Ci voleva un altro massacro, quello di Tor di Quinto a Roma (dov’era Veltroni? Perché la sua giunta non ha fatto sgomberare quel campo nomadi? Forse che stesse programmando la notte bianca, il festival del Cinema, o la premiazione in Campidoglio a questo o a quell’attore o intellettuale?) per tornare a parlare di sicurezza. Di “razzismo”, di “far west”, direbbe la vetusta sinistra radical – regressista. E finalmente qualcuno ha usato il termine “vergogna”, anche se doveva mettere lui stesso nella categoria di coloro che si dovrebbero vergognare: anche Fini ha le sue vergogne nell’armadio, ad esempio quella di aver abbassato, per molti reati, i termini della prescrizione, utilizzandola come una mannaia sui processi. Tuttavia rimane una vergogna che si agisca solo al momento della reazione emotiva, sulla scia dell’emergenza, con esiti prevedibili: tutto vada, come vuole la tradizione, a tarallucci e vino. Il governo Prodi (pardon, Prodino) per approvare un pacchetto (pardon, pacchettino) sicurezza ci aveva impiegato svariate energie e numerosi consigli dei ministri, data l’opposizione della sinistra, più propensa ad una visione della società rousseauiana, in cui la colpa del reato è della società. Peraltro, il pacchettino non era un decreto legge, ma un disegno di legge, per cui sarebbe stato approvato, con ottimismo, in almeno 2 anni: quando un governo è efficace e forte, si penserà con sarcasmo.

Ora il governo ha approvato un decreto, anche in questo caso tardivamente, per l’espulsione dei comunitari “pericolosi socialmente”: e non mancano i pruriti ottocenteschi dei Russo Spena, dei Migliore, dei Diliberto.

Ma bisogna fare di più: in primis, abrogare la legge 31 luglio 2006, n.241, ovverosia la concessione di indulto che, fatti i primi danni con la scarcerazione e la liberazione di decine di migliaia di delinquenti, continua a farne inceppando la macchina processuale ed elargendo sconti inaccettabili ed ingiustificati di tre anni a tutti i delinquenti che abbiano commesso reati entro il 2 maggio 2006. Bisogna allungare i termini di prescrizione o, come accade in altri paesi, abrogarla sic et simpliciter. Vanno negate le possibilità di far ricorso al rito abbreviato, al patteggiamento ed al patteggiamento allargato. Va abrogata la legge Simeoni – Saraceni e soprattutto la Gozzini (1986), per garantire la certezza della pena, flagello politico che imperversa sui cittadini indifesi. La legge Gozzini permette che il detenuto goda di permessi premio fino a 15 giorni in seguito ad una regolare condotta per “coltivare affetti, cultura o lavoro”; che lavori all’esterno della struttura carceraria, una volta espiato un terzo della pena; che sia affidato in prova a servizi sociali, quando la pena non è superiore a tre anni; che sia detenuto nel suo domicilio, quando la pena non è superiore a quattro anni; che goda della semilibertà, quando sia stata scontata metà della pena; che sia liberato anticipatamente: ogni 45 giorni di detenzione in meno ogni sei mesi espiati. E’ francamente troppo, specialmente se si pensa che di questa norma possono usufruire, con modeste restrizioni, tutti i condannati: quelli per mafia (senza richiesta di pentimento o dissociazione) come quelli per violenza sessuale. E’ una legge che permette le cosiddette scarcerazioni facili, introduce una eccessiva premialità per i detenuti (siano essi, come abbiamo visto, assassini o delinquenti “comuni”) e confondono il garantismo con il permissivismo. Pur partendo da principi condivisibili quali il reinserimento in società ed il recupero del reo, nell’applicazione pratica creano allarme sociale, impunità e la certezza che, comunque, la si farà franca.

Le espulsioni per i comunitari sono solo un piccolo passo. Ci attendiamo, con poca fiducia, che qualcuno, con credibilità e fermezza, ne faccia altri.

Gabriele Vecchione


http://www.centomovimenti.com/2007/novembre/03_gv.htm