Profetico, inascoltato, piuttosto dimenticato. Teorizzò la libertà dei singoli, e ci manca molto
Quarant’anni dopo la sua scomparsa, tornare a riflettere su Bruno Leoni significa disporsi ad ascoltare una delle voci più originali del Novecento: un autore assolutamente controcorrente, che ha patito e in qualche modo continua a patire il suo essere stato tanto avverso alle tendenze egemoni, ieri come oggi.
Uscito dalla “scuola torinese” di un importante filosofo del diritto quale Gioele Solari (che fu maestro anche di Norberto Bobbio, Alessandro Passerin d’Entrèves e Renato Treves), Leoni è stato un intellettuale del tutto anomalo nel panorama europeo degli anni Cinquanta e Sessanta, e non solo in ragione del suo liberalismo tutto d’un pezzo: ancorato ad un’idea forte di proprietà e assolutamente avverso ad ogni pretesa dello Stato di porre sotto controllo la società, l’economia, la cultura.
L’anomalia di questo studioso è rinvenibile a più livelli.
Innanzi tutto, proprio nel momento in cui Bobbio – insieme a Uberto Scarpelli e ad altri – era impegnato in quell’opera di “modernizzazione” della cultura filosofico-giuridica italiana che era intesa essenzialmente quale progressiva conversione al kelsenismo, Leoni si mette di traverso. In vari suoi scritti, la versione detta “normativistica” del positivismo giuridico (che trovò appunto in Hans Kelsen il suo maggiore interprete) è sottoposta ad una critica feroce, la quale muove da una decisa valorizzazione del nesso che collega il fenomeno giuridico e la vita sociale nella sua concretezza.
Uno dei contributi più originali del pensiero di Leoni proviene proprio da qui. In effetti, quando Leoni espone la sua teoria del “diritto come pretesa individuale” (sul tema si veda l’ottima antologia curata da Antonio Masala: Bruno Leoni, Il diritto come pretesa, Macerata, Liberilibri, 2004) l’intenzione fondamentale è proprio quella di evidenziare come l’ordine giuridico sia un prodotto delle interazioni umane e, in particolare, derivi da quella particolare azione che ognuno di compie quando rivendica il diritto di non essere aggredito, non essere derubato, e via dicendo.
All’interno della società, ogni individuo avanza quindi pretese verso il prossimo ed esse possono essere di differente natura (anche in ragione del prevalere di culture differenti). L’ordine legale si definisce, nel tempo, grazie all’incontro e al combinarsi di queste pretese, così che ogni sforzo di elaborare una dogmatica giuridica o una teoria “pura” del diritto sganciate da questo gioco sociale –prescindendo dall’insieme degli scambi e dei negozi – rischia di essere sterile.
La valorizzazione del ruolo che i singoli individui svolgono nell’elaborazione dell’ordine legale porta Leoni anche a rovesciare alcuni luoghi comuni della cultura progressista: e in particolare l’idea che l’avvento del codice e della legislazione – i quali hanno marginalizzato ogni forma di diritto consuetudinario, evolutivo, giurisprudenziale, ecc. – abbia segnato una conquista di civiltà.
Per Leoni non è così. Nella sua opera maggiore, La libertà e la legge (frutto di lezioni tenute nel 1958 a in California, pubblicata in inglese nel 1961 e tradotta in italiano solo nel 1994, grazie all’iniziativa di Raimondo Cubeddu), alla legislazione egli oppone quel diritto “storico” che non è costruito dal ceto politico, ma emerge invece progressivamente grazie ad una serie di accomodamenti e aggiustamenti.
In particolare, Leoni individua nel diritto dei giureconsulti latini (lo jus civile) e nel diritto di formazione giudiziaria della tradizione inglese (quel common law vincolato ai precedenti, secondo la logica dello stare decisis) due modelli di un ordine giuridico molto più liberale: e – a dispetto delle apparenze – meglio attrezzato a garantire un orizzonte di certezza a lungo termine. È agli antichi Romani e agli Inglesi del tardo-medioevo che egli invita quindi a guardare se si hanno davvero a cuore le prospettive della civiltà occidentale e si vuole evitare la dissoluzione di ogni regola della convivenza civile.
Per Leoni, d’altra parte, la legislazione moderna – pur tanto celebrata dai cantori del positivismo giuridico – è solo apparentemente certa e univoca. Di fronte ad una legge scritta tutti noi possiamo certo avere l’impressione di avere a che fare con un testo privo di ambiguità: assai più univoco di quanto non possa essere una tradizione giudiziaria basata sui precedenti e per questo motivo sempre un po’ sfuggente. Ma in realtà il fatto di aver introdotto sulla scena sociale la figura del “legislatore” (di colui che può fabbricare leggi) rende il quadro normativo del tutto instabile. La norma scritta non garantisce certezze per la semplice ragione che nulla ci impedisce di pensare che domani essa non sarà abrogata da una legge nuova: poiché è sorta grazie ad un atto arbitrario, allo stesso modo può essere cancellata.
L’antistatalismo leoniano prospetta quindi una rilettura della storia europea e occidentale che difficilmente può essere intesa come un cammino dalle tenebre del dispotismo fino alla luce della modernità. Assai più liberale che democratico, e spesso anche molto critico verso le possibili degenerazioni autoritarie dei regimi rappresentativi, nei suoi scritti teorici Leoni utilizza interessanti riferimenti al passato proprio con l’obiettivo di individuare in esso paradigmi utili ad uscire dal dirigismo del presente e dall’idea che un regime democratico e parlamentare sia, di per sé, in grado di garantire la libertà dei singoli.
Fattosi liberale “tutto da sé” (grazie alla sua passione per la teoria economica e in virtù della precoce lettura dei classici della prima scuola austriaca dell’economia, che l’aiutarono a comprendere la fragilità della teoria marxiana esposta nel Capitale), alla fine degli anni Quaranta egli incontra alcuni testi fondamentali di Ludwig von Mises e di Friedrich von Hayek, entrambi marginalizzati dalla cultura prevalente in Europa e destinati, lungo vie diverse, a trovare nuovi allievi in America.
È dalla frequentazione con tale pensiero (in seguito Leoni diventerà pure molto amico di Hayek) che matura nello studioso italiano l’idea di un “diritto di mercato”: di un diritto, cioè, che non limiti la libertà dei singoli, delle imprese e delle comunità volontarie, ma si ponga a protezione della società e dei suoi progetti. Il pensiero maturo di Leoni prende avvio da qui, e certo è difficile oggi prevedere quali sarebbero potuti essere i suoi sviluppi se la sua ricerca non fosse stata stroncata troppo presto.
Quel che sappiamo è che egli fu senza dubbio un liberale “estremo” e scomodissimo in ogni sua pagina. È sufficiente, al riguardo, scorrere gli articoli che scrisse per 24 Ore (la raccolta è in via di pubblicazione per iniziativa dell’istituto che prende il suo nome): corsivi pubblicati tra il 1949 e il 1967 in cui egli contesta il pragmatismo senza principi della Democrazia cristiana – fin dai tempi di De Gasperi – e la sua pretesa di avversare il comunismo adottando politiche “moderatamente comuniste”: dalla riforma agraria al controllo dei fitti, dalla nazionalizzazione degli idrocarburi al fiscalismo oppressivo.
Rilette alla luce di quegli interventi tanto puntuali e coraggiosi (contro i governi centristi e di centro-sinistra, ma anche contro un partito liberale spesso pavido e dall’incerta collocazione culturale), le stesse formulazioni teoriche di Leoni assumono una luce del tutto particolare.
Di un Leoni vicino al libertarianism di Murray N. Rothbard, d’altra parte, aveva parlato già Mario Stoppino (che a Pavia fu allievo di Leoni), e certo non si può negare quanto l’autore de La libertà e la legge fosse avverso allo Stato moderno. Basti ricordare che nelle Lezioni di dottrina dello Stato le istituzioni pubbliche vengono definite, con un neologismo di rara efficacia, semplicemente “disproduttive”.
Per questa ragione, quanti oggi parlano di rivolta fiscale potrebbero trovare in Leoni solidi argomenti a sostegno dei loro progetti.
Da Il Domenicale, n.46, 17 novembre 2007
Un convegno a Torino
Il primo dicembre, al Collegio Carlo Alberto di Moncalieri (Torino), l’Istituto Bruno Leoni organizza un convegno internazionale sul tema “Le ragioni del diritto. Bruno Leoni (1913-1967) a quarant’anni dalla morte”. A tale convegno interverranno Randy Barnett, Vincenzino Caramelli, Enrico Colombatto, Raimondo Cubeddu, Frank van Dun, Richard Epstein, Lorenzo Infantino, Carlo Lottieri, Antonio Masala, Tom Palmer, Joseph Pini.
http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=5871


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