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    Predefinito Il 'razzismo' egalitario...

    Riporto su questo forum un paio di articoli a mio avviso estremamente interessanti che mi sono arrivati via email, tratti dal sito di Arianna Editrice (che con le sue pubblicazioni da anni si occupa di 'smontare' la Weltanschauung occidentalista e tecnocratica).


    L'equivoco di fondo dei volonterosi antropologi anti-razzisti

    di Francesco Lamendola

    (12/11/2007)


    L'uscita del libro Armi, acciaio e malattie. Breve storia del mondo negli ultimi
    tredicimila anni di Jared Diamdond (edizione originale New York-Londra, 1997, col
    titolo Guns, Germs and Steel. The Fates of Human Societies; traduzione italiana
    Torino, Einaudi, 1998 e 2000) ha attirato l'attenzione della critica sulle tesi di
    questo professore, docente all'Università di California a Los Angeles e membro
    dell'Accademia Nazionale delle scienze americane. Non si tratta di un autore
    sconosciuto al pubblico europeo ed italiano; nel nostro Paese era già stato tradotto
    un altro suo libro, Il terzo scimpanzé (Bollati Boringhieri, 1994), e un terzo è
    apparso in libreria due anni fa: Collasso. Come le società scelgono di morire o
    vivere (Torino, Einaudi, 2005).

    Tuttavia, Armi, acciaio e malattie è certamente il più originale e quello che
    maggiormente ha fatto discutere e che più si presta a una seria riflessione su un
    problema nodale dell'antropologia e della storia comparata: perché alcune società si
    sono evolute tecnologicamente, e altre no? Perché alcune sono diventate ricche, e
    altre no? Perché alcune - quelle dell'Asia e soprattutto dell'Europa - si sono
    imposte sul resto del mondo? James Diamond ha scritto il suo libro - che si avvale
    di una ricca e scrupolosa documentazione che va dalla geografia alla botanica,
    dall'archeologia alla linguistica - per tentar di rispondere alla domanda. Non è
    però, la sua, una indagine imparziale e scevra da preconcetti: egli si è accinto a
    un lavoro così imponente mosso da un intento ben preciso: dimostrare l'infondatezza
    delle teorie razziste, secondo le quali vi sarebbero dei popoli o delle razze umane
    intrinsecamente superiori. I razzisti, in genere, portano a sostegno di tale
    affermazione il fatto che né gli Africani, né gli Amerindi e tantomeno gli
    Australiano hanno raggiunto un livello di civiltà vagamente paragonabile a quello
    europeo; e che ciò dipenderebbe, secondo loro, da una serie di virtù innate degli
    abitanti del vecchio continente.

    Diamond invece, esaminando la storia antichissima dei vari continenti (a partire
    dall'ultima glaciazione), confuta tale impostazione e individua l'inferiorità in cui
    si vennero a trovare Africani, Amerindi ecc. davanti all'assalto degli Europei, in
    una serie di ragioni geografiche, climatiche, botaniche e zoologiche. Ad esempio,
    l'Africa sub-sahariana e l'Australia sono più piccole del continente euroasiatico e
    di gran lunga meno popolate; hanno pochi o nessun animale domesticabile; poche
    specie vegetali utili per l'agricoltura; e condizioni climatiche tali per cui le
    piante alimentari importate dall'esterno stentano ad attecchire, se non nell'ambito
    di fasce relativamente ristrette. Gli europei potevano disporre del cavallo,
    domesticato nelle steppe dell'Asia centrale; gli Africani non potevano opporre il
    rinoceronte, perché non poterono domesticarlo; e ciò costituì un notevole svantaggio
    sul piano militate, quando i due mondi giunsero allo scontro. A sud dell'Equatore,
    poi, le stagioni sono invertite e le piante domestiche, per giungere all'estremità
    dell'Africa, si trovano la strada sbarrata da una serie di fasce climatiche
    latitudinali caratterizzate da condizioni di piovosità alle quali non possono
    adattarsi. Come tipico esempio di ciò, egli cita il caso del grano, che giunse in
    Sudafrica dall'Egitto solo con l'arrivo delle navi europee, nel 1652.

    Ma il caso più eclatante, secondo Diamdond, per smentire le tesi dei razzisti, è
    quello dell'Australia: il più piccolo e il più isolato dei continenti. Questi due
    fattori - la piccolezza (relativa) e l'isolamento, durato dall'arrivo dei primi
    abitanti, 40.000 anni fa, fino a quello degli Europei, nel XVIII secolo, sono stati
    determinanti nel "fermare" l'evoluzione degli aborigeni all'età della pietra. A
    conferma di ciò, egli cita il caso della Tasmania, che fu popolata da circa 4.000
    aborigeni durante l'ultima glaciazione, quando era ancora unita al continente, i
    quali poi rimasero isolati dall'innalzamento del livello marino. Tagliati fuori dal
    gruppo principale, essi regredirono e perdettero una serie di abilità - come l'arte
    di costruire imbarcazioni o di andare a pesca, e perfino quella di accendere il
    fuoco - che in precedenza possedevano; mentre alcune centinaia di essi, che avevano
    popolato alcune isole dello Stretto di Bass, si estinsero addirittura. Secondo
    Diamond, una popolazione numerosa e stabilmente collegata con l'esterno costituisce
    un pre-requisito perché possano evolvere le tecniche materiali e si formi un
    processo virtuoso che traccia la via da una economia di cacciatori-raccoglitori, ad
    una di agricoltori, che a sua volta realizza la scoperta della ceramica, dei
    metalli, delle città e della scrittura. Questo processo può verificarsi in un vasto
    paese popolato da centinaia di milioni di individui, come la Cina, ma non in un
    paese spopolato e appartato, anche se l'uomo vi è comparso millenni prima che
    altrove. Inoltre, in un paese relativamente molto popolato e in costante
    interscambio con gli altri continenti, l'organismo umano ha il tempo e il modo di
    elaborare gli anticorpi delle malattie infettive portate dall'esterno; ciò che non
    accadde nel caso degli Africani, degli Amerindi, ecc.., che vennero letteralmente
    decimati dallo shock batteriologico dovuto all'impatto con gli Europei. Lo steso
    discorso vale per le piante e per gli animali domestici.

    Ma cediamo la parola all'Autore e seguiamolo nel suo ragionamento (Armi, acciaio e
    malattie, ed.cit., pp. 236-237).



    Molti sono portati a descrivere le società tradizionali australiane con un solo
    aggettivo: 'arretrate'. Questo è l'unico continente in cui gl'indigeni vivessero
    ancora in tempi moderni privi di tutto ciò che in genere associamo alla civiltà:
    agricoltura e allevamento, archi e frecce, edifici stabili, villaggi permanenti,
    scrittura, organizzazione politica. Gli aborigeni erano cacciatori-raccoglitori
    nomadi o seminomadi, organizzati in bande, che vivevano in capanne o ripari
    temporanei, e usavano ancora attrezzi di pietra. Negli ultimi 13.000 anni la cultura
    australiana si è evoluta assai meno che sugli altri continenti L'atteggiamento
    prevalente degli europei nei confronti dei nativi è già presente nelle parole di
    uno dei primi esploratori, un francese che scriveva: «Sono il più infelice tra i
    popoli della Terra, e i più vicini alle bestie».

    "Eppure, 40.000 anni fa, gli aborigeni poterono beneficiare di una partenza assai
    anticipata rispetto all'Europa e agli altri continenti. Risalgono a quel periodo
    alcuni tra i primi utensili di pietra dai bordi smerigliati, i primi oggetti
    composti da più parti (come un'ascia innestata nel suo manici) e di gran lunga le
    prime imbarcazioni del mondo. Alcuni degli esempi più antichi di pittura parietale
    vengono proprio dall'Australia, ed è probabile che gli Homo sapiens anatomicamente
    moderni siano comparsi qui prima che in Europa. Perché, nonostante questo vantaggio
    iniziale, furono gli Europei a sconfiggere gli aborigeni, e non viceversa?"



    Dopo aver esaminato i vari elementi della geografia, del clima, della flora, della
    fauna e dei rapporti (o meglio della estrema scarsità di rapporti) con il mondo
    esterno - quest'ultimo costituito, nel caso specifico, gli agricoltori indonesiani
    che si spinsero, al massimo, fino alle coste occidentali della Nuova Guinea, ma non
    all'Australia vera e propria, se non sporadicamente - Diamond giunge alla
    conclusione che, anche in questo caso, fu una serie di condizioni naturali
    svantaggiose a determinare l'arretratezza degli aborigeni e, quindi, la loro tragica
    inferiorità tecnica e militare quando gli Europei, dal 1788, iniziarono a
    colonizzare il continente australiano (p. 255):



    "Torniamo alla domanda con cui abbiamo iniziato il capitolo. Come spiegare, in un
    modo che non tiri in ballo l'inferiorità degli aborigeni, il fatto che i coloni
    europei siano riusciti a creare una democrazia moderna con agricoltura, industria e
    scrittura in pochi decenni, mentre i nativi dopo 40.000 anni erano ancora
    cacciatori-raccoglitori nomadi? Non è forse questo un esperimento controllato di
    evoluzione parallela di due società, che ci costringe a giungere a tesi razziste?

    "La risposta è semplice. I coloni bianchi inglesi non crearono proprio nulla in
    Australia, ma importarono tutti gli elementi della loro democrazia avanzata
    dall'esterno: il bestiame, le culture (tranne le noci di macadamia), le conoscenze
    metallurgiche, le macchine a vapore, le armi da fuoco, l'alfabeto, le istituzioni,
    persino le malattie. Tutti questi erano i prodotti finali di 10.000 anni di
    evoluzione in territorio eurasiatico, che per un accidente della geografia erano a
    disposizione di quei coloni che sbarcarono a Sydney nel 1788. Gli Europei non hanno
    mai impararono a sopravvivere in Australia senza la loro tecnologia: Burke e Wills
    [due esploratori del XIX secolo che perirono di fame nel tentativo di attraversare a
    piedi il continente australiano, dopo essere stati salvati più volte dagli aborigeni
    che però, alla fine, non si fecero più vedere dopo che uno di essi fu ucciso da
    Burke: nota nostra] erano abbastanza intelligenti per saper leggere e scrivere, ma
    non abbastanza per vivere in un'area desertica come facevano i nativi.

    "Gli aborigeni crearono davvero una società in Australia, e per ovvie ragioni questa
    non divenne una democrazia industriale avanzata. Tali ragioni derivano in modo
    diretto dalle caratteristiche dell'ambiente in cui vivevano."

    Quello che a Diamond (il cui libro è stato calorosamente lodato da un certo Bill
    Gates) non sembra essere venuto in mente è che, forse, non valeva la pena di
    affannarsi tanto per dimostrare che, se gli Africani avessero avuto a che fare con
    una specie di mammifero simile al rinoceronte, ma domesticabile, sarebbero stati
    militarmente più forti degli Europei, e che se gli aborigeni australiani avessero
    potuto coltivare il grano, si sarebbero moltiplicati di numero e avrebbero costruito
    armi e tecniche (compresi gli anticorpi) atti a respingere l'assalto europeo. La
    vera questione, a nostro avviso, non è sapere di chi o di che cosa fu la colpa del
    mancato passaggio dal neolitico all'età del bronzo e del ferro, dalla caccia e
    raccolta all'agricoltura, dalla lancia all'arco e alle frecce e, infine, al fucile e
    alla bomba atomica; la vera questione è stabilire se esista un modello unico di
    civiltà, oppure no.

    Diamond non fa il minimo tentativo per formulare una definizione di cosa sia la
    civiltà; e usa termini come 'evoluzione', 'progresso', ecc. dando per scontata la
    loro evidenza, nonché la loro positività. Altrettanto scontata, per lui, è la
    superiorità della sedentarietà sul nomadismo, dell'agricoltura sulla caccia, della
    casa stabile sulla capanna provvisoria, della scrittura sulla comunicazione
    esclusivamente orale. Peggio ancora, egli dà per scontato che la democrazia, anzi,
    per usare le sue parole, la "moderna democrazia", sia il vertice e il coronamento di
    tutte le meraviglie possibili del progresso; e in questo è molto, molto americano.
    Non il fatto di essere un ammiratore della democrazia liberale, ma il fatto di
    vederla come l'unica forma di organizzazione politica superiore e la cui eccellenza
    è auto-evidente: questo sì che è americano, per non dire reaganiano. Lo stesso
    discorso si può fare per l' industria, presentata come non plus ultra della tecnica
    produttiva.

    Peccato che a Diamond, tanto impegnato nello sforzo di confutare le tesi
    dell'antropologia razzista, non sorga mai il dubbio che, forse, il problema non è
    quello di "scagionare" i popoli extra-europei e le società tradizionali dall'accusa
    di non avere raggiunto gli standard tecnologici e politici occidentali, bensì quello
    di prendere atto che le culture non sono confrontabili e, quindi, non esiste un
    criterio per affermare che un popolo con la scrittura è più civile di uno senza
    scrittura, o che una società capace di lavorare i metalli è più progredita di una
    che adopera strumenti di pietra. Significativamente, Diamond non dice nulla di nulla
    circa l'evoluzione spirituale dei popoli presi minuziosamente in esame dal punto di
    vista tecnico, economico e perfino biologico. Nel capitolo dedicato agli aborigeni
    australiani, per esempio, non dice una parola sulla loro mitologia, sul "tempo del
    sogno", sul loro universo interiore. Si limita a osservare che essi sono riusciti a
    vivere in un deserto inospitale per 40.000 anni, mentre Burke e Wills sono morti di
    fame in pochi giorni. Questo è già qualcosa: riconoscere, cioè, che il primo indizio
    di evoluzione è la capacità di adeguarsi al proprio ambiente naturale e saper vivere
    in armonia con esso, per quanto inospitale possa rivelarsi dal punto di vista umano.
    Egli, però, non fa il passo successivo: ammettere che un popolo capace di vivere per
    40.000 anni in un ambiente difficile, ove gli 'evoluti' europei morirebbero in poche
    ore (senza automobili, telefoni, aria condizionata, frigoriferi e tutto il resto)
    non è affatto un popolo 'primitivo'. E quindi non ha bisogno di alcun avvocato
    difensore per difendersi dall'imputazione, tipicamente etnocentrica, di non essere
    stato capace di avviarsi verso le magnifiche sorti e progressive della macchina a
    vapore, del telegrafo, del televisore, dell'energia atomica, dei viaggi spaziali,
    della ingegneria genetica e dell'informatica (Bill Gates docet).

    +++++++++++

    Quello che non potrà mai capire un antropologo "politicamente corretto"
    di Francesco Lamendola
    (14/11/2007)

    Nel precedente articolo L'equivoco di fondo dei volonterosi antropologi
    anti-razzisti avevamo preso in considerazione, partendo da una riflessione sul libro
    dello studioso statunitense Jared Diamond Armi, acciaio e malattie, il punto di
    vista di quei volonterosi antropologi che, in nome della crociata anti-razzista
    (oggi tanto "politicamente corretta" quanto lo era, fino a sessant'anni fa, quella
    di segno opposto), si sentono in dovere di giustificare il fatto che alcuni popoli
    della Terra, come gli aborigeni australiani, non hanno introdotto l'agricoltura, né
    inventato la scrittura, e nemmeno - horribile dictu - la moderna democrazia
    liberale. Avevamo sostenuto, in quella sede, che - a nostro parere - non c'è proprio
    nulla da giustificare, perché la civiltà si esprime in diverse maniere e imiti degli
    aborigeni o, ad esempio, dei Tlingit nella costa nord-occidentale americana, sono
    certamente qualche cosa di diverso ma niente affatto intrinsecamente inferiore al
    mito della tecnica o a quello della Coca-Cola. Pertanto, quegli antropologi, storici
    e archeologi che si affannano tanto a spiegare che anche gli aborigeni o i Tlingit
    avrebbero potuto costruire città, inventare una tecnica e anche, magari, sostituire
    i miti della creazione con quello della Coca-Cola e del libero mercato, se solo le
    circostanze geografiche, climatiche e biologiche fossero state un poco meno ingrate
    nei loro confronti, cadono involontariamente nel grottesco quanto lo sarebbero se
    sostenessero che anche gli aborigeni e i Tlingit, a determinate condizioni,
    avrebbero potuto diventare biondi e con gli occhi azzurri.

    La distorsione mentale di quei signori delle università occidentali, che si credono
    tanto progrediti e politicamente corretti (tanto è vero che pongono la democrazia
    liberale al vertice di ogni umana aspirazione alla giustizia e alla libertà
    politico-sociali), consiste nel fatto che essi neppure si accorgono di partire
    precisamente da una forma di quel pregiudizio razzista che dicono di voler
    combattere: dare ciò per scontato e per auto-evidente che la vera 'civiltà' è la
    nostra: bianca, occidentale, democratica, scientista e materialista. Mutatis
    mutandis, sono i legittimi nipotini dei loro nonni che davano invece per scontato
    che la civiltà debba essere bianca, occidentale, moderatamente liberale, cristiana
    e, se possibile, protestante. In altre parole, a costoro non passa neanche per il
    capo che, forse, un cacciatore khoisan o un pescatore polinesiano non sono affatto
    degli uomini civili mancati nel senso occidentale del termine, così come ai
    pedagogisti di tendenza paternalista e comportamentista non viene mai in mente che
    il bambino non è un adulto non ancora sviluppato. Il bambino è un bambino, così come
    il khoisan è un khoisan e l'aborigeno un aborigeno; giudicarli al di sotto della
    civiltà sul metro dei nostri valori, delle nostre credenze, di ciò che noi riteniamo
    sia giusto e buono e vero, questo sì è razzismo della più bell'acqua.

    Prendiamo il caso dei Borana, studiati da Georg Gestner negli anni Settanta (che ne
    ha parlato in un volume antologico, Gli ultimi paradisi, edito a Gütherslo nel 1977
    e tradotto in Italia da Euroclub, Milano, 1979). Si tratta di una popolazione di
    stirpe galla stanziata stanziata fra la parte meridionale della provincia etiopica
    di Sidamo e il confine del Kenya, su un altopiano posto a 1.200-1.800 metri s.l. m.
    e caratterizzato da una vegetazione steppica o a savana.

    Scriveva Gestner (op. cit., p. 85) a proposito delle loro condizioni di vita (ma si
    tenga presente che gli ultimi trent'anni hanno sconvolto definitivamente gli
    equilibri degli ultimi popoli tradizionali, sia in Africa che nel resto del mondo):



    Nel loro ambiente ancora ecologicamente intatto, i borana possono sopravvivere solo
    grazie ai pozzi perforati nella viva roccia. Essi non hanno mai preteso di essere
    gli autori di queste impressionanti voragini, al contrario asseriscono di averle,
    per così dire, ereditate da una precedente popolazione. Il funzionamento dei pozzi,
    soprattutto il funzionamento della catena umana di coloro che attingono l'acqua,
    riflette un'attività di notevole senso comunitario. I gruppi piccoli, o quelli con
    elementi invalidi, dipendono per l'approvvigionamento dell'acqua dai gruppi più
    numerosi: i borana sono orgogliosi di questa responsabilità, che fa èarte della loro
    tradizione, dei più forti verso i più deboli.

    "I giovani borana sognano le pompe a motore per sfuggire alla servitù
    dell'estrazione dell'acqua, ma l'abba gada [ossia "il padre del gada", la massima
    autorità politica, militare e giudiziaria, che resta in carica per un periodo di
    otto anni; nota nostra] cui feci visita per ascoltarne l'opinione, pur senza
    minimamente conoscere il significato dei termini ecologia ed economia idrologica,
    seppe dare la risposta giusta: «Ci opporremo alle pompe a motore con tutte le nostre
    forze. Più acqua significa più bestiame, più bestiame significa ancora più acqua, e
    così via via, sempre più di entrambe le cose, fino a quando i pascoli si esauriranno
    e l'acqua non ci sarà più per sempre.».



    Ecco, dunque, quello che i volonterosi, ma ottusi antropologi anti-razzisti e
    politicamente coretti, non arriveranno mai a capire: che molti popoli cosiddetti
    "primitivi" sarebbero stati in grado di imitare il modello sviluppista
    dell'Occidente, basato su una crescita illimitata della produzione e del consumo; ne
    avevano sia l'intelligenza, sia le risorse tecniche e umane: ma, semplicemente, non
    lo hanno voluto. Hanno valutato i pro e i contro dell'alternativa sviluppista alle
    loro economie tradizionali, basate sullo stato stazionario e sull'equilibrio
    ecologico, e hanno detto "no, grazie" ai bene intenzionati, ma presuntuosi e
    invadenti "consiglieri" occidentali. Hanno rifiutato il nostro modello, puramente e
    semplicemente, pur conoscendolo - o meglio proprio perché lo conoscevano - e pur
    essendo in grado di impadronirsi delle sue tecniche senza troppi problemi.

    Come se questo prima contraddizione non bastasse, gli antropologi americani ed
    europei "politicamente corretti" paiono ignorare completamente un altro grave
    equivoco al cui interno si muovono con la massima disinvoltura: quello linguistico.
    Come sappiamo già fin dagli anni Trenta del Novecento (grazie agli studi di B. L.
    Whorf), il linguaggio non riveste solo una funzione comunicativa, ma anche
    concettuale; non è solo un codice di segni, ma anche un universo mentale. Di
    conseguenza, la semplice "traduzione" linguistica di concetti quali tempo e spazio è
    inadeguata a rendere il significato profondo nelle diverse culture umane. Infatti,
    anche se tali concetti hanno una valenza universale, non è affatto universale il
    modo in cui vengono percepiti dalle diverse culture, né il quadro generale di
    riferimento in cui vengono elaborati.

    Scrive, a questo proposito, Giovanni Monastra su Diorama letterario (n. 166, 1993):



    "Incredibilmente ancora oggi molti, ignari dei progressi della prossemica [n.b.: lo
    studio delle forme di interazione comportamentale dei vari gruppi umani], credono
    che tra gli uomini i vari tipi di spazio costituiscano una serie di dimensioni
    oggettive, uguali per tutti gli individui. Alla base di tale credenza sta l'idea
    astratta derivante dall'Illuminismo, secondo cui l'uomo e l'animale sarebbero
    macchine strutturate in serie, appiattite da un egualitarismo che relega nella
    marginalità ogni differenza. In contrasto con tutto ciò, invece, il modo di
    percepire e vivere la dimensione spaziale muta più o meno pure all'interno della
    nostra specie, tra una cultura e l'altra. Così i rapporti e le relazioni tra gli
    individui, esprimendosi, appunto, nello spazio, sono profondamente segnati dal modo
    di concepirlo, quindi la loro struttura varia da cultura a cultura in maniera
    radicale."

    "Secondo questo modo di vedere (ossia quello "riduzionistico" occidentale moderno)
    il pensiero non dipende dalla grammatica, ma dalle leggi della logica o della
    ragione, che si ritiene siano le stesse per tutti gli osservatori dell'universo
    [corsivo nostro: non aveva affermato Galilei che anche Dio pensa in termini
    matematici, ossia di geometria euclidea?], e rappresentino la razionalità
    dell'universo, che può essere trovata indipendentemente da tutti gli osservatori
    intelligenti, che parlino cinese o chocthaw. Si sostiene che la matematica, la
    logica simbolica, la filosofia trattano direttamente della sfera del pensiero, e non
    sono esse stesse estensioni specializzate del linguaggio. Ciò non è vero (.):
    infatti esistono condizionamenti linguistico-grammaticali sulla formulazione del
    pensiero, condizionamenti che sono inconsci. Gli indiani Hopi, ad esempio,
    percepiscono la realtà in modo molto diverso dal nostro, in quanto la loro struttura
    linguistica filtra ed esprime la realtà secondo canoni differenti da quelli
    impliciti nel nostro linguaggio: così essi vivono in un eterno presente, mancando
    loro la dimensione del divenire, così radicata invece nel mondo indoeuropeo. La loro
    è una lingua "atemporale", la nostra a sua volta si connota come "temporale". In
    sintonia con tutto ciò, gli Hopi possiedono verbi senza soggetto: questo permette
    loro di descrivere il mondo come un insieme di stati piuttosto che di forze in
    azione."



    Abbiamo detto che la filosofia sviluppista, divinizzando la tecnologia, relega
    l'essere umano al ruolo di macchina accessoria del sistema, rendendolo
    irrimediabilmente obsoleto rispetto alla sua stessa scienza. Ora dobbiamo aggiungere
    che essa, in quanto economicizza tutti i fenomeni umani, in una spirale cieca di
    consumo e produzione, produzione e consumo, si regge sulla continua, nevrotica
    invenzione di bisogni artificiali che ci rendono sempre più schiavi del futile e del
    superfluo, danneggiano la salute, l'ambiente e i rapporti sociali, e in definitiva
    risultano utili solo al mercato e non al cittadino-suddito-consumatore. Già Pier
    Paolo Pasolini, inascoltato profeta degli anni del preteso "miracolo economico",
    denunciava, nei suoi Scritti corsari, quello che lui chiamava giustamente "sviluppo
    senza progresso". Ora anche i più miopi possono rendersi conto, se lo vogliono, che
    non questo o quel modello di sviluppo, ma proprio la filosofia dello sviluppo è in
    sé stessa contraddittoria e insostenibile. Come si può pensare, in un pianeta dalle
    risorse limitate, a uno sviluppo indefinito? A un aumento illimitato della
    produzione, dei consumi, del benessere materiale, del dominio sulla natura? Per non
    parlare del tremendo impoverimento spirituale cui ci stiamo avviando, e che un
    profeta ancora più in anticipo sui tempi, Oscar Wilde (di nuovo un poeta!, ma diceva
    Tiziano Terzani che solo i poeti potranno, forse, salvare il mondo) così denunciava,
    alla fine del XIX secolo: "Conosciamo il prezzo di tutto, ma il valore di niente."

    Tuttavia, è lecito domandarsi da dove abbia avuto origine il perverso meccanismo
    della sovrapproduzione, sempre più costretta a creare nuovi bisogni immaginari e a
    spacciarli per necessari. Alain Caillé, ad esempio (nel suo libro Critica della
    ragione utilitaria) sostiene che, secondo la visione utilitaristica oggi dominante,
    la storia umana sarebbe stata caratterizzata, ab origine, dalla scarsità materiale,
    il che avrebbe obbligato le comunità umane a un defatigante tour de force con
    relativo accompagnamento di inasprimento dei ritmi di lavoro, predominio della
    logica dell'interesse, affermazione degli impulsi più egoistici e conflittualità
    permanente. Da ciò, una linea di tendenza destinata a sfociare inevitabilmente,
    nelle società moderne, in una economia di mercato in cui la sfera economica diviene
    sempre più autonoma rispetto a quella sociale e culturale e sempre più slegata dalle
    condizioni materiali, ma non dai meccanismi psicologici, che l'hanno originata (e
    viene in mente, a questo proposito, il "mito della roba" che induce il verghiano
    Mazzarò a vivere per accumulare beni, senza peraltro concedersi mai il piacere di
    goderne).

    Ebbene Caillé contesta una tale spiegazione e, rifacendosi agli studi
    dell'antropologo M. Sahlins (Economia dell'età della pietra, Milano, 1980) egli
    afferma che la vera "società dell'abbondanza" non è quella moderna, caratterizzata
    da una rincorsa affannosa del principio di massimo piacere, ma lo è stata quella cui
    meno si penserebbe di primo acchito: la società paleolitica. Infatti, come osserva
    in proposito Mario Cenedese (su Frontiere, nr. 1, 1995), nelle società ad economia
    di caccia e raccolta, che non conoscono l'agricoltura oppure che la conoscono ma la
    rifiutano (in base a una scelta ben precisa: richiederebbe un super-lavoro non
    necessario e tale da sconvolgere gli equilibri interni) il tempo di lavoro medio si
    aggira sempre intorno alle quattro ore giornaliere, calcolo del resto malagevole per
    la difficoltà di separare nettamente il tempo di lavoro dal tempo libero.

    "Infatti - scrive Cenedese - negli ambienti tribali la maggior parte della giornata
    viene impiegata per dormire, giocare, chiacchierare o, a seconda dei periodi, per la
    celebrazione dei riti. Rispetto ai nostri standard, alla nostra capacità di
    usufruire di beni e servizi, il livello di vita può sembrare incomparabilmente
    basso."

    E allora? Lasciamo la parola direttamente a Caillé:

    "Tuttavia, è lecito parlare di abbondanza perché questa non ha alcun rapporto
    semplice con la quantità dei beni posseduti e consumati. Essa è il risultato di un
    rapporto con ciò che si considera ed è istituito come bisogno. Del fatto che queste
    società sappiano limitare i loro bisogni, la prova migliore è che esse non si
    preoccupano affatto di accumulare o di accrescere la loro produzione. Se per caso
    diventano più produttive, esse non aumentano la produzione ma il tempo dedicato
    agli ozi. Alcune di esse rifiutano poi di lanciarsi nell'avventura dell'agricoltura,
    spiegando che ciò richiede troppo lavoro (A. Caillé, Critica della ragione
    utilitaria, Torino, 1991, p. 64).

    Di conseguenza, osserva Cenedese, sembrano avvalorate le tesi dell'economista Karl
    Polanyi,

    "secondo cui la scarsità, lontana distanze stellari dall'essere secondo natura, è
    per converso istituita dall'economia di mercato come suo elemento costitutivo
    centrale, assieme all'incentivo rappresentato dal profitto."

    Ora, la globalizzazione non è altro che l'esportazione forzata di questo modello
    economico-sociale basato sulla nevrosi dell'indigenza e, quindi, dell'accumulo
    illimitato di beni. Osserva Cenedese che nell'impostazione della dialettica Nord-Sud
    i termini di "sviluppo" e di "ritardo" hanno una data ben precisa: il 20 gennaio
    1949. In quel giorno, il presidente statunitense Harry S. Truman tenne un celebre
    discorso al Congresso di Washington, in cui definiva gran parte del Pianeta "area
    sottosviluppata" e sosteneva che, per colmare tale ritardo, occorreva puntare sullo
    sviluppo, "cioè un processo attraverso il quale, seguendo l'esperienza
    dell'occidente e imitandone i percorsi, un paese povero, quindi arretrato, poteva
    diventare ricco, cioè sviluppato, mediante la crescita economica e la
    modernizzazione socio-culturale. In breve, il messaggio era: Fate come noi." Ma
    l'esportazione del modello sviluppista ai paesi del Sud del Mondo doveva portare
    necessariamente con sé la distruzione non solo delle economie tribali tradizionali,
    ma anche delle culture spirituali che ne costituivano l'elemento coesivo
    fondamentale.

    Scrive Caillé (op. cit., pp. 75-77):

    "Ciò che la conquista coloniale distrugge non è l'economia. Ciò che essa distrugge
    sono i meccanismi sottili di produzione e riproduzione delle società tradizionali e
    i simbolismi attraverso i quali i loro membri davano un senso all'esistenza. Dopo
    l'annientamento dei loro punti di riferimento immaginari tradizionali, la sola via
    di uscita simbolica che resta loro aperta è quella dell'imitazione dei vincitori. Ma
    la soluzione mimetica crea altrettanti o anche più problemi di quanti non ne
    risolva. Più il desiderio porta all'imitazione dei dominatori e più vacilla ciò che
    contribuiva a nutrire il sentimento di una identità propria e permetteva di
    resistere. Il mercato, allorchè si estende più rapidamente della capacità del
    tessuto sociale di cicatrizzare le ferite che esso gli infligge, genera
    catastrofi."

    Continua Cenedese, riprendendo osservazioni dell'ecologista Wolgang Sachs:

    "Per non parlare dei cosidedetti 'trapianti tecnologici', fondati sull'idea
    singolare che il sottosviluppo sia primariamente un problema 'tecnico': l'abbandono
    delle tecniche tradizionali a profitto di tecniche occidentali moderne approda
    sovente a un fallimento. (.) Le tecniche tradizionali scompaiono, ma le nuove
    restano marginali. Esse non sono né ricreate, né gestite localmente, generano delle
    pratiche di produzione e di consumo estranee all'universo antico, determinano una
    disoccupazione supplementare. Tuttavia, la loro inadeguatezza alla situazione locale
    sarà trattata come un nuovo problema tecnico suscettibile di ricevere una nuova
    soluzione tecnica. A pieno titolo si può perciò considerare il massiccio ingresso
    del Terzo Mondo nell'universo tecnico occidentale come una forma di suicidio
    culturale. Per giunta, il divario tecnologico che oggi più che mai separa i paesi
    sviluppati da tutti gli altri è destinato ineluttabilmente ad aumentare."

    Ecco, dunque, che l'idea sviluppista, enunciata formalmente nel discorso di Truman
    del 1949, ci si rivela oggi per quel che realmente era: una ideologia in cattiva
    fede, un mito artificialmente fabbricato per dare una giustificazione morale e
    materiale al crescente saccheggio planetario da parte dell'Impero, non senza un
    paternalistico auspicio di riduzione della forbice tra Nord e Sud, a patto di
    mettersi ciecamente nelle mani dei chirurghi del libero mercato; "Che imparino da
    noi!", ripeteva Reagan negli anni '80, e ripete Bush junior negli anni 2.000:
    ammirevoli esempi di stolidità e d'inossidabile arroganza culturale.

    "Non è più possibile negarlo - scrive Sachs -: l'idea di tutti i Paesi del mondo in
    marcia su una strada comune non era che una chimera del dopoguerra. In realtà il
    mondo è diviso nella super-economia di una classe superiore e nell'economia povera
    di una classe inferiore di Paesi. Non è più possibile dire che tutti si muovono in
    uno spazio interdipendente: al contrario, la super-economia internazionale e
    l'economia povera del Sud del Mondo sono separate da un vero e proprio muro.[ E non
    è solo una metafora, ci permettiamo di aggiungere. Si pensi al muro che le autorità
    statunitensi stanno costruendo attraverso il deserto, da San Diego in California al
    Golfo del Messico, per tenere a bada i poveri dell'America Latina che cercano di
    entrare illegalmente negli U.S.A., e che il presidente Bush, nel maggio 2006, ha
    annunciato di voler far presidiare da reparti consistenti della Guardia Nazionale].
    È passato tanto tempo da quando il Nord poteva essere considerato la locomotiva per
    la crescita del Sud. Un tempo ancora più lungo sembra trascorso da quando il Nord
    dipendeva da materie prime, da prodotti agricoli e da forza lavoro a basso costo,
    tutte cose che l'economia altamente tecnologizzata è in grado di sostituire con
    sempre maggiore facilità. Il Nord non ha più bisogno del Sud: prospera
    sull'esclusione del resto del mondo. Il mondo non si spacca più tra capitalismo e
    comunismo, ma tra economie lente e veloci." (Wolfgang Sachs, Economia dello
    sviluppo, Forlì, 1992, pp. 56-57).

    Esiste ancora, almeno a livello teorico, una via d'uscita da questo apparente vicolo
    cieco? Cenedese ricorda che alcuni economisti "eretici" dell'ultima generazione, tra
    i quali Edward Goldsmith, cercano di familiarizzarci con l'idea (a prima vista
    alquanto insolita) che dovremmo incominciare a muoverci verso una società
    economicamente stabile o in stato stazionario, cioè verso un'economia a crescita
    zero, "società in cui l'investimento di capitale uguaglia il deprezzamento e le
    nascite uguagliano le morti".

    Ebbene, alla luce di queste considerazioni ci sembra veramente fuor di luogo che gli
    antropologi, invece di studiare come e perché le varie culture si sono espresse in
    determinate forme, si preoccupino di ipostatizzare un modello unico di civiltà al
    quale ogni popolo naturalmente tenderebbe, se solo le circostanze ambientali non vi
    si opponessero.

    Dobbiamo da ciò concludere che è la stessa cosa il fatto che una cultura sia in
    grado di elaborare opere spirituali o materiali come la Divina Commedia o le
    piramidi di Gizah, mentre un'altra si limita alla caccia alle teste e al
    cannibalismo? Non è questo il punto e, comunque, la domanda è mal posta. Invece di
    paragonare le cose migliori di certe culture con le peggiori di altre, bisogna
    familiarizzarsi con l'idea che ogni popolo crea una propria cultura e che ciascuna
    cultura, nella misura in cui riesce a conservare un equilibrio sia interno che
    esterno (ambiente compreso), è di per sé una creazione dello spirito, dunque una
    civiltà; anche se non ha costruito i Propilei e il Partenone. Quanto a noi, siamo
    felici di poter vivere usufruendo delle molte cose buone che la civiltà occidentale
    moderna ha prodotto, ma ciò non significa che ci sentiamo i depositari di un modello
    privilegiato che tutti i popoli dovrebbero imitare. Davanti a un pastore Navajo che,
    quando è costretto dalla necessità ad abbattere un pino, si rivolge umilmente in
    preghiera al Signore degli Alberi per chiedere perdono di quella uccisione, non
    possiamo che sentirci molto, molto piccoli.

  2. #2
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