visita in alcuni contesti che riteniamo all’antitesi rispetto alle lotte che Lei ben rappresenta. Non ci fraintenda, presidente: ‘No TAV’, ‘No Dal Molin’, ATTAC, centri sociali di varia natura, sigle più o meno conosciute del movimentiamo della cosiddetta “sinistra radicale”, portano avanti lotte in gran parte condivisibili. Sulla carta, chi può dirsi contrario al diritto alla casa? Chi può negare il diritto all’acqua, ad un’equa distribuzione dei beni e delle risorse pubbliche? Chi può negare il diritto all’autodeterminazione, alla libertà dei popoli, al rispetto delle minoranze? Chi può volere un mondo unipolare, liberista e liberticida? Eppure, signor presidente, qualcosa stona in quel suo incontro a porte aperte, lunedì pomeriggio, nel palazzo occupato di via de Lollis, quartiere San Lorenzo, Roma, con alcuni rappresentanti di questa variegata umanità a “sinistra” della “sinistra” (ci scuserà l’abuso delle virgolette, signor presidente, ma nell’Italia colonia e bipolare, melius abundare quam deficere). Stona non perché è inusuale vedere un capo di Stato in mezzo alla gente comune, a discutere, confrontarsi, cercare di calarsi nelle realtà distanti o vicine che siano. Stona perché visto da qui, da questo piccolo punto di osservazione fuori dai grandi circuiti della stampa embedded – di “sinistra”, di “centro”, di “destra” – Lei è apparso catapultato in un’arena aliena alla Sua prassi.
    Non si tratta di una critica, signor presidente, quanto piuttosto dell’amara consapevolezza che gli interlocutori che Lei ha dovuto, probabilmente voluto, incontrare in questo lembo di occidente atlantico, sono inequivocabilmente il simbolo di un paradosso tutto italiano, in parte replicabile in altri Paesi “grassi” come la Francia o la Germania. Fatta salva la buona fede dei suoi interlocutori italiani (ma non vi può essere cattiva fede laddove c’è carenza di capacità analitiche o, più semplicemente, intelligenza politica), chi Lei ha incontrato nel suggestivo scenario di via de Lollis è probabilmente stato un elettore di questo governo che ben poco ha di Sinistra, e molto ha di “sinistra” con le virgolette, quella al cachemire e al caviale, per intenderci. Sono gli stessi uomini e donne che hanno accettato le regole del bilateralismo istituzionale, che hanno gridato “al lupo” quando al governo c’era un Berlusconi per ritrovarsi poi sbranati dal lupo liberista che ha messo i panni della “sinistra”. Sono i “No TAV” che hanno condotto una battaglia pseudo ambientalista finendo con il coprire gli interessi diessini nell’Alta Velocità; sono i “No Dal Molin” che hanno alzato la voce quando il nostro (anzi, loro) ministro della Difesa Parisi aveva già da mesi firmato l’accordo con i gringos; sono gli stessi che accettano il diktat elettorale “destra-sinistra” finendo con l’eleggere alla Camera dei deputati per la circoscrizione America Latina l’italo-venezuelana Marisa Bafile – in forza DS - che lancia fuoco e fiamme all’indirizzo del Suo amico ed alleato Chávez. Sono gli stessi i cui voti stanno permettendo al governo liberista di Romano Prodi di svendere le ultime risorse del Paese alle grandi corporations; sono gli stessi che ancor prima dello “spauracchio Berlusconi”, hanno accettato senza colpo ferire l’imposizione del precariato attraverso l’introduzione del concetto di flessibilità del lavoro (e il governo, allora, era appannaggio di D’Alema). Sono gli stessi che aprono i conti in Unicredit, distruggono il vero cooperativismo sociale con le Coop, bevono Illy caffè e calzano scarpe Tod’s. E magari lo fanno tra una gita in yacht (o era una barca a vela?), un ritiro spirituale sul Monte Athos o un ricorso al voto di fiducia. Sono gli elettori, i sostenitori, i militanti, i simpatizzanti di una casta politico-imprenditoriale che copre l’impegno armato al fianco dell’imperialismo Usa – in Iraq, come in Afghanistan, come in Kosovo – sventolando il fantasma di un ritorno al potere della “destra”. Sono gli stessi che accettano, e questo è un argomento che le dovrebbe essere a cuore, gli aberranti compromessi di sindacati funzionali a politiche anti sociali ed anti nazionali.
    Voglia scusarci, signor presidente, se ci siamo lasciati andare a quello che a prima lettura potrebbe risultare uno sfogo amaro sulla realtà dell’antagonismo in questo nostro Paese. Rilegga, se possibile, questa nostra lettera. La rilegga a mo’ di vademecum, seppure limitato, per la Sua prossima visita, se mai ci sarà. Ci rendiamo conto che un uomo con le Sue responsabilità, nella Sua posizione e fuori dal Suo contesto, debba spesso affidarsi a quanto offre l’ambiente che lo accoglie. E tra questa “sinistra” e quella “destra”, l’Italia non deve essere proprio un Paese accogliente per un rivoluzionario quale Lei è.
    Solo un rammarico, alla fine, per questa nostra scelta di evitarla, signor presidente: quello di non averla seguita nelle sue ultime ore di permanenza, quando a sorpresa non si è voluto negare una breve visita al centro sportivo della Roma, a Trigoria. Di questi due giorni – sia detto al di là di preferenze calcistiche di sorta – quei trenta minuti scarsi sono l’immagine più genuina della Sua visita. Scompaiono i sorrisi liberisti di Prodi nelle foto ufficiali di rito, scompare l’incontro con un antagonismo appiattito sul bipolarismo.
    Perché alla fine, in questo Belpaese dei compromessi, l’unica cosa che resta salda è la fede calcistica, a prescindere dalla squadra per cui si tifa. Almeno quella, a differenza dei voti, non si cambia. Come noi, Evo Morales, continueremo a non cambiare opinione sulle Sue battaglie e sul Suo ruolo in Bolivia, in America Latina e nel contesto internazionale. Squadra vincente non si cambia mai.

    www.rinascita.info

  6. #6
    Kether è Malkuth del NM
    Data Registrazione
    11 Oct 2006
    Località
    Torino
    Messaggi
    6,283
     Likes dati
    0
     Like avuti
    11
    Mentioned
    3 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da LupaNera Visualizza Messaggio
    Lettera aperta a Evo Morales


    Mercoledì 31 Ottobre 2007 – 18:14 – Siro Asinelli

    foto da www.asroma.it

    Gentile presidente Evo Morales, sulle pagine di questo giornale, ormai da anni, tentiamo di seguire le vicende della Sua politica, del Suo Paese, finalmente sottratto – anche se la strada appare ancora piena di ostacoli – a decenni di prepotenze liberiste, di soprusi oligarchici, di ingerenze straniere, di connubi malsani tra imprenditoria e politica.
    La Sua è una figura che abbiamo apprezzato e continueremo ad apprezzare, non solamente per le tante battaglie condotte sulla “strada”, ma anche per quanto sta tentando di fare dal di dentro, con la legittima aspirazione alla sovranità nazionale, con l’adesione alle politiche continentali lanciate dal Suo altrettanto apprezzabile vicino, il presidente venezuelano Hugo Chávez.
    La Sua figura, assieme a quella del primo mandatario di Caracas, assieme alla coppia argentina dei Kirchner, assieme all’ecuadoriano Rafael Correa, al sandinista Daniel Ortega e al lider maximo Fidel Castro, spicca in questi tempi grigi di appiattimento conformista, di abbrutimento liberista, di arroganza unilaterale.
    La Sua presenza nel nostro Paese, tra domenica e lunedì passati, è un motivo di orgoglio. Eppure, deliberatamente, abbiamo scelto di non seguirla, di evitarla, di aspettare il Suo ritorno in Bolivia per continuare a seguire le Sue lotte, le lotte della Sua Bolivia, con altrettanta partecipazione professionale e, soprattutto, politica - perché crediamo che in fondo ad ogni uomo libero debbano esserci coscienza e consapevolezza politica, in barba a quella regola politically correct che vorrebbe il giornalista immune da un qualsiasi anelito ideale nel nome e per conto di una non meglio precisata “correttezza dell’informazione”, termine così privo di significato nell’era della “tirannia democratica”.
    Siamo, anzi tutto, esseri politici. Ed è per questo che domenica e lunedì abbiamo rinunciato a svolgere il nostro abituale lavoro di cronachisti, opinionisti, reporter o quant’altro. Ci piace credere, signor presidente, che la nostra sia stata una scelta dettata in parte dalla coerenza, in parte dalla nostra incapacità manifesta di renderci conto del perché della Sua visita in alcuni contesti che riteniamo all’antitesi rispetto alle lotte che Lei ben rappresenta. Non ci fraintenda, presidente: ‘No TAV’, ‘No Dal Molin’, ATTAC, centri sociali di varia natura, sigle più o meno conosciute del movimentiamo della cosiddetta “sinistra radicale”, portano avanti lotte in gran parte condivisibili. Sulla carta, chi può dirsi contrario al diritto alla casa? Chi può negare il diritto all’acqua, ad un’equa distribuzione dei beni e delle risorse pubbliche? Chi può negare il diritto all’autodeterminazione, alla libertà dei popoli, al rispetto delle minoranze? Chi può volere un mondo unipolare, liberista e liberticida? Eppure, signor presidente, qualcosa stona in quel suo incontro a porte aperte, lunedì pomeriggio, nel palazzo occupato di via de Lollis, quartiere San Lorenzo, Roma, con alcuni rappresentanti di questa variegata umanità a “sinistra” della “sinistra” (ci scuserà l’abuso delle virgolette, signor presidente, ma nell’Italia colonia e bipolare, melius abundare quam deficere). Stona non perché è inusuale vedere un capo di Stato in mezzo alla gente comune, a discutere, confrontarsi, cercare di calarsi nelle realtà distanti o vicine che siano. Stona perché visto da qui, da questo piccolo punto di osservazione fuori dai grandi circuiti della stampa embedded – di “sinistra”, di “centro”, di “destra” – Lei è apparso catapultato in un’arena aliena alla Sua prassi.
    Non si tratta di una critica, signor presidente, quanto piuttosto dell’amara consapevolezza che gli interlocutori che Lei ha dovuto, probabilmente voluto, incontrare in questo lembo di occidente atlantico, sono inequivocabilmente il simbolo di un paradosso tutto italiano, in parte replicabile in altri Paesi “grassi” come la Francia o la Germania. Fatta salva la buona fede dei suoi interlocutori italiani (ma non vi può essere cattiva fede laddove c’è carenza di capacità analitiche o, più semplicemente, intelligenza politica), chi Lei ha incontrato nel suggestivo scenario di via de Lollis è probabilmente stato un elettore di questo governo che ben poco ha di Sinistra, e molto ha di “sinistra” con le virgolette, quella al cachemire e al caviale, per intenderci. Sono gli stessi uomini e donne che hanno accettato le regole del bilateralismo istituzionale, che hanno gridato “al lupo” quando al governo c’era un Berlusconi per ritrovarsi poi sbranati dal lupo liberista che ha messo i panni della “sinistra”. Sono i “No TAV” che hanno condotto una battaglia pseudo ambientalista finendo con il coprire gli interessi diessini nell’Alta Velocità; sono i “No Dal Molin” che hanno alzato la voce quando il nostro (anzi, loro) ministro della Difesa Parisi aveva già da mesi firmato l’accordo con i gringos; sono gli stessi che accettano il diktat elettorale “destra-sinistra” finendo con l’eleggere alla Camera dei deputati per la circoscrizione America Latina l’italo-venezuelana Marisa Bafile – in forza DS - che lancia fuoco e fiamme all’indirizzo del Suo amico ed alleato Chávez. Sono gli stessi i cui voti stanno permettendo al governo liberista di Romano Prodi di svendere le ultime risorse del Paese alle grandi corporations; sono gli stessi che ancor prima dello “spauracchio Berlusconi”, hanno accettato senza colpo ferire l’imposizione del precariato attraverso l’introduzione del concetto di flessibilità del lavoro (e il governo, allora, era appannaggio di D’Alema). Sono gli stessi che aprono i conti in Unicredit, distruggono il vero cooperativismo sociale con le Coop, bevono Illy caffè e calzano scarpe Tod’s. E magari lo fanno tra una gita in yacht (o era una barca a vela?), un ritiro spirituale sul Monte Athos o un ricorso al voto di fiducia. Sono gli elettori, i sostenitori, i militanti, i simpatizzanti di una casta politico-imprenditoriale che copre l’impegno armato al fianco dell’imperialismo Usa – in Iraq, come in Afghanistan, come in Kosovo – sventolando il fantasma di un ritorno al potere della “destra”. Sono gli stessi che accettano, e questo è un argomento che le dovrebbe essere a cuore, gli aberranti compromessi di sindacati funzionali a politiche anti sociali ed anti nazionali.
    Voglia scusarci, signor presidente, se ci siamo lasciati andare a quello che a prima lettura potrebbe risultare uno sfogo amaro sulla realtà dell’antagonismo in questo nostro Paese. Rilegga, se possibile, questa nostra lettera. La rilegga a mo’ di vademecum, seppure limitato, per la Sua prossima visita, se mai ci sarà. Ci rendiamo conto che un uomo con le Sue responsabilità, nella Sua posizione e fuori dal Suo contesto, debba spesso affidarsi a quanto offre l’ambiente che lo accoglie. E tra questa “sinistra” e quella “destra”, l’Italia non deve essere proprio un Paese accogliente per un rivoluzionario quale Lei è.
    Solo un rammarico, alla fine, per questa nostra scelta di evitarla, signor presidente: quello di non averla seguita nelle sue ultime ore di permanenza, quando a sorpresa non si è voluto negare una breve visita al centro sportivo della Roma, a Trigoria. Di questi due giorni – sia detto al di là di preferenze calcistiche di sorta – quei trenta minuti scarsi sono l’immagine più genuina della Sua visita. Scompaiono i sorrisi liberisti di Prodi nelle foto ufficiali di rito, scompare l’incontro con un antagonismo appiattito sul bipolarismo.
    Perché alla fine, in questo Belpaese dei compromessi, l’unica cosa che resta salda è la fede calcistica, a prescindere dalla squadra per cui si tifa. Almeno quella, a differenza dei voti, non si cambia. Come noi, Evo Morales, continueremo a non cambiare opinione sulle Sue battaglie e sul Suo ruolo in Bolivia, in America Latina e nel contesto internazionale. Squadra vincente non si cambia mai.

    www.rinascita.info
    articolo ridicolo.

 

 

Discussioni Simili

  1. Risposte: 4
    Ultimo Messaggio: 06-07-09, 10:49
  2. Progetto rinascita di Rinascita Nazionale
    Di FrancoAntonio nel forum Prima Repubblica di POL
    Risposte: 215
    Ultimo Messaggio: 17-12-08, 12:38
  3. Risposte: 23
    Ultimo Messaggio: 04-12-08, 14:10
  4. Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 09-11-07, 00:03
  5. Su Rinascita di oggi a firma....Rinascita
    Di ardimentoso nel forum Destra Radicale
    Risposte: 16
    Ultimo Messaggio: 08-03-05, 02:43

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
[Rilevato AdBlock]

Per accedere ai contenuti di questo Forum con AdBlock attivato
devi registrarti gratuitamente ed eseguire il login al Forum.

Per registrarti, disattiva temporaneamente l'AdBlock e dopo aver
fatto il login potrai riattivarlo senza problemi.

Se non ti interessa registrarti, puoi sempre accedere ai contenuti disattivando AdBlock per questo sito