Il concetto espresso dalla parola «māyā» nella tradizione indù è uno di quelli maggiormente equivocati presso gli occidentali, sia ad opera dei vari divulgatori orientalisti che trattandone ne disconoscono tuttavia completamente il vero significato, sia dall’uso più o meno “complicato” di coloro che fanno dell’“illusorietà del mondo” il cardine delle proprie pseudo-conoscenze orientaleggianti. Pensiamo dunque utile riproporre qui di seguito due note di A.K.Coomaraswamy a illustrazione di cosa si debba realmente intendere con tale espressione.
«Māyā, il «mezzo» di ogni creazione, divina o umana, o l’«arte» materna con cui vien fatta ogni cosa, può dirsi «magica» solamente nel senso in cui l’intende Boheme nei Sex Puncta Mystica, V,1 s. («La Madre dell’eternità; lo stato originale della Natura; il potere formativo nell’eterna Saggezza, il potere d’immaginazione, la Madre nei tre mondi; utile ai fanciulli per realizzare il Regno di Dio, agli stregoni per realizzare il Regno del Maligno, poiché l’intelligenza può fare d’essa quel che vuole»).
Maya, in altre parole, è la Theotokos e la madre di tutti gli esseri viventi; Metis (la madre di Atena); Kaushalya (la madre di Rama); Maia (la madre di Ermete) (Esiodo, Teogonia, 938); Maya (la madre del Buddha). E da chi poteva nascere il Buddha, se non da lei? Che le madri dei Bodhisattva muoiano giovani si spiega con il fatto che, come dice Eraclito (Frammenti, X), «la Natura ama nascondersi». Maya «si dilegua», così come si dileguò Urvashi, la madre di Ayus (Agni) per l’intervento dei Pururava e Saranyu una volta lontana da Vivasvan; Prajapati (svamurti di Maya) prende il suo posto (BC., I, 18; II, 19, 20), così come la savarna di Saranyu si sostituisce a quest’ultima. L’Avatara eterno ha, in verità, sempre «due madri», una eterna e l’altra temporale, una sacerdotale e l’altra regale. Cfr. anche il mio studio Nirmanakaya, JRAS., 1938. Essendo Maya l’«arte» con la quale sono state fatte tutte le cose (nirmita = misurare) ed essendo stata l’«arte» originariamente una scienza misteriosa e magica, essa può assumere un altro significato, un significato peggiorativo (per esempio in MU., IV, 2) così come certe altre parole, come «invenzione», «mestiere», «destrezza», le quali possono significare non soltanto le virtù essenziali dell’artifex, ma anche «artificio», «astuzia» e «inganno». È in un senso negativo, per esempio, che si dice che «la coscienza è un miraggio» (maya viya vinnanam: Vis., 479; S., III, 142) mentre, d’altro canto, Wycliffe, poté tradurre «prudenti come serpenti» (Mt., 10,16; cfr. Rv., VI, 52, 15: ahimayah) con «sornioni come serpenti» (A.K.Coomaraswamy, Induismo e Buddismo, pagg 104-105, nota 65)
«Māyā (√mā, misurare, foggiare, fare), l’«Arte» o «Potenza» della creazione e della trasformazione, è una proprietà essenzialmente divina, e può essere resa con “Magia” solo se tale parola è intesa nel significato che le dà Jacob Boheme (Sex puncta mystica, V, 1, si veda Coomaraswamy, Hinduism and Buddhism, 1943, nota 257). Per ciò che riguarda il Titano Maya, Māyā va’identificata con sua moglie Līlāvatī, che può essere chiamata «Illusione» soltanto secondo il significato letterale ed etimologico della parola, in quanto è lo “strumento” della Līlā divina, e la «Sapienza» che trova la scienza delle «invenzioni ingegnose» e che apparteneva al Signore fin da l’inizio della sua attività, prima di ogni opera» (Pro., 8, 12 sgg.).
La creazione è concepita sempre in questi termini, cioè come māyā-maya, come un «prodotto dell’arte»; il māyā-vāda vedico non va inteso come un’affermazione dell’”illusorietà” del mondo: esso sostiene che il mondo è fenomenico e come tale una teofania e un’epifania da cui veniamo tratti in inganno se c’interessiamo soltanto delle sue meraviglie per se stesse, e non ci domandiamo «di che cosa» tutto ciò è un fenomeno.
Quando lo stesso Indra ruba il Soma e conquista il Graal, egli riesce a far sì che il Soma sia «soltanto suo» (RV, VII, 98,5) vincendo gli «artifizi» (māyāh) dei Titani: ed esercitando egli stesso questo “potere”, avvolge d’apparenze il filo della sua vita» (māyāh kŗņvānas tanvam pari svām. RV, III, 53, 8). È con la sua Arte (māyāyā) che il Signore, che «ne’ cor mortali è permotore», aziona tutti questi esseri elementari «montati sui loro congegni» (yantrārūdhāni); allo stesso tempo l’Operatore è nascosto dall’Arte in cui è «avvolto» (sam-āvŗtta) e che è assai «difficile a penetrare» (duratyaya), sebbene si dica che quelli che giungono a lui la «attraversano» (BG, XVIII, 61, VII, 14 e 25). È proprio così che in KSS, VII, 9, Rājyadhara popola la sua “città”; e quest’uomo e questo mondo sono il palcoscenico su cui il Taumaturgo e Drammaturgo archetipico si esibisce. Non esiste errore più macroscopico di quello che consiste nel ritenere che storie come quelle contenute nel KSS siano state composte al solo scopo di divertire; è una forma dell’abbaglio che ci porta ad attribuire ad altri il nostro stesso modo di sentire, e che similmente ci porta a spiegare le forme dell’arte primitiva e di quella popolare come semplici prodotti di un istinto “decorativo”. Su māyā, cfr. JAOS, LXVI, 1946, p. 152, nota 28» (A.K.Coomaraswamy, “Le Simplegadi” in Il grande brivido, pagg. 435-436, nota 41)




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