Ci piace citare, in apertura del presente intervento, la famosa frase d’inizio de “Il Manifesto del Partito Comunista” (Das Manifest der Kommunistischen Partei) del 1948, di Marx e Engels: «Uno spettro si aggira per l'Europa - lo spettro del comunismo. [..] È ormai tempo che i comunisti espongano apertamente in faccia a tutto il mondo il loro modo di vedere, i loro fini, le loro tendenze, e che contrappongano alla favola dello spettro del comunismo un manifesto del partito stesso.»
Cosa rimane oggi, nell’Italia del crepuscolo e del degrado, di tutto questo?
Cosa rimane dei celebri dieci punti che tale manifesto politico proponeva alle masse?
Cito, a braccio, la necessità di un’imposizione fiscale fortemente progressiva, l’eguale obbligo di lavoro per tutti, i piani collettivi per la produzione e la gestione dei servizi, l’accentramento del credito nelle mani dello stato, etc.
Ci piace egualmente ricordare – in questo crepuscolo di novella barbarie, di decadenza economica e sociale, di generale disorientamento – la chiosa della prefazione all’edizione italiana del 1893 a tale storico documento: «Il Manifesto rende piena giustizia all'azione rivoluzionaria che il capitalismo ebbe nel passato. La prima nazione capitalista è stata l'Italia. Il chiudersi del medioevo feudale, l'aprirsi dell'èra capitalista moderna sono contrassegnati da una figura colossale; è quella di un italiano, il Dante, al tempo stesso l'ultimo poeta del medioevo e il primo poeta moderno. Oggidì, come nel 1300, una nuova èra storica si affaccia. L'Italia ci darà essa il nuovo Dante, che segni l'ora della nascita di questa nuova èra proletaria?»
Ebbene, chi è oggi il nuovo Dante, il bianco guelfo redivivo, esule e visionario, che canterà l’ora della nascita di una nuova era di giustizia sociale e di affermazione dei nostri veri diritti?
Tutto ciò che l’opaca storia presente ci regala, nel solco dell’ormai pluri-decennale tradizione “democratica” e parlamentare, è un misero accordo elettorale fra nani della politica, burocrati di partito, e leader senza qualità, nelle persone di Diliberto, Pecoraro Scanio, Mussi e Giordano.
La federazione testé nata, dopo un congresso dai vaghi toni di sagra di partito del sottogoverno, con invasioni di palco folcloristiche e proteste, in merito – non ai contenuti politici, si badi – ma ai simboli da adottare, agli idoli e ai feticci, rappresenta la miglior prova che l’unica cosa che conta è la sopravvivenza dei piccoli potentati della burocrazia politica, che si nutrono delle sempre più magre risorse di questo sfortunato paese.
Ciò che conta è che gli onusti totem, adorati dell’incartapecorito Ingrao – “padre” del congresso costitutivo della così detta “cosa rossa” – e adorati dal Bertinotti “carica ufficiale dello stato”, rimangano in piedi a qualsiasi costo, ritti sul panorama desolato del presente, ma privi, ormai, di qualsivoglia significato.
Si ignorano forse volutamente – o forse perché non si hanno proposte da fare e non si hanno idee innovative – la vera sostanza e le insidie di una nuova realtà sociale ed economica, che neppure si comprende, nella quale i sempre più gravi problemi, che investono con l’onda d’urto di una crisi complessiva i due terzi almeno della popolazione italica, inevitabilmente ci spingeranno sulla strada di un cambiamento radicale, anti-democratico e forse violento.
Ecco, dunque, i nani d’inizio millennio, le ombre del crepuscolo della politica e della società italiane, danzare intorno a vecchi totem, ai magici simboli della loro affermazione burocratico-politica, pronunciando parole d’ordine di cui si è smarrito irrimediabilmente il vero significato.
Il socialismo scientifico si è trasformato in parola vuota e idolatra, dai contorni vagamente mistici; mero esorcismo di una realtà in perniciosa evoluzione che i fautori della “cosa rossa” mostrano di non capire, o la quale vogliono ignorare fino all’ultimo, salmodiando oscuri inni, tratti da un breviario ereditato dalle ben più grandi personalità del comune passato ormai sepolto, quali Antonio Labriola, nel suo difficile percorso esistenziale e intellettuale dall’idealismo hegeliano al marxismo, e lo stesso Antonio Gramsci, splendido esempio di coerenza ideale e politica, anche se visto da destra: «non ho mai voluto mutare le mie opinioni, per le quali sarei disposto a dare la vita e non solo a stare in prigione [...] vorrei consolarti di questo dispiacere che ti ho dato: ma non potevo fare diversamente. La vita è così, molto dura, e i figli qualche volta devono dare dei grandi dolori alle loro mamme, se vogliono conservare il loro onore e la loro dignità di uomini» (Lettere alla madre).
Un Alfonso Pecoraro Scanio – ministro con il codazzo di scorte e titolare di privilegi da senatore romano, invertito da salotto, falso ecologista e capo di un inutile partitello ricattatore in grado di bloccare nuovi e utili piani energetici, in questo sfortunato paese – farebbe altrettanto, alla bisogna, per preservare la sua dignità di uomo?
Un Fausto Bertinotti – “sindacalista” in pectore, benché fallito, presidente e gran cerimoniere della camera bassa, in piena età crepuscolar-prodiana, nonché squisito conversatore nei salotti buoni della politica ufficiale – avrebbe il coraggio di seguire la strada di Antonio Gramsci, della cui memoria anche lui, assieme ad altri moderni “rossi”, talvolta abusa?
Ecco i “sinistri” pilastri, le fragili colonne di un governo – il governo Prodi – che avvalla apertamente l’ingiustizia sociale e aggrava consapevolmente le condizioni di vita degli strati più deboli della popolazione, contribuendo a diffondere instabilità sociale, precarietà del lavoro e delle condizioni di vita, impoverimento di massa e perdita di qualsiasi senso del collettivo e dello stato.
Ecco le sponde di politiche, da un lato soggette ai potentati ultra-liberisti e mondialisti, dall’altro volte a proteggere gli interessi parassitari di un’estesa burocrazia pubblica e “partitica”, della quale fanno parte – a pieno titolo – gli stessi Diliberto, Pecoraro Scanio, Mussi e Giordano, nonché il loro “padre spirituale” Ingrao e il “gran cerimoniere” Bertinotti.
Ci piace chiudere il breve intervento, giunti a tal punto, con i versi del Sommo Dante Alighieri, cantore, nel suo secolo, di una nuova epoca e di un simbolico Paradiso (Canto XXXIII):
P.S.: i toni vagamente apocalittici e il linguaggio dalle sfumature arcaiche da noi utilizzati nella presente mail sono ovviamente voluti, e non privi di un certo esercizio d’ironia …O somma luce, che tanto ti levi
da' concetti mortali, a la mia mente
ripresta un poco di quel che parevi,
e fa lingua tanto possente,
ch'una favilla sol de la tua gloria
possa lasciare a la futura gente;
Eugenio Orso




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