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    Predefinito Garibaldi e il padre Buttà

    Di Leonardo Sciascia



    Naso è un paese arioso e pittoresco di circa settemila abitanti: in provincia di Messina, salendo verso i Nebrodi. E’ protetto da san Cono, di cui non pochi cittadini portano il nome. Ha dato i natali a un pleiade di eruditi e poeti, a un beato imparentato coi Piccolo e di cui Lucio Piccolo parlava con divertita familiarità all’editore Giuffrè. E a don Giuseppe Buttà. Ma nella Storia di Naso che abbiamo sottomano, pubblicata dall’arciprete Antonino Portale nel 1938, tra gli illustri che ebbero nel paese i natali, don Giuseppe Buttà vi è sommariamente ricordato. Nessuna data: di nascita, di morte, di pubblicazione dei suoi libri; e non una parola sulle sue idee, sulle sue azioni, sul contenuto dei suoi tre libri. Entusiasta del regime fascista, l’arciprete Portale pare senta una certa vergogna, e per carità di patria taccia, delle idee di padre Buttà: che erano di inflessibile legittimismo e di strenua fedeltà ai Borboni e alla loro causa, anche quando fu chiaro essere causa irrimediabilmente persa.
    Dei tre libri di padre Buttà – un romanzo storico, il Viaggio da Boccadifalco a Gaeta e la voluminosa (3 volumi, 1779 pagine) apologia che s’intitola I borboni di Napoli di due secoli – quello che ancora con diletto si legge è il secondo. Pubblicato a Napoli, in estratti dal giornale “La Discussione”, nel 1875; ristampato, sempre a Napoli, nel 1882 e, in edizione anastatica, qualche anno addietro, è però rimasto ad una ristretta cerchia di lettori: i nostalgici di casa Borbone, gli storici, e quei pochi che i fatti della storia, per curiosità o per sentimento, amano vederli anche dalla parte dei vinti – oggi meno pochi di ieri.
    Pier Giusto Jaeger, nel suo libro su Francesco II di Borbone, definisce “di ineguagliabile parzialità” il Viaggio da Boccadifalco a Gaeta. E si può senz’altro consentire che è un libro di appassionata ed estrema parzialità, ma non “ineguagliabile”. Tanta letteratura garibaldina non è da meno, e I Mille di Giuseppe Bandi e I garibaldini di Alessandro Dumas lo eguagliano senza sforzo. Solo che padre Buttà scrive senza il minimo distacco, tempestosamente, con la rabbia di chi ha visto (o ha creduto di vedere) la propria parte sconfitta non dal numero e dal valore di quella avversa, ma dalla interna disgregazione, dall’inettitudine e dal tradimento dei capi. Della seduzione degli ideali unitari e patriottici, dell’aspirazione alla libertà, di tutte le illusioni che si accompagnarono alla volontà di fare l’Italia, della cultura che le suscitava, non sa e non vuole tener conto: per lui non c’è aspirazione, ideale, illusione che siano più alte di quelle dell’onore, della fedeltà.Il sospetto che la dissoluzione cui assiste abbia lontane radici e motivazioni più complesse dei singoli casi di opportunismo e di tradimento, se mai gli balena, prontamente lo rimuove. Il suo stato d’animo è simile a quello di chi, caduto il fascismo e perduta la guerra dal fascismo voluta, si è dato a cercarne le ragioni nel tradimento di capi militari e gerarchi del partito: di fatto raffigurando Mussolini come un imbecille che di nulla si accorgeva e dava fiducia a chi non la meritava. Così per padre Buttà il re Francesco, e prima di lui re Ferdinando.
    Bisogna ammettere però che dal suo punto di vista, attraverso le cose personalmente vissute, padre Buttà ragioni di vedere tutto l’andamento della guerra sotto il segno del tradimento ne aveva. Cappellano di quel 9° battaglione cacciatori comandato dal colonnello Bosco, che con valore si batté contro garibaldini e piemontesi e ne ebbe riconoscimento e onore dagli stessi nemici, si può ben dire che in quanto a inettitudine e avidità dei capi dell’esercito borbonico, da Palermo a Gaeta, padre Buttà vide tanti e così eclatanti esempi che inettitudine e avidità non bastano, nemmeno oggi, a spiegare. Noi vi aggiungiamo, a spiegarceli, il senso della fine – da cui tutti, e lo stesso re, erano presi – e l’avvento di quei “nuovi doveri” (per dirla con un’espressione di Vittorini) di cui si poteva non aver coscienza ma che erano, per così dire, nell’aria. Ma padre Buttà, da vicino e nella sua fedeltà ai “vecchi doveri”, altro non poteva scorgervi che il tradimento. Egli chiama amaramente e ironicamente “viaggio” la ritirata di un esercito che da Calatafimi al Volturno ebbe tutte le possibilità di annientare il nemico; una ritirata che non riesce a spiegarsi se non col tradimento di generali e ammiragli che per ambizione o denaro si erano venduti a Garibaldi e a Cavour. Per più di quattrocento pagine il cappellano militare del battaglione Bosco si racconta fatti in cui il valore e le vittorie di Garibaldi si riducono a una specie di gioco delle parti: tutto già pattuito, il prezzo già pagato o promesso. Garibaldi non è che un piccolo uomo incerto, spaurito e quasi svanito, senza alcun piano, senza alcuna strategia, ma con la grande fortuna di aver di fronte quei capi a tutto incapaci tranne che a vendersi. Con loro, Garibaldi riesce a vincere proprio nel momento in cui sta per essere sconfitto. Ed è una verità che non si intravede soltanto nelle pagine del Buttà, ma anche in quelle della più fervida letteratura garibaldina. Le battaglie di Garibaldi, e quella di Calatafimi con particolare evidenza, sono state vinte proprio nel momento in cui sembravano perdute. “Più ci penso”, diceva Villa a Fierro, reduce da non so più quale sconfitta, “e meno capisco come abbiano potuto battervi”. Francesco II ci si sarà arrovellato per tutta la vita, a capire come abbia potuto Garibaldi battere il suo esercito, e specialmente in Sicilia.
    L’uomo che avrebbe potuto portare le schiaccianti forze borboniche a effettivamente schiacciare le sparute forze garibaldine, stava l’, al comando del 9° cacciatori: tenuto a freno dagli inetti e dai traditori, smanioso di battersi, pieno d’indignazione e di rabbia: ed era, per il cappellano Buttà, per i poveri soldati che in nome di Francesco II andavano a quegli inutili assalti, il colonnello Ferdinando Beneventano del Bosco. E questa è anche, in definitiva, l’impressione dei memorialisti garibaldini: espressa con serenità e finezza da un Abba, con grossolana intolleranza e dileggio da un Bandi.
    Diffusamente Bandi ne parla nelle pagine sulla battaglia di Milazzo: lo dice “uomo spavaldo quant’altri mai, ma accettissimo ai soldati del re e fedele a tutta prova”; e aggiunge: “Ora è bene che il lettore sappia il famoso colonnello Bosco non era sconosciuto a Garibaldi, il quale lo aveva visto in Palermo, e lo aveva trovato arrogantissimo e provocatore al maggior segno, quando gli capitò di venire a parlamentare dentro il Palazzo Pretorio. In quell’occasione, il bollente Achille dell’esercito borbonico si arrischiò a parlare con tanta insolenza, e fu tanto il chiasso che fece battendo i piedi per terra e flagellando col fodero della sciabola le zampe de’ tavolini e delle sedie, che Garibaldi durò gran fatica a tenersi in cristi, e la durarono più di lui i suoi ufficiali, stomacati di tanta impertinenza”. Ma Garibaldi – il Garibaldi che a Calatafimi, seduto su un muricciolo, guarda i borbonici che manovrano per attaccarlo e dice: “Per Dio! Come manovrano bene! Sono belle truppe davvero!” – è possibile abbia invece, non senza simpatia, capito lo stato d’animo del giovane ufficiale siciliano che non si rassegnava ad accettare, senza aver combattuto, i miserevoli patti della sconfitta. Così come Abba quando annota: “Laggiù, in fondo alla via, in mezzo a quelle facce torve di stranieri, si vedeva il colonnello Bosco aggirarsi furioso, come uno scorpione nel cerchio di fuoco. Oh s’egli avesse potuto giungere mezz’ora prima! Entrava difilato, e se veniva al Palazzo Pretorio quasi di sorpresa, con tutta quella gente, che aveva la rabbia in corpo della marcia a Corleone, fatta dietro le nostre ombre. Chi sa che fortuna sfuggiva di mano a questo Siciliano, giovane, ardito e ricco d’ingegno?”
    Questa nota di Abba si riferisce al momento in cui la colonna comandata da von Mechel, cui era stato aggregato il 9° cacciatori, rientra a Palermo dal vano inseguimento che l’aveva portata fino a Corleone e sta per avventarsi sui garibaldini sorpresi e sgomenti: ma un ufficiale borbonico la ferma, a rispetto dell’armistizio che il generale Lanza aveva trattato (ma non ancora firmato, dice padre Buttà) con Garibaldi. E c’era di che arrabbiarsi, contro la sorte e contro gli uomini che della sorte si facevano docili e imbelli strumenti. Una colonna di più che quattromila uomini si era affannata ad inseguirne circa sessanta, sotto il gran sole di giugno, all’interno dell’isola: e credevano, von Michel e Bosco, di stare incalzando l’intero esercito di Garibaldi, ormai disperato e votato a una guerra di briganti, mentre stavano invece dietro a una sparuta colonna di feriti e di “lavativi” di cui Garibaldi si era alleggerito affidandola a Vincenzo Giordano Orsini. E l’inseguirono fino a Corleone; da dove, lasciando gli inutili cannoni, la piccola colonna mosse a rifugiarsi a Sambuca, e in quelle ospitali case disparve. Ma avuta ad un certo punto notizia che Garibaldi era entrato a Palermo, ecco von Mechel tornare a marce forzate, nella certezza di coglierlo e batterlo: ma per constatare invece che il generale Lanza non solo si era dimenticato di quella possente colonna che in cerca di Garibaldi vagava nella Sicilia interna (e se n’era dimenticato lo stesso Garibaldi), ma – al momento in cui ricompariva – le imponeva di rispettare un armistizio peraltro non ancora concluso.
    Punto nodale e fatale di tutta la guerra, questo della cosiddetta “diversione di Corleone”; e ha dato luogo a esaltazioni del genio di Garibaldi, da un lato; a sospetti che oggi di direbbero di “dietrologia” (una scienza italiana dei nostri anni: solo che nell’andar dietro ai fatti, nel cercare coloro che occultamente li mossero, altro non si scoprirono che ectoplasmi, come nelle sedute spiritiche), dall’altro; mentre equamente vi ebbero parte il caso (governato dall’incertezza e dall’imbecillità dei capi) e quella qualità negativa dei siciliani che prende il nome di omertà e che soltanto per questo episodio viene celebrata e glorificata come virtù. “Sia gloria a questo popolo: non ha dato ai nemici una spia!” scrive Abba. E amen.

    Continua…

    Da Leonardo Sciascia – Opere, 1984-1989, Classici Bompiani

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    Di Leonardo Sciascia



    Il colonnello Bosco (che, per l’esattezza, era maggiore quando Abba, nel maggio del 1860, lo dice colonnello: e del resto sarebbe stato generale entro l’anno) apparteneva a quella famiglia di cui ancora, nella piazza centrale di Siracusa, è lo splendido palazzo barocco. Non pare che la famiglia fosse di strenua fedeltà ai Borboni: ma lui, probabilmente cadetto, e con lo spirito di contraddizione dei cadetti nelle famiglie nobili siciliane (e bellissimo esemplare, per come sa raccontarsi e raccontare, è quel Michele Calmieri di Miccichè di cui nulla forse sapremmo se Stendhal non lo avesse incontrato e poi letto), fedele ai Borboni fu fino all’estremo, da Gaeta seguendoli poi nell’esilio di Roma e di Parigi. Si fosse infiammato dell’idea unitaria, del patriottismo italico, lo avremmo nel pantheon degli eroi risorgimentale e dei siciliani illustri. E c’è da immaginare, poiché non era un cretino, ne abbia avuto la tentazione: e non in ordine alla convenienza e ai vantaggi che ne avrebbe avuto, ma appunto per l’idea, più ricca d’avvenire e affascinante che non fosse quella di difendere l’indifendibile trono di Francesco II. Ma l’idea che Bosco aveva dell’onore era superiore ad ogni altra, sicché Gaeta si trovò ad essere – come dice padre Buttà – il più fedele generale e il più affettuoso amico di Francesco II. Ma non bisogna dimenticare che a Gaeta, accanto allo scialbo Francesco, c’era l’ardente Maria Sofia: quella bellissima e maestosa giovanetta diciassettenne – scriva il cappellano – che sotto i più micidiali bombardamenti andava su un cavallo focoso a recare consolazione ai combattenti e soccorso ai feriti. “Oh donna veramente ammirabile, quante volte io ti vidi avvolta in un turbine di micidiali proiettili; e mentre tremavo per Te, Tu uscivi dalle fiamme e dalle ruine balda e sorridente! Tu eri la meravigliosa del tuo sesso; Tu l’onore e l’orgoglio dei pari tuoi…” E quale sarà stato il sentimento del giovane generale per la giovanissima, bella e fiera regina? Viene da pensare al romanzo di Daudet I re in esilio, in cui la regina d’Illiria – per tanti tratti riconoscibile come Maria Sofia – è oggetto di devoto e silenzioso amore.
    Ma facendo un passo indietro, e dall’assedio di Gaeta tornando alla campagna di Sicilia, ecco Bosco e il suo cappellano nella battaglia di Milazzo. E’ Bosco che comanda le truppe borboniche: ma prima che con Garibaldi deve fare i conti col comandante della fortezza, che non intende obbedirgli, e col generale Clary, che da Messina non intende aiutarlo. Affronta la battaglia con forze che entrambe le parti diranno impari: inferiori quelle borboniche, secondo Buttà; inferiori quelle garibaldine, secondo Bandi. La vittoria costa ai garibaldini seicentocinquanta tra morti e feriti; molto meno ai borbonici la sconfitta. A confronto, le descrizioni di Bandi e di Buttà sembrano di due diverse battaglie. Ma avremmo uguale impressione a confrontare tutte le descrizioni che sono state date della battaglia di Waterloo: soltanto quella di Stendhal è, in assoluto, la battaglia di Waterloo. Ma su un punto Bandi e Buttà sono d’accordo: che subito dopo la battaglia entrarono a Milazzo torme di villani avidi di preda.
    Entrarono anche tanti nuovi amici di Garibaldi e della causa italiana: e alcuni venivano da Naso e dai paesi circonvicini, e conoscevano bene padre Buttà. Sicché, capitolata la fortezza con l’onore delle armi, questi vecchi amici di padre Buttà e nuovi di Garibaldi si adoperarono con ruvida premura a che il cappellano restasse con loro e si facesse garibaldino. E addirittura lo condussero da Garibaldi, a presentarglielo come nuovo acquisto. “Trovai un uomo di statura media, di un insieme piuttosto ordinario, ma semplice e cortese nei modi. Difatti, senza che io gli avessi detto una parola, mi strinse la mano. I miei amici parlarono a modo loro per me. Garibaldi, dopo di avermi stretta di nuovo la mano, disse: ‘L’accetteremo per nostro fratello e lo destineremo ai cacciatori dell’Etna’. Meno male, io dissi tra me e me: ho inteso un nome siciliano col quale hanno battezzato qualche squadra di garibaldini.” Perché padre Buttà era sì fedele ai Borboni, considerava la loro dinastia la più propizia alla felicità del Regno, ma talmente grande era il suo amore alla Sicilia che arrivava ad ammettere che qualche torto nei riguardi della Sicilia i Borboni lo avevano. Non, si capisce, per loro deliberata volontà: ma sempre per consiglio fraudolento o imbecille, di generali e ministri.
    Si capisce che padre Buttà non aveva nessuna voglia di diventare fratello dei garibaldini vecchi e nuovi (e semmai avrebbe preferito i vecchi); e tanto meno di andare ad ingrossare la fila, che faceva capo a fra Pantaleo, dei preti e monaci liberali che, armati di crocefisso, sciabole e pistole, si aggiravano tra i garibaldini. Questi preti e monaci erano anzi le sue bestie nere; e i vescovi e i cardinali che sottostavano a compiacere Garibaldi non erano da meno, per lui, dei generali che tradivano Francesco II. Perciò con prudenza, con circospezione, riuscì ad eludere l’amorosa e pressante vigilanza dei suoi amici siciliani e ad imbarcarsi sulla fregata in cui il suo adorato Bosco si era già imbarcato. Alla volta di Napoli.
    Per sua parte, Bosco – che Garibaldi, dice Buttà, avrebbe voluto umiliare costringendolo a una resa a discrezione – aveva ottenuto e si era imbarcato con l’onore delle armi, scortato e protetto da due maggiori del reggimento Cosenz. La folla lo salutò urlando imprecazioni e fischiando, ma ai due ufficiali che, dice Bandi, con umane parole venivano rassicurandolo, disse: “Non mi dite nulla, perché le voci di questa canaglia non le sento neppure!”

    Da Leonardo Sciascia – Opere, 1984-1989, Classici Bompiani

 

 

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