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    Predefinito Gli stati nazionali.Quale margine di manovra?

    OMNIA SUNT COMMUNIA


    Gli Stati nazionali. Quale margine di manovra?

    SAMIR AMIN


    Dalla sovranità degli Stati a quella dei popoli nel rispetto di tutti i diritti individuali e collettivi,politici e sociali


    1. Dal TINA al TIA1
    Secondo il discorso attualmente dominante, lo Stato nazionale non può più essere il soggetto che definisce le più importanti scelte che regolano l’evoluzione della vita economica, sociale ed anche politica delle società. E questo a causa della “mondializzazione” prodotta dall’espansione dell’economia moderna. Non ci sarebbe dunque alternativa, come amava ripetere la Sig.ra Thatcher. In realtà, evidentemente, esistono sempre delle alternative che, secondo la loro natura, attribuiscono allo Stato Nazionale delle funzioni che definiscono il suo margine di azione in seno al sistema mondiale. Ciò perché non c’è una “legge di espansione capitalista” che si impone come una forza quasi soprannaturale. Non c’è un determinismo storico anteriore alla storia. Le tendenze inerenti alla logica del capitale cozzano contro la resistenza di forze che non ne accettano gli effetti. La storia reale è allora il prodotto di questo conflitto tra le logiche dell’espansione capitalista e quelle prodotte dalla resistenza delle forze sociali vittima di questa espansione. La risposta efficace alle sfide alle quali le società sono chiamate non può essere trovata se non si comprende che la storia non è diretta dallo spiegamento infallibile delle leggi “ pure” dell’economia. Essa è prodotta dalle reazioni sociali alle tendenze che queste leggi esprimono, che definiscono a loro volta i rapporti sociali nella cornice dei quali queste leggi operano. Le forze “antisistemiche” - se si definisce così questo rifiuto organizzato, coerente ed efficace della sottomissione unilaterale e totale alle esigenze di queste cosiddette leggi (in realtà basate sulla legge del profitto propria del capitalismo come sistema) - producono la storia tanto quanto la logica “pura” dell’accumulazione capitalista. Queste forze influenzano le possibilità e le forme dell’espansione che si dispiega nel quadro di cui esse impongono l’organizzazione. L’avvenire è prodotto dalle trasformazioni nei rapporti di forza sociali e politici, esse stesse prodotte da conflitti i cui sbocchi non possono essere indovinati in anticipo. Si può tuttavia contribuire alla cristallizzazione di progetti coerenti e possibili e, per ciò stesso, aiutare i movimenti sociali a superare le “false soluzioni” sulle quali essi rischiano di arenarsi. Gli interessi e i punti di vista delle forze sociali e politiche in questione sono evidentemente diversi ed il centro di gravità della figura rappresentativa della geometria dei loro conflitti e convergenze determina a sua volta il contenuto e pertanto il ruolo dallo Stato Nazionale interessato. Forse lo Stato è il portavoce quasi unilaterale degli interessi del capitale mondializzato dominante (nei paesi della triade imperialista) o dei suoi alleati subalterni “compratori”, (nei paesi della periferia). In questa congiuntura la maggioranza degli Stati vede infatti il suo ruolo ridotto al mantenimento dell’ordine interno, mentre la super potenza (gli Stati Uniti) esercita da sola la funzione di una specie di “para Stato mondiale”. Solo gli Stati Uniti disporrebbero allora di un ampio margine di autonomia, gli altri Stati invece no. Ma evidentemente lo sviluppo delle lotte sociali può portare al potere dei blocchi egemonici differenti da quelli che governano l’ordine neoliberista mondializzato, fondati su un compromesso tra gli interessi sociali di cui si riconosce la diversità (blocchi di compromesso capitale-lavoro nei centri capitalisti, blocchi nazionali-popolari-democratici, cioè anti compratori nelle periferie). In questo caso lo Stato ritrova un largo margine di manovra. Aggiungerò che esistono anche degli “interessi nazionali” il cui riconoscimento legittima la costruzione di un ordine mondiale policentrico. Senza dubbio gli “interessi nazionali” in questione sono invocati spesso dalle classi dominanti al potere per giustificare le loro proprie opzioni particolari. Senza dubbio anche i politici della “geopolitica” hanno talvolta la tendenza a fissare questi interessi nelle “invarianti” ereditate insieme alla geografia e alla storia. Questi interessi non esistono in quanto tali ma acquisiscono la loro importanza nella determinazione della geometria delle alleanze e dei conflitti internazionali, allargando e limitando allo stesso tempo i margini di manovra degli Stati.
    2. Le varie forme del multipolarismo
    I vecchi sistemi mondiali sono stati quasi sempre multipolari, anche se questa multipolarità non è, finora, mai stata veramente generale ed equilibrata. L’egemonia è sempre stata di fatto più un obiettivo delle grandi potenze che una realtà effettiva. Le egemonie, quando sono esistite, sono sempre state relative e provvisorie. I partner del mondo multipolare del XIX secolo (prolungato fino al 1945) non erano che le “potenze” dell’epoca. In seno alla triade contemporanea ci sono probabilmente dei nostalgici di quell’epoca e del ritorno a questo genere di “equilibrio tra potenze”. Ma questa non è la multipolarità ricercata dalla maggioranza dei popoli del pianeta (85%!). Il mondo multipolare inaugurato dalla rivoluzione russa, poi imposto, parzialmente, dai movimenti di liberazione dell’Asia e dell’Africa, era di natura diversa. Non analizzo il periodo del secondo dopo guerra nei termini convenzionali della “bipolarismo” e della “guerra fredda” che non conferiscono all’avanzamento del Sud dell’epoca l’importanza che merita. Analizzo questa multipolarità nei termini del fondamentale conflitto di civiltà che, al di là delle espressioni ideologiche deformate, riguarda il conflitto tra il capitalismo e le possibilità del suo superamento socialista. L’ambizione dei popoli della periferia, che abbiano fatto o meno una rivoluzione socialista - cioè abolire gli effetti della polarizzazione prodotta dall’espansione capitalista - si inscriveva necessariamente in una prospettiva anticapitalista. La multipolarità è dunque sinonimo di margine di autonomia reale per gli Stati. Questo margine sarà utilizzato in un dato modo, definito dal contenuto sociale dello stato in questione. Il periodo di Bandoung (1955-1975) ha permesso, su questo piano, ai paesi dell’Asia e dell’Africa di percorrere delle vie nuove, che ho analizzato in termini di sviluppo autocentrato e di deconnessione, coerenti col progetto nazionale-populista dei poteri generati della liberazione nazionale. C’è evidentemente un legame tra le condizioni “interne” definite dall’alleanza sociale di liberazione nazionale all’origine del progetto proprio allo Stato in questione, e le condizioni esterne favorevoli (il conflitto Est-Ovest neutralizzava l’aggressività dell’imperialismo). Parlo qui di autonomia che è per definizione una indipendenza relativa i cui limiti sono determinati congiuntamente dalla natura del progetto nazionale e dal margine di manovra concesso dal sistema mondiale. Perché questo resta molto presente e pesante (la mondializzazione non è un novità!). Su questo c’è una tendenza nelle scuole dell’economia politica internazionale e dell’Economia-mondo a negare l’importanza del margine di manovra in questione, a ridurlo a zero. Ciò conferma che nel sistema della mondializzazione (da sempre) il “tutto” determina le “parti”. Preferisco un’analisi in termini di dialettica complementarietà/conflittualità che restituisce tutto il suo potere all’autonomia delle lotte sociali e politiche nazionali ed internazionali.
    3. Conflitto tra poli e mondializzazione alternativa La pagina del dopoguerra (1945-1990) è stata girata. Nel momento attuale si dispiegano i progetti imperialistici unitari della triade (Stati Uniti, Europa, Giappone) e, all’interno di questa cornice, quello dell’egemonismo degli Stati Uniti che abolisce l’autonomia dei paesi del Sud e riduce molto quella dei soci di Washington nella triade imperialistica. Il momento attuale è dunque caratterizzato dal dispiegamento di un progetto nord americano di egemonismo su scala mondiale. Questo progetto è il solo ad occupare oggi tutta la scena. Non ci sono più dei controprogetti che mirano a limitare lo spazio sottomesso al controllo degli Stati Uniti, come avveniva all’epoca del bipolarismo (1945-1990); al di là delle sue ambiguità d’origine il progetto europeo è entrato in una fase di effacement; i paesi del Sud (il gruppo dei 77, i non Allineati) che avevano avuto l’ambizione durante il periodo di Bandoung (1955-1975) di opporre un fronte comune all’imperialismo occidentale hanno rinunciato; la Cina stessa non ha che l’ambizione di proteggere il suo progetto nazionale, (assai ambiguo del resto) e non tende a divenire un partner attivo nella divisione façonnement del mondo. L’imperialismo collettivo della triade è il prodotto di un’evoluzione reale del sistema produttivo dei centri capitalisti che ha prodotto non l’emergenza di un capitale” transnazionalizzato” (come pretenderebbe il discorso dominante ripreso da Hardt e Negri) ma la solidarietà degli oligopoli nazionali dei centri del sistema che si esprime nella loro preoccupazione di “gestire insieme”, ed a loro profitto, il mondo. Ma se “l’economia” (intesa come l’espressione unilaterale delle esigenze dei segmenti dominanti del capitale) avvicina i paesi della triade, la politica divide le loro nazioni. Lo sviluppo delle lotte sociali può rimettere allora in questione il ruolo ricoperto dallo Stato al servizio esclusivo del grande capitale, in particolare in Europa. In questa ipotesi si vedrebbe emergere di nuovo un policentrismo che accorda all’Europa un margine di autonomia. Resta il fatto che il dispiegamento del “progetto europeo” così come si è configurato finora non va in questo senso, necessario per fare tornare Washington alla ragione. In realtà questo progetto non è che “l’anta europea del progetto americano”. Il progetto di “Costituzione” in corso è quello di una Europa che si costruisce nella sua doppia opzione neo-liberista ed atlantista. Il potenziale rappresentato dal conflitto delle culture politiche, che vorrebbero infatti mettere fine all’atlantismo, resta ipotecato allora dalle opzioni delle sinistre maggioritarie (in termini elettorali i partiti socialisti europei), aderenti al social-liberismo. Due termini per loro stessi contraddittori poiché il liberismo è per sua naturale non sociale, all’opposto è antisociale. La Russia, la Cina e l’India, sono i tre avversari strategici del progetto di Washington. I poteri al governo in questi tre paesi ne acquistano probabilmente una coscienza crescente. Ma sembrano credere che essi possono manovrare senza urtare direttamente l’amministrazione degli Stati Uniti, ed anche “mettere a profitto l’amicizia degli Stati Uniti” nei conflitti che li oppongono gli uni agli altri. Il “fronte comune contro il terrorismo” - al quale sembrano aderire - confonde le acque. Il doppio gioco di Washington è sotto gli occhi di tutti: gli Stati Uniti sostengono da una parte i Ceceni, gli Uighur e i Tibetani, (così come sostengono i movimenti islamici in Algeria, in Egitto ed altrove) ma dall’altra parte utilizzano il pericolo del terrorismo islamico per riallineare Mosca, Pechino e Delhi. Ma questo doppio gioco funziona, sembra, almeno fino ad oggi. Un avvicinamento eurasiatico (Europa, Russia, Cina ed India) che trascinerebbero certamente l’insieme del resto dell’Asia e dell’Africa ed isolerebbe gli Stati Uniti, è certamente augurabile. E ci sono alcuni segni che vanno in questo senso. Ma si è ancora lontani dal vedere la sua cristallizzazione mettere fine alle scelte atlantiste dell’Europa. I Sud possono sostenere un ruolo attivo nell’indispensabile disfatta dei progetti militari degli Stati Uniti? I popoli aggrediti sono, nel momento attuale, i soli avversari attivi capaci di fare indietreggiare le ambizioni da Washington. Anche se - e in parte proprio per il fatto che sono i soli attivi e lo dimostrano - i metodi utilizzati nella loro lotta restano di un’efficacia discutibile e si appellano a dei mezzi che ritardano il rafforzamento di una solidarietà dei popoli del Nord nei confronti della loro giusta battaglia. Dall’altro lato l’analisi che ho proposto della “compradorisation généralisée” delle classi dominanti e dei poteri in tutte le regioni del Sud invita a concludere che non ci si può attendere un granché dai governi al potere o dalle forze suscettibili di arrivarci nell’immediato futuro, per quanto “fondamentaliste” possano essere (islamici, induisti o etnicisti). Questi governi sono scossi certamente sia dall’arroganza senza limiti di Washington sia dall’ostilità (se non addirittura dall’odio) che i loro popoli manifestano per gli Stati Uniti. Ma sono capaci di fare qualcosa di diverso dall’attendere la sorte che gli riserva il destino? Del resto il Sud non ha più, in generale, un progetto proprio come avveniva all’epoca di Bandoung (1955-1975). Probabilmente le classi dirigenti dei paesi definiti “emergenti” (la Cina, la Corea, l’Asia del Sud-est, l’India, il Brasile ed alcuni altri) inseguono degli obiettivi che si definiscono per sé stessi e per la realizzazione dei quali i loro Stati agiscono. Questi obiettivi possono essere riassunti nel concetto di massimizzazione della crescita in seno al sistema della mondializzazione. Questi paesi dispongono - o credono di poter disporre- di un potere negoziale che permetterebbe loro di trarre benefici maggiori più attraverso questa strategia “egoista” che attraverso un generico “fronte comune” realizzato magari con paesi ancora più deboli di loro. Ma i vantaggi che possono ottenere sono relativi ai singoli campi interessati e non rimettono in causa l’architettura generale del sistema. Non costituiscono dunque un’alternativa e non danno a questo vago progetto (illusorio) di costruzione di un “capitalismo nazionale” la consistenza di un reale progetto di società. Anche i paesi del Sud più vulnerabili (il “Quarto Mondo”) non hanno nessun progetto proprio, ed i prodotti eventualmente “sostitutivi”, cioè i fondamentalismi religiosi o etnici, non meritano questo appellativo. Perciò è il Nord che prende l’unica iniziativa, attuando “per essi” (si dovrebbe dire “contro di essi”) i suoi propri progetti, come quello Unione Europea-ACP (e gli “accordi di partnership economica” chiamati a rimpiazzare gli accordi di Cotonou con i paesi dell’Africa, dei Caraibi e del Pacifico), o il “dialogo euro-mediterraneo”, o ancora il progetto USA-Israele del “Grande Medio Oriente”. Le sfide con le quali la costruzione di un autentico mondo multipolare si deve confrontare sono più serie di quelle immaginate dai movimenti “no global”. Sono per di più plurali. Nell’immediato si tratta di sconfiggere il progetto militare di Washington. Questa è la condizione minima affinché si possano aprire quei margini di libertà necessari senza i quali ogni progresso sociale e democratico e ogni progresso in direzione della costruzione di un mondo multipolare resteranno estremamente vulnerabili. Lo smisurato progetto degli Stati Uniti è chiamato probabilmente a fallire, ma solo con dei terribili costi umani. La resistenza delle sue vittime (i popoli del Sud) si andrà rafforzando man mano che gli americani si impantaneranno nei molteplici teatri di guerra molteplici nei quali saranno costretti di impegnarsi. Queste resistenze finiranno per battere il nemico, e forse per risvegliare l’opinione pubblica negli Stati Uniti, come fu il caso con la guerra del Vietnam. Sarebbe molto meglio tuttavia fermare più rapidamente il disastro, ciò che la diplomazia internazionale potrebbe fare, soprattutto se l’Europa afferrasse la portata della sua responsabilità. A più lungo termine una “altra mondializzazione” implica dunque che si rimettano in discussione le opzioni del capitalismo liberale e la gestione degli affari del pianeta da parte dell’imperialismo collettivo della triade sia nella cornice dell’atlantismo estremo sia della sua versione “riequilibrata”. Un autentico mondo multipolare non sarà diventato una realtà fino a quando le quattro condizioni che seguono saranno state realizzate: i. che l’Europa sia avanzata realmente sulla via di una “altra Europa” sociale (e dunque impegnata nella lunga transizione al socialismo mondiale) e che abbia iniziato il suo disimpegno rispetto al suo passato e presente imperialista. Ciò implica molto di più rispetto al semplice abbandono dell’atlantismo e del neo-liberismo sfrenato. ii. che in Cina la via del “socialismo reale” ha portato a tendenze forti verso una deriva illusoria della costruzione di un “capitalismo nazionale” che sarebbe impossibile da stabilizzare perché fondato sull’esclusione delle maggioranze operaie e contadine del paese. iii. che i paesi del Sud (popoli e Stati) siano riusciti a ricostruire un “fronte comune”, condizione a sua volta affinché dei margini di movimento permettano non solo alle classi popolari di imporre delle “concessioni” a loro favore ma anche di trasformare la natura dei poteri esistenti, sostituendo ai blocchi compratori dominanti dei blocchi “nazionali, popolari e democratici” iv. che al piano della riorganizzazione dei sistemi di diritto, nazionali ed internazionali, si sia avanzati nella direzione di conciliare il rispetto delle sovranità nazionali (progredendo dalla sovranità degli Stati a quella dei popoli) e quello di tutti i diritti individuali e collettivi, politici e sociali.


    Bibliografia


    Propositions concernant l’émergence d’un impérialisme collectif, le projet hégémoniste des Etats-Unis, les sables mouvants européens; in, Samir Amin, Le virus libéral, le Temps des cerises, 2003. Bilan critique de l’ère de Bandoung; in, Samir Amin, La faillite du développement en Afrique et dans le tiers monde, l’Harmattan, 1989. Critique de Hardt et Negri; in, Empire et Multitude, ou la banalité du discours dominant; à paraître, La Pensée. Le monde multipolaire de l’après guerre, l’analyse des stratégies de l’Europe, de la Russie, de la Chine, de l’Inde et des pays du Sud; in, Samir Amin, Pour un Monde multipolaire; à paraître, Syllepse L’économie politique de l’après guerre (1945-1990); in, Samir Amin, Au-delà du capitalisme sénile; PUF 2002.

    ARDITI NON GENDARMI

  2. #2
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    Gli Stati nazionali. Quale margine di manovra?

    SAMIR AMIN


    Dalla sovranità degli Stati a quella dei popoli nel rispetto di tutti i diritti individuali e collettivi,politici e sociali



    1. Dal TINA al TIA1
    Secondo il discorso attualmente dominante, lo Stato nazionale non può più essere il soggetto che definisce le più importanti scelte che regolano l’evoluzione della vita economica, sociale ed anche politica delle società. E questo a causa della “mondializzazione” prodotta dall’espansione dell’economia moderna. Non ci sarebbe dunque alternativa, come amava ripetere la Sig.ra Thatcher. In realtà, evidentemente, esistono sempre delle alternative che, secondo la loro natura, attribuiscono allo Stato Nazionale delle funzioni che definiscono il suo margine di azione in seno al sistema mondiale. Ciò perché non c’è una “legge di espansione capitalista” che si impone come una forza quasi soprannaturale. Non c’è un determinismo storico anteriore alla storia. Le tendenze inerenti alla logica del capitale cozzano contro la resistenza di forze che non ne accettano gli effetti. La storia reale è allora il prodotto di questo conflitto tra le logiche dell’espansione capitalista e quelle prodotte dalla resistenza delle forze sociali vittima di questa espansione. La risposta efficace alle sfide alle quali le società sono chiamate non può essere trovata se non si comprende che la storia non è diretta dallo spiegamento infallibile delle leggi “ pure” dell’economia. Essa è prodotta dalle reazioni sociali alle tendenze che queste leggi esprimono, che definiscono a loro volta i rapporti sociali nella cornice dei quali queste leggi operano. Le forze “antisistemiche” - se si definisce così questo rifiuto organizzato, coerente ed efficace della sottomissione unilaterale e totale alle esigenze di queste cosiddette leggi (in realtà basate sulla legge del profitto propria del capitalismo come sistema) - producono la storia tanto quanto la logica “pura” dell’accumulazione capitalista. Queste forze influenzano le possibilità e le forme dell’espansione che si dispiega nel quadro di cui esse impongono l’organizzazione. L’avvenire è prodotto dalle trasformazioni nei rapporti di forza sociali e politici, esse stesse prodotte da conflitti i cui sbocchi non possono essere indovinati in anticipo. Si può tuttavia contribuire alla cristallizzazione di progetti coerenti e possibili e, per ciò stesso, aiutare i movimenti sociali a superare le “false soluzioni” sulle quali essi rischiano di arenarsi. Gli interessi e i punti di vista delle forze sociali e politiche in questione sono evidentemente diversi ed il centro di gravità della figura rappresentativa della geometria dei loro conflitti e convergenze determina a sua volta il contenuto e pertanto il ruolo dallo Stato Nazionale interessato. Forse lo Stato è il portavoce quasi unilaterale degli interessi del capitale mondializzato dominante (nei paesi della triade imperialista) o dei suoi alleati subalterni “compratori”, (nei paesi della periferia). In questa congiuntura la maggioranza degli Stati vede infatti il suo ruolo ridotto al mantenimento dell’ordine interno, mentre la super potenza (gli Stati Uniti) esercita da sola la funzione di una specie di “para Stato mondiale”. Solo gli Stati Uniti disporrebbero allora di un ampio margine di autonomia, gli altri Stati invece no. Ma evidentemente lo sviluppo delle lotte sociali può portare al potere dei blocchi egemonici differenti da quelli che governano l’ordine neoliberista mondializzato, fondati su un compromesso tra gli interessi sociali di cui si riconosce la diversità (blocchi di compromesso capitale-lavoro nei centri capitalisti, blocchi nazionali-popolari-democratici, cioè anti compratori nelle periferie). In questo caso lo Stato ritrova un largo margine di manovra. Aggiungerò che esistono anche degli “interessi nazionali” il cui riconoscimento legittima la costruzione di un ordine mondiale policentrico. Senza dubbio gli “interessi nazionali” in questione sono invocati spesso dalle classi dominanti al potere per giustificare le loro proprie opzioni particolari. Senza dubbio anche i politici della “geopolitica” hanno talvolta la tendenza a fissare questi interessi nelle “invarianti” ereditate insieme alla geografia e alla storia. Questi interessi non esistono in quanto tali ma acquisiscono la loro importanza nella determinazione della geometria delle alleanze e dei conflitti internazionali, allargando e limitando allo stesso tempo i margini di manovra degli Stati.
    2. Le varie forme del multipolarismo
    I vecchi sistemi mondiali sono stati quasi sempre multipolari, anche se questa multipolarità non è, finora, mai stata veramente generale ed equilibrata. L’egemonia è sempre stata di fatto più un obiettivo delle grandi potenze che una realtà effettiva. Le egemonie, quando sono esistite, sono sempre state relative e provvisorie. I partner del mondo multipolare del XIX secolo (prolungato fino al 1945) non erano che le “potenze” dell’epoca. In seno alla triade contemporanea ci sono probabilmente dei nostalgici di quell’epoca e del ritorno a questo genere di “equilibrio tra potenze”. Ma questa non è la multipolarità ricercata dalla maggioranza dei popoli del pianeta (85%!). Il mondo multipolare inaugurato dalla rivoluzione russa, poi imposto, parzialmente, dai movimenti di liberazione dell’Asia e dell’Africa, era di natura diversa. Non analizzo il periodo del secondo dopo guerra nei termini convenzionali della “bipolarismo” e della “guerra fredda” che non conferiscono all’avanzamento del Sud dell’epoca l’importanza che merita. Analizzo questa multipolarità nei termini del fondamentale conflitto di civiltà che, al di là delle espressioni ideologiche deformate, riguarda il conflitto tra il capitalismo e le possibilità del suo superamento socialista. L’ambizione dei popoli della periferia, che abbiano fatto o meno una rivoluzione socialista - cioè abolire gli effetti della polarizzazione prodotta dall’espansione capitalista - si inscriveva necessariamente in una prospettiva anticapitalista. La multipolarità è dunque sinonimo di margine di autonomia reale per gli Stati. Questo margine sarà utilizzato in un dato modo, definito dal contenuto sociale dello stato in questione. Il periodo di Bandoung (1955-1975) ha permesso, su questo piano, ai paesi dell’Asia e dell’Africa di percorrere delle vie nuove, che ho analizzato in termini di sviluppo autocentrato e di deconnessione, coerenti col progetto nazionale-populista dei poteri generati della liberazione nazionale. C’è evidentemente un legame tra le condizioni “interne” definite dall’alleanza sociale di liberazione nazionale all’origine del progetto proprio allo Stato in questione, e le condizioni esterne favorevoli (il conflitto Est-Ovest neutralizzava l’aggressività dell’imperialismo). Parlo qui di autonomia che è per definizione una indipendenza relativa i cui limiti sono determinati congiuntamente dalla natura del progetto nazionale e dal margine di manovra concesso dal sistema mondiale. Perché questo resta molto presente e pesante (la mondializzazione non è un novità!). Su questo c’è una tendenza nelle scuole dell’economia politica internazionale e dell’Economia-mondo a negare l’importanza del margine di manovra in questione, a ridurlo a zero. Ciò conferma che nel sistema della mondializzazione (da sempre) il “tutto” determina le “parti”. Preferisco un’analisi in termini di dialettica complementarietà/conflittualità che restituisce tutto il suo potere all’autonomia delle lotte sociali e politiche nazionali ed internazionali.
    3. Conflitto tra poli e mondializzazione alternativa La pagina del dopoguerra (1945-1990) è stata girata. Nel momento attuale si dispiegano i progetti imperialistici unitari della triade (Stati Uniti, Europa, Giappone) e, all’interno di questa cornice, quello dell’egemonismo degli Stati Uniti che abolisce l’autonomia dei paesi del Sud e riduce molto quella dei soci di Washington nella triade imperialistica. Il momento attuale è dunque caratterizzato dal dispiegamento di un progetto nord americano di egemonismo su scala mondiale. Questo progetto è il solo ad occupare oggi tutta la scena. Non ci sono più dei controprogetti che mirano a limitare lo spazio sottomesso al controllo degli Stati Uniti, come avveniva all’epoca del bipolarismo (1945-1990); al di là delle sue ambiguità d’origine il progetto europeo è entrato in una fase di effacement; i paesi del Sud (il gruppo dei 77, i non Allineati) che avevano avuto l’ambizione durante il periodo di Bandoung (1955-1975) di opporre un fronte comune all’imperialismo occidentale hanno rinunciato; la Cina stessa non ha che l’ambizione di proteggere il suo progetto nazionale, (assai ambiguo del resto) e non tende a divenire un partner attivo nella divisione façonnement del mondo. L’imperialismo collettivo della triade è il prodotto di un’evoluzione reale del sistema produttivo dei centri capitalisti che ha prodotto non l’emergenza di un capitale” transnazionalizzato” (come pretenderebbe il discorso dominante ripreso da Hardt e Negri) ma la solidarietà degli oligopoli nazionali dei centri del sistema che si esprime nella loro preoccupazione di “gestire insieme”, ed a loro profitto, il mondo. Ma se “l’economia” (intesa come l’espressione unilaterale delle esigenze dei segmenti dominanti del capitale) avvicina i paesi della triade, la politica divide le loro nazioni. Lo sviluppo delle lotte sociali può rimettere allora in questione il ruolo ricoperto dallo Stato al servizio esclusivo del grande capitale, in particolare in Europa. In questa ipotesi si vedrebbe emergere di nuovo un policentrismo che accorda all’Europa un margine di autonomia. Resta il fatto che il dispiegamento del “progetto europeo” così come si è configurato finora non va in questo senso, necessario per fare tornare Washington alla ragione. In realtà questo progetto non è che “l’anta europea del progetto americano”. Il progetto di “Costituzione” in corso è quello di una Europa che si costruisce nella sua doppia opzione neo-liberista ed atlantista. Il potenziale rappresentato dal conflitto delle culture politiche, che vorrebbero infatti mettere fine all’atlantismo, resta ipotecato allora dalle opzioni delle sinistre maggioritarie (in termini elettorali i partiti socialisti europei), aderenti al social-liberismo. Due termini per loro stessi contraddittori poiché il liberismo è per sua naturale non sociale, all’opposto è antisociale. La Russia, la Cina e l’India, sono i tre avversari strategici del progetto di Washington. I poteri al governo in questi tre paesi ne acquistano probabilmente una coscienza crescente. Ma sembrano credere che essi possono manovrare senza urtare direttamente l’amministrazione degli Stati Uniti, ed anche “mettere a profitto l’amicizia degli Stati Uniti” nei conflitti che li oppongono gli uni agli altri. Il “fronte comune contro il terrorismo” - al quale sembrano aderire - confonde le acque. Il doppio gioco di Washington è sotto gli occhi di tutti: gli Stati Uniti sostengono da una parte i Ceceni, gli Uighur e i Tibetani, (così come sostengono i movimenti islamici in Algeria, in Egitto ed altrove) ma dall’altra parte utilizzano il pericolo del terrorismo islamico per riallineare Mosca, Pechino e Delhi. Ma questo doppio gioco funziona, sembra, almeno fino ad oggi. Un avvicinamento eurasiatico (Europa, Russia, Cina ed India) che trascinerebbero certamente l’insieme del resto dell’Asia e dell’Africa ed isolerebbe gli Stati Uniti, è certamente augurabile. E ci sono alcuni segni che vanno in questo senso. Ma si è ancora lontani dal vedere la sua cristallizzazione mettere fine alle scelte atlantiste dell’Europa. I Sud possono sostenere un ruolo attivo nell’indispensabile disfatta dei progetti militari degli Stati Uniti? I popoli aggrediti sono, nel momento attuale, i soli avversari attivi capaci di fare indietreggiare le ambizioni da Washington. Anche se - e in parte proprio per il fatto che sono i soli attivi e lo dimostrano - i metodi utilizzati nella loro lotta restano di un’efficacia discutibile e si appellano a dei mezzi che ritardano il rafforzamento di una solidarietà dei popoli del Nord nei confronti della loro giusta battaglia. Dall’altro lato l’analisi che ho proposto della “compradorisation généralisée” delle classi dominanti e dei poteri in tutte le regioni del Sud invita a concludere che non ci si può attendere un granché dai governi al potere o dalle forze suscettibili di arrivarci nell’immediato futuro, per quanto “fondamentaliste” possano essere (islamici, induisti o etnicisti). Questi governi sono scossi certamente sia dall’arroganza senza limiti di Washington sia dall’ostilità (se non addirittura dall’odio) che i loro popoli manifestano per gli Stati Uniti. Ma sono capaci di fare qualcosa di diverso dall’attendere la sorte che gli riserva il destino? Del resto il Sud non ha più, in generale, un progetto proprio come avveniva all’epoca di Bandoung (1955-1975). Probabilmente le classi dirigenti dei paesi definiti “emergenti” (la Cina, la Corea, l’Asia del Sud-est, l’India, il Brasile ed alcuni altri) inseguono degli obiettivi che si definiscono per sé stessi e per la realizzazione dei quali i loro Stati agiscono. Questi obiettivi possono essere riassunti nel concetto di massimizzazione della crescita in seno al sistema della mondializzazione. Questi paesi dispongono - o credono di poter disporre- di un potere negoziale che permetterebbe loro di trarre benefici maggiori più attraverso questa strategia “egoista” che attraverso un generico “fronte comune” realizzato magari con paesi ancora più deboli di loro. Ma i vantaggi che possono ottenere sono relativi ai singoli campi interessati e non rimettono in causa l’architettura generale del sistema. Non costituiscono dunque un’alternativa e non danno a questo vago progetto (illusorio) di costruzione di un “capitalismo nazionale” la consistenza di un reale progetto di società. Anche i paesi del Sud più vulnerabili (il “Quarto Mondo”) non hanno nessun progetto proprio, ed i prodotti eventualmente “sostitutivi”, cioè i fondamentalismi religiosi o etnici, non meritano questo appellativo. Perciò è il Nord che prende l’unica iniziativa, attuando “per essi” (si dovrebbe dire “contro di essi”) i suoi propri progetti, come quello Unione Europea-ACP (e gli “accordi di partnership economica” chiamati a rimpiazzare gli accordi di Cotonou con i paesi dell’Africa, dei Caraibi e del Pacifico), o il “dialogo euro-mediterraneo”, o ancora il progetto USA-Israele del “Grande Medio Oriente”. Le sfide con le quali la costruzione di un autentico mondo multipolare si deve confrontare sono più serie di quelle immaginate dai movimenti “no global”. Sono per di più plurali. Nell’immediato si tratta di sconfiggere il progetto militare di Washington. Questa è la condizione minima affinché si possano aprire quei margini di libertà necessari senza i quali ogni progresso sociale e democratico e ogni progresso in direzione della costruzione di un mondo multipolare resteranno estremamente vulnerabili. Lo smisurato progetto degli Stati Uniti è chiamato probabilmente a fallire, ma solo con dei terribili costi umani. La resistenza delle sue vittime (i popoli del Sud) si andrà rafforzando man mano che gli americani si impantaneranno nei molteplici teatri di guerra molteplici nei quali saranno costretti di impegnarsi. Queste resistenze finiranno per battere il nemico, e forse per risvegliare l’opinione pubblica negli Stati Uniti, come fu il caso con la guerra del Vietnam. Sarebbe molto meglio tuttavia fermare più rapidamente il disastro, ciò che la diplomazia internazionale potrebbe fare, soprattutto se l’Europa afferrasse la portata della sua responsabilità. A più lungo termine una “altra mondializzazione” implica dunque che si rimettano in discussione le opzioni del capitalismo liberale e la gestione degli affari del pianeta da parte dell’imperialismo collettivo della triade sia nella cornice dell’atlantismo estremo sia della sua versione “riequilibrata”. Un autentico mondo multipolare non sarà diventato una realtà fino a quando le quattro condizioni che seguono saranno state realizzate: i. che l’Europa sia avanzata realmente sulla via di una “altra Europa” sociale (e dunque impegnata nella lunga transizione al socialismo mondiale) e che abbia iniziato il suo disimpegno rispetto al suo passato e presente imperialista. Ciò implica molto di più rispetto al semplice abbandono dell’atlantismo e del neo-liberismo sfrenato. ii. che in Cina la via del “socialismo reale” ha portato a tendenze forti verso una deriva illusoria della costruzione di un “capitalismo nazionale” che sarebbe impossibile da stabilizzare perché fondato sull’esclusione delle maggioranze operaie e contadine del paese. iii. che i paesi del Sud (popoli e Stati) siano riusciti a ricostruire un “fronte comune”, condizione a sua volta affinché dei margini di movimento permettano non solo alle classi popolari di imporre delle “concessioni” a loro favore ma anche di trasformare la natura dei poteri esistenti, sostituendo ai blocchi compratori dominanti dei blocchi “nazionali, popolari e democratici” iv. che al piano della riorganizzazione dei sistemi di diritto, nazionali ed internazionali, si sia avanzati nella direzione di conciliare il rispetto delle sovranità nazionali (progredendo dalla sovranità degli Stati a quella dei popoli) e quello di tutti i diritti individuali e collettivi, politici e sociali.


    Bibliografia


    Propositions concernant l’émergence d’un impérialisme collectif, le projet hégémoniste des Etats-Unis, les sables mouvants européens; in, Samir Amin, Le virus libéral, le Temps des cerises, 2003. Bilan critique de l’ère de Bandoung; in, Samir Amin, La faillite du développement en Afrique et dans le tiers monde, l’Harmattan, 1989. Critique de Hardt et Negri; in, Empire et Multitude, ou la banalité du discours dominant; à paraître, La Pensée. Le monde multipolaire de l’après guerre, l’analyse des stratégies de l’Europe, de la Russie, de la Chine, de l’Inde et des pays du Sud; in, Samir Amin, Pour un Monde multipolaire; à paraître, Syllepse L’économie politique de l’après guerre (1945-1990); in, Samir Amin, Au-delà du capitalisme sénile; PUF 2002.

    ARDITI NON GENDARMI

    Samir Amin è a mio avviso un teorico di spessore eccellente che ha capito una cosa fondamentale: l'importanza della resistenza comunitaria all'invasione del capitalismo mondiale, oltre i richiami onirici di masse diseredate proletarie unite che, come soggetto sociale autocosciente, semplicemente non esistono.
    In epoca di imperialismo assoluto, la resistenza statuale è già una forma di serissima opposizione all'invasività antidemocratica di poteri esterni.
    Capire questo, e valutare attraverso questo gli eventi del globo, è un passo fondamentale da compiere. E questo fuori da ogni purismo di sorta.
    Per quanto riguarda la sovranità dei popoli , oltre gli stati nazionali, il discorso è molto più complesso, e per quanto mi riguarda vale la distinzione, che sempre avanzo e difendo, tra popoli oppressi impossibilitati a esprimere sè stessi, e popoli non oppressi.
    Nel primo caso la lotta per l'autodeterminazione integrale fino all'indipendenza è un fattore progressivo, nel secondo caso rischia di divenire fattore destabilizzante e regressivo.
    In ogni modo, ottimo pezzo, l'ho letto un po' di corsa, ma lo approfondirò.
    Bravo muntzer, questa è ottima teoria e ottima prassi.

  3. #3
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    Citazione Originariamente Scritto da terraeamore Visualizza Messaggio
    Samir Amin è a mio avviso un teorico di spessore eccellente che ha capito una cosa fondamentale: l'importanza della resistenza comunitaria all'invasione del capitalismo mondiale, oltre i richiami onirici di masse diseredate proletarie unite che, come soggetto sociale autocosciente, semplicemente non esistono.
    In epoca di imperialismo assoluto, la resistenza statuale è già una forma di serissima opposizione all'invasività antidemocratica di poteri esterni.
    Capire questo, e valutare attraverso questo gli eventi del globo, è un passo fondamentale da compiere. E questo fuori da ogni purismo di sorta.
    Per quanto riguarda la sovranità dei popoli , oltre gli stati nazionali, il discorso è molto più complesso, e per quanto mi riguarda vale la distinzione, che sempre avanzo e difendo, tra popoli oppressi impossibilitati a esprimere sè stessi, e popoli non oppressi.
    Nel primo caso la lotta per l'autodeterminazione integrale fino all'indipendenza è un fattore progressivo, nel secondo caso rischia di divenire fattore destabilizzante e regressivo.
    In ogni modo, ottimo pezzo, l'ho letto un po' di corsa, ma lo approfondirò.
    Bravo muntzer, questa è ottima teoria e ottima prassi.

    Però vorrei che si evidenziasse che Samir Amin non è tanto un teorico politico quanto un economista prima di tutto e soprattutto.
    Credo sia molto importante specificare questo altrimenti si rischia di analizzare politicamente e basta scritti di un economista.
    Per il resto concordo.

    A luta continua

  4. #4
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    Citazione Originariamente Scritto da Sandinista Visualizza Messaggio
    Però vorrei che si evidenziasse che Samir Amin non è tanto un teorico politico quanto un economista prima di tutto e soprattutto.
    Credo sia molto importante specificare questo altrimenti si rischia di analizzare politicamente e basta scritti di un economista.
    Per il resto concordo.

    A luta continua

    si questo è vero ed innegabile.
    ma il fatto stesso che una teoria economica porti ad esiti "politici" è riscontrabile nel fatto che un economista come Amin parte dal presupposto tutto politico della trasformabilità delle cose, e della non necessità dei processi spontanei spacciati come tali dall'economia iper-realista sia quella liberale (cane da guardia del sistema attuale) sia quella marxista ortodossa ( alla Gianfranco Pala, per capirci, un professore di economia stimabilissimo che però ha il difetto di ritenenere nazionalista il processo boliviano e venezuelano e dunque non risolutivo ....!!).
    Insomma la stessa teoria economia a mio avviso può essere più o meno "politica e dunque frutto di riflessione sull'uomo secondo i punti di partenza .
    Un Lagrassa a mio avviso, ad esempio, pecca di iper-realismo, che lo fa essere quasi "anti-umanista " ( e lo dico con tutto il rispetto del caso che ho per una persona impegnata e stimabile come Lagrassa). Un Samir Amin, a mio avviso soffre molto meno di questa pregiudiziale.
    Spero di aver spigato bene il concetto che può sembrare un po' campato, ma mi sembra importante.

  5. #5
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    L'idea che gli Stati Nazionali siano strutture ormai sorpassate ed anacronistiche nell'era della globalizzazione è una vera e propria fregnaccia.

    Gli Stati Nazionali sono in grave crisi solo in una regione del mondo: l'Europa.
    In tutto il resto del nostro pianeta non sono né in via di sparizione, né con le mani legate, semplicemente si sono trasformati ed adattati alla diversa situazione internazionale.
    Ma vi sembra forse che Ecuador, Thailandia, Iran, Sud Africa, Venezuela, Corea del Sud, ecc. siano in via di sparizione come Stati Nazionali?
    Ma neanche per sogno, sono l'Italia, la Francia, la Germania ad essere in via di sparizione nonostante siano molto più ricche.
    E perché?
    Molte ragioni, diciamone almeno una. Gli Stati Nazionali sono potenzialmente (dico potenzialmente) un fattore di indipendenza, un argine alla pressione dei mercati finanziari e il solo luogo in cui possano nascere e svilupparsi democrazia e socialismo.

    La classi dirigenti del nostro continente smontano gli Stati Nazionali per svuotare la democrazia, rendere impossibile il socialismo e infeudarci agli Stati Uniti con cui hanno stretto un'alleanza organica.
    Per questo motivo l'Unione Europea non aumenta il grado di autonomia dell'Europa, ma lo riduce. Non ci protegge dalla globalizzazione, ma ne è il cavallo di Troia. Non arresta il declino economica del nostro continente, ma lo favorisce.

    Io poi sono un convinto sostenitore del modello europeo di Stato Nazionale e di popolo. Dove il popolo è una comunità di cittadini unita da un vincolo politico che trascende le differenze etniche, religiose, ideologiche, ecc. E lo Stato Nazionale è lo stato che poggia la sua legittimità su questa comunità di cittadini.

    Sono contrario agli stati etnici (modello Israele) e agli stati basati sulla segregazionismo legale o di fatto (modello Stati Uniti).

    Per questo motivo non condivido la distinzione tra popoli oppressi con diritto all'autodeterminazione e popoli non oppressi senza questo diritto. Penso che alla base ci sia l'equivoco tra etnia (legame culturale e storico) e popolo (legame politico)

    I popoli oppressi hanno diritto all'autodeterminazione, ovviamente. Esempio tra tutti il popolo palestinesi composto da persone appartenenti a due religioni (cristiani e musulmani) ma che è unito da un legame politico che trascende particolarismo religiosi.

    I popoli non oppressi, invece, hanno diritto a non essere distrutti. Esempio tra tutti, il popolo belga che dopo 170 anni di vita comune viene minato da particolarismo etnici ed egoismi economici che ne vogliono distruggere lo Stato Nazionale.
    Per altro una distruzione assolutamente compatibile con la costruzione europea che vuole particolarismi esasperati per avere burocrati onnipotenti.

    E' l'applicazione del principio di sussidiarietà sulla base del quale Padova può fare una guerra spietata a Mestre per decidere dove piazzare un nuovo mega centro commerciale, mentre alla BCE decidono se strangolare o meno l'economia veneta con l'euro forte.

  6. #6
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    Citazione Originariamente Scritto da Sandokan80 Visualizza Messaggio
    L'idea che gli Stati Nazionali siano strutture ormai sorpassate ed anacronistiche nell'era della globalizzazione è una vera e propria fregnaccia.

    Gli Stati Nazionali sono in grave crisi solo in una regione del mondo: l'Europa.
    In tutto il resto del nostro pianeta non sono né in via di sparizione, né con le mani legate, semplicemente si sono trasformati ed adattati alla diversa situazione internazionale.
    Ma vi sembra forse che Ecuador, Thailandia, Iran, Sud Africa, Venezuela, Corea del Sud, ecc. siano in via di sparizione come Stati Nazionali?
    Ma neanche per sogno, sono l'Italia, la Francia, la Germania ad essere in via di sparizione nonostante siano molto più ricche.
    E perché?
    Molte ragioni, diciamone almeno una. Gli Stati Nazionali sono potenzialmente (dico potenzialmente) un fattore di indipendenza, un argine alla pressione dei mercati finanziari e il solo luogo in cui possano nascere e svilupparsi democrazia e socialismo.

    La classi dirigenti del nostro continente smontano gli Stati Nazionali per svuotare la democrazia, rendere impossibile il socialismo e infeudarci agli Stati Uniti con cui hanno stretto un'alleanza organica.
    Per questo motivo l'Unione Europea non aumenta il grado di autonomia dell'Europa, ma lo riduce. Non ci protegge dalla globalizzazione, ma ne è il cavallo di Troia. Non arresta il declino economica del nostro continente, ma lo favorisce.

    Io poi sono un convinto sostenitore del modello europeo di Stato Nazionale e di popolo. Dove il popolo è una comunità di cittadini unita da un vincolo politico che trascende le differenze etniche, religiose, ideologiche, ecc. E lo Stato Nazionale è lo stato che poggia la sua legittimità su questa comunità di cittadini.

    Sono contrario agli stati etnici (modello Israele) e agli stati basati sulla segregazionismo legale o di fatto (modello Stati Uniti).

    Per questo motivo non condivido la distinzione tra popoli oppressi con diritto all'autodeterminazione e popoli non oppressi senza questo diritto. Penso che alla base ci sia l'equivoco tra etnia (legame culturale e storico) e popolo (legame politico)

    I popoli oppressi hanno diritto all'autodeterminazione, ovviamente. Esempio tra tutti il popolo palestinesi composto da persone appartenenti a due religioni (cristiani e musulmani) ma che è unito da un legame politico che trascende particolarismo religiosi.

    I popoli non oppressi, invece, hanno diritto a non essere distrutti. Esempio tra tutti, il popolo belga che dopo 170 anni di vita comune viene minato da particolarismo etnici ed egoismi economici che ne vogliono distruggere lo Stato Nazionale.
    Per altro una distruzione assolutamente compatibile con la costruzione europea che vuole particolarismi esasperati per avere burocrati onnipotenti.

    E' l'applicazione del principio di sussidiarietà sulla base del quale Padova può fare una guerra spietata a Mestre per decidere dove piazzare un nuovo mega centro commerciale, mentre alla BCE decidono se strangolare o meno l'economia veneta con l'euro forte.

    bravissimo. hai espresso concetti molto importanti in poche righe, descrizione perfetta di cosa è l'unione europea, e condivisibilissima visione dello stato in quanto realizzazione del popolo politico.
    Attenzione: quando parlo di differenza cruciale tra popolo oppresso e popolo non oppresso, tale distinzione mi è utile non per negare un diritto teorico di una comunità di staccarsi dallo Stato cui appartiene per questioni di identificazione reale ed emotiva. Tale diritto deve comunque essere tutelato. Cosi', ad esempio, i baschi hanno il pieno diritto di predicare politicamente l'indipendenza e giuridicamente non v' è alcun impedimento alla costruzione di una forza indipendentista che si presenti come soggetto elettorale ( questo lo dico tralasciando le specificazioni cocncrete della questione basca e rimanendo sul piano giuridico).
    Altro discorso è ammettere o no il diritto automatico all'autodeterminazione politica totale, cioè al diritto di scissione dallo Stato laddove vi sia convivenza pacifica. In principio ammetto tale diritto, poichè esso è il fondamento dell'idea di comunità dinamica che può modificarsi nel tempo. Per esempio la coscienza nazionale basca nasce alla fine dell'800, poichè prima di quella data non vi era alcun sentimento nazionale basco ed i cittadini della biscaglia, pur nella loro specifica cultura, erano al pari degli altri sudditi del regno di Spagna a pieno titolo e in piena coscienza identitaria. Dunque la discussione sul diritto di secessione di una comunità, cioè sancito in forma costituzionale, è piuttosto complesso, ma in linea di principio nel capitalismo esso può divenire un'arma a doppio taglio, poichè il movimento scissionista può essere calovalcato da interessi non esattamente popolari ed inculcato a forza nell'elettorato beone ( vedi il caso della lega nord, o il caso della propaganda sionista in europa per gli ebrei perfettamente assimilati nelle società europee del tempo, o ancora il caso del nazionalismo basco sabianano impegnato nela costruzione forzata dell'identità basca come identità esclusiva e non integrabile nel contesto di quella spagnola più vasta).
    Il terzo punto, è la posizione individuale che ciascuno si sente di assumere di fronte all'annoso problema dell'autodeterminazione dei popoli, indipendentemente dal quadro giuridico di riferimento.
    Ovvero, se si è favorevoli o meno, nelle singole situzioni, a che si formino nuove nazioni statuali attraverso la spaccatura di stati nazionali anche di vecchia data.
    Il problema a questo livello diviene di puro giudizio personale, possibile perlatro solo laddove si conosca la situazione reale singola, e non come ciriterio astratto.
    Pertanto al riguardo sono molto cauto e avanzo un criterio molto generale che mi serve da orientamento a me personalmente per capire le varie questioni nazionali cui mi approccio. In tal senso ritengo che un popolo oppresso, per ragioni di ovvia impossibilità di convivenza e di contrapposizione con il popolo oppressore, debba compiere il cammino dell'indipendenza statuale per salvare sè stesso. Mentre il popolo non oppresso e compatibile nel contesto pluri-etnico in cui convive, può tranquillamente compiere un cammino di autodeterminazione autonomistica solidale interna allo Stato cui appartiene, ad esempio, da centinaia di anni.
    Il caso dei baschi, che sempre riporto, è flagrante.
    Il popolo basco, la cui costruzione nazionale autocosciente è di recente fattura, pur esistendo un'etnia basca da secoli e secoli, convive all'interno dello Stato spagnolo plurietnico da 900 anni. salvo la tragica parentesi franchista ultranazionalista il popolo basco non ha mai subito repressione di sorta, nè tanto meno annichilimento identitario ( se non quello generico dovuto all'invasività del capitalismo, quello trasversale ad ogni etnia o comunità linguistica ).
    Pertanto nel caso basco, conoscendo da vicino la questione e riconoscendo la complessità e la sovrapposizione identitaria del popolo basco, in cui convivono virtuosamente elementi autoctoni con elementi spagnoli estremamente forti, difendo la plurinazionalità e l'unità della Spagna, che come nazione complessa e intercomunitaria esiste, cosi' com' è oggi, dal 1492.
    Insomma lo stesso discorso che tu fai per i Belgi, io lo applico alla Spagna. Il popolo belga nasce come fusione di etnie distinte in un'unica idea politica, in un unico popolo politico. E lo stesso a mio avviso vale per paesi come la Spagna e l'Italia.
    In tal senso vale la mia personale distinzione tra popolo oppresso e popolo che coesiste in pace e possibilità di autoespressione completa.
    Tutto qua.

 

 

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