Concordo con l'articolo, aggiungendoci l'esempio romano (spero che il filo-leghismo in polemica con roma ladrona la finisca di traslare tale polemica sull'Impero Romano) e traendone la conclusione che la soluzione politica non sta nello sbriciolamento delle piccole patrie (che in realtà sono "matrie") ma nell'unità imperiale, che non vuol certo dire un giacobinismo continentale come tenta d'essere oggi l'UE ma tantomeno vuol dire un'Europa di tante piccole padanie con rispettivi stati, dovendo lo stato essere Uno.
E' per questo che non amo molto il termine "etnonazionalismo", il quale non sembra semplicemente sottendere l'auspicata equivalenza fra ethnos e nazione, ma auspicarsi (per via del termine "nazionalismo") che ad ogni nazione corrisponda uno Stato, il che ci riporta esattamente allo stato-nazione, al limite modificando i confini di qualche stato più etnicamente variegato degli altri, che è esattamente il deleterio processo accaduto dopo la distruzione degli imperi.
Riporto qui il mio intervento di giorni fa in merito:
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Il punto sta tutto nell'annosa divergenza interpretativa (e attitudinale) che si è solitamente espressa, prima al tempo dei fascismi su grande scala e poi confinata in ambienti minori, sul giudizio riguardo Roma.
Roma può spesso fungere da pietra di paragone per il concetto di impero, e viene individuata da chi ha un approccio tribale (nel senso descrittivo, niente di polemico) e differenzialista (non nel senso antiegualitario verticale, ma in quello identitario orizzontale) come il germe della globalizzazione e della cancellazione delle identità.
L'impero, semplicemente, non è uno stato-nazione "più grosso", ma è un'altra cosa. Un impero è un Ordine che contiene una compagine pluri-nazionale e organica (divisa nelle varie componenti ognuna con la propria identità e il proprio suolo, da lì
divide et impera) che esso equilibra e guida.
In contesti tribali pre-imperiali e in contesti stato-nazionali post-imperiali si ingenera, per via della loro sovrapposizione e congruenza, una seria confusione sulla differenza e la complementarità di Stato e Nazione.
La Nazione è il bios, l'ethnos, il völk, l'elemento naturale, la tribù, ciò che proviene dalla spontaneità della natura generatrice. La nazione è uomini, donne, vecchi, bambini, tutti quanti in quanto esseri viventi e biologici nella loro dimensione individuale (e non sovraindividuale) e di gruppo dal punto di vista della
vita, della perpetuazione della vita e da tutto ciò che è ad essa attinente, come la sopravvivenza fisica, il sostentamento, le usanze umane che vi si generano (tutto ciò che è folklore, völk-lore). E' simbolicamente la parte lunare e femminile della compagine umana.
Lo Stato è la
missione, "la chiamata a fare qualcosa di grande insieme", come dice spesso Blondet citando Ortega y Gasset. Mentre la nazione è
naturale, lo stato è
politico. E' l'elemento solare e maschile. Lo stato rappresenta un Ordine col suo proprio senso distinto da quello della nazione, è una struttura verticale e gerarchica
attiva che si occupa della visione del mondo, del sapere e della guerra, come fa l'uomo, laddove la nazione pensa alla praticità e al nutrimento, come fa la donna. La nazione è sostanza, lo stato è essenza (o forma). Lo Stato è il principio attivo che feconda e imprime forma alla nazione (pur senza invaderne ogni campo, il che non sarebbe più organicismo ma totalitarismo).
L'Impero, con la sua forma in cui non si fa più coincidere lo Stato con la Nazione, chiarifica maggiormente la differenza fra le due cose. Un Impero è uno stato che contiene (o regna su) nazioni. Guardiamo Roma. Roma non imponeva, alle nazioni conquistate su cui regnava, la propria cultura, i propri dèi, o niente di simile. Non disturbava le tradizioni locali né vi si intrometteva, e quando agì diversamente (con i druidi, coi cristiani delle origini -non ancora romanizzati-, ecc) fu per ragioni politiche, per i loro atti sediziosi di tentata sovversione politica. Il "culto pubblico", cioè dello Stato e della componente imperiale vista nel suo legittimo ruolo rivestito di una missione trascendente, ordinatrice e in accordo con l'ordine superiore, altro non era che il riconoscimento di questa sua natura diversa da quella nazionale. Il Pantheon in cui a Roma venivano inseriti e omaggiati gli dèi di tutte le nazioni dell'impero non era che un altro esempio di questa stessa logica, mostrando come essi, se da un lato erano particolari e nazionali, dall'altro erano manifestazioni locali di quel principio divino unico le cui tracce e le cui comuni strutture si ritrovavano nei vari culti locali. Questo era l'enoteismo, la consapevolezza di quel principio divino perenne.
L'Impero non era un globalismo o un americanismo ante litteram per la semplice ragione che la sua visione era organica, e non aveva alcuna intenzione di sradicare, mischiare e togliere identità alle varie compagini nazionali e tribali. Per intendersi, il federalismo imperiale non è un giacobinismo centralista e invasivo, tipicamente stato-nazionale. Il non accettare il ruolo imperiale, ed il voler far corrispondere gli apparati del dominio e della forza alla dimensione e alla logica tribale, significava e significa far prevalere nella politica gli istinti più bassi e animali (che oggi si traducono in autoreferenzialità, ottusità e campanilismo) elevandoli a dignità statale, e facendo così una parodia dello Stato vero e proprio.
Quello che Blondet in "Etnicismi e imperi" fa notare e che infiniti osservatori e storici hanno rilevato per quanto fosse già palese, è che ogni volta che un impero cade, iniziano una serie di campanilismi, secessionismi e sciovinismi centrifughi in perpetua lotta gli uni contro gli altri, ed una interminabile serie di pulizie etniche perché laddove nell'organismo imperiale esistevano zone d'intersezione popolativa-nazionale che non si configuravano come perfette "faglie" di netta spaccatura, nella visione nazionalista e tribale tutto ciò non è accettabile e il minimamente diverso, quand'anche sia minoranza e vicino di casa fino a ieri, diventa un turpe animale da far fuori per rifugiarsi nell'illusoria omogeneità della propria piccola patria.
Il problema non è l'elemento völkisch in sé, ma il fatto che esso, come logica, coincida col principio politico e lo guidi (cosa assolutamente inevitabile se i confini dello stato e della nazione sono congruenti).
La componente della nazione e quella dell'impero (stato) si occupano di temi così diversi e complementari che se tutto viene applicato correttamente, non esiste alcun terreno di scontro. Lo Stato controlla gli apparati della forza estera e interna, l'ordine, come oggi sono l'esercito e la polizia (ovviamente in versione funzionante ed efficiente, non come da noi). Controlla i settori strategici (energia, materie prime, industria pesante), le grandi reti viarie, l'amministrazione governativa riguardante gli ambiti generali che vanno oltre le singole nazioni, le comunicazioni, e il livello statale della rete televisiva (mentre quello locale resta appannaggio delle singole località). La Nazione, con larghe autonomie decisionali, si occupa dell'economia locale, della sua gestione ed organizzazione, delle decisioni riguardanti i regolamenti e le leggi da adottarsi su scala locale, le cose da costruire e tutto quanto riguarda la vita delle comunità locali ed il modo in cui vogliono organizzarsela. Sempre appannaggio della nazione sono le iniziative culturali, artistiche e tutto ciò che può rifarsi al folklore, alle tradizioni locali e all'identità in generale. In questo proposito, nel campo dell'istruzione la cosa è congiunta: Ci sono materie e cose specifiche ed identitarie che variano da nazione a nazione, mentre altre che sono comuni in quanto necessarie a tutti.
In pratica l'unico modo per avere un corpo (a scala ad esempio europea) forte, unitario e sovrano che possa competere a livello internazionale non è avere una rete di repubblichette che devono mettersi d'accordo ed essere in comodo e sperare di trovare ogni volta un punto comune che non danneggi i loro interessi provinciali e le loro visioni miopi accentuate dal senso di differenza e di estraneità agli altri. La soluzione è un sistema equilibrato in cui l'impero e gli organi nazionali stiano in un giusto equilibrio e non invadano ognuno il campo dell'altro, solo così si può conciliare una vera efficienza sia nella politica estera (decisionismo compatto, pronto, conscio del proprio compito unitario e del proprio grande ruolo internazionale, e capace di formare delle classi dirigenti specializzate dalle grandi visioni, competenze e saperi) che in quella interna (conoscenza del proprio territorio, del proprio modo d'essere, di quelle che sono le soluzioni per la propria terra senza che dei commissari che non ne sanno niente vengano dalla capitale ad adottare le loro logiche che a livello locale sono completamente fuori posto).
“La realtà che chiamiamo Stato, lo ripeto ancora una volta, non è una spontanea convivenza di uomini che la consanguineità ha unito. Lo Stato nasce quando gruppi originariamente separati e distinti si costringono a convivere tra loro. Questo obbligo non è nuda violenza, ma presuppone un progetto attivo, un compito comune che si propone ai gruppi dispersi. Lo Stato è, innanzi tutto, un progetto d’azione, un programma di collaborazione. Si fa appello alle genti affinché nell’unione realizzino un’impresa. Lo Stato non è consanguineità, né unità linguistica, né unità territoriale, né contiguità d’abitazione. Non è nulla di materiale, d’inerte, di prestabilito, di limitato. E’ un puro dinamismo – la volontà di compiere qualcosa in comune –, in virtù del quale l’idea statale non è circoscritta da nessun confine fisico.”
José Ortega y Gasset, “La Ribellione delle Masse” (p.184-185)