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INTERVISTE: LEONARDO SCIASCIA E' DI SINISTRA, MA COME POCHI ITALIANI E' UN "MIGLIORISTA", SCRIVE LO SCRITTORE AMERICANO GORE VIDAL SUL "NEW YORK REVIEW OF BOOKS".
"HA COLTO MOLTO BENE IL MIO PENSIERO NELLE INTENZIONI E NEI RISULTATI", DICE SCIASCIA.
UN'INTERVISTA A LEONARDO SCIASCIA: "ECCO, IO LA PENSO COSI'...'
SOMMARIO: Intervista interessante per la sorta di autobiografia intellettuale che Sciascia tratteggia a partire dagli entusiastici giudizi su di lui di Gore Vidal: giudizi sugli scrittori italiani contemporanei, sull'opinione di Amendola circa lo "scarso corasggio civile degli intellettuali", sui suoi rapporti con la letteratura francese dell'illuminismo, su alcuni contemporanei (Scalfari, Pajetta, Andreotti), e - infine - sul PCI e le prospettive politiche in Italia.
(NOTIZIE RADICALI, 22 ottobre 1980)
Roma 22 ottobre '80 - N.R. - Leonardo Sciascia è lo scrittore italiano di cui si parla oggi all'estero. Gore Vidal è lo scrittore americano contemporaneo più conosciuto nel mondo. Sulla "New York Review of Books", Vidal ha raccontato Sciascia agli americani; il ritratto che ne esce è anche un grande affresco dell'Italia; "Sciascia è di sinistra, ma come pochi italiani è un "migliorista". E la sua vena empirica è destinata a sbalordire molti italiani politicizzati. Ha idee, ma non ideologia, in un paese dove l'ideologia politica è tutto e le idee politiche sono poco conosciute" scrive Vidal.
"A chi parla di "marxismo dal volto umano", Sciascia risponde che rispetta la sua posizione, ma ritiene che un "marxista dal volto autentico" costituisca un'utopia nell'utopia, un sogno, un illusione. E' un dilemma che tocca ogni italiano, aggiunge Vidal.
"Ha colto molto bene il mio pensiero nelle intenzioni e nei risultati", dice Sciascia riferendosi al lavoro di Vidal.
E' da qui che parte l'intervista con Sciascia che pubblichiamo di seguito. Si parla anche, oltre che di letteratura, di politica, dei rapporti con il PCI e la sinistra, l'esperienza a Montecitorio. (Va. Ve.)
Domanda: "Questo Gore Vidal non è superficiale nei giudizi su Leonardo Sciascia?"
Sciascia: "No, non direi. Vidal deve dare informazioni ai lettori stranieri. E' uno scrittore vivace e intelligente. Un autore serio e interessante, che ha colto molto bene il mio pensiero nelle intenzioni e nei risultati. In fondo Vidal risente molto delle sue origini friulane".
Domanda: "Dunque dal saggio di Vidal esce l'immagine di un grande scrittore".
Sciascia: "Non mi ritengo un grande scrittore, ma semplicemente uno scrittore. Su ciò che si scrive su di me sono cauto e indifferente. Non discuto i giudizi altrui su di me se non quando si polemizza su di me come persona".
Domanda: "Come Sciascia giudica la sua opera?"
Sciascia: "Alcuni miei libri li ritengo validi, molti non li rileggo più, come "A ciascuno il suo". Non amo "Il giorno della civetta". Mi infastidisce il successo che ha avuto. I due libri migliori sono "Il consiglio d'Egitto" e "Todo modo", ma più di tutti amo "Morte di un inquisitore". E' la storia di un frate eretico del mio paese. C'è una ricerca di identità e di radici. Assume un significato simbolico di tutto quello che ho scritto contro le inquisizioni".
Domanda: "Cosa resterà degli ultimi trent'anni della letteratura italiana, oltre a Sciascia?"
Sciascia: "Un paio di libri di Calvino, soprattutto i racconti e le tre favole. Poi le "lettere luterane" di Pasolini, gli "Occhiali d'oro" di Bassani, molto Moravia o Brancati, il "Diario" di Corrado Alvaro, autore ingiustamente dimenticato. Tra i giovani, Giuseppe Mazzaglia e Vincenzo Consolo, "Il sorriso dell'ignoto marinaio". Non è una letteratura scadente. E' provinciale in quelli che non si ritengono provinciali".
Domanda: "Che ne pensi del giudizio di Amendola sullo scarso coraggio civile degli intellettuali italiani?"
Sciascia: "Va benissimo se viene rovesciato su chi era d'accordo con lui".
Domanda: "La tua cultura risente molto dell'influenza francese, come dice Vidal?"
Sciascia: "Ho letto molto i francesi, ma considero ancora notevoli Hemingway, Faulkner e Dos Passos, nel quale c'è più avanguardia di tanti avanguardisti d'oggi".
Domanda: "Vidal ha compreso bene il rapporto Sciascia-Voltaire?"
Sciascia: "Voltaire è una delle mie bibbie, ma non la sola. Mi importa poco di Rousseau, più di Diderot. Vidal lo ha colto. Rousseau non è un illuminista. E' l'uomo che ha rovesciato la praxis illuminista e l'ha consegnata al romanticismo. E' il creatore di tutti gli "ismi" più micidiali".
Domanda: "E i rapporti con Pirandello?"
Sciascia: "Sono come i rapporti con il padre. Nell'adolescenza mi stava facendo impazzire. Poi l'ho detestato. Adesso lo amo serenamente, come succede con i padri. Dove sono nato io, il pirandellismo è in natura. Tutti hanno collegato Pirandello all'irrazionalismo tedesco, ma Pirandello è uno scrittore realista".
Domanda: "Ti fanno paura Andreotti, Pajetta e Scalfari, con il quale hai avuto una recente polemica?"
Sciascia: "Mi preoccupano perché si collegano in triade. Scalfari ha oggi una grossa influenza come l'aveva il suo "Espresso" degli anni cinquanta. Non so di chi è l'uomo. Certamente è un uomo di potere che punta al potere. E' tra i vizi degli italiani colti leggere "La Repubblica" come negli anni cinquanta era un vizio leggere "l'Espresso". Su Andreotti la penso come Craxi. E' tanto furbo da essersi costruito una fama di furbo. Non crede in nulla, ma sa restare a galla bene. Ha sempre rappresentato la destra giusta, esatta, precisa. Nel braccio di ferro, vincerà Craxi perché è più giovane e perché c'è una massima, credo di La Rochefoucauld, che dice "si può ingannare tutti qualche volta ma non tutti tutte le volte". Pajetta è un uomo di spirito e d'ironia che riesce a far dimenticare la sua durezza".
Domanda: "Che vuol dire "il PCI è l'immagine speculare della DC"?"
Sciascia: "Sono necessitati ad incontrarsi in Parlamento, nelle commissioni, cioè a vivere il compromesso. Che c'era già all'art. 7 della Costituzione. Hanno bisogno d'incontrarsi durante la legislatura, di scontrarsi durante le elezioni. La forza dell'uno dipende da quella dell'altro".
Domanda: "Come vanno i rapporti con il PCI?"
Sciascia: "In passato ero in posizione ambivalente verso il PCI, lo giudicavo lucidamente, ma ne ero affascinato. Ora, dopo l'esperienza del consiglio comunale di Palermo, lo giudico soltanto. C'è dentro ancora una grossa dose non smaltita di stalinismo".
Domanda: "Come giudichi Berlinguer?"
Sciascia: "Non passerà alla storia tra i grandi dirigenti del PCI. E' un uomo più di volontà che di talento. L'unica linea che ha creato è quella del compromesso storico e non riuscirà a liberarsene".
Domanda: "Quale formula per superare il compromesso storico? Alternativa laica? Alternativa di sinistra?"
Sciascia: "Il PSI e i partiti laici rappresentano l'unica speranza di fare argine alla DC. Non credo molto all'alternativa di sinistra, per incapacità di tutta la sinistra, con motivazioni diverse, di costituirsi in alternativa".
Domanda: "E' andata avanti per settimane alla Camera, con sedute anche notturne, la discussione sul caso Moro. Cosa ha rappresentato?"
Sciascia: "E' stata una grande tragedia italiana. E' stata una grande perdita per la DC che è rimasta acefala. Degli altri cavalli di razza, Andreotti è legato alla formula compromissoria, Donat Cattin è stato ammazzato dalla vicenda del figlio, Fanfani è in pensione".
Da www.radicali.it
Affare petroli: de mauro-pecorelli: c'e' dietro la stessa mano. dice Leonardo Sciascia: "si, sono vicende collegate". c'e' un unico filo che lega l'assassinio del direttore della rivista "o.p.", mino pecorelli alla misteriosa fine del cronista palermitano
Di Sciascia Leonardo - 12 dicembre 1980
AFFARE PETROLI: DE MAURO-PECORELLI: C’E’ DIETRO LA STESSA MANO. DICE LEONARDO SCIASCIA: “SI, SONO VICENDE COLLEGATE”. C’E’ UN UNICO FILO CHE LEGA L’ASSASSINIO DEL DIRETTORE DELLA RIVISTA “O.P.”, MINO
PECORELLI ALLA MISTERIOSA FINE DEL CRONISTA PALERMITANO CHE FU RAPITO DIECI ANNI FA.
SOMMARIO: Ritiene che il rapimento-scomparsa del giornalista De Mauro e l’assassinio di Pecorelli siano”vicende collegate”: inoltre, “di petrolio si trattava” nella vicenda de Mauro e questo la collega all’attuale “scandalo dei petroli”. Infine, fa notare che Miceli, già capo dei servizi segreti, è di Trapani e quindi di casa in Sicilia, dove la sua politica “filo-araba” aveva, all’epoca di quei fatti, “addentellati”.
(NOTIZIE RADICALI, 12 dicembre 1980)
Roma, 12 dicembre 1980 - N.R. - Dieci anni fa veniva rapito a Palermo il giornalista Mauro De Mauro, dell’Ora; De Mauro, da allora, è “scomparso”, e di lui non si sa più nulla. Tra questo rapimento-“scomparsa” e l’assassinio di Mino Pecorelli, il direttore di “O.P.”, c’è un legame? Forse. C’è chi dice di sì, come Leonardo Sciascia, grande conoscitore di cose siciliane, scrittore e deputato radicale. “Sì, sono vicende collegate”, dice.
Sciascia parte dall’arresto di Mino Buttafuoco, che rimane a tutt’oggi l’unico imputato dell’inchiesta giudiziaria.
“Boris Giuliano (commissario freddato dalla mafia), che più di ogni altro seguiva la pista Buttafuoco, era certamente contrario al suo arresto”. Ritengo che l’arresto di Buttafuoco sia stato imposto dall’alto”.
Domanda: “Come ricorda Boris Giuliano?”
Sciascia: “Era un valente commissario di polizia, molto perspicace e con addosso una grande carica di umanità. Veniva a trovarmi a casa, a volte, o ci incontravamo alla libreria Flaccovio di Palermo. Non parlava molto del caso De Mauro, ma mi lasciò intendere fin da principio di essere sicuro di trovarsi sulla pista giusta. Poi, improvvisamente, parve smarrire il filo. Meglio: parve che glielo avessero tagliato. In uno sfogo di amarezza, mi disse: “Il ministro degli Interni dovrebbe essere un altoatesino”, e io riferii quella frase allusiva in Parlamento”.
Domanda: “Ritieni che vi sia un rapporto tra la pista seguita allora dalla polizia sul caso De Mauro e l’attuale scandalo dei petroli?”
Sciascia: “Non ci sono dati per asserire nulla di sicuro. Dico soltanto: di petrolio si trattava allora, e di petrolio si tratta oggi. In tal senso esiste un collegamento tra le due cose. Recentemente ho chiesto ad Andreotti se nella nomina di Giudice a capo della finanza ci sia stato l’intervento di qualche politico siciliano. Mi ha risposto, per lettera, che non gli risultava, e che comunque lui non c’entrava”.
Domanda: “Le risulta che il generale Giudice e il generale Miceli, già capo dei servizi segreti, si trovassero in Sicilia all’epoca della scomparsa di De Mauro?”
Sciascia: “Non ricordo di Giudice. Quanto a Miceli, è siciliano, di Trapani, e quindi di casa. E’ noto che la politica filo-araba di Miceli aveva addentellati in Sicilia. Sono noti i suoi rapporti con Gheddafi, d’altronde per gli arabi è come se la Sicilia l’avessero lasciata ieri”.
Da www.radioradicale.it
La questione morale: non e' cambiato nulla: quello che Sciascia scrisse il 16 febbraio 1968
Di Sciascia Leonardo - 29 settembre 1980
LA QUESTIONE MORALE: NON E’ CAMBIATO NULLA: QUELLO CHE SCIASCIA SCRISSE IL 16 FEBBRAIO 1968
SOMMARIO: Si ripropone, esemplarmente, l’articolo scritto da Sciascia tredici anni prima, in occasione del terremoto del Belice. Sciascia vi tratteggia l’immagine drammatica del paese devastato mentre i soccorsi arrivano tardi o scarseggiano. Anche adesso, a Gibellina, nelle “case fatte di gesso” la gente piange e si dispera, mentre su certi giornali del Nord si aprono ipocrite sottoscrizioni.”E’ che la Sicilia è stanca, è che muore giorno dopo giorno…”
(NOTIZIE RADICALI, 29 settembre 1980)
Non è cambiato nulla. Per rendersene conto, basta rileggere l’articolo di fondo che Leonardo Sciascia, scrisse su “L’Ora” il 16 gennaio 1968, trentasei ore dopo il terremoto del Belice. A tredici anni di distanza, viviamo la stessa, identica, drammatica situazione. Bene ha fatto dunque il presidente Pertini a rivolgere il suo accorato appello in televisione. Un appello che ha sdegnato; ma sono coloro che mostrano di stracciarsi le vesti, che in realtà procurano sdegno.
“Le ultime notizie che abbiamo avuto ieri sera dalla televisione e dalla radio, tristissime, accorate e accompagnate da immagini e descrizioni del disastro veramente apocalittiche (e c’era a Palermo, negli slarghi delle piazze e nella campagna di periferia, dal primo pomeriggio alla notte, un’aria da anno mille che si tentava di rovesciare in “kermesse” intorno ai fuochi di sterpi e a deschi improvvisati sulle panchine), fra tanta pena insinuavano anzi assicuravano la rapidità ed efficienza dei soccorsi e dei provvedimenti: per cui, chi come noi nel giro degli ultimi anni ha visto l’inefficienza e lentezza con cui lo Stato si è manifestato nell’alluvione che ha colpito Agrigento, ha avuto l’impressione che veramente qualcosa fosse cambiata in Italia. Ma la prima notizia che stamattina abbiamo letto su un giornale dice, invece della lentezza con cui la macchina dei soccorsi si muove, e che alle quattro del pomeriggio di ieri, cioè dodici ore dopo la sciagura, a Santa Margherita Belice non era ancora arrivata “nè una tenda, nè una pagnotta, nè una coperta”.
Niente dunque è cambiato e in nessun caso dobbiamo farci illusione che cambi.
Quello che invece scatta con puntuale efficienza è il triste rituale demagogico e il richiamo alla unità e alla solidarietà sentimentale di un paese effettualmente disunito, pieno di contrasti e contraddizioni, a livelli diversi e di fatto inunificabili. E di fronte alle immagini di Gibellina distrutta ci pareva di sentire i commenti di certa gente sul cui cuore fanno appello certi giornali del nord (notoriamente antimeridionalisti) quando aprono sottoscrizioni: “Vivono in case fatte di pietre di gesso, quelli lì”, e così via.
La stessa voce, lo stesso accento, da cui abbiamo sentito che in Sardegna ci verrebbero le bombe che gli americani impiegano contro i vietcong e che in Sicilia, salve (non si sa come) le brave persone che forse ci saranno, ci vorrebbe addirittura l’atomica; quella stessa voce da cui qualche volta ci tocca ricevere il complimento che non sembriamo siciliani.
“Quelli lì”; lì a Santa Margherita, a Montevago, a Gibellina, a Salemi, quelli che vivono nelle case di gesso e ci muoiono; quelli cui soltanto restano gli occhi per piangere la diaspora dei figli; pulviscolo umano, disperso al vento dell’emigrazione e che lo Stato soltanto pesa nella bilancia dei pagamenti internazionali; quelli che ancora faticano con l’aratro a chiodo e con muli; quelli che non hanno, nè scuola, nè ospedali, nè ospizi, nè strade.
E al Presidente della Repubblica che oggi è qui sentiamo il dover dire che egli rappresenta un paese tremendo, dilacerato da contrasti e ingiustizie che sotto quiete apparenze non sono meno gravi di quelli che in altri paesi del mondo sanguinosamente dispiegano. E’ che la Sicilia è stanca, che muore giorno dopo giorno, anche senza l’aiuto delle calamità naturali”.
Leonardo Sciascia
Da www.radioradicale.it
Elogio dell'eresia
Di Sciascia Leonardo - 9 maggio 1979
Elogio dell’eresia
Trascrizione dell’intervista A Leonardo Sciascia realizzata dagli alunni dell’Istituto Sperimentale di Santo Stefano
SOMMARIO: Intervista realizzata dagli alunni dell’Istituto Sperimentale di S. Stefano, paese di “forte tradizione socialista”. Innanzitutto Sciascia avverte che, sebbene “nato in linea d’aria a pochi chilometri da qui”, non conosce la zona: “Colpisce questo isolamento che c’è fra un comune e l’altro della stessa provincia…c’è un deserto”. Le prime domande si riferiscono al lavoro (“missione?”) dell’insegnante nelle condizioni siciliane (“è un ornamento”), alla letteratura (“soffia dove vuole”), ai progressi e ai difetti della Sicilia (“in noi siciliani persiste una mancanza di speranza”, la borghesia siciliana è “mafiosa”), ecc. Alla domanda su cosa sia cambiato nella mafia siciliana risponde: “E’ diventata fenomeno cittadino e parapolitico”… Si passa poi a domande sull’opera letteraria, sui personaggi e i libri dello scrittore. In Italia c’è un diaframma tra lo scrittore e la gente, a partire dalla lingua.
Vengono avanzate quindi domande sugli scrittori, sull’arte contemporanea, sul terrorimo e sulla vicenda Moro. Infine viene chiesto a Sciascia un giudizio sull’Italia di oggi. Risponde che “è una realtà su cui possiamo pochissimo esercitare il nostro potere intellettivo…poiché siamo sommersi dalla emotività”.
(L’ORA, 9 maggio 1979)
Ha parlato di scuola e letteratura, dei suoi libri e di se stesso, di politica e delle BR, della Sicilia e di altro ancora. E stata un’inconsueta intervista in pubblico, un martellare di domande precise, aguzze, alcune provocatorie, rivolte a Leonardo Sciascia dagli alunni dell’Istituto Sperimentale di Santo Stefano i quali lo avevano appositamente invitato nella loro scuola.
Il paese è al centro di una contrada montuosa, aspra, la cui principale risorsa è la pastorizia. Da Palermo ci si arriva dopo aver attraversato un altopiano disabitato all’apparenza, senza alberi né case, con segni di un’agricoltura ancora estensiva. povera. Oltre a Santo Stefano, verso il Sud, la valle del Megazzolo popolata di giardini e frutteti che fanno la ricchezza di Bivona. Più lontano l’aspra campagna di Cianciana arida di zolfare abbandonate, povera di culture, stremata dell’emigrazione. A Santo Stefano c’è, resiste, una forte tradizione socialista. E il paese di Lorenzo Panepinto, uno dei martiri del riscatto contadino ucciso dalla mafia. Era un intellettuale, un maestro di scuola. La scuola sperimentale ne rievoca la memoria, con questi suoi insegnanti così dediti e impegnati, i suoi ragazzi così seri, così sensibili ai problemi della loro terra.
»Stavamo preparando parole pompose e altisonanti per rivolgerle il nostro saluto - ha detto una ragazza all’inizio dell’incontro con Sciascia - quando ci siamo ricordati dei brividi che ognuno di noi avvertì nella schiena leggendo per la prima volta il libro »Le parrocchie di Regalpetra . Ecco. subito trovato il terreno giusto dell’incontro con Sciascia scrittore, ma anche, prima che scrittore, maestro di scuola.
La scuola sperimentale è davvero sperimentale. Comprende un biennio inferiore e un biennio superiore di studi a livello liceale per intenderci, ma con programmi e metodi diversi dalle altre scuole. Per averla a Santo Stefano e per difenderla, ci sono volute lotte, vere e proprie lotte popolari. fino allo sciopero dell’intera città. Ia volevano più legata a bisogni e problemi della zona, e cioè al diritto agricolo, invece il Ministero ha deciso che qui ci voleva l’indirizzo linguistico e pedagogico. E così è stato.
Della scuola e dell’utilizzazione dei libri di Sciascia in essa hanno parlato nei loro indirizzi di saluto all’ospite la professoressa Grazia Bullone, preside del liceo di Bivona, da cui dipende la scuola di Santo Stefano, il professore Stefano Centinaro. docente di lettere, la coordinatrice Carmela Caltagirone e la studentessa Giovanna Citarrella.
Poi è cominciata la straordinaria intervista. I ragazzi e le ragazze si alzavano ordinatamente uno a uno e ponevano le domande. Tutti gli altri (salone affollatissimo), ascoltavano attentissimi. Frequenti applausi contrassegnavano le risposte più significative.
Marcello Cimino
Sciascia: »Prima di cominciare questo gioco di domande e risposte voglio dirvi che sono nato in linea d’aria a pochi chilometri da qui, eppure questa è una zona che non conosco. Ci sono passato solo una volta, tornando da Cianciana dove ero andato a parlare di Alessio Di Giovanni. Bivona per esempio, è per me un nome che mi ricorda i rapporti di Sant’lgnazio con il collegio dei gesuiti e le lettere che egli scrisse a una nobildonna di qui, riportate in un libro intitolato »Sant’Ignazio e le donne . Bivona poi mi ricorda l’esistenza di una sottintendenza, della sottoprefettura. E basta. Considerando che sono nato a pochi chilometri di qui, colpisce questo isolamento che c ‘è fra un comune e l’altro della stessa provincia. Inoltre questa è una zona in un certo senso letterariamente deserta. Un nostro professore abbastanza razzista, direi, ritiene che si possa fare una mappa dell’intelligenza sicula e che questa zona ne sia deserta. Non è assolutamente vero. Io credo che qui ci siano delle condizioni che non hanno permesso all’intelligenza di svilupparsi, di fiorire. Effettivamente c’è un deserto. La sola cosa dopo Alessio Di Giovanni (poeta e dialettologo, nato a Cianciana nel 1873), che sia stata scritta su questa realtà è quel bellissimo libro, veramente straordinario, di Giuliana Saladino, su Ciancina che spero tutti voi conosciate. Ecco, non ho altro da dire. Domandate ora quello che volete, molto liberamente, non considerando che fra noi ci sia distanza di anni, come invece purtroppo c’è .
D.: (di una professoressa): »Questi ragazzi che accedono a questa scuola sono un po’ perplessi: parlare di missione dell’educazione? E retorica o è vana poesia?
R.: »Parliamone come di un lavoro, è meglio .
D.: »Lei ha scritto: ‘`Mi disgustano coloro che da fuori esaltano le gioie e i meriti di un simile lavoro (di insegnante). Qui e in molti luoghi della Sicilia è come il lavoro del minatore che scende in una miniera. Non nego però che in altri luoghi e in diverse condizioni un po` di soddisfazione potrei cavarla dal mestiere di insegnare . Quali potrebbero essere questi altri luoghi e condizioni?
R.: »Questo brano ha una notazione personale perché riguarda un momento particolare della mia vita. Da noi, in questa nostra realtà, la cultura non è concepita come un fatto unitario. cioè come lavoro. come di una cosa di cui tutti abbisogniamo, di cui ci serviamo, che serve per capire il mondo, per spiegarcelo, per capire la storia, la nostra situazione di fronte alla storia. La cultura è stata sempre concepita come un ornamento come qualcosa che non ha niente a che fare con le condizioni di vita. Per me, quindi, entrare in una classe dove s’erano quaranta bambini, fra i quali almeno trenta avevano fame, e dovere spiegare loro la storia. Limitandomi però alla prima guerra mondiale, senza andare avanti poiché si doveva parlare soltanto del passato in termini retorici, questo per me non solo era assurdo ma anche un poco infame. Oggi le condizioni della scuola sono molto diverse. Si può dire che la scuola non esiste più, in un certo senso. Forse, non so, nella provincia. in certi paesi essa assume ancora un valore, sempre però esortativamente parlando. perché vedo che qui voi a Santo Stefano, avete un liceo ad indirizzo linguistico e pedagogico. E l’agricoltura? E una cosa assurda che qui non esista un liceo con indirizzo agricolo. Quindi la scuola è un po’ come ai tempi miei, tutto sommato. E un piccolo ornamento. Allora diventa un po’ assurdo che voi stiate qui ad ascoltare l’insegnante che vi parla di linguistica, quando intorno avete tanti problemi reali. Il mestiere di insegnare e anche il mestiere di apprendere in queste condizioni continua ad essere assurdo.
D.: »Pensa che la scuola conservi ancora l’esclusività nella formazione dei giovani?
R.: »No, e credo che non l’abbia mai avuta. tutto sommato. E oggi meno che mai.
D.: »ln una scuola di massa, non ha più senso la vecchia maniera di considerare la letteratura come materia privilegiata. Quale indirizzo, secondo lei, dovrà seguire la letteratura per essere più utile?
R.: »La letteratura non ha nessun indirizzo da seguire. La letteratura soffia dove vuole. Non ci può essere un modo per incanalarla, di farla andare verso determinati risultati. L’esercizio della letteratura deve essere necessariamente libero. Il problema è piuttosto il modo come nella scuola questa letteratura dovrà entrare. La nostra è una letteratura un po’ povera, anche una letteratura noiosa. quindi bisogna offrirne una prospettiva che sia la più consona agli interessi - diciamo - della massa, anche se a me il termine massa non piace molto.
La scuola di massa in Italia è un po’ così: tutti sul palcoscenico. Ia scuola di massa, invece, secondo me, dovrebbe dare a tutti in partenza le stesse condizioni favorevoli e poi che vadano avanti coloro che possono andare avanti… Io sono ancora di quelli che credono nella meritocrazia. Non sono un reazionario, ma credo che non si possa accedere alle professioni senza conoscenza. Magari un professore di lettere farà poco danno se confonde Petrarca con Boccaccio, ma le case si devono costruire, i ponti si debbono fare, i malati bisogna assisterli gli imputati bisogna difenderli e ci vuole conoscenza e chi non ce l’ha non deve esercitare una determinata professione .
D.: »Nella introduzione al libro ”Le parrocchie di Regalpetra”, lei fa questa amara considerazione: ”Chissà quando la meridiana della matrice segnerà l’ora di oggi, quella che per tanti uomini nel mondo è l’ora giusta” . Non crede che quest’ora sia già scoccata? Anche oggi partecipiamo al benessere. Nelle nostre case sono entrate televisioni, radio, frigoriferi, gli elettrodomestici che rendono la vita più facile. Ma la ritiene un’ora giusta questa per la Sicilia?
R.: »Che il progresso materiale, che il cosiddetto benessere abbia raggiunto anche noi, su questo non c’è dubbio. Però a ciò non corrisponde un’effettiva crescita del Meridione, anzi corrisponde una ulteriore degradazione. Questo benessere, automobili ed elettrodomestici in Sicilia sono pagati da almeno 700 mila emigranti i quali vivono in condizione ben peggiori di quanto non vivano le loro famiglie qui. No, io non credo che sia ancora l’ora giusta anzi quello che accade in campo nazionale ritengo ci metta davanti ad un aggravamento di quella che è stata chiamata la questione meridionale .
D.: »Nel libro “Gli zii di Sicilia”, si legge: ” …io credo nei siciliani che parlano poco, che non si agitano, che si rodono dentro e soffrono”. Non crede che questo sia il segno della rassegnazione e della sconfitta nostra? Non bisognerebbe piuttosto manifestare questa sofferenza e il dolore dell’ingiustizia per affermare i valori di una società più umana?
R.: »C’è un tipo di siciliano molto estroverso, molto simpatico molto avvocatesco per così dire. Generalmente questo tipo di siciliano che parla troppo è poi quello che accede, senza distinzione di partiti, alla carriera politica e quindi al parlamentarismo. Spesso sono i siciliani peggiori. Si certo gli altri siciliani bisognerebbe che uscissero fuori dal loro silenzio, però su un piano umano di giudizio io dico che sono i migliori .
D.: »Si parla dello Sciascia del “Contesto” come di chi incarna nel suo pensiero l’angoscia dell’uomo offeso da tempo nella sua libertà e dignità. Lei si riconosce in questo giudizio?
R.: »Si · potrei riconoscermi in questo giudizio. Si parla di me come autore del ”Contesto”, perché questo è il libro che ha suscitato più polemiche, più risentimenti. Ma ”11 Contesto” è il risultato di tutta una visione delle cose italiane .
D.: »Recentemente ha scritto sul “Giornale di Sicilia” e ha detto in un’intervista televisiva che la refrattarietà del popolo siciliano alle idee che cambiano il mondo e la carenza di spirito pubblico costituiscono il male peggiore della realtà siciliana. Potrebbe spiegarci le motivazioni storiche di questi difetti e dirci in che modo la scuola potrebbe contribuire al suo superamento?
R.: »Le radici storiche di questo sono abbastanza lunghe e molto ramificate. Comunque si possono identificare nella perpetua insicurezza del siciliano di fronte alla storia in quest’isola che è stata al tempo stesso isola eppure aperta come continente alle invasioni, a tutte le dominazioni. Comunque, in noi siciliani, persiste una mancanza di speranza, una diffidenza verso le idee perché le idee, anche quelle che apparivano nuove, subito sono diventate strumento di una certa classe sociale che grosso modo possiamo qualificare come borghese-mafiosa, non borghese. Io mi augurerei che in Sicilia ci fosse una borghesia. E una borghesia mafiosa quella siciliana, anche là dove non sembra. Una borghesia che opera senza una visione del domani, a sfruttare determinate situazioni così come un tempo si diceva delle zolfare: a rapina. Lo sfruttamento a rapine delle zolfare, era quello degli esercenti che si preoccupavano di cavare quanto più materia era possibile senza curarsi né dell’avvenire della zolfara stessa né de
lla sicurezza di chi vi lavorava. Ora questa classe sembra inamovibile . Successa alla aristocrazia, essa si è comportata anche se più grossolanamente, come l’aristocrazia. Per questo i siciliani non credono più nelle idee. E infatti quando cominciano a crederci, ecco che interviene qualcosa per cui non ci crederanno più. Per esempio l’operazione Milazzo - è un giudizio per cui io mi batto da sempre - è stato un modo per ricacciare i siciliani nella sfiducia verso le idee .
D.: »Che fra Diego La Mattina sia stato un eretico, non c’è dubbio. Lei può darci ulteriori chiarimenti riguardo la sua eresia? Ha scoperto qualcosa di nuovo? Chiarimenti che possano farci capire perché fra Diego sia rimasto fermo nel suo tenace concetto tenendo alta la dignità dell’uomo?
R.: »No, non ho altre notizie oltre a quelle trovate allora su Frate Diego La Mattina. Ho tentato delle deduzioni. Ho pensato che fosse un’eresia di carattere sociale più che teologico, ma non sono andato oltre. Comunque l’eresia e di per se una grande cosa e colui che difende la propria eresia, è sempre un uomo che tiene alta la dignità dell’uomo. Bisogna essere eretici, rischiare sempre di essere eretici, se no è finita. Voi avete visto che non è stata soltanto la chiesa cattolica ad avere paura delle eresie. E stato anche il Partito comunista dell’Urss ad avere questa paura dell’eresia e c’è sempre nel potere che si costituisce in fanatismo questa paura dell’eresia. Allora ogni uomo, ognuno di noi, per essere libero, per essere fedele alla propria dignità deve essere sempre un eretico .
D.: »Vorrei sapere che analogia c’è tra lei, scrittore contempora neo, e i suoi personaggi storici, come il Di Blasi, o il Fra Diego La Mattina, da lei attentamente ricercati .
R.: »Le analogie forse ci sono; ma per me è più facile parlare della simpatia, che io sempre ho avuto per questi personaggi eretici, ribelli, sconfitti. In un certo senso è la loro sconfitta quella che mi ha arrovellato. Perché vorrei non essere sconfitto anch’io. Cioè non vorrei che la Sicilia fosse sempre sconfitta, che nella Sicilia la ragione debba sempre soccombere. Da ciò la mia simpatia per questi personaggi. Ma ho avuto simpatia anche per un personaggio che un tempo si sarebbe detto negativo, come l’abate Vella, che era un falsario, un imbroglione. A parte la simpatia umana che si può avere per lui, lo riconosco come uno che a suo modo ha pensato di ribellarsi contro il privilegio. Ha fatto dei falsi per rivendicare alla Sicilia i suoi diritti, contro il potere baronale. Ecco, la mia simpatia viene da questo, dal fatto che è stato uno strumento di lotta contro il potere baronale. Tutti i guai della Sicilia - lo ripeto - prendono inizio dal potere baronale che si è poi trasmesso a quella classe che io chiamo borghese-mafiosa .
D.: »Vorremmo sapere in quale libro e in quale personaggio lei è stato più autobiografico .
R.: »Il “Candido” .
D.: »Che cosa è cambiato nella mafia siciliana dagli anni ‘50 ad oggi?
R.: »La mafia da fenomeno rurale è diventata fenomeno cittadino e parapolitico si è trattato di una specie di integrazione nel potere. La mafia non è più apparentemente riconoscibile come un tempo. Personaggi pittoreschi sono stati eliminati e in questo ha avuto la sua funzione la commissione antimafia, appunto eliminando le frange pittoresche della mafia e portandola un po’ più dentro il potere .
D.: »Lei con i suoi libri ha scritto tanto di fatti e personaggi siciliani. Quale contributo potrebbe dare al rinnovamento della cultura e quindi della società civile la riscoperta delle culture locali?
R.: »Credo che la riscoperta delle cultura locali sia un’operazione da fare seriamente. Purtroppo nelle nostre università è entrato, per esempio. Io strutturalismo, una cosa che funziona pressappoco come l’affettatrice della mortadella e allora le culture locali si perdono di vista. Tutto quel che si è conservato si deve a quei poveri galantuomini che senza registratori, senza questi mezzi di oggi. hanno raccolto una messe ingentissima di tradizioni. di usi. di letteratura popolare. Parlo di Pitrè, di Salomone Marino, di Gaetano Di Giovanni. Ora nell’Università si vive di rendita su quello che hanno fatto costoro. Se invece si lavorasse seriamente, questo è il momento della riscoperta delle culture locali. In un certo senso io mi sento uno che riscopre le culture locali .
D.: »Tanta cultura si proclama popolare, ma l’intellettuale appartiene ancora ad una casta il che lo pone al di fuori e al di sopra della gente comune. No?
R.: »Ciò dipende dal carattere della cultura italiana. Per cominciare, dal fatto che c’è un diaframma fra la lingua di ogni giorno e la lingua di uno scrittore. C’è anche il costume dell’intellettuale che è sempre un po’ cortigiano; un po’ conformista, che è quasi sempre col potere. Senza dubbio c’è ancora questo, però è pure vero che per esempio il diaframma tra la lingua di tutti i giorni e quella degli scrittori è stato superato, è stato rotto da uno scrittore come Pirandello. Non da Verga il quale forse questo diaframma l’ha un po’ alimentato. Ma scrittori come Pirandello, cui seguono scrittori come Moravia credo abbiano rotto questo diaframma. Penso che anche lo scrittore italiano sia un po’ mutato. Certo c’è ancora il vizio dei manifesti, delle dichiarazioni, come se lo scrittore effettivamente contasse, mentre invece non conta granché. Io personalmente credo di aver tentato di scrivere per più persone possibile. Non dico che l’abbia fatto volontariamente perché è una ipocrisia dire che lo scrittore scrive per essere inteso dal contadino e dall’operaio. Lo scrittore scrive per se stesso, e per gli altri se stessi. In me c’è quest’essere popolo, questo essere della vita di ogni giorno, a contatto con la realtà e in questo senso, credo di essere uno scrittore un po’ diverso dalla media italiana, e con me altri .
D.: »Nelle ”Parrocchie di Regalpetra” ho letto che per lei la pietà è un terribile sentimento. Un uomo deve amare e odiare, mai avere pietà. Questa affermazione non sovverte le basi su cui si basa tanta morale?
R.: »Alla fine del fascismo io ho avuto un certo movimento di pietà, di cui però negli anni successivi mi sono pentito perché ho visto il fascismo tornare, essere più forte, come forse ancora è. E allora ho fatto questa ritrattazione riguardo alla pietà. Ora debbo dire schiettamente che in questo momento mi sento pieno di pietà .
D.: »Quali sono gli scrittori contemporanei che lei preferisce?
R.: »Calvino innanzi tutto. Poi Moravia. Gadda. Poi vi sono tanti altri scrittori che amo. Per esempio dei siciliani, ma li entra la legittima suspicione per il fatto che io sono siciliano. che sono miei amici. Sono Vincenzo Consolo, Giuseppe Bonaviri, Sebastiano Addamo. Fra gli scrittori della generazione immediatamente precedente alla mia, quello che amo di più è Vitaliano Brancati .
D.: »Cosa pensa delle manifestazioni artistiche nel contesto della crisi di valori che investe la nostra società?
R.: »Quelle manifestazioni che si poggiano generalmente sul denaro pubblico sono sbagliate ed inutili. Le manifestazioni spontanee invece hanno ancora un qualche interesse. In trent’anni non si è mai riusciti ad organizzare seriamente la cultura. L’organizzazione della cultura è in mani burocratiche e il denaro viene distribuito con criteri che si può dire elettoralistici. Perfino l’archeologia risponde a criteri clientelari. Si ha l’impressione che si scavi nelle zone dove c’è un onorevole che riesce a pressare. Quindi sono cose che poco hanno a che fare con la cultura, anche se a volte fortuitamente i risultati possono essere buoni .
D.: »In un’intervista televisiva, lei ha detto: Dio è morto, Marx pure, ma io mi sento bene. Cosa intendeva dire?
R.: »E una battuta di un umorista americano. Dio è morto, Marx pure e io non mi sento tanto bene. Io l’ho modificata dicendo: Dio è morto, Marx pure, ma io sto benissimo, in quanto continuo a scrivere, continuo a vedere le cose per come mi sembra vadano viste. Ma non è un’affermazione apocalittica, poiché non sono certo né che sia morto Dio né che sia morto Marx, anche se dobbiamo riviverli con molto giudizio. Io non sono per le affermazioni ateistiche. Anzi sono convinto che l’ateo non esiste, che l’ateo sia un’invenzione dei preti .
D.: »Cosa pensa degli atti terroristici che sono accaduti negli ultimi anni e che hanno avuto nel rapimento dell’on. Moro il loro culmine?
R.: »Ne penso tutto il male possibile, però ritengo che si debbano analizzare le cause da cui vengono fuori. Questa è la differenza fra alcuni intellettuali che fideisticamente sottoscrivono contro le BR e me. Io ritengo che questi anni siano riprovevoli, condannabili in se. Però se non ci spieghiamo le cause da cui vengono fuori saremo costretti a convivere col terrorismo. Il terrorismo diventerà un fatto endemico ed epidermico in Italia se non cerchiamo di rimuoverne le cause .
D.: »Può darci una visione dell’Italia di oggi?
R.: »E una realtà su cui possiamo pochissimo esercitare il nostro potere intellettivo in questo momento poiché siamo sommersi dalla emotività. Ogni tentativo di spiegarci logicamente i fatti viene all’indomani deluso. Io per esempio ritenevo che a questo punto le BR non potessero più uccidere l’on. Moro anche considerando una loro logica interna, e invece loro dicono di essere passati all’esecuzione della sentenza. Certo questo è un paese dove avvengono fatti uguali a tutto il mondo, ma avvengono con una crudezza e una confusione indicibili. La confusione in questo paese è arrivata al colmo. Voi avete visto, per esempio, la divisione tra coloro che volevano trattare con le BR e coloro che non volevano trattare. Era una cosa insensata, perché per le trattative voi trovate il PSI, LC, i vescovi, gli amici di Moro, la famiglia di Moro; dall’altra invece trovate la DC, il PCI. Da questa parte c’era più sicurezza, era una linea più chiara. Dall’altra c’era una confusione immensa e si è visto il risultato, che le BR non hanno tenuto assolutamente conto di quell’alleanza fra monsignori ed estremisti ed hanno agito in un modo che a mio parere non obbedisce nemmeno ad una logica interna, alla logica del movimento rivoluzionario. Innanzi tutto avrebbero dovuto tener conto che l’abolizione della pena di morte in Italia era un fatto rivoluzionario e che ripristinando la pena di morte loro hanno offerto il modo perché sia ripristinata anche da parte dello Stato, per lo meno hanno dato coraggio a coloro che chiedono che la pena di morte sia ancora una volta legge dello Stato italiano .
D.: »Non le pare che i terroristi rientrino fra gli eretici di cui lei parlava poco fa?
R.: »No, non mi pare proprio. So che l’eresia è sempre qualcosa che da andare avanti. Il terrorismo per quello che provoca è una cosa che fa andare indietro. No, non credo che questo terrorismo sia effettivamente rivoluzionario. Penso anzi che sia uno strumento reazionario, anche se a livello di esecutori c’è una intenzione rivoluzionaria. Negli effetti per quello che provocherà. il terrorismo è reazione, non eresia .
(Trascrizione pubblicata su »L’Ora”, 9 maggio 1979)
Da www.radioradicale.it
Da Nero su nero, di Leonardo Sciascia
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Leggo su un quotidiano di un premio letterario, e della rosa dei libri da cui la giuria estrarrà il vincitore. E ad un certo punto: Sette zero zero riformatore di Franco Venturi, edizione Einaudi. Un attimo di vuoto, di smarrimento, prima che nella mia mente il “sette zero zero” diventi “700” e poi “settecento”. Che è in effetti, rovesciato, il breve processo che ha dato luogo all’errore. E però l’errore non ci sarebbe stato se ad un certo punto la cifra che era stata sostituita alla parola non si fosse incagliata nella mente di un addetto alla telescrivente o di un linotipista che non aveva il più vago sospetto del secolo XVIII riformatore ed era in vece pronto a riconoscere nella cifra un collega o rivale di “007” datosi a chi sa quali segrete e avventurose opere di riforma: e deliberatamente volle sciogliere le cifre in lettere, ad evitare che qualcuno leggesse “settecento” là dove inequivocabilmente si doveva leggere “sette zero zero”.
Ma per quanto sia facile trovare la genesi e modalità dell’errore, difficile è riderci sopra. E sarà magari un’esagerazione: ma per me è uno dei più terrificanti errori in cui mi sia imbattuto sulla carta stampata. Che le barricate di sassi a Praga siano diventati nel titolo di un giornale “barricate di sessi”, può anche essere uno di quegli errori che Savinio attribuiva al subconscio o alla segreta intelligenza della macchina più che alla disattenzione del tipografo; ma il “settecento riformatore” che diventa “sette zero zero riformatore” è ben diverso fenomeno: sorge come su una “tabula rasa”, e assurge a simbolo di una violenza che sta per spazzare ogni traccia di civiltà.