Un arregalu po si amigus Tataresus, ca tantis unioni sarda no ndi ligint..
tratto da:
L’unione sarda
24/11/2007 pag. 37
L'anima di Sassari
A 150 anni dalla nascita un libro e manifestazioni celebrano Pompeo Calvia, il poeta che ha raccontato in rima la sua città
di GIOVANNI PUGGIONI
Se Sassari ha mai avuto un'anima, Pompeo Calvia è stato l'unico a darle anche il volto. Oggi si festeggia l'anniversario della nascita (dal 1857 sono trascorsi ben centocinquant'anni) e forse gli sarebbe piaciuto ritrovarsi al Teatro Civico con gli amici d'un tempo per dire che quando da vero impertinente raccontava in rima la sua città, tutto sommato, non si era sbagliato nel coglierne gli umori, i colori e i sapori. Probabilmente non gli sarebbe dispiaciuto incontrare ancora Cesare Pascarella se non addirittura Gabriele D'Annunzio con i quali aveva diviso per anni le pagine di importanti riviste letterarie. E quel "Trilussa" che gli aveva fatto amare la satira e fatto scrivere "gobbule" (versi satirici) indimenticabili. Peccato, il tempo è passato ma i sonetti di "Sassari mannu", la raccolta di poesie che lo ha consegnato alla storia, rimbombano nelle scuole e nelle biblioteche, a significare che lui è stato anche testimone di una città passionale e al tempo stesso dolce e amorosa, ridanciana e scherzosa quanto basta per non cedere mai il passo al dolore o allo sconforto.
Figlio di un architetto di buon nome (Giuseppe, progettista tra l'altro del singolare campanile della cattedrale di Mores), Pompeo Calvia ha vissuto pienamente gli anni che hanno portato è vero all'Unità d'Italia ma hanno lasciato anche profonde contraddizioni soprattutto nel Mezzogiorno e nelle isole maggiori. Nelle città si viveva al rallentatore, la vita arrivava dalla campagna anche a Sassari.
Fervente mazziniano, Calvia frequentò da giovanissimo i circoli letterari (con lo storico Enrico Costa) portando tra i frequentatori più assidui l'esperienza e le scoperte fatte a Napoli durante il servizio militare. Era il 1880 e Sassari si godeva alla grande i risultati dell'epopea garibaldina, dei primi piroscafi che varcavo il mare carichi di novità. Ma per il giovane poeta, che trascorreva buona parte della giornata in giro per i vicoli interrogando vecchi e giovani, non c'era quasi nulla.
Così, dopo aver messo in soffitta gli studi paterni, salì in cattedra al "Convitto nazionale Canopoleno", docente di disegno e storia dell'arte, opo essere stato archivista al Comune proprio come Enrico Costa già storico della città. Finita il lavoro (descritto con tono burlesco o cionfraiolo come dicono i sassaresi) correva però allo scrittoio della casa paterna, nel centro storico, riversando nella poesia tutte le sue energie.
Ecco che Pompeo Calvia ritrova sé stesso. Scrive di getto ciò che vede per la strada, nelle piazzette. Le emozioni davanti alla discesa dei Candelieri "in piazza" sino all'umile "aliba secca (l'oliva secca) chi è più bona d'una cunfittura (di un confetto)". Un poeta in mezzo alla gente, come lo era stato Trilussa, come Pascarella con cui aveva brindato davanti al mare verde dell'isola dell'Asinara. Così lo descrisse Raimondo Carta Raspi nel 1930: «La sua poesia di carattere popolare è costituita di quadri, di costumi e di vita sassarese. È l'unico poeta sardo che abbia saputo ritrarre l'ambiente in cui è vissuto. Sassari com'era in altri tempi, come forse ancora la vagheggiava il poeta, ci appare in tutte le manifestazioni di vita più caratteristiche: vecchie e strade dei quartieri popolari, interni di case, di caffè, di osterie, feste tradizionali come interminabili processioni variopinte e tambureggianti tra lo sparo dei mortaretti, avvenimenti più popolari dell'anno, borghesucci e paesani che discutono e alternano o curiosano; rapide impressioni gaie o malinconiche, gustosi quadretti di genere, scenette caricaturali».
E a Giovanni Lamberti che paragona Calvia ad »un intelligente turista che con la sua brava Kodak a tracolla va in giro in traccia di spettacoli paesistici o folcloristici» risponde Manlio Brigaglia, lo storico che più di altri ha frugato nel mondo e nella verve letteraria del poeta: «Tre sono i temi fondamentali della poesia di Calvia: il paesaggio delle città nelle sue inquadrature più antiche e popolari; il ritratto di tipi umani che non sono mai schizzi o caricature, ma personaggi veri che il poeta sa rilevare compiutamente nel breve giro del sonetto, di cui fu un autentico maestro: il mondo degli affetti popolani, dei sentimenti di un proletariato rustico che che dentro la città ha imparato a muoversi con una sicurezza e una tranquillità che sono tutta la sua filosofia. È dal giustapporsi, dal confluire di questi tre temi che nasce la miglior poesia del Calvia, sempre mossa da un'onda segreta di malinconia, anche là dove lo scherzo sembra più esplicito e dichiarato: la malinconia, appunto di chi non può guardare a questo mondo al tramonto, sentire quanto si perderà, con esso, di sano, di vivo, di profondamente umano, senza trovarsi commosso, insomma, a vedere com'esso sia tutto insieme un autentico spettacolo di civiltà».
Per Giovanni Pirodda, docente universitario e fine critico letterario, «il Calvia fu spettatore di un momento fondamentale nella storia di Sassari quando la città si espandeva oltre le antiche mura, nelle quali era rimasta chiusa per secoli. E "Sassari mannu" è il suo capolavoro». «L'opera poetica di Calvia - ha scritto invece Francesco Alziator nella sua Storia della letteratura sarda - rivela l'influsso di Pascarella e Trilussa non solo per il verso (il sonetto) quanto per il dialogato, la battuta di spirito e del doppio senso. Sia però che tu ripensi a Pascarella o a Trilussa o magari al sottinteso che è alla radice di entrambi, e cioé a Gioachino Belli, vi è nel poeta sassarese anche tanto di suo da non farlo essere mai solo un imitatore».
I sassaresi hanno tanto amato Pompeo Calvia proprio per questa sua enorme capacità di dare corpo e vitalità anche all'umile zappatore, a chi attende alla cura dell'oliveto, ai giovani studenti e ai vecchi che prendolo il sole sull'uscio di casa. Anche l'aineddu (il somarello) diventa protagonista di una città che vorrebbe guardare al futuro ma è troppo legata al passato. E il carnevale (lu carrasciali) diventa una passerella di politici nullafacenti mentre l'antico falò per San Giovanni e Sant'Antonio illumina gli amoretti dei giovanotti che approfittano della circostanza per diventare compari e comari e scambiarsi un bacetto saltellando allegramente in mezzo alle fiamme.
L'opera di Pompeo Calvia finisce con "lu basgiu" (il bacio) non si sa a chi dedicato: "Eu no ti doggu rimi e nè canzoni/basgi ti vogliu dà finz'a murì./ Li rimi fiammi sò di fuggaroni/ soni di ca ha tempu di pirdì/. Lu basgiu vinzi sempre/che sizillu di l'anima i la bocca/. Lu basgiu è che una frizza candu tocca / zocca e ciamba l'azzaggiu in una rosa". Come dire, un bacio vale più di una poesia.
L’unione sarda 24/11/2007 pag. 37
Pompeo Calvia nasce a Sassari
nel 1857 e muore il 7 maggio
del 1919. Era figlio di
Giuseppe Calvia. Capostipite
della poesia dialettale in sassarese
è considerato tra i più importanti
e significativi della produzione
dialettale isolana di tutti i tempi. Fu
professore di disegno al Convitto nazionale
"Canopoleno" e archivista del
Municipio di Sassari. Dopo essersi cimentato
con lo pseudonimo di Livio
di Campo nel romanzo storico con
l’opera "Rosa Quiteira" (1908, un
dramma storico medioevale sullo scenario
della battaglia di Macomer, la
sconfitta di Leonardo de Alagon e
l’amore impossibile della figlia) si dedicò
anima e corpo alla poesia in dialetto
sassarese. Nella sua più fortuna
raccolta di versi "Sassari Mannu"
(1912), il poeta descrive con vivacità
gli ambienti caratteristici della sua
città colorando i i suoi protagonisti
(senza distinzione di classe sociale)
con il segno della satira e dell’ironia.
Il poeta ha pubblicato anche "Nella
terra dei nuraghi" (1889) e collaborato
per molti alla "Rivista letteraria"
con D’Annunzio, Pascarella e Ranieri,
alla "Nuova Sardegna" e a "Sardegna
letteraria" come critico d’arte.





Rispondi Citando