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Discussione: Noam Chomsky

  1. #1
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    Arrow Noam Chomsky

    Noam Chomsky obiettivo: demistificare il linguaggio del potere

    (www.lafrecciaverde.blogspot.com)



    di Federico Zamboni


    Fate conto che sia un processo.
    Fate conto che voi siate membri della giuria (o della Corte, se vi sembra una veste più autorevole) e che alla fine, sulla base di ciò che avrete ascoltato, dobbiate emettere un verdetto. Come dovreste già sapere – ma è meglio ribadirlo – il vostro ruolo esige che sulle questioni che verranno affrontate non vi siate ancora formati un giudizio definitivo. O, almeno, che siate disposti ad accantonarlo.
    In questo processo, l’uomo che siete chiamati ad ascoltare è un signore ormai anziano, che è nato il 7 dicembre 1928 a Filadelfia e che, grazie ai suoi studi accademici, si è imposto come uno dei massimi studiosi di linguistica. Eppure, la sua fama internazionale dipende solo in parte dai risultati ottenuti in questo campo, a cominciare dalla celebre e rivoluzionaria teoria della “grammatica generativa”. Ciò che lo rende così conosciuto è la sua attività nell’ambito della controinformazione, sono le osservazioni e le analisi che va svolgendo, fin dagli Anni Sessanta, nei confronti del sistema politico statunitense. Dove tanti altri si accontentano di lanciare invettive, esponendosi fatalmente all’accusa di fanatismo, Noam Chomsky procede all’insegna del raziocinio e della documentazione. Si sceglie un problema e lo esamina a fondo. Traccia un’ipotesi e ne verifica la fondatezza.
    Acquisisce dati, li confronta, li scandaglia ripetutamente nel tentativo di scoprire che cosa possono, e che cosa non possono, dimostrare.
    Come in un processo, come in un’arringa conclusiva, Noam Chomsky anticipa ciò che intende dimostrare e ci accompagna passo passo lungo il percorso che, nelle sue intenzioni, conduce alla verità. Non ha fretta. O non mostra di averla.
    Dà l’idea di sapere perfettamente che una partita così complessa – come quella contro le oligarchie che a suo giudizio dominano gli Usa e che, attraverso gli Usa, tentano di dominare il mondo – non si può vincere in quattro e quattr’otto. Ci vuole molto tempo, molta pazienza. Bisogna essere consapevoli che la stragrande maggioranza delle persone ha subito, e subisce tuttora, l’incessante bombardamento dei media. E che, quindi, essa ha finito col perdere (con lo smarrire) gran parte delle proprie capacità di giudizio. Ivi inclusa la semplice, limpida, decisiva consapevolezza che un condizionamento c’è stato realmente, quando più quando meno.
    Chomsky prova a invertire il processo. «Bene», sembra dire in via preliminare ogni volta che prende la parola nelle sue conferenze o nei suoi libri, «che cosa vi hanno raccontato su questo argomento? Vi hanno detto questo? E questo? E quest’altro? Bene. Adesso vedremo insieme che cosa c’è di vero. E che cosa c’è di falso». Da lì in poi è meglio spalancare le orecchie. E prestare attenzione sul serio. Quella che ci si trova ad affrontare, infatti, è un’autentica sfida alle nostre (presunte) certezze.
    A tutto quello che sappiamo.
    O che crediamo di sapere.
    Solo per restare alla politica estera degli Stati Uniti, si va dall’America Latina al Vietnam, dalla Guerra Fredda all’Indonesia, dal sostegno indiscriminato concesso da Washington a Israele (a proposito: Chomsky è un ebreo di origine russa) all’intervento armato nella ex Jugoslavia e all’invasione dell’Iraq. Ogni volta, avvalendosi anche della progressiva “declassificazione” dei documenti originariamente coperti dal segreto di Stato, si scava nelle posizioni ufficiali e se ne verifica il grado di correttezza e di attendibilità. Si evidenziano le contraddizioni, le menzogne deliberate, le manipolazioni di piccolo e di grande cabotaggio. Si riflette sul perché vicende in qualche modo analoghe – vedi l’uccisione, il 19 ottobre 1984, del prete cattolico Jerzy Popieluszko nella Polonia ancora filosovietica di Jaruzelski, e quella, il 24 marzo 1980, dell’arcivescovo Oscar Romero nell’El Salvador governato da una “giunta rivoluzionaria” filoamericana – siano state affrontate, e presentate alla pubblica opinione, in maniera del tutto diversa. Il filo conduttore è preciso: ci hanno mentito, ci hanno fuorviato, hanno tentato in tutti i modi di farci credere che le loro azioni fossero ispirate da convinzioni e finalità di carattere etico, laddove erano mosse soltanto, o prevalentemente, dal più bieco interesse. Ancora peggio: hanno cercato, e cercano tuttora, di farci credere che quelle occidentali, e in primis quella statunitense, siano società autenticamente democratiche, in cui la libertà di parola assicura un effettivo esercizio della sovranità popolare.
    Cominciamo dai media, allora. La versione corrente è che i media, intesi come insieme degli organi di informazione, sono al servizio del pubblico. E quindi del popolo. Attraverso le notizie, e i relativi commenti, i cittadini hanno la possibilità di apprendere ciò che accade e di formarsi un proprio giudizio. Ergo, i media costituiscono l’architrave della democrazia. Facendo conoscere ciò che fanno i governi, e i partiti, e gli altri soggetti pubblici e privati che influiscono sull’organizzazione socio-economica, i media permettono a ciascun elettore di orientare le proprie scelte in modo consapevole. A conforto della teoria, ecco le dimostrazioni concrete: per citarne una sola, e per restare negli Usa, il celeberrimo “Watergate”, l’inchiesta condotta da due giornalisti della “Washington Post” che mise sotto accusa l’allora Presidente Richard Nixon e che, l’otto agosto 1974, quando ormai incombeva l’impeachment, portò addirittura alle sue dimissioni.
    Falso, replica Chomsky. Che sulla questione è tornato innumerevoli volte. Dedicandole, tra l’altro, il lungo saggio “La fabbrica del consenso”. Al contrario di ciò che si sostiene di solito, i media non sono affatto al servizio del pubblico.
    I media sono al servizio del potere. Il fatto stesso che siano imprese a fine di lucro, e che comunque non siano in grado di sostenersi con i soli incassi delle vendite, li costringe a sottostare ai condizionamenti, espliciti e impliciti, dell’establishment.
    La parola d’ordine è stare al gioco, limitando le eventuali critiche ad aspetti specifici.
    Mai e poi mai, invece, si devono andare ad attaccare i fondamenti del sistema, a partire dall’idea che lo scopo ultimo dell’esistenza sia guadagnare – e spendere – più denaro possibile. Per chi sta al gioco, ecco pronti gli enormi introiti della pubblicità. Per chi non ci sta, e pretende di aprire gli occhi alla gente, il rubinetto si chiude. Niente più inserzioni. Niente più ossigeno finanziario. E vediamo quanto resisti, con i tuoi soli mezzi. Proseguiamo, e concludiamo, con l’idea (con l’assioma) che popolazione e Stato siano un tutt’uno, così che gli interessi dell’una coincidano con quelli dell’altro. Il corollario è nitido: i governi, specie nelle iniziative di politica estera, vanno sostenuti in maniera pressoché indiscriminata, nel presupposto che i loro valori di riferimento siano i medesimi del popolo – e dunque della nazione, in senso antropologico prima ancora che statuale – e che le loro azioni abbiano come unico scopo il rafforzamento della collettività.
    Vale a dire il (celebratissimo/abusatissimo) “pubblico bene”.
    Retorica allo stato puro, controbatte Chomsky. Sul piano materiale, la distribuzione della ricchezza continua a essere caratterizzata dalla più palese iniquità. Su quello morale, la distanza tra la teoria e la pratica è abissale: mentre le dichiarazioni di principio sono invariabilmente nobilissime, così che le guerre non si fanno per ragioni economiche e/o geopolitiche ma per “esportare la democrazia”, i comportamenti reali sono nel segno del più assoluto cinismo. E talvolta, oltretutto, sfociano nella miopia o tout court nella stupidità: era così difficile, ad esempio, prevedere che armando e finanziando la guerriglia afgana in funzione antisovietica si sarebbero rafforzate a dismisura le fazioni dell’integralismo islamico?
    Riassumiamo. Primo: i media non sono al servizio del popolo, ma dei potentati che controllano l’economia e, attraverso l’economia, la politica. Secondo: il governo statunitense non agisce affatto a favore del popolo americano nel suo complesso, ma solo a vantaggio di quella ristretta porzione che detiene i grandi e grandissimi capitali. Quello che si spaccia per democrazia, dunque, sarebbe solo un sistema oligarchico, ferocemente attaccato ai suoi privilegi e disposto a qualsiasi scorciatoia pur di riuscire nell’intento.
    Posizioni durissime, come si vede. Talmente eterodosse, nel loro brutale rifiuto delle “verità” ufficiali, da prestarsi facilmente a ogni genere di contestazione. E persino di anatema. Ma, per tornare all’inizio, in un processo degno di tal nome la giustizia sommaria non è prevista: i capi di accusa non si possono ricusare in blocco, ma vanno smantellati singolarmente; le prove altrui si devono vagliare ad una ad una, entrando nel merito di ciascuna di esse e, sempre che se ne sia capaci, dimostrandone l’infondatezza. Che Chomsky non lo si condivida, in tutto o in parte, è perfettamente legittimo. Ma tacciarlo di antiamericanismo non basta. Chi ritenga di poterne confutare le tesi deve accettare di giocare sul suo stesso terreno: a forza di ragionamenti e a colpi di documentazione. Liquidarlo a priori può servire solo a regalarsi il tranquillante, o il narcotico, dell’indifferenza. Illudendosi che quel disprezzo faccia sì che nessun altro lo ascolti e gli dia credito, né ora né in futuro.
    Chi se la sente, dunque, accetti la sfida. Considerando Chomsky, se non altro, alla stregua dell’avvocato del diavolo nei processi di beatificazione. Prima di santificare l’Occidente, e in particolare gli Stati Uniti, e ancora più in particolare i suoi vertici politici ed economici, ci si misuri con tutte le eccezioni, macroscopiche e minuziose a un tempo, che vengono sollevate da quest’uomo intelligente e metodico. Quale che sia la decisione finale, non si potrà più fingere di non sapere quanto siano forti i dubbi ai quali rispondere. E quanto, dietro le luci abbaglianti del consumismo, siano vaste e insidiose le zone d’ombra nelle quali la Morale cede il passo al Potere.

  2. #2
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    Segnalo l'intervista a Noam Chomsky realizzata da Daniele Scalea e pubblicata sul n. 3/2007 di "Eurasia. Rivista di studi geopolitici".

  3. #3
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    ma guarda...proprio ieri sera se ne parlava...della "La fabbrica del consenso"....
    grazie Lothar!

  4. #4
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    Citazione Originariamente Scritto da LupaNera Visualizza Messaggio
    ma guarda...proprio ieri sera se ne parlava...della "La fabbrica del consenso"....
    grazie Lothar!
    ...sempre attenta alle cose più interessanti !

  5. #5
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    Citazione Originariamente Scritto da LupaNera Visualizza Messaggio
    ma guarda...proprio ieri sera se ne parlava...della "La fabbrica del consenso"....
    grazie Lothar!
    prego

  6. #6
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    Citazione Originariamente Scritto da LEONIDA Visualizza Messaggio
    ...sempre attenta alle cose più interessanti !
    soprattutto merito di chi me l'ha consigliato
    Comunque grazie LEONIDA, lo prendo come un complimento e detto da te non mi può fare che piacere

  7. #7
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    Citazione Originariamente Scritto da Lothar De Beer Visualizza Messaggio
    Noam Chomsky obiettivo: demistificare il linguaggio del potere

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    di Federico Zamboni


    Fate conto che sia un processo.
    Fate conto che voi siate membri della giuria (o della Corte, se vi sembra una veste più autorevole) e che alla fine, sulla base di ciò che avrete ascoltato, dobbiate emettere un verdetto. Come dovreste già sapere – ma è meglio ribadirlo – il vostro ruolo esige che sulle questioni che verranno affrontate non vi siate ancora formati un giudizio definitivo. O, almeno, che siate disposti ad accantonarlo.
    In questo processo, l’uomo che siete chiamati ad ascoltare è un signore ormai anziano, che è nato il 7 dicembre 1928 a Filadelfia e che, grazie ai suoi studi accademici, si è imposto come uno dei massimi studiosi di linguistica. Eppure, la sua fama internazionale dipende solo in parte dai risultati ottenuti in questo campo, a cominciare dalla celebre e rivoluzionaria teoria della “grammatica generativa”. Ciò che lo rende così conosciuto è la sua attività nell’ambito della controinformazione, sono le osservazioni e le analisi che va svolgendo, fin dagli Anni Sessanta, nei confronti del sistema politico statunitense. Dove tanti altri si accontentano di lanciare invettive, esponendosi fatalmente all’accusa di fanatismo, Noam Chomsky procede all’insegna del raziocinio e della documentazione. Si sceglie un problema e lo esamina a fondo. Traccia un’ipotesi e ne verifica la fondatezza.
    Acquisisce dati, li confronta, li scandaglia ripetutamente nel tentativo di scoprire che cosa possono, e che cosa non possono, dimostrare.
    Come in un processo, come in un’arringa conclusiva, Noam Chomsky anticipa ciò che intende dimostrare e ci accompagna passo passo lungo il percorso che, nelle sue intenzioni, conduce alla verità. Non ha fretta. O non mostra di averla.
    Dà l’idea di sapere perfettamente che una partita così complessa – come quella contro le oligarchie che a suo giudizio dominano gli Usa e che, attraverso gli Usa, tentano di dominare il mondo – non si può vincere in quattro e quattr’otto. Ci vuole molto tempo, molta pazienza. Bisogna essere consapevoli che la stragrande maggioranza delle persone ha subito, e subisce tuttora, l’incessante bombardamento dei media. E che, quindi, essa ha finito col perdere (con lo smarrire) gran parte delle proprie capacità di giudizio. Ivi inclusa la semplice, limpida, decisiva consapevolezza che un condizionamento c’è stato realmente, quando più quando meno.
    Chomsky prova a invertire il processo. «Bene», sembra dire in via preliminare ogni volta che prende la parola nelle sue conferenze o nei suoi libri, «che cosa vi hanno raccontato su questo argomento? Vi hanno detto questo? E questo? E quest’altro? Bene. Adesso vedremo insieme che cosa c’è di vero. E che cosa c’è di falso». Da lì in poi è meglio spalancare le orecchie. E prestare attenzione sul serio. Quella che ci si trova ad affrontare, infatti, è un’autentica sfida alle nostre (presunte) certezze.
    A tutto quello che sappiamo.
    O che crediamo di sapere.
    Solo per restare alla politica estera degli Stati Uniti, si va dall’America Latina al Vietnam, dalla Guerra Fredda all’Indonesia, dal sostegno indiscriminato concesso da Washington a Israele (a proposito: Chomsky è un ebreo di origine russa) all’intervento armato nella ex Jugoslavia e all’invasione dell’Iraq. Ogni volta, avvalendosi anche della progressiva “declassificazione” dei documenti originariamente coperti dal segreto di Stato, si scava nelle posizioni ufficiali e se ne verifica il grado di correttezza e di attendibilità. Si evidenziano le contraddizioni, le menzogne deliberate, le manipolazioni di piccolo e di grande cabotaggio. Si riflette sul perché vicende in qualche modo analoghe – vedi l’uccisione, il 19 ottobre 1984, del prete cattolico Jerzy Popieluszko nella Polonia ancora filosovietica di Jaruzelski, e quella, il 24 marzo 1980, dell’arcivescovo Oscar Romero nell’El Salvador governato da una “giunta rivoluzionaria” filoamericana – siano state affrontate, e presentate alla pubblica opinione, in maniera del tutto diversa. Il filo conduttore è preciso: ci hanno mentito, ci hanno fuorviato, hanno tentato in tutti i modi di farci credere che le loro azioni fossero ispirate da convinzioni e finalità di carattere etico, laddove erano mosse soltanto, o prevalentemente, dal più bieco interesse. Ancora peggio: hanno cercato, e cercano tuttora, di farci credere che quelle occidentali, e in primis quella statunitense, siano società autenticamente democratiche, in cui la libertà di parola assicura un effettivo esercizio della sovranità popolare.
    Cominciamo dai media, allora. La versione corrente è che i media, intesi come insieme degli organi di informazione, sono al servizio del pubblico. E quindi del popolo. Attraverso le notizie, e i relativi commenti, i cittadini hanno la possibilità di apprendere ciò che accade e di formarsi un proprio giudizio. Ergo, i media costituiscono l’architrave della democrazia. Facendo conoscere ciò che fanno i governi, e i partiti, e gli altri soggetti pubblici e privati che influiscono sull’organizzazione socio-economica, i media permettono a ciascun elettore di orientare le proprie scelte in modo consapevole. A conforto della teoria, ecco le dimostrazioni concrete: per citarne una sola, e per restare negli Usa, il celeberrimo “Watergate”, l’inchiesta condotta da due giornalisti della “Washington Post” che mise sotto accusa l’allora Presidente Richard Nixon e che, l’otto agosto 1974, quando ormai incombeva l’impeachment, portò addirittura alle sue dimissioni.
    Falso, replica Chomsky. Che sulla questione è tornato innumerevoli volte. Dedicandole, tra l’altro, il lungo saggio “La fabbrica del consenso”. Al contrario di ciò che si sostiene di solito, i media non sono affatto al servizio del pubblico.
    I media sono al servizio del potere. Il fatto stesso che siano imprese a fine di lucro, e che comunque non siano in grado di sostenersi con i soli incassi delle vendite, li costringe a sottostare ai condizionamenti, espliciti e impliciti, dell’establishment.
    La parola d’ordine è stare al gioco, limitando le eventuali critiche ad aspetti specifici.
    Mai e poi mai, invece, si devono andare ad attaccare i fondamenti del sistema, a partire dall’idea che lo scopo ultimo dell’esistenza sia guadagnare – e spendere – più denaro possibile. Per chi sta al gioco, ecco pronti gli enormi introiti della pubblicità. Per chi non ci sta, e pretende di aprire gli occhi alla gente, il rubinetto si chiude. Niente più inserzioni. Niente più ossigeno finanziario. E vediamo quanto resisti, con i tuoi soli mezzi. Proseguiamo, e concludiamo, con l’idea (con l’assioma) che popolazione e Stato siano un tutt’uno, così che gli interessi dell’una coincidano con quelli dell’altro. Il corollario è nitido: i governi, specie nelle iniziative di politica estera, vanno sostenuti in maniera pressoché indiscriminata, nel presupposto che i loro valori di riferimento siano i medesimi del popolo – e dunque della nazione, in senso antropologico prima ancora che statuale – e che le loro azioni abbiano come unico scopo il rafforzamento della collettività.
    Vale a dire il (celebratissimo/abusatissimo) “pubblico bene”.
    Retorica allo stato puro, controbatte Chomsky. Sul piano materiale, la distribuzione della ricchezza continua a essere caratterizzata dalla più palese iniquità. Su quello morale, la distanza tra la teoria e la pratica è abissale: mentre le dichiarazioni di principio sono invariabilmente nobilissime, così che le guerre non si fanno per ragioni economiche e/o geopolitiche ma per “esportare la democrazia”, i comportamenti reali sono nel segno del più assoluto cinismo. E talvolta, oltretutto, sfociano nella miopia o tout court nella stupidità: era così difficile, ad esempio, prevedere che armando e finanziando la guerriglia afgana in funzione antisovietica si sarebbero rafforzate a dismisura le fazioni dell’integralismo islamico?
    Riassumiamo. Primo: i media non sono al servizio del popolo, ma dei potentati che controllano l’economia e, attraverso l’economia, la politica. Secondo: il governo statunitense non agisce affatto a favore del popolo americano nel suo complesso, ma solo a vantaggio di quella ristretta porzione che detiene i grandi e grandissimi capitali. Quello che si spaccia per democrazia, dunque, sarebbe solo un sistema oligarchico, ferocemente attaccato ai suoi privilegi e disposto a qualsiasi scorciatoia pur di riuscire nell’intento.
    Posizioni durissime, come si vede. Talmente eterodosse, nel loro brutale rifiuto delle “verità” ufficiali, da prestarsi facilmente a ogni genere di contestazione. E persino di anatema. Ma, per tornare all’inizio, in un processo degno di tal nome la giustizia sommaria non è prevista: i capi di accusa non si possono ricusare in blocco, ma vanno smantellati singolarmente; le prove altrui si devono vagliare ad una ad una, entrando nel merito di ciascuna di esse e, sempre che se ne sia capaci, dimostrandone l’infondatezza. Che Chomsky non lo si condivida, in tutto o in parte, è perfettamente legittimo. Ma tacciarlo di antiamericanismo non basta. Chi ritenga di poterne confutare le tesi deve accettare di giocare sul suo stesso terreno: a forza di ragionamenti e a colpi di documentazione. Liquidarlo a priori può servire solo a regalarsi il tranquillante, o il narcotico, dell’indifferenza. Illudendosi che quel disprezzo faccia sì che nessun altro lo ascolti e gli dia credito, né ora né in futuro.
    Chi se la sente, dunque, accetti la sfida. Considerando Chomsky, se non altro, alla stregua dell’avvocato del diavolo nei processi di beatificazione. Prima di santificare l’Occidente, e in particolare gli Stati Uniti, e ancora più in particolare i suoi vertici politici ed economici, ci si misuri con tutte le eccezioni, macroscopiche e minuziose a un tempo, che vengono sollevate da quest’uomo intelligente e metodico. Quale che sia la decisione finale, non si potrà più fingere di non sapere quanto siano forti i dubbi ai quali rispondere. E quanto, dietro le luci abbaglianti del consumismo, siano vaste e insidiose le zone d’ombra nelle quali la Morale cede il passo al Potere.
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  8. #8
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    Citazione Originariamente Scritto da LupaNera Visualizza Messaggio
    soprattutto merito di chi me l'ha consigliato
    Comunque grazie LEONIDA, lo prendo come un complimento e detto da te non mi può fare che piacere
    ....lottare contro le forme del potere là dove ne è a un tempo l'oggetto e lo strumento ; nell' ordine del "sapere", della "verità", della "coscienza" e del "discorso". Per questo la linguistica è così importante, perchè smonta strutture che sembrano naturali e che invece sono artifici......non credo che il merito sia - soprattutto - di chi te lo ha consigliato.

  9. #9
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    Citazione Originariamente Scritto da LEONIDA Visualizza Messaggio
    ....lottare contro le forme del potere là dove ne è a un tempo l'oggetto e lo strumento ; nell' ordine del "sapere", della "verità", della "coscienza" e del "discorso". Per questo la linguistica è così importante, perchè smonta strutture che sembrano naturali e che invece sono artifici......non credo che il merito sia - soprattutto - di chi te lo ha consigliato.
    beh, sicuramente se si intende intraprendere questa lotta il primo gradino da salire è quello di essere per primi padroni e conoscenti del suo meccanismo...e la diffusione di questo sapere ha il suo merito.

  10. #10
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    RICETTE PER FABBRICARE IL CONSENSO



    "Chi governa con la violenza tende ad adottare una concezione comportamentista: ciò che le persone pensano non è troppo importante; conta molto di più quello che fanno; devono obbedire e la loro obbedienza è garantita con la forza. Le punizioni in caso di disobbedienza variano a seconda delle caratteristiche dello Stato: in URSS le punizioni possono andare dalla tortura psicologica all’esilio e alla prigionia, ovviamente in condizioni terrificanti. In un tipico possedimento degli Stati Uniti come El Salvador, è piuttosto comune trovare un dissidente in un fosso, decapitato dopo orribili torture; quando un numero sufficiente di dissidenti viene liquidato, arrivano le elezioni in cui il popolo marcia verso la democrazia rifiutando il similnazista D’Aubuisson in favore di Duarte, che ha diretto uno tra i più imponenti massacri dell’epoca moderna (e il massacro è preludio necessario delle elezioni democratiche,. che ovviamente non possono procedere se le organizzazioni popolari sono ancora attive) e del suo ministro della Difesa, Vides Casanova, il quale nel 1980 spiegò che il paese era sopravvissuto al massacro di 30mila contadini nella mattanza del 1932 e che ‘oggi le forze armate sono pronte a ucciderne 200-300 míla se serve a impedire una vittoria comúnista’.
    "1 sistemi democratici procedono diversamente, perché devono controllare non solo ciò che il popolo fa, ma anche quello che pensa. Lo Stato non è in grado di garantire l’obbedienza con la forza e il pensiero può portare all’azione, perciò la minaccia all’ordine deve essere sradicata alla fonte. E’ quindi necessario creare una cornice che delimiti un pensiero accettabile, racchiuso entro i princìpi della religione di Stato. Tali principi non devono necessariamente essere affermati, anzi, sarebbe meglio darli per scontati, come implicita cornice del pensiero pensabile. 1 critici rafforzano questo sistema accettando senza discus- sione tali dottrine e limitando le proprie critiche alle questioni tattiche che sorgono al loro interno. Se i critici vogliono ottenere il rispetto ed essere ammessi al dibattito, devono accettare, senza fare domande, la dottrina fondamentale secondo cui lo Stato è di per sé buono e guidato dalle più nobili intenzioni, cerca solo dì difendersi e non si presenta come soggetto attivo nelle questioni mondiali, ma semplicemente reagisce di fronte a crimini altrui, talvolta incautamente a causa della propria ingenuità, della complessità della storia o dell’incapacità di comprendere la malvagità dei nostri nemici. Se persino i critici più severi adottano queste premesse senza discuterle, allora l’uomo comune potrebbe chiedersi, chi sono io per dissentire? Più la disputa tra "falchi" e "colombe" si inasprisce, più si rinsaldano le dottrine della religione di Stato, ed è proprio a causa del loro notevole contributo al controllo del pensiero che i critici sono tollerati, anzi onorati, perché si attengono alle regole.
    "Questo sistema di controllo del pensiero sfuggì all’analisi di Orwell e non venne mai compreso dai dittatori, incapaci di riconoscere quanto sia utile ai fini dell’indottrinarnento l’esistenza di una classe di critici che denuncia gli errori e i fallimenti della leadership mentre adotta senza discussione i presupposti fondamentali della religione di Stato.
    "Questa distinzione tra sistemi di controllo del pensiero totalitari e democratici è solo una rozza approssimazione. Persino uno Stato totalitario, infatti, deve tenere in considerazione l’atteggiamento e le opinioni del popolo, mentre anche in una democrazia i segmenti politicamente attivi della popolazione, i più istruiti e privilegiati, devono essere tenuti sotto controllo. Questa situazione è palese negli Stati Uniti, dove tendenzialmente i poveri non votano neppure e le forme di partecipazione politica - la pia- nificazione e la formulazione dei programmi, la selezione dei candidati, l’indispensabile sostegno materiale, i programmi educativi o la propaganda - sono prerogativa di un’élite privilegiata relativamente ristretta." Tratto da: Noam Chomsky "La Fabbrica del consenso" (1984) - in "Libertà e linguaggio" ed. Tropea 1998

 

 

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