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Discussione: Noam Chomsky

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    Noam Chomsky obiettivo: demistificare il linguaggio del potere

    (www.lafrecciaverde.blogspot.com)



    di Federico Zamboni


    Fate conto che sia un processo.
    Fate conto che voi siate membri della giuria (o della Corte, se vi sembra una veste più autorevole) e che alla fine, sulla base di ciò che avrete ascoltato, dobbiate emettere un verdetto. Come dovreste già sapere – ma è meglio ribadirlo – il vostro ruolo esige che sulle questioni che verranno affrontate non vi siate ancora formati un giudizio definitivo. O, almeno, che siate disposti ad accantonarlo.
    In questo processo, l’uomo che siete chiamati ad ascoltare è un signore ormai anziano, che è nato il 7 dicembre 1928 a Filadelfia e che, grazie ai suoi studi accademici, si è imposto come uno dei massimi studiosi di linguistica. Eppure, la sua fama internazionale dipende solo in parte dai risultati ottenuti in questo campo, a cominciare dalla celebre e rivoluzionaria teoria della “grammatica generativa”. Ciò che lo rende così conosciuto è la sua attività nell’ambito della controinformazione, sono le osservazioni e le analisi che va svolgendo, fin dagli Anni Sessanta, nei confronti del sistema politico statunitense. Dove tanti altri si accontentano di lanciare invettive, esponendosi fatalmente all’accusa di fanatismo, Noam Chomsky procede all’insegna del raziocinio e della documentazione. Si sceglie un problema e lo esamina a fondo. Traccia un’ipotesi e ne verifica la fondatezza.
    Acquisisce dati, li confronta, li scandaglia ripetutamente nel tentativo di scoprire che cosa possono, e che cosa non possono, dimostrare.
    Come in un processo, come in un’arringa conclusiva, Noam Chomsky anticipa ciò che intende dimostrare e ci accompagna passo passo lungo il percorso che, nelle sue intenzioni, conduce alla verità. Non ha fretta. O non mostra di averla.
    Dà l’idea di sapere perfettamente che una partita così complessa – come quella contro le oligarchie che a suo giudizio dominano gli Usa e che, attraverso gli Usa, tentano di dominare il mondo – non si può vincere in quattro e quattr’otto. Ci vuole molto tempo, molta pazienza. Bisogna essere consapevoli che la stragrande maggioranza delle persone ha subito, e subisce tuttora, l’incessante bombardamento dei media. E che, quindi, essa ha finito col perdere (con lo smarrire) gran parte delle proprie capacità di giudizio. Ivi inclusa la semplice, limpida, decisiva consapevolezza che un condizionamento c’è stato realmente, quando più quando meno.
    Chomsky prova a invertire il processo. «Bene», sembra dire in via preliminare ogni volta che prende la parola nelle sue conferenze o nei suoi libri, «che cosa vi hanno raccontato su questo argomento? Vi hanno detto questo? E questo? E quest’altro? Bene. Adesso vedremo insieme che cosa c’è di vero. E che cosa c’è di falso». Da lì in poi è meglio spalancare le orecchie. E prestare attenzione sul serio. Quella che ci si trova ad affrontare, infatti, è un’autentica sfida alle nostre (presunte) certezze.
    A tutto quello che sappiamo.
    O che crediamo di sapere.
    Solo per restare alla politica estera degli Stati Uniti, si va dall’America Latina al Vietnam, dalla Guerra Fredda all’Indonesia, dal sostegno indiscriminato concesso da Washington a Israele (a proposito: Chomsky è un ebreo di origine russa) all’intervento armato nella ex Jugoslavia e all’invasione dell’Iraq. Ogni volta, avvalendosi anche della progressiva “declassificazione” dei documenti originariamente coperti dal segreto di Stato, si scava nelle posizioni ufficiali e se ne verifica il grado di correttezza e di attendibilità. Si evidenziano le contraddizioni, le menzogne deliberate, le manipolazioni di piccolo e di grande cabotaggio. Si riflette sul perché vicende in qualche modo analoghe – vedi l’uccisione, il 19 ottobre 1984, del prete cattolico Jerzy Popieluszko nella Polonia ancora filosovietica di Jaruzelski, e quella, il 24 marzo 1980, dell’arcivescovo Oscar Romero nell’El Salvador governato da una “giunta rivoluzionaria” filoamericana – siano state affrontate, e presentate alla pubblica opinione, in maniera del tutto diversa. Il filo conduttore è preciso: ci hanno mentito, ci hanno fuorviato, hanno tentato in tutti i modi di farci credere che le loro azioni fossero ispirate da convinzioni e finalità di carattere etico, laddove erano mosse soltanto, o prevalentemente, dal più bieco interesse. Ancora peggio: hanno cercato, e cercano tuttora, di farci credere che quelle occidentali, e in primis quella statunitense, siano società autenticamente democratiche, in cui la libertà di parola assicura un effettivo esercizio della sovranità popolare.
    Cominciamo dai media, allora. La versione corrente è che i media, intesi come insieme degli organi di informazione, sono al servizio del pubblico. E quindi del popolo. Attraverso le notizie, e i relativi commenti, i cittadini hanno la possibilità di apprendere ciò che accade e di formarsi un proprio giudizio. Ergo, i media costituiscono l’architrave della democrazia. Facendo conoscere ciò che fanno i governi, e i partiti, e gli altri soggetti pubblici e privati che influiscono sull’organizzazione socio-economica, i media permettono a ciascun elettore di orientare le proprie scelte in modo consapevole. A conforto della teoria, ecco le dimostrazioni concrete: per citarne una sola, e per restare negli Usa, il celeberrimo “Watergate”, l’inchiesta condotta da due giornalisti della “Washington Post” che mise sotto accusa l’allora Presidente Richard Nixon e che, l’otto agosto 1974, quando ormai incombeva l’impeachment, portò addirittura alle sue dimissioni.
    Falso, replica Chomsky. Che sulla questione è tornato innumerevoli volte. Dedicandole, tra l’altro, il lungo saggio “La fabbrica del consenso”. Al contrario di ciò che si sostiene di solito, i media non sono affatto al servizio del pubblico.
    I media sono al servizio del potere. Il fatto stesso che siano imprese a fine di lucro, e che comunque non siano in grado di sostenersi con i soli incassi delle vendite, li costringe a sottostare ai condizionamenti, espliciti e impliciti, dell’establishment.
    La parola d’ordine è stare al gioco, limitando le eventuali critiche ad aspetti specifici.
    Mai e poi mai, invece, si devono andare ad attaccare i fondamenti del sistema, a partire dall’idea che lo scopo ultimo dell’esistenza sia guadagnare – e spendere – più denaro possibile. Per chi sta al gioco, ecco pronti gli enormi introiti della pubblicità. Per chi non ci sta, e pretende di aprire gli occhi alla gente, il rubinetto si chiude. Niente più inserzioni. Niente più ossigeno finanziario. E vediamo quanto resisti, con i tuoi soli mezzi. Proseguiamo, e concludiamo, con l’idea (con l’assioma) che popolazione e Stato siano un tutt’uno, così che gli interessi dell’una coincidano con quelli dell’altro. Il corollario è nitido: i governi, specie nelle iniziative di politica estera, vanno sostenuti in maniera pressoché indiscriminata, nel presupposto che i loro valori di riferimento siano i medesimi del popolo – e dunque della nazione, in senso antropologico prima ancora che statuale – e che le loro azioni abbiano come unico scopo il rafforzamento della collettività.
    Vale a dire il (celebratissimo/abusatissimo) “pubblico bene”.
    Retorica allo stato puro, controbatte Chomsky. Sul piano materiale, la distribuzione della ricchezza continua a essere caratterizzata dalla più palese iniquità. Su quello morale, la distanza tra la teoria e la pratica è abissale: mentre le dichiarazioni di principio sono invariabilmente nobilissime, così che le guerre non si fanno per ragioni economiche e/o geopolitiche ma per “esportare la democrazia”, i comportamenti reali sono nel segno del più assoluto cinismo. E talvolta, oltretutto, sfociano nella miopia o tout court nella stupidità: era così difficile, ad esempio, prevedere che armando e finanziando la guerriglia afgana in funzione antisovietica si sarebbero rafforzate a dismisura le fazioni dell’integralismo islamico?
    Riassumiamo. Primo: i media non sono al servizio del popolo, ma dei potentati che controllano l’economia e, attraverso l’economia, la politica. Secondo: il governo statunitense non agisce affatto a favore del popolo americano nel suo complesso, ma solo a vantaggio di quella ristretta porzione che detiene i grandi e grandissimi capitali. Quello che si spaccia per democrazia, dunque, sarebbe solo un sistema oligarchico, ferocemente attaccato ai suoi privilegi e disposto a qualsiasi scorciatoia pur di riuscire nell’intento.
    Posizioni durissime, come si vede. Talmente eterodosse, nel loro brutale rifiuto delle “verità” ufficiali, da prestarsi facilmente a ogni genere di contestazione. E persino di anatema. Ma, per tornare all’inizio, in un processo degno di tal nome la giustizia sommaria non è prevista: i capi di accusa non si possono ricusare in blocco, ma vanno smantellati singolarmente; le prove altrui si devono vagliare ad una ad una, entrando nel merito di ciascuna di esse e, sempre che se ne sia capaci, dimostrandone l’infondatezza. Che Chomsky non lo si condivida, in tutto o in parte, è perfettamente legittimo. Ma tacciarlo di antiamericanismo non basta. Chi ritenga di poterne confutare le tesi deve accettare di giocare sul suo stesso terreno: a forza di ragionamenti e a colpi di documentazione. Liquidarlo a priori può servire solo a regalarsi il tranquillante, o il narcotico, dell’indifferenza. Illudendosi che quel disprezzo faccia sì che nessun altro lo ascolti e gli dia credito, né ora né in futuro.
    Chi se la sente, dunque, accetti la sfida. Considerando Chomsky, se non altro, alla stregua dell’avvocato del diavolo nei processi di beatificazione. Prima di santificare l’Occidente, e in particolare gli Stati Uniti, e ancora più in particolare i suoi vertici politici ed economici, ci si misuri con tutte le eccezioni, macroscopiche e minuziose a un tempo, che vengono sollevate da quest’uomo intelligente e metodico. Quale che sia la decisione finale, non si potrà più fingere di non sapere quanto siano forti i dubbi ai quali rispondere. E quanto, dietro le luci abbaglianti del consumismo, siano vaste e insidiose le zone d’ombra nelle quali la Morale cede il passo al Potere.

  2. #2
    il bombarolo
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    Uno stato può decidere di tutelare i propri interessi all’estero senza affidarsi alla mediazione delle istituzioni sovranazionali preposte a questo compito, ma intraprendendo azioni, anche violente, unilaterali e in spregio delle norme di diritto internazionale. Tale stato finisce così per rappresentare un elemento di forte instabilità per tutta l’area nella quale si trova ad operare. Se poi ad avere un simile atteggiamento è la nazione più potente del mondo, dotata di un’economia con ramificazioni in ogni settore e in ogni continente, di una tecnologia avanzatissima e di un apparato militare che non teme eguali, allora l’instabilità non può che coinvolgere il mondo intero. Ne è convinto Noam Chomsky, professore di linguistica al Massachusetts Institute of Technology e noto esponente della cultura libertaria americana.

    L’unilateralismo degli Stati Uniti – scrive l’intellettuale radicale nel suo saggio-intervista dal titolo “Presidente Bush”, edito da Rizzoli – accompagnato da un’aggressività e da un attivismo militare senza precedenti nella storia, “hanno fatto crescere considerevolmente la paura e il disgusto – l’odio, a volte” nei confronti del governo di Washington. L’America dei neconservatori si sente un Impero. E come tale si comporta. La realtà è però più complessa. Se si considera la sola forza militare, allora gli U.S.A. possono effettivamente essere definiti un Impero. “Non vi è mai stato nulla che corrispondesse neppure lontanamente al predominio militare sul mondo detenuto oggi dagli Stati Uniti”, afferma al riguardo l’autore. Ma se si analizza la questione dal punto di vista della forza economica, industriale e finanziaria, allora le cose cambiano. Il sistema americano, infatti, non è il solo esistente. Esso è costretto a fare i conti con un’Europa sempre più forte, con al centro la Germania e la Francia, e con un sistema asiatico, incentrato sulla Cina e sul Giappone, in continua espansione. Questo fatto, seppure reale, è però privo di valore per l’amministrazione statunitense. L’apparato bellico statunitense è talmente vasto, ben equipaggiato, efficiente e quindi potente da non temere rivali. E i falchi di Washington vogliono utilizzare tale strapotere militare per sostenere gli affari americani ovunque nel mondo. Per Chomsky il loro pensiero è chiaro: “Noi abbiamo le armi, faremo quello che ci pare e piace. E se non vi sta bene vi allungheremo un bel ceffone”. Nella loro visione la guerra diventa uno strumento, neppure tanto estremo, per affermare gli interessi nazionali sempre e in ogni luogo. L’approvazione delle Nazioni Unite o di paesi alleati non è indispensabile per agire sullo scacchiere internazionale. Se questa approvazione c’è, bene, altrimenti se ne può fare tranquillamente a meno.

    E’ questo atteggiamento prepotente e prevaricatorio a preoccupare la gente. La quasi totalità della popolazione del pianeta pensa “che gli Stati Uniti siano la maggiore minaccia per la pace mondiale” e avverte come un pericolo gravissimo per l’equilibrio del pianeta l’intenzione “aperta e manifesta” della dirigenza americana “di dominare il mondo attraverso la forza e assicurarsi che per il futuro non vi sia alcuna possibilità d’opposizione”.
    L’11 settembre ha dato l’occasione a Bush e ai suoi consiglieri di mettere in pratica quella che fino a quel momento era solo un’idea che circolava nel ristretto ambiente neoconservatore: salvaguardare e sviluppare a livello planetario gli affari dell’Impero americano, usando “liberamente la forza militare contro ogni potenziale minaccia” alla sua egemonia globale. E così, con la scusa di tutelare la propria sicurezza, Washington ha inviato truppe e armi prima in Afghanistan e poi in Iraq. Se l’intervento armato contro l’oscurantista regime dei taliban a Kabul ha potuto trovare una giustificazione nell’appoggio – campi d’addestramento, finanziamenti, reclutamento - che tale regime forniva ad Osama bin Laden e alla sua organizzazione terroristica al Qaeda, l’attacco contro la spietata ma laica dittatura di Saddam Hussein a Baghdad, che nulla ha avuto a che fare con gli attacchi alle Torri Gemelle, non è stato facile da giustificare agli occhi dell’opinione pubblica americana e mondiale. L’opposizione al conflitto iracheno, imponente e generalizzata, “ha obbligato il governo a ricorrere ad una massiccia campagna propagandistica, con la collaborazione di tutti i media, per convincere un pubblico poco propenso a ritenere l’Iraq una minaccia imminente per gli Stati Uniti e direttamente coinvolto nelle azioni di terrorismo, compresi gli attacchi dell’11 settembre”. Per coprire le vere motivazioni dell’invasione organizzata contro Saddam, vale a dire impossessarsi dei ricchi giacimenti petroliferi iracheni e far affluire nelle casse delle multinazionali a stelle e strisce miliardi e miliardi di dollari derivanti dalla partecipazione alla ricostruzione post bellica dell’Iraq, Bush ha dovuto ricorrere a dosi massicce di “vere e proprie menzogne”. Ma “fare ricorso alle menzogne implica il fatto che, quando poi si viene a conoscenza della verità, la gente prova un grande scetticismo nei confronti” di chi quelle menzogne ha pronunciato. Ed è proprio quello che è capitato al Presidente americano da quando i retroscena del conflitto iracheno sono diventati di pubblico dominio. “Il significato fondamentale della presenza militare statunitense risiede nell’affermazione del controllo degli Stati Uniti sulle riserve energetiche del Medio Oriente, che sono di gran lunga le più significative del mondo, con la prospettiva di diventarlo ancora di più negli anni a venire”.
    E la democrazia che l’amministrazione Bush ha dichiarato di voler esportare, dopo l’Afghanistan e l’Iraq, in tutto il Medio Oriente?

    Non è forse vero che le bombe e le cannonate americane sono servite a distruggere due regimi disumani che altrimenti avrebbero continuato ancora per lunghi anni a seminare la morte fra le rispettive popolazioni? Non è forse vero che grazie ai soldati statunitensi due popoli prima oppressi hanno finalmente potuto imboccare la via che, seppure fra grandi difficoltà, li porterà alla libertà e all’autodeterminazione? La risposta di Chomsky a queste domande è tagliente. Non si tratta che di “retorica meravigliosa”. E’ “più che auspicabile” che nella regione si sviluppino movimenti democratici, ma è anche certo che “se fosse data voce alla popolazione, probabilmente non sarebbe una voce che gli Stati Uniti vorrebbero ascoltare, o che tollererebbero”.
    Recenti e accurati sondaggi internazionali, infatti, hanno messo in evidenza il fatto che “la maggioranza delle popolazioni – dal Marocco al golfo Persico – desidera una maggiore partecipazione dei religiosi islamici alla politica”, e la quasi totalità è convinta che l’occupazione del suolo iracheno da parte delle truppe americane “sia motivata solo dall’interesse a controllare il flusso petrolifero in Medio Oriente e ad appoggiare l’estensione del potere israeliano”. L’autore, poi, si mostra in disaccordo con quegli analisti che ritengono l’abbattimento della dittatura di Saddam Hussein, la pacificazione e la democratizzazione dell’Iraq utili a rendere più prossimo il raggiungimento della pace fra israeliani e palestinesi. “Dipende - scrive - da che tipo di pace si abbia in mente. Da un certo punto di vista, le conquiste di Hitler in Europa avrebbero potuto portare la pace, proprio com’era suo intento dichiarato. Perfino i regimi più efferati adottano la retorica più enfatica. E le conquiste tedesche avrebbero portato la pace, se i russi non avessero inflitto una pesante sconfitta alle loro armate e gli americani e gli inglesi non fossero intervenuti. Ora gli Stati Uniti si aspettano che questa nuova, imponente dimostrazione di potere porti quel genere di pace prodotto dalla resa”.

    Sono anni ormai che Noam Chomsky attraverso libri, articoli e interviste descrive gli U.S.A. come uno Stato terrorista. Le ferme denunce nei confronti dell’arrogante violenza che ha caratterizzato l’operato delle amministrazioni, democratiche e repubblicane, che nei vari decenni si sono succedute a Washington gli hanno procurato l’astio del governo americano, il quale, come ha dichiarato lo stesso Chomsky, “probabilmente” lo fa costantemente sorvegliare dal Dipartimento per la Sicurezza Nazionale. La guerra di Bush e dei falchi neoconservatori contro l’Iraq non ha fatto altro che rafforzare l’autore nelle sue convinzioni. Gli Stati Uniti d’America, scrive senza tanti giri di parole, “utilizzano un certo tipo di terrorismo (…) diretto prevalentemente verso l’esterno. Sono un grande Stato terrorista a livello internazionale”. La gente deve rendersi conto che l’aggressività americana rischia di precipitare il mondo intero nel baratro di un conflitto armato generalizzato e permanente, nel quale tutti si arrogano il diritto di intervenire con la forza, anche preventivamente, contro chiunque rappresenti una minaccia ai propri interessi.

    La violenza più volte usata dagli U.S.A. nei suoi rapporti con altre nazioni e altri popoli, della quale l’occupazione dell’Iraq non è che l’ultimo esempio in ordine di tempo, anziché favorire la pace e la concordia, ha stimolato “la proliferazione delle armi di distruzione di massa” e ha fomentato il terrorismo. A questa violenza, che rappresenta una grave minaccia per l’intera umanità. ci si deve quindi opporre nettamente e ostinatamente. Senza illudersi che tale opposizione possa essere attuata dall’alto, ad opera, cioè, degli stati, dei governi, dell’O.N.U. “Il punto è – conclude Chomsky – che gli apparati di potere non sono enti morali. Anzi, non si trovano nemmeno entro il dominio della morale. Ne discutono, però non valutano le cose in termini morali”. Solo la popolazione può valutare e agire in termini morali perché solo essa conosce quale è il suo vero bene. Spetta alla gente, dunque, il compito impegnativo ma fondamentale di contrastare la violenza di quelle amministrazioni, negli Stati Uniti d’America come nel resto del mondo, che sacrificano gli interessi dei cittadini a beneficio degli affari delle grandi corporazioni che le sostengono e le finanziano.


    http://www.nonluoghi.info/nonluoghi-...php?storyid=40

  3. #3
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  4. #4
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  5. #5
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  6. #6
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    Chomsky è probabilmente la persona che stimo di più in tutto l'ambiente giornalistico/saggistico. Soprattutto perchè come dice l'articolo, se vuoi contestarlo devi per forza scendere (salire?) al suo livello, portando documentazione, prove, fatti. Non teorie.
    TUTTI GLI ANIMALI SONO EGUALI MA ALCUNI ANIMALI SONO PIÙ EGUALI DEGLI ALTRI

  7. #7
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    Chomsky è probabilmente il piu' grande pensatore del XX secolo, e non se ne vedono molti altri per il XXI.
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    NUOVA VERSIONE COMPLETATA :
    http://lukell.altervista.org/Unasolu...risiEsiste.pdf




  8. #8
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    Citazione Originariamente Scritto da Paranoid Visualizza Messaggio
    Chomsky è probabilmente la persona che stimo di più in tutto l'ambiente giornalistico/saggistico. Soprattutto perchè come dice l'articolo, se vuoi contestarlo devi per forza scendere (salire?) al suo livello, portando documentazione, prove, fatti. Non teorie.

    Su Giove sono installate delle basi Marziane.

    Ecco, contestami questo! Portami le prove che non esistono.

    Prima della merenda, senno' chiamo la maestra!

  9. #9
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    Citazione Originariamente Scritto da Fuori_schema Visualizza Messaggio
    Chomsky è probabilmente il piu' grande pensatore del XX secolo, e non se ne vedono molti altri per il XXI.
    E meno male!

  10. #10
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    Citazione Originariamente Scritto da John Stone Visualizza Messaggio
    Su Giove sono installate delle basi Marziane.

    Ecco, contestami questo! Portami le prove che non esistono.

    Prima della merenda, senno' chiamo la maestra!
    Prima dimostrami quello che dici.
    TUTTI GLI ANIMALI SONO EGUALI MA ALCUNI ANIMALI SONO PIÙ EGUALI DEGLI ALTRI

 

 
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