Terrorismo, burqa, guerra. E' questo il Pakistan agli occhi degli italiani che Iqbal incontra tutti i giorni a Milano, dove vive assieme ad alcuni connazionali. Giunto in Italia nel 2002 dopo aver vissuto in Germania, Francia e Olanda, ha scelto di rimanere, nonostante il resto della sua famiglia viva in Pakistan. "Mi sento come a casa. Amo questo Paese, specialmente il sud, d'estate". Il tempo libero lo trascorre con gli amici pakistani, immigrati come lui, e il contatto con gli italiani è limitato a occasioni sporadiche. "Quando salgo in treno le donne stringono la borsetta a sé", racconta con tono tra il rassegnato e il divertito, ricordando le domande che gli vengono rivolte più frequentemente. "A volte le persone non sanno molto del Pakistan e fanno confusione con altri Paesi".
E capita che il Pakistan sconfini nell'Afghanistan, così vicino, così simile nell'immaginario comune. "Mi chiedono della guerra, della produzione di oppio, della droga. Io provo a spiegare e a raccontare quello che succede nel mio Paese, ma a volte ho l'impressione che non serva". La storia di Iqbal è la storia dei tanti Ali, Ahmad, Naveed, di gran parte degli 80mila immigrati pakistani che vivono i Italia.
Il 70% vive in Lombardia, soprattutto a Brescia, diventata "Brescia-stan", sintomo di una immigrazione che negli anni è andata trasformandosi, diventando parte integrante del tessuto sociale. "Se negli anni Ottanta l'Italia era un luogo di passaggio per gli immigrati diretti in Nord Europa, le restrizioni introdotte da Paesi come Inghilterra e Germania hanno favorito la trasformazione del fenomeno in un'immigrazione che potremmo definire fissa, sedentaria", spiega Ahmad Ejaz, giornalista e mediatore culturale pakistano, in Italia dal 1989.
A indicare che non si tratta di un'immigrazione "di emergenza", c'è l'acquisto di un'abitazione propria: "prima della crisi, 10mila pakistani hanno acquistato casa, spesso grazie a un mutuo", continua Ejaz, che conosce bene questa realtà. E' un segnale dell'intenzione di rimanere, ma anche di benessere e di una posizione sociale conquistata attraverso il lavoro. "Di solito è l'uomo a lasciare il proprio Paese e la famiglia lo raggiunge dopo qualche anno". In Italia, gli immigrati pakistani lavorano nel settore industriale, come operai, e generalmente dopo 5-6 anni si mettono in proprio avviando un'attività, soprattutto nel settore alimentare e della telefonia, con negozi di frutta e verdura, call-center e internet point. "Per loro, la possibilità di una propria attività rappresenta un salto di qualità, un miglioramneto nella posizione sociale".
Vino, donne, soldi. L'Italia raccontata in Pakistan. "Quando mio figlio ha insistito per andare in Italia, ho pensato che non l'avrei più rivisto". Dalla sua drogheria di Chakwal, villaggio rurale a 120km a sud di Islambad, Khan, 62 anni, racconta così il momento in cui 15 anni fa il figlio Aslam ha lasciato il proprio Paese per raggiungere lo zio in Italia. Aslam, che oggi ha 36 anni, ha lasciato il Pakistan grazie a un agente che chiedeva "una fortuna" per mandarlo in Italia con documenti falsi. Khan è stato costretto a cedere all'insistenza del figlio, "incantato dalle storie raccontategli dal cugino che era andato in Italia quando Aslam era ancora un bambino". "Mio nipote mi ha raccontato molto dell'Italia e mio figlio era così affascinato da queste storie che ha anche minacciato di togliersi la vita se non gli avessi permesso di partire", continua Khan, che oggi à felice per il figlio. "Per me è stato doppiamente difficile, non solo per soddisfare le richieste dell'agente, ma anche perché avevo paura che si sarebbe rovinato con il vino e le donne".
Quella del pericolo insito negli alcolici e nelle donne è un'idea diffusa in Pakistan, anche tra chi in Italia non ci è mai stato. "Ho chiesto alle persone che venivano nel mio negozio che idea avessero dell'Italia e la maggior parte di loro mi ha detto che alle donne italiane piace adescare i ragazzi asiatici con inganni amorosi e l'alcol è lo strumento che usano per farlo". Con il passare del tempo, di fronte al sostegno economico e alle visite regolari del figlio, Khan ha capito che i suoi timori erano infondati."Oggi sono più tranquillo dal punto di vista economico, mio figlio mi manda un aiuto consistente ogni mese e abbiamo costruito una bella casa grazie a lui".
Oggi Aslam ha un regolare permesso di soggiorno, è sposato con una donna pakistana e ha due bambini. Il suo desiderio è quello di aiutare i suoi nipoti a trasferirsi legalmente in Italia e Khan non è più preoccupato all'idea che i nipoti possano un giorno lasciare il Pakistan. "Mio figlio raggiungerà lo zio e non sono preoccupato che venga coinvolto in attività "immorali", aggiunge Akhtar, il fratello maggiore di Aslam. A destare preoccupazione oggi sono le notizie sull'atmosfera creatasi nei confronti degli immigrati pakistani. "Sui media ci sono molte notizie sulla situazione difficile per i musulmani in Europa e in America e questo mi preoccupa".
La situazione è tesa anche in Pakistan, "poiché gli addetti alla sicurezza fermano la gente al minimo dubbio, anche in base all'aspetto, se hanno la barba lunga come i Talebani". Akhtar, appassionato fruitore di quotidiani, telegiornali e talk-show, spera che la situazione migliori, ed è convinto che ciò sia possibile se alle persone di culture diverse viene permesso di interagire. "Il problema non sono le persone, ma i politici". Oltre i pregiudizi. Se per i pakistani l'incontro col Belpaese avviene attraverso i media e il racconto dei parenti che partono alla ricerca di un lavoro e di un futuro, anche in Italia i media hanno un ruolo fondamentale nella costruzione dell'opinione pubblica e nella percezione degli immigrati, alimentando stereotipi e pregiudizi. Ma ci sono anche esempi di convivenza fra due culture così diverse.
Dietro il ricordo di Hina, uccisa nel 2006 dal padre, dallo zio e dal cognato perché "troppo occidentale" nel suo stile di vita, c'è un Pakistan più nascosto, che arriva attraverso i sapori speziati dei fast food pakistani, attraverso i negozi di artigianato e i call center. E' qui che il confine si fa più labile e la cultura pakistana e quella italiana si incontrano. "I clienti mi chiedono del mio Paese e della mia famiglia e le donne amano gli abiti di mia moglie", racconta Abas, proprietario di sei "Pak Food" nel Veneto.
Vive a Belluno, dove è arrivato quattro anni fa per aprire una propria attività dopo aver trascorso sette anni a Prato, lavorando come operaio. "Ho visto che a Belluno mancava il kebab e così ho pensato di portarlo io, assieme ai nostri piatti". Anche lui è arrivato in Italia raggiungendo lo zio e il cugino. Anche lui ama l'Italia e gli italiani, con cui ha un rapporto di amicizia, legato anche alla mancanza di una comunità pakistana nel bellunese. L'incontro e il dialogo interculturale sono favoriti dall'impegno di enti, associazioni e persone che lavorano per aiutare gli italiani a conoscere il Pakistan e i pakistani a capire e conoscere il Paese che li ospita, integrandosi senza rinunciare alla propria identità. Ahmad Ejaz è uno di questi.
Arrivato in Italia con una laurea in comunicazione di massa conseguita all'università di Lahore ed esperienza giornalistica, oggi vive a Roma con la moglie due figli. "Combatto tutti i giorni per promuovere l'integrazione, la conoscenza, e lo sviluppo di una società multietnica", spiega, raccontando la propria attività nelle scuole, per far sì che la diversità possa essere percepita come un patrimonio comune, nel rispetto della Costituzione italiana, per illustrare fenomeno della nuova immigrazione e diffondere la conoscenza della cultura, delle tradizioni, della storia e politica pakistane.
Convinto dell'importanza di avvicinare e favorire la conoscenza tra le due culture, ha fondato un mensile in lingua urdu, "Azad", che in italiano significa "Libero". Pubblicato in 5000 copie grazie a Western Union, arriva in tutte le comunità pakistane in Italia, con notizie dal Pakistan, indicazioni utili per gli immigrati in Italia, informazioni sull'immigrazione e sulla realtà pakistana in Italia. "Non è facile promuovere e diffondere la nostra cultura, sia perché manca un programma culturale specifico dell'ambasciata, sia perché gli immigrati vivono in comunità, con pochi contatti con la cultura e società italiana". Come conferma il giornalista, che fa parte della Consulta Islamica del Ministero dell'interno, anche il rapporto tra Islam e istituzioni italiane è molto importante. "La forma di aggregazione più comune tra gli immigrati pakistani è quella religiosa, sotto la bandiera dell'Islam". Se la vicenda di Hina è ancora viva nell'opinione pubblica, in molti ignorano che nel 2009 la nazionale italiana Under 15 di cricket ha vinto gli Europei.
Un risultato inaspettato, non solo perché il cricket non è fra gli sport più praticati, ma soprattutto perché a dare lustro all'Italia è una squadra composta da un unico italiano. Dieci degli undici giocatori scesi in campo sono infatti giovani immigrati di seconda generazione, figli di immigrati provenienti da Pakistan, India, Bangladesh e Sri Lanka. Esempio di come due culture possano incontrarsi e convivere, la vittoria ha avuto anche risvolti politici, quando a settembre Gianfranco Fini ha ricordato l'evento per sostenere il diritto di cittadinanza per chi è nato in Italia, sdoganando così lo "ius soli". Come dice Akhtar, dialogo e integrazione sono possibili se c'è la possibilità di incontrarsi e interagire, se le differenze non vengono percepite come una barriera, ma come una ricchezza, partendo da un detto popolare, noto fra chi lascia il proprio Paese per costruire un futuro altrove: "rispetta e sarai rispettato".
"Brescia-stan", quando la cultura italiana incontra quella pakistana - Immigrazione - l'Unità.it




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) maaa.. sorpresa sorpresa.. no. :gluglu: ci sono al primo posto i latini (specie cubani). secondo posto gli africani del centr'AFRìCA e terzo i maròk. :gluglu:

onf:
