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Discussione: 'La Cittadella' 27

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    Predefinito 'La Cittadella' 27

    Disponibile in pochi giorni il numero 27 della nostra rivista.

    Per quanti interessati, la rivista può essere ordinata inviando un messaggio di posta elettronica a lacittadella@email.it.

    A seguire il sommario:





    LA CITTADELLA

    Anno VII, n°27, luglio-settembre 2007 e.v., MMDCCLX a.U.c.

    € 8,00


    Sommario

    Editoriale / Pagani, Indo-europei, Semiti, Romani, Sandro Consolato

    Viaggio verso Nord. 10th Conference of the WCER in Latvia, Daniele Liotta

    Relazione storica elaborata da Sandro Consolato e tradotta e letta in inglese al WCER da Guglielmo Giovannelli Marconi

    Auctores XXVII / Cleante di Asso: Inno a Zeus (a cura di lc)

    Religioni romane nell'Impero, Salvatore C. Ruta

    Romanitas di Federico Zeri, Federico Gizzi

    Documenti / Zeri parla di Roma (a cura di Gennaro D'Uva)

    La realtà dell'indoeuropeo, Ernesto Roli

    Brevi considerazioni sulla critica biblica ed alcuni suoi risvolti ideologici, Michela Alessandroni

    Così parlò Zarathustra secondo Pio Filippani-Ronconi, Alfonso Piscitelli

    L'ultima legione, Sandro Consolato

    Pagine ritrovate / Gerardus van der Leeuw: Domus Sacra (a cura di Arx)

    La valigia del lettore, Mario Enzo Migliori

    Recensioni / Massimo Pittau, Toponimi italiani di origine etrusca (M. E. Migliori); Marco Rossi, Il segreto della Dea (G. D'Uva)

  2. #2
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    ************ EDITORIALE************
    PAGANI, INDO-EUROPEI, SEMITI, ROMANI

    Il Solstizio di Giugno ha visto il MTR presente per la prima volta, con una sua nutrita delegazione ufficiale, alla Decima Conferenza del World Congress of Ethnic Religions (WCER), tenutasi in Lettonia: notoriamente i Paesi baltici, a partire dalla Lituania, sono oggi all'avanguardia nella rivendicazione del diritto, e nell'esercizio del dovere, di ripristinare le antiche religioni etniche d'Europa.
    Daniele Liotta, alla cui persona e al cui gruppo capitolino (Gens Iulia Primigenia - Centro Studi Tradizionali "Amor-Roma") va il merito di avere decisamente inaugurato in questi ultimi due anni una "politica estera" del tradizionalismo romano, ci racconta del "viaggio verso Nord" della nostra delegazione, che tra i suoi membri aveva anche Mario Enzo Migliori (della Gens Pico-Martia - Gruppo redazionale di "Arthos"), il nostro editore, Serafino Di Luia, e, particolare che incuriosirà, il principe Gugliemo Giovannelli Marconi, nipote del grande inventore.
    Il WCER sta rinverdendo le radici pagane, ed indoeuropee, del nostro continente, trovando non a caso un attento favore nella stessa India, che tra due anni sarà per la seconda volta sede della Conferenza internazionale: sta dunque nascendo una koinè pagana euro-asiatica, che in buona parte trova nelle primordiali radici indo-europee le sue ragioni e il suo spirito di fratellanza. Da Riga la nostra delegazione ha riportato chiaramente l'impressione che in Europa, e non solo in Europa, non si vuole contrapposizione, ma intesa fraterna tra i popoli e le tradizioni gentili, che non hanno bisogno di alcun sincretismo per ri-conoscersi simili pur nella gelosa conservazione della propria specificità.
    È molto importante, in questo quadro, contrastare un certo virus anti-indoeuropeo, che ha trovato nell'opera dello scomparso linguista italiano Giovanni Semerano, autore de La favola dell'indoeuropeo, il suo guru intellettuale, tanto che sembra aver convertito anche personalità degli studi tradizionali in passato non estranee alla valorizzazione dell'indoeuropeismo: ad es., Elémire Zolla (che in nome del verbo semeraniano fece pubblica abiura su "Il Sole-24 Ore" dei suoi studi linguistico-religiosi indoeuropei). Di questo tema si è occupato dunque per noi Ernesto Roli, che pur riconoscendo a Semerano certe doti e intuizioni, ha ribadito che l'indoeuropeo "favola" non è. Del resto, una prestigiosa pubblicazione accademica francese, la "Revue des Études Latines", nella sua annata 1996 (tomo 74, p. 299), così si era espressa recensendo il saggio di Semerano Le origini della cultura europea, edito da Olschki nel 1994: "Il est regrettable qu'un néophyte, aussi présoumpteux qu'ignorant de la linguistique comparative, ait réussi à gagner la confiance d'un éditeur renommé. Voici, hélas!, un nouveau candidat à l'Enfer des livres inutilisables et morts-nés" (P. Flobert). In confronto, Roli sembrerà perfino un estimatore di Semerano!
    La verità è che c'è in giro una strana voglia di semitismo: si vorrebbe annullare il riferimento alla "cattiva" identità indoeuropea (che ci affratella a tanti popoli, dall'Iran all'India) agitando il solito spettro del pericolo razzista e nazista, e si vorrebbe di contro ricondurci a una "buona" Mesopotamia semita, madre obbligata della civiltà (dimenticando volentieri che neanche i Sumeri erano semiti), coniugata con una ancor più "buona" Gerusalemme, perno imprescindibile di ogni spiritualità che voglia essere "umana" e "universale". Ma se oggi l'archeologia sembra dirci che l'antica Persia (cui rendiamo omaggio in questo numero con Alfonso Piscitelli, compenetrato cronista della recente presentazione romana dello Zarathustra e il Mazdeismo del veglio e vegliante Filippani-Ronconi) forse fu il luogo di nascita della scrittura più antica del mondo (vedi il paginone sulle scoperte fatte a Jroft ne "la Repubblica" del 3 luglio 2007), nello stesso tempo emerge in modo sempre più evidente che se c'è una "favola" è proprio quella confezionata dall'archeologia biblica israeliana e dai suoi "scavi a fini politici" (così Nadia Abu El-Haj, docente palestinese della Columbia University, ovviamente a rischio di licenziamento: v. "Corriere della Sera" dell'11 settembre 2007; e poiché tanto si è detto dei furti archeologici e d'arte dei tedeschi nella II guerra mondiale, si vedano ora anche le "rivelazioni" sui "furti al patrimonio archeologico nazionale ed egiziano" perpetrati da Moshe Dayan: "Sole-24 Ore", supplemento domenicale del 9 settembre 2007). La nostra orientalista e semitista (nel senso degli studi) Michela Alessandroni, con scientifica pacatezza, dà ora uno sguardo al problema della critica biblica, con uno scritto che avevamo da tempo colpevolmente nel cassetto e che però ora è più attuale che mai.

    Tra gli articoli "romani" di questo numero, un posto d'onore spetta al profilo desueto di Federico Zeri tracciato da uno studioso noto e apprezzato di cose romane, Federico Gizzi, autore di vari saggi su luoghi d'arte della Capitale per la Newton Compton. Chi incontra Roma e le sue rovine, incontra anche i suoi misteri, partecipa di un mondo magico: questo sembra dirci Gizzi. Gennaro D'Uva, quindi, ci presenta a sua volta come documento, non senza alcune osservazioni critiche, una dimenticata intervista di Ludovica Ripa di Meana al grande storico dell'arte: l'intervista va letta con attenzione.
    Ho poi voluto, su invito di diversi lettori, pubblicare il testo della mia "vecchia" conferenza di presentazione de L'ultima legione, il romanzo di Valerio Massimo Manfredi da cui ora è stato tratto un mediocre prodotto cinematografico. Manfredi però, in margine all'uscita del film, è riuscito a dire delle cose che ritengo di grande importanza. Intervistato da Renzo Oberti per il "Secolo d'Italia" (19 settembre 2007), ha spiegato assai efficacemente che il significato forte del suo romanzo è il seguente: "…il mondo di Roma non muore, il mondo di Roma rinasce in varie forme, come quando passa un incendio nella foresta, poi passato il fuoco, dalla cenere risorgono i germogli che si nutrono dello stesso humus: ma sono cosa nuova, cosa diversa. Ecco perciò il tema della nascita di Venezia dalle ceneri d'Aquileia, di Grado, di Concordia, e la vicenda della nascita del mito arturiano che abitualmente il grosso pubblico è abituato a considerare come una storia di cavalleria, che invece nasce dopo Carlo Magno". Lo scrittore ha aggiunto che ci sono "relazioni importanti" tra la Romanità e ciò che è venuto dopo: "È successo proprio questo tipo di connessione tra il mondo romano morente e la nascita d'altre entità che poi saranno nuovi miti, nuovi cicli leggendari. L'escamotage del finale dove vediamo che la spada di Cesare diventa la spada d'Artù, la mitica Excalibur, non è una cosa peregrina. L'esito arturiano della storia va colto nel suo significato simbolico, ma non solo: è un dato di fatto ormai riconosciuto dagli studiosi che gli eventi che crearono la leggenda d'Artù codificata nel Medioevo da Geoffrey di Monmouth si svolsero alla fine del V secolo in Britannia e videro fra i vari personaggi il misterioso Aureliano Ambrosio".
    Insomma, è il tema delle vere radici dell'Europa che ritorna, e Manfredi sottolinea la forza, la lunga durata delle radici romane, presenti anche nella nuova storia e nei miti delle entità nazionali createsi a partire dalle "invasioni barbariche", ma soprattutto nel sogno, che attraversa tutta la storia del continente, di ricreare l'Impero. Ciò, utile dirlo, rende meno peregrino anche un certo modo evoliano di guardare al Medioevo.
    Certo è che Roma, la sola Roma precristiana, resta l'archetipo più alto di Stato, di Impero e di Civiltà per l'Italia e per l'Europa tutta. E a questo punto, devo dire che ha profondamente commosso me ed alcuni amici, mentre bruciavano vergognosamente quest'estate le foreste della Magna Grecia e della Grecia, il fatto che Paolo Rumiz, su "la Repubblica" (26 agosto 2007), concludesse il suo viaggio giornalistico sulle tracce di Annibale evocando, entro lo squallore di una Campania degradata dal malgoverno e dalla camorra, un albero sacro di cui parla Plinio: l'olivo piantato da Scipione a Literno, con la connessa misteriosa tomba di un condottiero che - sostiene Rumiz - l'Italia conserva nel suo Inno nazionale, ma in verità ignora imperdonabilmente. Da quell'albero, da quella tomba introvabile, da quel nome che è parte di un inno ma non più parte del cuore dei più, che lo cantano solo negli stadi, Rumiz arriva a comprendere perché il grande Annibale (il generale in cui il giovane Freud vedeva soddisfatto il suo orgoglio semitico) ha perso, e perché è e sarà perdente - se non altro nel giudizio storico ed etico - ogni prassi, ideologia e mitologia antiromana:

    "Si accendono altri roghi, a Liternum è l'ora dei viados e delle lucciole venute dall'Africa. È penoso ripensare al mondo antico dal fondo di questo disastro. L'impero romano aveva diecimila - dicasi diecimila - città munite di anfiteatri, terme, acquedotti e fognature. Le frumentazioni mobilitavano quasi un milione di persone. La sola Roma aveva tredici acquedotti per un totale di 16 milioni di litri al giorno, livello superato solo nel 1960. Nulla vi fu di lontanamente paragonabile nel medioevo, nemmeno nella favolosa Spagna degli arabi. Solo la Londra vittoriana riuscì a essere come Roma, ma 1700 anni dopo. Il mondo ha nella memoria due apocalissi mitiche - il Diluvio e la fine di Atlantide - e un'apocalisse reale: la fine del mondo antico. Ne possiamo leggere i segni monumentali ovunque, dalla Britannia alla Libia, e quei segni svelano la nullità dell'oggi. Il dominio di Roma sul mondo era di tipo imperialistico fin che si vuole, ma gli dei altrui erano rispettati e inglobati nel Pantheon. Le élites dei Paesi conquistati entravano a far parte della macchina di governo. Anche africani e asiatici potevano diventare imperatori. La leadership non era fatta solo di legioni, ma di strade, ponti, sicurezza, e la sua 'auctoritas' mai avrebbe consentito anarchie di tipo iracheno dopo una vittoria militare".


    Sandro Consolato

 

 

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