Il progetto americano di installare un sistema di difesa antimissile in Polonia e nella Repubblica Ceca porta alla ribalta il documento «US National Space Policy» firmato dal presidente Bush il 31 agosto 2006. Tale documento, varato senza clamore particolare dall’Amministrazione, esamina gli aspetti civili e militari del problema e, in sostanza, espone i punti che, nel loro insieme, assegnano agli Stati Uniti la primazia nello spazio sotto ogni profilo.
Il Washington Post esprime il parere che vi si possano trovare elementi per giudicarlo come il passo preliminare all’invio di armi nello spazio, «nel contesto di un atteggiamento ancora più bellicoso della non dimenticata teoria delle guerre stellari lanciata dal presidente Reagan negli anni Ottanta». Si ritiene, pertanto, di qualche interesse darne un rapido cenno dal quale il Lettore potrà trarre le proprie valutazioni.
Il documento, volto a sostituire ogni direttiva emanata finora, pone a premessa che, in materia di politica spaziale, gli Stati Uniti devono possedere capacità e mezzi idonei a incrementare sia la sicurezza nazionale, sia le conoscenze specifiche e i riflessi economici. Alle attività spaziali è assegnata un’assoluta priorità, secondo alcuni principi, espressi sotto forma di responsabilità nei riguardi del resto del mondo, per le quali gli Stati Uniti sono tenuti a:
Ne deriva che gli Stati Uniti — secondo il documento in parola — hanno già posto in essere un programma complesso e articolato in vari campi che viene minuziosamente descritto. Esso riguarda, in particolare, il sostegno al settore scientifico per il mantenimento di quella posizione di eccellenza a cui gli Stati Uniti annettono la massima importanza per lo sviluppo futuro delle loro capacità operative nello spazio. Parimenti sarà sempre sostenuta la base industriale allo scopo di studiare e realizzare sistemi spaziali innovativi anche per il settore commerciale. Non si tratta di un’arida elencazione di compiti e obiettivi, come potrebbe apparire a prima vista per chi non è aduso a imbattersi in documenti americani solitamente molto dettagliati per non dire prolissi. Infatti, nella loro esposizione, che ho cercato di ridurre il più possibile, appare in tutta evidenza che gli Stati Uniti considerano lo spazio esterno come un vero e proprio teatro operativo nel quale sono indisponibili a concedere ad altri capacità e possibilità di intervento se non di secondo ordine. Non a caso il programma si dilunga sugli aspetti scientifici connessi alle attività spaziali, per i quali la strada da percorrere è ancora molto lunga, con il chiaro intendimento di mantenere saldo il primo posto a fronte dei tentativi prodotti da altri Paesi. E ciò nonostante le affermazioni di principio di voler promuovere in campo internazionale compartecipazioni e collaborazioni nel settore delle conoscenze e delle informazioni. Lo si rileva dal convincimento espresso a chiare lettere che la sicurezza degli Stati Uniti dipende in misura critica dalle capacità spaziali che saranno acquisite e che questo collegamento diretto aumenterà con il passare del tempo. È appena il caso di notare che un atteggiamento così restrittivo e isolazionista si stacca da quello che appare il normale atteggiamento in politica estera dell’Amministrazione americana, la quale sullo scenario internazionale è oggi incline alla ricerca di consensi nella trattazione dei problemi più pressanti. In altre parole, pur non aprendo completamente la porta al multilateralismo nascente dalla naturale e inarrestabile evoluzione degli eventi nel nostro pianeta in terra, in mare e in cielo, lo spazio esterno appare come l’ultima frontiera per l’affermazione unilaterale della potenza americana.
- impegnarsi nell’esplorazione dello spazio esterno a scopi pacifici e a beneficio di tutta l’umanità;
- respingere le affermazioni di sovranità sullo spazio esterno e sui corpi celesti da parte di qualsiasi Paese, nonché i tentativi di limitare l’attività mirata ad acquisire elementi conoscitivi;
- cooperare con altre Nazioni per aumentare la capacità di operare nello spazio allo scopo di ricavarne benefici per la comunità internazionale;
- affermare il diritto per sistemi e apparecchiature di transitare nello spazio e operarvi senza interferenze;
- considerare l’acquisizione di capacità operative nello spazio come elemento essenziale dell’interesse nazionale e riservarsi al riguardo ogni libertà d’azione. Di conseguenza dovrà essere respinto il tentativo da parte di altri Paesi di usare lo spazio in contrasto con tale interesse;
- opporsi a qualsiasi iniziativa intesa a stabilire nello spazio regimi o restrizioni legali in contrasto con il diritto di accedervi. Lo stesso atteggiamento dovrà essere tenuto nei riguardi di proposte per accordi sul controllo degli armamenti limitativi del diritto di operare nello spazio. Sulla base di tali principi il documento esplicita i seguenti obiettivi per gli Stati Uniti da raggiungere con l’attività nello spazio;
- rafforzare la leadership in questo ambiente ai fini della sicurezza nazionale e dell’affermazione delle linee della propria politica estera;
- spianare la strada dagli ostacoli eventualmente frapposti alle proprie attività spaziali finalizzate alla difesa dell’interesse nazionale;
- sostenere ogni programma innovativo di esplorazione spaziale — umana e strumentale — con il duplice scopo di portare la presenza dell’uomo nell’ambito del sistema solare e incrementare le scoperte scientifiche;
- consentire la competizione commerciale nello spazio, mirando sempre alla salvaguardia degli interessi economici nazionali e al rafforzamento della propria leadership;
- dare impulso alle innovazioni scientifiche e tecnologiche tese a offrire sostegno alla sicurezza nazionale;
- incoraggiare la cooperazione internazionale nell’esplorazione pacifica dello spazio.
Il documento «U.S. National Space Policy» traccia le direttive per enti militari e civili con l’esortazione a incentivare tra loro una dinamica partnership che non deve mai perdere di vista l’obiettivo ultimo della sicurezza nazionale la quale, come già detto, rappresenta l’unica linea guida del comune lavoro. E così al dipartimento della Difesa si richiede di fissare gli obiettivi per il servizio informazioni e provvedere alla realizzazione dei sistemi necessari alla difesa missilistica spaziale, assicurando quella libertà d’azione da negare, invece, ai potenziali avversari. Al servizio intelligence compete l’obbligo di curare la raccolta e l’analisi delle informazioni, finalizzate al sostegno della politica estera e di difesa. Sarà anche responsabile di diffondere l’allarme preventivo nel caso di crisi incombenti e di investigare sul livello di conoscenze raggiunto all’estero nella ricerca e sviluppo in campo spaziale. Nel documento, inoltre, si riserva un’attenzione specifica alle prescrizioni per le agenzie non militari. La NASA (National Aeronautics and Space Administration), in particolare, dovrà porre in essere un intenso programma di esplorazione dello spazio, nonché impiegare gli strumenti che la scienza mette a disposizione allo scopo di approfondire sempre di più la conoscenza del sistema solare e dell’universo. Essa ha pure l’incarico di fornire ausilio agli enti preposti al lancio dei satelliti su orbite programmate. Né viene omesso un richiamo specifico alle agenzie governative perché collaborino con il settore delle industrie private dedite alla realizzazione di strumenti e infrastrutture relative alle attività spaziali. Da ultimo si fa cenno anche al dipartimento di Stato al quale è devoluto il duplice incarico di promuovere all’estero la conoscenza delle attività spaziali degli Stati Uniti e incentivare l’uso dei sistemi americani da parte dei Paesi amici e alleati.
***A questo punto mi rendo conto della necessità di fare ricorso alla comprensione del Lettore nell’affermare che il documento di cui trattasi costituisce una dettagliata e completa rassegna dei principi posti alla base delle attività spaziali americane civili e militari, di cui quanto sopra esposto rappresenta solamente una veloce sintesi. Ma probabilmente è proprio per questo che le reazioni suscitate all’estero sono state numerose e improntate a giudizi differenziati ma, per la maggior parte, non positivi per non dire molto severi. Se ne citano alcuni colti qua e là sia sugli organi di stampa nazionali, sia sui giornali stranieri inclusi quelli americani. In sostanza alla nuova politica di difesa per lo spazio si muove l’accusa, come già accennato, di essere una versione ancora più estrema e unilaterale della controversa teoria delle «guerre stellari» del presidente Reagan. Viene sottolineato che la nuova dottrina apre la strada a una politica militare nello spazio extra atmosferico e stabilisce il diritto degli Stati Uniti di negarne a chiunque l’accesso se ritenuto ostile ai propri interessi. Si specifica che l’obiettivo a lungo termine è di «assicurare la supremazia degli Stati Uniti anche oltre l’atmosfera». Secondo l’Washington Post il documento, diffuso dalla Casa Bianca senza alcun preavviso durante il lungo ponte del Columbus Day sul suo sito «Office of Science and Technology Policy», afferma che la libertà d’azione nello spazio è «altrettanto importante per gli Stati Uniti del potere aero-marittimo». L’obiettivo dell’Amministrazione Bush — si legge — è di «rafforzare la leadership spaziale della Nazione e assicurare che le operazioni nello spazio siano disponibili per gli obiettivi del Paese all’interno e nel mondo. Dunque, per questo fine primario, si deve fare in modo che le operazioni americane nello spazio non siano in alcuna maniera ostacolate». La nuova linea politica sostituisce quella precedente incentrata sulle spedizioni nel cosmo, elaborata nel 1996 dall’Amministrazione Clinton, che il presidente Bush considera inadeguata a motivo dei progressi decisivi in campo tecnologico in base ai quali è aumentata l’importanza della libertà d’azione nello spazio. Al riguardo, Frederick Jones, portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale, prende a esempio alcuni strumenti ormai abituali della vita quotidiana connessi a ritrovati della tecnologia con sede nello spazio, quali il Gps per la navigazione o, più semplicemente, i telefoni cellulari e il servizio Bancomat. Ma aumentano le polemiche, in particolare attorno al palese intendimento di respingere qualsiasi accordo sulla limitazione degli armamenti che possa frapporre ostacoli all’operatività nello spazio degli Stati Uniti. Lo dice anche Theresa Hitchens del centro informazioni difesa di Washington, rilevando che dall’Amministrazione Bush non promana alcun commento sulla nuova linea politica la quale «tiene la porta aperta a una strategia di guerra nello spazio e prospetta un tono bellicoso e unilaterale». La Casa Bianca ha annunciato solamente che «gli Stati Uniti si opporranno alla costituzione di nuovi regimi legali o restrittivi i quali abbiano lo scopo di proibire o limitare l’accesso e l’utilizzo dello spazio». Lo ha detto il presidente Bush, specificando che «non c’è bisogno di trattati contro gli armamenti perché non c’è nessuna corsa alle armi spaziali». Si tratta solo — aggiunge la Casa Bianca — di un aggiornamento della dottrina Clinton la quale, ai fini della sicurezza nazionale, tendeva solamente a incrementare la conoscenza del nostro pianeta, del sistema solare e dell’universo attraverso l’esplorazione umana e strumentale.
In opposizione ai commenti allarmati provenienti da varie direzioni, l’Amministrazione Bush prospetta un futuro di collaborazione per l’impiego pacifico dello spazio. Vengono, al riguardo, enfatizzati e sottolineati i seguenti punti specifici nei quali gli Stati Uniti sono impegnati:
Queste dichiarazioni ufficiali riflettono nella sostanza preoccupazioni e timori che i commentatori internazionali hanno liberamente e più chiaramente espresso attraverso gli organi di informazione. Per loro, in definitiva, è lecito sintetizzare il contenuto della nuova politica spaziale nell’abbandono totale e senza eccezioni del multilateralismo del presidente Clinton il quale, dieci anni or sono, subordinava ogni azione al rispetto dei trattati internazionali. A titolo di osservazione personale, devo dire che solo in apparenza la politica della precedente Amministrazione appariva più incline a rispettare gli interessi degli altri. È sufficiente ricordare che, come più volte esposto sulla Rivista Marittima, il presidente Clinton ha sempre favorito il mantenimento nel settore nucleare di quel margine di superiorità, non ufficialmente sbandierato, che consenta agli Stati Uniti la massima libertà d’azione in ogni campo. Peraltro, si tratta di una costante nella politica della superpotenza, che la mette al riparo da ogni evenienza, anche se temperata dai tentativi di ricercare accordi con gli altri, ai fini della stabilità o della lotta contro un comune nemico quale il terrorismo internazionale.
- l’esplorazione del cosmo va a beneficio di tutta l’umanità e, dunque, anche al perseguimento dei propri interessi;
- viene respinta qualsiasi richiesta di sovranità in ogni parte del corpo celeste allo scopo di consentire la libera acquisizione di dati e conoscenze;
- si persegue la collaborazione con le Nazioni nell’uso pacifico dello spazio allo scopo di promuovere e proteggere la libertà in tutto il mondo;
- si afferma il proprio diritto di transito nello spazio senza interferenze, unitamente alla facoltà di dissuadere chi intendesse frapporre impedimenti o assumere atteggiamenti ostili;
- si promuove il crescente sviluppo commerciale e imprenditoriale nello spazio fino alla massima estensione possibile conformemente alle esigenze della sicurezza nazionale.
Si citano, pure, per completezza quelle osservazioni alla nuova politica spaziale che sembrano espresse con grande durezza e acredine, fino ad apparire eccessive e pervase da un preconcetto antiamericanismo oggi non infrequente. Si attribuisce, a esempio, un contenuto sensazionalistico al documento di cui trattasi, nel quale si affermerebbe che lo spazio, aperto a tutta l’umanità, deve diventare la «riserva di caccia» della tecnologia militare e civile americana, come il «mare nostrum» dell’impero romano. Dopo il discorso del 1983 con il quale Ronald Reagan mise in campo la fantasiosa iniziativa delle «guerre stellari», questa nuova dottrina di Bush andrebbe al di là dello scudo spaziale che Edward Teller, il padre dell’arma termonucleare americana, era riuscito a imporre a Reagan. Si dice, inoltre, che questo balzo in avanti rispetto al progetto reaganiano, il quale aveva accelerato il disfacimento dell’URSS, abbia ricevuto il primo impulso quando, anni or sono, un raggio laser dal territorio cinese illuminò, pur senza danni, un satellite americano. Si scoprì, cioè, la vulnerabilità di un sistema — quello satellitare — che oggi assicura in larga misura la funzione operativa del comparto militare degli Stati Uniti, dalle telecomunicazioni alla guida del vettori missilistici, al puntamento delle artiglierie. Ne è derivata l’annessione strategica dello spazio, una dottrina che entra a pieno titolo nella visione neoconservatrice del mondo adottata dalla superpotenza americana. Per questi critici è rimarchevole la chiarezza di Bush che ha lasciato in disparte l’ipocrisia e gli scrupoli multilaterali della linea politica del presidente Clinton, la quale aveva sostituito lo scudo spaziale di Reagan ideato, ma rimasto praticamente allo stato di pura teoria, per opporsi ai vettori missilistici intercontinentali.
In definitiva è innegabile che le valutazioni sul documento possono essere diverse. Ma forse il suo principale significato risiede nella constatazione che l’America riserva a se stessa la valutazione di un eventuale atto ostile e del suo autore. È per questo che, secondo il prof. Cassese, docente di diritto internazionale all’Università di Firenze, «il fatto grave è che, ancora una volta, il presidente Bush adotta un atteggiamento unilateralistico». Pur non formalmente in contrasto con gli obblighi internazionali — prosegue Cassese — questa strategia è contraria al loro spirito e pone una serie di premesse che possono portare a gravi violazioni delle norme di diritto. «Se ne può, in sostanza, dedurre che l’uso dello spazio extra atmosferico a vantaggio dell’umanità — come si afferma nella dottrina — sia coerente con la tutela degli interessi nazionali degli Stati Uniti articolata in attività di difesa e di intelligence. Praticamente è come se gli americani dicessero di usare lo spazio per la propria difesa militare a vantaggio dell’umanità». Cassese conclude così: «Negare ad altri il passaggio nello spazio esterno che è un bene di tutti — res communis omnium — configura un atto contrario al diritto internazionale; ne potrebbe nascere una corsa agli armamenti».
***Come già accennato, il documento in parola rispecchia idee e finalità dell’Amministrazione Bush per ciò che attiene allo specifico aspetto della sicurezza del Paese in campo spaziale. In altri settori l’attività nel cosmo degli Stati Uniti è ben nota, intensamente sostenuta da numerose agenzie esterne al dipartimento della Difesa anche se con questo direttamente collegate per il necessario coordinamento. Così la NASA, la quale diede inizio alle missioni di esplorazione nel sistema solare con l’uomo e con le sonde subito dopo lo Space Act del 1958, un documento che, quindi, ebbe il significato di avviare per gli Stati Uniti l’era spaziale. Inoltre, separò l’attività della NASA da quella del dipartimento della Difesa al quale rimasero affidati i programmi spaziali militari. Dopo il primo volo suborbitale umano (Alan Shepard) del maggio 1961, susseguente a quello orbitale sovietico nell’aprile dello stesso anno (Yuri Gagarin), il primo americano a orbitare attorno alla terra fu John Glenn nel febbraio 1962. L’attività della NASA proseguì con progetti di successo, intercalati da alcune tragedie, con gli sbarchi sulla Luna del programma Apollo (il primo nel 1969), come la stazione spaziale internazionale, gli shuttle (veicoli spaziali reimpiegabili per portare in orbita uomini e mezzi) e la collaborazione con la Russia per questo servizio. Oggi è allo studio il progetto di un nuovo veicolo spaziale (CEV - Crew Exploration Vehicle) per il 2014. A questi programmi sono da aggiungere quelli strumentali, eminentemente scientifici, sui pianeti del sistema solare e oltre, fino alle missioni delle sonde verso lontane comete, senza contare i progetti per i più avanzati telescopi spaziali. La NASA opera anche in altri settori scientifici tra i quali lo studio dell’effetto negativo dell’attività solare sulle telecomunicazioni. Dal 1960 pure altre agenzie si occupano di problemi spaziali. Per motivi di brevità si citano solamente la NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration) con il programma di satelliti metereologici e quelle di vari dipartimenti (Trasporti, Interni, Energia) per la commercializzazione dei servizi relativi ai lanci promossi dalle varie istituzioni internazionali, la cartografia e lo studio della crosta terrestre, l’offerta di turismo spaziale e altri ancora.
Per quanto si riferisce alla difesa antimissile, dal presidente Reagan in poi, l’alternanza delle varie fasi ha prodotto solamente l’effettiva realizzazione di postazioni in Gran Bretagna, Groenlandia, Alaska e California. Al momento attuale la Casa Bianca pensa di aggiungere un grande radar innovativo nella Repubblica Ceca e una batteria di dieci missili intercettori in Polonia, mirati alla difesa degli Stati Uniti e dell’Europa (ma non completamente, perché Grecia, Turchia e Italia non entrerebbero nell’ombrello protettivo) contro attacchi dal Medio Oriente. La reazione in Russia è apparsa pesante per un sistema così vicino al suo territorio, con larvate minacce tra cui il ritiro dal Trattato INF sugli euromissili che, nel 1987, abolì le armi con gittata da 500 a 5.000 km. Nel mezzo c’è l’Europa, dipendente dalle forniture energetiche russe. Il progetto americano ai più non appare privo di validità vista la proliferazione della tecnologia missilistica in alcuni Stati dell’Asia. Ma, a parte i dubbi sull’efficacia del sistema, è proprio l’Europa che si mostra ancora una volta divisa.
La Gran Bretagna approva il progetto americano e propone che una parte dei missili intercettori venga posizionata sul suo territorio; la Francia fa assegnamento sul potere dissuasivo nucleare; Germania e Italia intendono trasferire il problema alla discussione nel Consiglio NATO-Russia, l’organismo creato a suo tempo per trattare i problemi di sicurezza reciproca. Polonia e Repubblica Ceca, nel dichiarare la loro disponibilità, dimostrano quell’animosità verso la Russia che è propria di numerosi Paesi dell’ex impero sovietico. Gli Stati Uniti auspicano il consenso degli alleati, ma non subordinano al loro accordo la realizzazione del progetto.
dAmmitaglio Pietro Scagliusi
Fonte: Rivista Marittima




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