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Discussione: Leonardo Sciascia

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    La vita

    1921: Leonardo Sciascia nasce a Racalmuto, un paese della provincia d’Agrigento ricco solo di miniere di zolfo e di sale. Suo padre è contabile in una miniera. Sciascia è il maggiore di tre fratelli; passerà buona parte della sua infanzia in compagnia delle zie, responsabili di un’educazione prevalentemente laica.
    Anni Trenta: precocemente infastidito dai rituali del regime fascista, il giovane Sciascia legge libri che resteranno per lui fondamentali (Manzoni, Hugo, Casanova, Courier, Diderot), va molto al cinema e a teatro, a Caltanissetta - dove frequenta l’Istituto Magistrale — entra in contatto con ambienti antifascisti. Le sue letture si allargano ai narratori americani (Dos Passos, Hemingway, Faulkner), ad Ungaretti e Montale, ai poeti simbolisti francesi, a filosofi come Spinoza.
    1936: scoppia la guerra di Spagna, un’altra esperienza decisiva nella formazione di Sciascia, che dedicherà uno dei suoi racconti più belli, L’antimonio, alla sofferenza dei disoccupati siciliani mandati da Mussolini a morire per Franco.
    1941: s’impiega presso il consorzio agrario di Racalmuto, come addetto all’ammasso del grano. Quest’impiego gli darà modo di toccare con mano la tragica povertà di contadini, salinari e zolfatari: ne darà testimonianza letteraria nelle Parrocchie di Regalpetra.
    1944: dopo avere abbandonato la facoltà di Magistero di Messina, si sposa con Maria Andronico, una collega maestra; dal matrimonio nasceranno due figlie, Laura e Anna Maria. Comincia a pubblicare poesie, fogli di diario e articoli politico-letterari in alcuni giornali di provincia.
    1948: il fratello di Sciascia, Giuseppe — direttore di una miniera ad Assoro -, si uccide a venticinque anni. È un lutto che segnerà nel profondo la vita di Leonardo, che eviterà quasi sempre di parlare del fratello e della sua morte, della quale non riuscì a spiegarsi la ragione.
    1949: Sciascia comincia a insegnare nelle scuoleelementari di Racalmuto. Farà il maestro fino al 1957, senza una particolare passione per l’insegnamento ma non perdendo mai di vista l’umanità dei suoi alunni, annoiati da una scolarizzazione quasi forzata, profondamente lontana dai loro bisogni primari. Nello stesso ‘49 Sciascia è tra i fondatori della rivista nissena "Galleria", che dirigerà dal 1950 fino alla morte, garantendosi la collaborazione di prestigiosi scrittori e critici, fra i quali Pasolini.
    1950: Sciascia pubblica il suo primo libro, Favole della dittatura, prosette in forma di favola esopiana che precedono di due anni l’uscita della sua unica raccolta di versi, La Sicilia, il suo cuore, e dell’antologia Il fiore della poesia romanesca,edita con una prefazione di Pasolini.
    1953: Sciascia pubblica il saggio Pirandello e il pirandellismo e comincia a collaborare con la "Gazzetta di Parma", recensendo — fra l’altro — con precoce intelligenza critica Finzioni di Jorge Luis Borges. Suoi articoli escono anche su "L’Ora", "Letteratura" e "Nuova Corrente", più tardi su "Tempo Presente" e "Officina".
    1955: la rivista "Nuovi Argomenti" pubblica le sue "Cronache scolastiche", ispirate alla sua esperienza di maestro. L’editore Vito Laterza invita Sciascia a lavorare ancora sul passato e sul presente di Racalmuto per ricavarne un libro intero. Le parrocchie di Regalpetra esce così nel 1956, favorevolmente accolto da critici importanti. Vince anche il premio Crotone.
    1957: Sciascia vince il premio "Libera Stampa" di Lugano, uno dei pochi cui abbia mai accettato di partecipare, per i due racconti La zia d’America e Il Quarantotto.
    1958: questi racconti, insieme a La morte di Stalin, vengono raccolti nel libro Gli zii di Sicilia, edito da Einaudi nella collana dei "Gettoni" diretta da Elio Vittorini. Nel ’61, una nuova edizione del libro sarà arricchita da L’antimonio.
    1961: Sciascia pubblica il romanzo "giallo" Il giorno della civetta che è, ancora oggi, il suo libro più famoso, il più venduto, il primo a essere tradotto all’estero; un romanzo nel quale per la prima volta la mafia viene rappresentata nel suo momento di passaggio dal dominio delle campagne al dominio delle città. Nello stesso anno Sciascia raccoglie alcuni saggi di critica letteraria nel libro Pirandello e la Sicilia.
    1963: Sciascia pubblica Il Consiglio d’Egitto, un atipico romanzo storico, ispirato a reali vicende della Palermo di fine Settecento.
    1964: è l’anno di Morte dell’inquisitore, inchiesta storica fondata su documenti d’archivio relativi al monaco racalmutese Diego La Matina, condannato come eretico dall’Inquisizione spagnola. Nello stesso anno Sciascia si accosta al teatro con I mafiosi , riscrivendo in italiano una commedia dialettale ottocentesca, I mafiusi di la Vicaria di Giuseppe Rizzotto e Gaspare Mosca, che utilizza come un canovaccio per ribaltarne il significato filomafioso.
    1965: scrive la sua prima pièce, L’onorevole, testo che non ebbe fortuna sulle scene ma che, riletto oggi, assume un forte rilievo profetico circa le vicende della "Tangentopoli" italiana; pubblica anche Feste religiose in Sicilia, un saggio assai polemico sulla religiosità dei siciliani accompagnato da fotografie di Ferdinando Scianna
    1966: Sciascia pubblica un altro fortunato romanzo poliziesco, A ciascuno il suo, un’altra storia di una mafia "ormai urbana e totalmente politicizzata". Nello stesso anno Sciascia confessa a Calvino, in una lettera, una personale condizione di disagio che si sostanzia del proprio essere siciliano, abitante cioè di un’isola talmente rappresentata e sviscerata dall’arte e dalla letteratura da essere diventata evanescente, anzi morta o "desertificata".
    1967: Sciascia si trasferisce a Palermo dove si crea intorno a lui un nutrito cenacolo di scrittori e artisti che darà vita a interessanti esperienze culturali, prima fra tutte la casa editrice Sellerio. Per Sellerio Sciascia dirigerà, nei fatti ma mai nominalmente, le collane "La civiltà perfezionata" e "La memoria". Nello stesso anno pubblica l’antologia Narratori di Sicilia, scritta in collaborazione con Salvatore Guglielmino, e traduce il dialogo La veglia a Benincarlò di Manuel Azaña, un testo che Sciascia giudica "la più alta, nobile e solitaria espressione dell’angoscia del far politica che ogni uomo politico dovrebbe sentire".
    1969: scrive Recitazione della controversia liparitana dedicata ad A.D., un testo che dà la misura di quanto Sciascia sia capace di alludere al presente (l’invasione dei carri armati sovietici in Cecoslovacchia: l’A.D. della dedica è Alexander Dubcek, il leader della Primavera di Praga) parlando del passato (una contesa fra autorità politica ed ecclesiastica nella Sicilia del Settecento). Comincia a collaborare con il "Corriere della Sera". Nel ’72 passerà alla "Stampa", per poi alternare fasi di collaborazione esclusiva a uno dei due giornali a fasi in cui distribuiva i suoi articoli fra l’uno e l’altro quotidiano.
    1970: Sciascia va in pensione e pubblica la raccolta di saggi La corda pazza, dedicata a scrittori ed artisti siciliani, nell’ambito della quale spicca il concetto di "sicilitudine", la condizione dell’uomo siciliano perennemente insidiato dall’insicurezza. Ma la sua visione narrativa del mondo sta cambiando: non è più esclusivamente legata ai problemi della Sicilia ma diventa sempre più universale, polemica, "di secondo grado" e connotata dalla riflessione etica (cresce l’influsso di Montaigne).
    1971: pubblica Il contesto, un implacabile e amaro apologo in forma di romanzo e di parodia, che suscita feroci polemiche con i critici vicini al Pci, adirati dalla sua tesi di fondo: che cioè nel viluppo, nel "contesto" di poteri criminali che governano lo Stato in modo onnipotente, anche il maggior partito d’opposizione decide coscientemente che la ragion di Stato coincide con "la ragion di partito". Nello stesso anno Sciascia scrive Atti relativi alla morte di Raymond Roussel, un piccolo libro molto importante perché, nel cercare di risolvere il mistero della morte a Palermo dello scrittore francese, riprende e precisa, dopo Morte dell’inquisitore, i contorni di quel genere letterario (risalente al Manzoni della Storia della colonna infame) che è l’inchiesta storico-letteraria basata su documenti letterari, giornalistici o d’archivio.
    1973: raccoglie i suoi racconti più brevi, già editi negli anni sessanta in svariate sedi, nel libro Il mare colore del vino.
    1974: pubblica Todo modo, implacabile romanzo-pamphlet sull’Italia democristiana e gesuitica, infarcito di riferimenti artistico-letterari.
    1975: nonostante le frequenti polemiche con i critici di fede comunista, Sciascia accetta di candidarsi come indipendente nelle liste del Pci nelle elezioni comunali di Palermo. Eletto, si dimetterà presto, disgustato dalla politica del "compromesso storico" fra Pci e Dc. Nello stesso anno pubblica La scomparsa di Majorana, un’inchiesta dedicata alla fine misteriosa del geniale fisico catanese Ettore Majorana che è anche l’occasione per sviluppare polemiche riflessioni sulla responsabilità storiche della scienza. Ne deriverà un’accesa polemica col fisico Edoardo Amaldi.
    1976: pubblica I pugnalatori, un’altra indagine d’archivio dedicata a una congiura palermitana del 1862 che Sciascia però legge in chiave attualizzante, con riferimento alla cosiddetta "strategia della tensione" degli anni Sessanta-Settanta.
    1977: Sciascia comincia a trascorrere alcuni mesi dell’anno a Parigi, dove si concluderà il viaggio esistenziale del protagonista del suo nuovo romanzo, Candido ovvero un sogno fatto in Sicilia, "un’operazione liberatoria" da miti ingombranti come il cristianesimo, il comunismo, la psicoanalisi, perfino l’Illuminismo. Un romanzo che nasce come riscrittura del capolavoro di Voltaire e finisce per essere una testimonianza efficace di tensioni e problemi dell’Italia contemporanea.
    1978: dall’evento più tragico degli "anni di piombo" nasce L’affaire Moro, il pamphlet col quale Sciascia analizza le lettere che Moro prigioniero inviava a familiari, colleghi e amici, e ne ricava un’analisi critica dell’atteggiamento deciso, con il determinante appoggio del Pci, dal governo italiano guidato da Giulio Andreotti: non trattare con le BR la liberazione del prigioniero.
    1979: Sciascia pubblica tre libri, apparentemente diversi ma in realtà molto simili, per la vena polemica che circola fra le loro pagine: Nero su nero, una sorta di diario in pubblico composto di lacerti spesso quasi epigrammatici; La Sicilia come metafora, una lunga intervista autobiografica curata dalla giornalista francese Marcelle Padovani; Dalle parti degli infedeli, una breve inchiesta storica sulla persecuzione che le gerarchie ecclesiastiche misero in atto nei confronti di monsignor Ficarra, un vescovo siciliano che si opponeva a un uso politico del mandato pastorale. Ma il 1979 è soprattutto l’anno in cui Sciascia accetta la proposta del Partito Radicale per una candidatura alle elezioni politiche. L’esperienza parlamentare sarà per lui soprattutto un mezzo per indagare sul caso Moro, come membro della commissione parlamentare d’inchiesta. Alla fine dei lavori della commissione, nel 1982, Sciascia non condividerà le conclusioni del relatore di maggioranza ed esprimerà tutte le sue perplessità in una relazione di minoranza, pubblicata in appendice a una ristampa dell’Affaire Moro.
    1981-1986: negli anni del mandato parlamentare Sciascia non scrive romanzi ma solo libri-intervista (Conversazione in una stanza chiusa con lo scrittore piemontese Davide Lajolo), raccolte di saggi (lo straordinario Cruciverba), divagazioni memoriali o bibliofile (Kermesse — poi ampliato in Occhio di capra -, ricordi, parole, motti racalmutesi, cui andrà il premio Nonino; la fantasticheria su Stendhal e la Sicilia; Per un ritratto dello scrittore da giovane, un omaggio a Borgese), "cronachette" (Il teatro della memoria, dedicato alla vicenda pirandelliana dello smemorato di Collegno; La sentenza memorabile, sull’analogo caso del francese Martin Guerre; Cronachette, che vince il premio Bagutta; La strega e il capitano, su un caso di stregoneria nella Milano seicentesca, scoperto a margine dei testi manzoniani): c’è una vera e propria sfiducia ideologica nella possibilità che il romanzo possa interpretare con i mezzi consueti una realtà tanto complessa e che richiede un’immersione così coinvolgente in essa.
    1982: dopo l’assassinio mafioso del prefetto di Palermo, generale Dalla Chiesa, lo scrittore, rifiutatosi di elogiare incondizionatamente la sua azione, viene accusato dal figlio del generale, Nando Dalla Chiesa, di voler "fare il gioco della mafia". Una vicenda analoga si ripeterà nel 1987, quando Sciascia - di fronte alla campagna contro la mafia del sindaco di Palermo Leoluca Orlando e alla promozione a procuratore della repubblica di Marsala di Paolo Borsellino, un giudice del pool antimafia di Palermo preferito a un altro magistrato più anziano che però non aveva mai preso parte a processi contro la mafia -, vorrà suonare un campanello d’allarme in difesa del rispetto rigoroso delle leggi e contro la possibilità che si utilizzi "l’antimafia come strumento di potere", un po’ com’era successo in epoca fascista. Sciascia è investito da un uragano di accuse, tutte volte a sottolinearne la "oggettiva" complicità con la mafia: si distinguono in questo coro il Coordinamento antimafia di Palermo e il giornalista Giampaolo Pansa. Lo scrittore replica puntualmente, sottolineando di aver fatto, a proposito di Borsellino, un discorso di metodo procedurale e non di merito (come d’altronde il giudice aveva perfettamente capito).
    1983: compie un viaggio in Spagna, ricavandone una serie di articoli per il "Corriere della sera", i migliori dei quali, insieme a splendide foto di Scianna, comporranno il libro Ore di Spagna,curato nel 1988 da Natale Tedesco. Nello stesso anno viene arrestato, sulla base delle infondate accuse di alcuni camorristi collaboratori di giustizia, il presentatore televisivo Enzo Tortora: Sciascia si dichiara certo della sua innocenza, e presiede un comitato "per la giustizia giusta" che propone la candidatura di Tortora alle elezioni del 1984 per il parlamento europeo (il presentatore sarà eletto nelle liste radicali).
    1986: pubblica 1912+1, una "cronachetta" più lunga e divertita del solito, dedicata a un celebre caso giudiziario di primo Novecento.
    1987: il problema della giustizia diventa centrale nella riflessione di Sciascia, grazie anche all’attenzione con cui segue l’attività internazionale di Amnesty International. Pubblica Porte aperte, un affascinante libro contro la pena di morte, ispirato alla vicenda del magistrato racalmutese Salvatore Petrone. Esce nella collana Classici Bompiani il primo tomo delle sue Opere complete, curate dal fedele critico francese Claude Ambroise secondo un piano editoriale concordato con Sciascia stesso. Gli altri due volumi usciranno postumi.
    1988: Sciascia, da tempo malandato in salute, scopre di soffrire di una rara forma tumorale al midollo osseo, che lo costringerà a cure lunghe e dolorose. Commovente testimonianza di tale calvario è il romanzo "giallo" Il cavaliere e la morte, un capolavoro intarsiato di riflessioni sul presente e sul futuro dell’Italia e dell’umanità.
    1989: poco prima di morire, nel mese di novembre, Sciascia pubblica diversi libri: Una storia semplice, uno smilzo racconto poliziesco, morale e politico insieme; Alfabeto pirandelliano, delizioso libretto dedicato all’autore per lui più importante; la raccolta di saggi Fatti diversi di storia letteraria e civile; A futura memoria (se la memoria ha un futuro), che raccoglie i suoi principali interventi di polemica politica e civile degli anni ottanta, compresi quelli su mafia e antimafia.



    Da www.amicisciascia.it

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    Le opere

    Favole della dittatura, Bardi, Roma 1950.
    1. La Sicilia, il suo cuore, con disegni di Emilio Greco, Bardi, Roma 1952.
      Pirandello e il pirandellismo, con lettere inedite di Pirandello a Tilgher, Salvatore Sciascia, Caltanissetta-Roma 1953.
      Le parrocchie di Regalpetra, Laterza, Roma-Bari 1956; 2° ed. accresciuta del capitolo La neve, il Natale, ivi 1963.
      Gli zii di Sicilia, Einaudi, Torino 1958; 2° ediz. accresciuta del racconto L'antimonio, ivi 1961.
      Il giorno della civetta, Einaudi, Torino 1961.
      Pirandello e la Sicilia, Salvatore Sciascia, Caltanissetta-Roma 1961.
      Il Consiglio d'Egitto, Einaudi, Torino 1963.
      Morte dell’inquisitore, Laterza, Roma-Bari 1964.
      L'onorevole, Einaudi, Torino 1965, con una nota introduttiva non ripubblicata successivamente.
      A ciascuno il suo, Einaudi, Torino 1966; 2° ed. accresciuta di una nota dell’autore, ivi 1967.
      Racconti siciliani, con acquaforte di Emilio Greco, Istituto Statale d’Arte, Urbino 1966 (poi in Il mare colore del vino, vedi infra).
      Recitazione della controversia liparitana dedicata ad A.D., Einaudi, Torino 1969.
      La corda pazza. Scrittori e cose della Sicilia, Einaudi, Torino 1970.
      Atti relativi alla morte di Raymond Roussel, con un saggio di Giovanni Macchia e un’incisione di Fabrizio Clerici, Edizioni Esse, Palermo 1971; 2° ed. Sellerio, Palermo 1979.
      Il contesto. Una parodia, Einaudi, Torino 1971.
      I mafiosi, in "Il Dramma", nn.11-12, 1972; poi in volume - con L'onorevole e Recitazione della controversia liparitana -, Einaudi, Torino 1976.
      Il mare colore del vino, Einaudi, Torino 1973.
      Todo modo, Einaudi, Torino 1974.
      La scomparsa di Majorana, Einaudi, Torino 1975; 2° ed. con una postfazione di Lea Ritter Santini, ivi 1985.
      I pugnalatori, Einaudi, Torino 1976.
      Candido ovvero un sogno fatto in Sicilia, Einaudi, Torino 1977.
      L'affaire Moro, Sellerio, Palermo 1978; 2° ed. accresciuta della Relazione di minoranza presentata dal deputato Leonardo Sciascia, ivi 1983.
      Dalle parti degli infedeli, Sellerio, Palermo 1979.
      Nero su nero, Einaudi, Torino 1979.
      Il teatro della memoria, Einaudi, Torino 1981.
      Kermesse, Sellerio, Palermo 1982 (poi in Occhio di capra, vedi infra).
      La sentenza memorabile, Sellerio, Palermo 1982.
      Cruciverba, Einaudi, Torino 1983.
      Stendhal e la Sicilia, Sellerio, Palermo 1984 (poi in Fatti diversi di storia letteraria e civile, vedi infra).
      Occhio di capra, Einaudi, Torino 1984; 2° ed. ampliata, Adelphi, Milano 1990.
      Cronachette, Sellerio, Palermo 1985.
      Per un ritratto dello scrittore da giovane, Sellerio, Palermo 1985.
      La strega e il capitano, Bompiani, Milano 1986.
      1912+1, Adelphi, Milano 1987.
      Porte aperte, Adelphi, Milano 1987.
      Il cavaliere e la morte. Sotie, Adelphi, Milano 1988.
      Alfabeto pirandelliano, Adelphi, Milano 1989.
      Fatti diversi di storia letteraria e civile, Sellerio, Palermo 1989.
      Una storia semplice, Adelphi, Milano 1989.
      A futura memoria (se la memoria ha un futuro), Bompiani, Milano 1989.

      A.2. Opere incluse nell’opera omnia, ma non pubblicate come volumi autonomi.

      Arrivano i nostri: racconto pubblicato in "Galleria", n.1, 1963; poi in Racconti siciliani ma non in Il mare colore del vino.
      Manzoni e il linciaggio del Prina: "cronachetta" pubblicata nell’edizione francese del libro omonimo (Fayard, Paris 1986), ma non in quella italiana; ora in Prineide. La tragica fine di un ministro delle finanze, a cura di Umberto Gualdoni, Interlinea, Novara 1996.
      Garibaldi e il padre Buttà: "cronachetta" pubblicata nell’edizione francese del libro omonimo (Fayard, Paris 1986), ma non in quella italiana.

      B. Opere complete.
      Opere 1956-1971, a cura di Claude Ambroise, Bompiani, Milano 1987. Il volume comprende l’intervista 14 domande a Leonardo Sciascia di C.Ambroise, il saggio introduttivo di Ambroise Verità e scrittura, una Cronologia, una Nota ai testi.

      Opere 1971-1983, a cura di Claude Ambroise, Bompiani, Milano 1989. Il volume comprende il saggio introduttivo di Ambroise Pòlemos, una Cronologia, una Nota ai testi.
      Opere 1984-1989, a cura di Claude Ambroise, Bompiani, Milano 1991. Il volume comprende il saggio introduttivo di Ambroise Inquisire / Non inquisire, una Cronologia, una Nota ai testi, un’Appendice, una Fortuna critica e una Bibliografia.
      Œuvres complètes I 1956-1971, édition établie, prefacée et annotée par Mario Fusco, Fayard, Paris 1999. Il volume comprende una prefazione di Fusco, una Cronologia, note ad ogni testo, un Glossario e un Indice.
      Œuvres complètes I 1971-1983, édition établie, prefacée et annotée par Mario Fusco, Fayard, Paris 2000. Il volume comprende una prefazione di Fusco, una Cronologia, note ad ogni testo, un Glossario e un Indice.


      C. Altre opere di Sciascia pubblicate in vita.
      C.1. Raccolte di saggi.
      Ore di Spagna, a cura di Natale Tedesco, con fotografie di Ferdinando Scianna, Pungitopo, Marina di Patti (ME) 1988. Seconda edizione Bompiani, Milano, 2000.
      C.2. Racconti.
      Paese con figure, in "Galleria", agosto 1949.
    • Una kermesse, in "Galleria", ottobre-dicembre 1949. Poi in "Malgrado tutto", settembre 1993.
    La sesta giornata, in "Officina", n.7, 1958; poi in La noia e l'offesa, Sellerio, Palermo 1976.
    Il soldato Seis, in "Valbona", marzo 1958.
    La paga del sabato, in AA.VV., I giorni di tutti, Edindustria Editoriale, Roma 1960.
    Il bracciante sulla luna, in Racconti nuovi, a cura di D.Rinaldi e L.Sbrana, Editori Riuniti, Roma 1960.
    La trovatura, in "L’Unità", 2 aprile 1962. Poi in "Malgrado tutto", giugno 1990.
    Il lascito, "La Fiera Letteraria", 18 ottobre 1964.
    La laurea, in "Corriere della Sera", 13 giugno 1970.
    La carte souvenir, in AA.VV., Cronache d’autore, dossier di "Le Monde Diplomatique", n.10, Rosenberg & Sellier, Torino 1981.
    La frode, con acqueforti di Francesca Jacona e una tavola fuori testo di Arthur Loosli, Orizzonti Bibliofilia Italiana, Catania 1982.
    Una commedia siciliana, con illustrazioni di Bartolo De Raffaele e acqueforti di Antonio Calascibetta, Orizzonti Bibliofilia Italiana, Catania 1983.

    C.3. Racconti per l’infanzia.
    Cola Pesce, con illustrazioni di S.Sautier, Emme edizioni, Milano 1975.
    C.4. Interviste impossibili.
    Intervista impossibile con Maria Sofia, regina di Napoli, in AA.VV., Le interviste impossibili, Bompiani, Milano 1975.

    Intervista impossibile con il Generale Jaruzelski, in "Nuovi Argomenti", terza serie, n.1, 1982.
    Intervista impossibile con Napoleone, in "L’Espresso", 22 gennaio 1989; poi ristampata in Leonardo Sciascia. La memoria, il futuro, a cura di Matteo Collura, Bompiani, Milano 1999.
    C.5. Adattamenti teatrali

    Il sicario e la signora, atto unico, in "Nuovi Argomenti", terza serie, numero speciale, 1985. Rappresentato per la prima volta nel 1985 a Spoleto, con la regia di Giorgio Albertazzi e l’interpretazione di Luigi Diberti e Paola Bacci.

    Quando non arrivarono i nostri, con Antonio Di Grado, atto unico, in AA.VV., Trittico, Domenico Sanfilippo, Catania 1989. Rappresentato per la prima volta dal Teatro Stabile di Catania nel 1989, con la regia di Corrado Calenda.

    C.6. Antologie.
    Il fiore della poesia romanesca, Salvatore Sciascia, Caltanissetta-Roma 1952.

    Narratori di Sicilia, con Salvatore Guglielmino, Mursia, Milano 1967; seconda edizione ampliata da Salvatore Guglielmino, ivi, 1991.
    La noia e l’offesa. Il fascismo e gli scrittori siciliani, Sellerio, Palermo 1976.
    Delle cose di Sicilia, Sellerio, Palermo 1980-86.

    C.7. Curatele.
    Pietro Paolo Trompeo, L’azzurro di Chartres e altri capricci, Salvatore Sciascia, Caltanissetta-Roma, 1958.

    Giovanni Verga, fascicolo speciale di "Galleria", gennaio-aprile 1965.
    Pier Paolo Pasolini, Dal diario (1945-1947), Salvatore Sciascia, Caltanissetta-Roma 1979.
    Vitaliano Brancati, Opere 1932-1946, Bompiani, Milano 1987.
    Omaggio a Pirandello. Almanacco Bompiani 1987, Bompiani, Milano 1987.
    Alberto Savinio, Opere. Scritti dispersi tra guerra e dopoguerra, Bompiani, Milano 1989.

    C.8. Traduzioni.
    Walt Whitman, Il poeta, in "Vita Siciliana", n.14, 1945.

    Federico Garcìa Lorca, Il lamento per Ignazio Sanchez, in "Rendiconti", n.1, 1961. Con una nota introduttiva, Del tradurre. La traduzione viene ripubblicata in F.Garcìa Lorca, Lamento per Ignazio Sanchez Mejias, a cura di Giovanni Raboni, Guanda, Milano 1978. Nel numero successivo di "Rendiconti" vengono pubblicati Una lettera di Oreste Macrì e Un biglietto di Leonardo Sciascia.
    Manuel Azaña, La veglia a Benincarlò, con Salvatore Girgenti, Einaudi, Torino 1967.
    Il re delle sette montagne, in Novelline popolari siciliane, Sellerio, Palermo 1978.
    Anatole France, Il procuratore della Giudea, Sellerio, Palermo 1980.
    Pedro Salinas, Morte del sogno, Sellerio, Palermo 1981.
    D. Raccolte di scritti postume.
    Leonardo Sciascia e "Malgrado tutto". Scritti di Leonardo Sciascia sul giornale del suo paese, a cura di Salvatore Restivo, Editoriale "Malgrado tutto", Racalmuto (AG) 1991.
    Quaderno, a cura di Vittorio Nisticò e Mario Farinella, Nuova Editrice Meridionale, Palermo 1991. Raccoglie articoli pubblicati da Sciascia sul quotidiano palermitano "L’Ora".
    Le maschere e i sogni. Scritti di Leonardo Sciascia sul cinema, a cura di Sebastiano Gesù, Maimone, Catania 1992.
    Per un ritratto dello scrittore da giovane, a cura di Maria Andronico Sciascia, Adelphi, Milano 2000.

    E. Interventi parlamentari.
    Dell’attività parlamentare di Sciascia si occupa specificamente il volume di Andrea Maori Leonardo Sciascia. Elogio dell’eresia, La Vita Felice, Milano 1995, che riporta ampi stralci degli interventi parlamentari.


    • Alcuni dei suoi interventi alla Camera dei deputati sono stati pubblicati, a cura di O.Barrese e J.Calapso, sulla rivista "Euros", n.1, 1993, insieme a testimonianze di Alfonso Madeo, Marco Boato, Igor Man e Fernando Savater.
    Su Sciascia deputato cfr. anche Angiolo Bandinelli, Candide in parlamento, in Il piacere di vivere. Leonardo Sciascia e il dilettantismo [V].


    F. Principali prefazioni, recensioni e articoli non ripubblicati in volume.

    • Nota a Quasimodo, in "Vita Siciliana", ottobre 1944.
    Per una più dettagliata bibliografia sui testi dedicati da Sciascia all’arte cfr. Izzo F., Come Chagall vorrei cogliere questa terra. Leonardo Sciascia e l’arte, in La memoria di carta, a cura di V.Fascia, Edizioni Otto/Novecento, Milano 1998.

    • G. Recensioni teatrali non ripubblicate.
      Sei personaggi meno una frase, in "L’Espresso", 14 gennaio 1979.

      Ingoiate una pillola Feydeau, in "L’Espresso", 28 gennaio 1979.
      Molière secondo Ivan Illich, in "L’Espresso", 18 febbraio 1979.
      Toh! Voltaire sta piangendo, in "L’Espresso", 29 aprile 1979.
      Tararà, di’ la verità, in "L’Espresso", 18 novembre 1979.
      Se Pirandello fosse donna, in "L’Espresso", 2 dicembre 1979.
      Pirandello è fuori di sé, in "L’Espresso", 20 gennaio 1980.
      Marionette che paura! , in "L’Espresso", 16 marzo 1980.
      Priapo e la Pulcella, in "L’Espresso", 23 marzo 1980.
      Per favore poco caviale, in "L’Espresso", 13 aprile 1980.
      Una scorzetta di Pirandello, in "L’Espresso", 16 novembre 1980.
      Carabiniere in cerca d’autore, in "L’Espresso", 23 novembre 1980.
      Dài guitto, divertiamoci, in "L’Espresso", 28 dicembre 1980.
      I pensionati della memoria, in "L’Espresso", 26 luglio 1981.
      Il cameriere è un cameriere, in "L’Espresso", 2 agosto 1981.
      Tutto fuorché il destino, in "L’Espresso", 16 agosto 1981.
      Diderot fra i carri armati, in "L’Espresso", 29 novembre 1981.
      Parola di re sarò puntuale, in "L’Espresso", 3 aprile 1983.
      O la forma o la vita, in "L’Espresso", 22 maggio 1983.

      H. Interviste.

      H.1. Interviste raccolte in volume.
      La Sicilia come metafora, a cura di Marcelle Padovani, Stock, Paris 1979; traduzione italiana Mondadori, Milano 1979.
      Laura Lilli, Voci dall'alfabeto. Interviste con Sciacia, Moravia, Eco, Roma, Minimum Fax, 2000

      I. Lettere.
    una lettera a Paolo Borsellino (in "Panorama", 28 gennaio 1994); una lettera a Italo Calvino del 22 novembre 1965 (in "La Stampa — Tuttolibri" del 25 novembre 1989); due lettere di Sciascia a Cesare Interlandi (con una relativa risposta) sono state riprodotte fotograficamente in G.Mughini, L'affaire Interlandi, in "Epoca-Storia illustrata", 21 gennaio 1990; una lettera ad Antonio Motta del 24 giugno 1976 (in "L'Almanacco dell'Altana", 1999, anticipata dal "Corriere della Sera" del 25 Novembre 1998); cinque lettere a Valerio Volpini, comprese fra il 9 dicembre 1955 e il 12 agosto 1970 (in "Letture", marzo 1999). Quattro lettere di Italo Calvino a Sciascia si leggono in I.Calvino, I libri degli altri. Lettere 1947-1981, a cura di G.Tesio, Einaudi, Torino 1991; due di esse, con altre quattro e una nota introduttiva di Calvino, si leggono in "L’Arc", n.77, 1979, tradotte in francese da J.N.Schifano, e poi — in italiano — in "Forum Italicum", n.1, 1981.
    Una trascrizione completa delle lettere di Jorge Guillèn a Sciascia si trova in Pedro Luis de Guevara, Affinità elettive Spagna-Sicilia firmato Guillén, "La Sicilia - Stilos", 21 dicembre 1999. L’articolo offre anche una sintesi delle lettere inviate da Sciascia a Guillèn.
    Diverse lettere di Pier Paolo Pasolini a Sciascia si leggono in P.P.Pasolini, Lettere 1940-1954, a cura di N.Naldini, Einaudi, Torino 1986 e P.P.Pasolini, Lettere 1955-1975, a cura di N.Naldini, Einaudi, Torino 1988.
    • Una trascrizione quasi completa di cinque lettere di Elio Vittorini a Sciascia si trova in un articolo di Domenica Perrone ("La Sicilia - Stilos", 12 ottobre 1999).

      L. Polemiche.
      Rago M., recensione a Il contesto, in "L’Unità", 15 dicembre 1971.
    Pedullà W., Pettegolezzi politico-morali, in "Avanti!", 2 gennaio 1972, poi in La letteratura del benessere, Bulzoni, Roma 1973.
    Ungari P., Un romanziere e tre citazioni, in "La Voce Repubblicana", 8 gennaio 1972.
    Pampaloni G., Un nuovo giallo di Sciascia, in "Corriere della sera", 9 gennaio 1972.
    Spinella M., Il contesto di Sciascia, in "Rinascita", 21 gennaio 1972.
    Pedullà W., Solidarietà con Sciascia per difendere se stessi, in "Avanti!", 23 gennaio 1972.
    Colajanni N., Dalla Sicilia alla metafisica, in "L’Unità", 26 gennaio 1972.
    Guttuso R., Un "caso" non banale, in "L’Unità", 1 febbraio 1972.
    Macaluso E., Il "Contesto" della rassegnazione, in "L’Unità", 5 febbraio 1972.
    Lombardo Radice L., Nuove forme di un vecchio male, in "L’Unità", 11 febbraio 1972.
    Virdia F., Il contesto di L.Sciascia e la critica scleromarxista, in "La Voce Repubblicana", 11 febbraio 1972.
    Volpini V., L’occhio sul potere e sulla coscienza che lo inquina, in "Avvenire", 13 febbraio 1972.
    Sciascia risponde ai suoi inquisitori, intervista di Corrado Stajano, in "Tempo Illustrato", 27 febbraio 1972.
    Virdia F., La marmellata del potere, in "La Voce Repubblicana", 16 febbraio 1972.
    Raboni G., Amarezze poliziesche, in "Quaderni piacentini", n.46, marzo 1972.
    Roversi R., Un passo avanti e uno indietro, in "Giovane critica", n.29, 1972.
    Gli articoli, tranne il secondo di Pedullà, l’intervista di Stajano e il secondo di Virdia, sono tutti ripubblicati in Leonardo Sciascia. La verità, l'aspra verità, a cura di Antonio Motta, Lacaita, Manduria (LE) 1985.
    polemica su femminismo e matriarcato
    Sciascia L., Le zie di Sicilia, intervista di Franca Leosini, in "L’Espresso", 27 gennaio 1974.
    Ravaioli C., Replica a Sciascia, in "Il Giorno", 24 gennaio 1974.
    Cambria A., Matriarcato. Effe risponde a Leonardo Sciascia, in "L’Espresso", 3 febbraio 1974.
    Maraini D., Io, siciliana, in "L’Ora", 12 febbraio 1974.
    Maraini D., Matriarcato e mammismo, in "Paese sera", 15 febbraio 1974.
    I padri della fallocultura, a cura di L.Caruso-B.Tomasi, Sugarco, Milano 1974.
    polemica su La scomparsa di Majorana
    Amaldi E., L’atomica non l’ha scoperta lui, in "L’Espresso", 5 ottobre 1975.
    Sciascia L.- Amaldi E., Duello intorno a una bomba, in "L’Espresso", 12 ottobre 1975.
    Lombardo Radice L., Scienza e moralità nel "giallo" Majorana, in "L’Unità", 2 novembre 1975.
    Recami E., Majorana, l’altra verità, in "La Stampa", 29 novembre 1975.
    Amaldi E., Perché si uccise Ettore Majorana, in "Corriere della sera", 30 novembre 1975.
    Recami E., Perché la polemica tra Amaldi e Sciascia, in "La Sicilia", 9 dicembre 1975.
    Sciascia L., Majorana, l’atomo e il no alla scienza, in "La Stampa", 24 dicembre 1975.
    Sciascia L., Lettera al direttore, in "L’Espresso", 24 dicembre 1975.
    Recami E., Majorana: una risposta a Sciascia, in "La Stampa", 25 gennaio 1976.
    Amaldi E., Gli scopritori dell’energia atomica volevano utilizzarla in medicina, in "Corriere della sera", 4 febbraio 1976.
    Recami E., Lo scienziato innocente, in "La Sicilia", 7 febbraio 1976.
    Amaldi E., Fu Einstein a spingere per l’atomica, in "Corriere della sera", 11 febbraio 1976.
    La polemica è ricostruita in Ritter Santini L., Uno strappo nel cielo di carta, postfazione a L.Sciascia, La scomparsa di Majorana, 2° ed. 1985.
    polemica su coraggio e viltà degli intellettuali
    AA.VV., Coraggio e viltà degli intellettuali, a cura di Domenico Porzio, Mondadori, Milano 1977.
    polemica su L’affaire Moro e il terrorismo
    Scalfari E., La passione di Moro secondo Sciascia, in "la Repubblica", 17 settembre 1978.
    Scalfari E., [L’affaire Moro], in "la Repubblica", 22 settembre 1978.
    Montanelli I., L’affaire Sciascia, in "Il Giornale", 15 ottobre 1978.
    Dibattito su L’affaire Moro, in "L’Espresso", 22 ottobre 1978.
    Galante Garrone A., Moro: le ragioni di un uomo e l’abiezione dei torturatori, in "La Stampa — Tuttolibri", 28 ottobre 1978.

    Spinazzola V., Sciascia, la pretesa della verità, in "L’Unità", 28 ottobre 1978, poi in Dopo l’avanguardia, Transeuropa, Ancona-Bologna 1989.
    Processo al romanziere Sciascia, in "La Nazione", 5 novembre 1978.
    Pomilio M., Un brutto "affaire", in "Il Mattino", 12 novembre 1978.
    Tobagi W., L’affaire Moro, in "Il Mondo", 22 novembre 1978.
    Chinol E., Il potere non abita più qui, in "L’Espresso", 26 novembre 1978.
    Sciascia L., La palma va a nord, a cura di Valter Vecellio, Edizioni Quaderni Radicali, Roma 1980; 2° ed. Gammalibri, Milano 1982.
    polemica con Berlinguer e Guttuso
    Sciascia L., Lettera di Sciascia a Guttuso, in "L’Espresso", 31 maggio 1980.
    Intervista a Sciascia, in "Panorama", 2 giugno 1980.
    Sciascia L., La palma va a nord, a cura di Valter Vecellio, Edizioni Quaderni Radicali, Roma 1980; 2° ed. Gammalibri, Milano 1982.
    polemica su mafia e antimafia
    La palma va a nord, a cura di Valter Vecellio, Edizioni Quaderni Radicali, Roma 1980; 2° ed. Gammalibri, Milano 1982.
    Dalla Chiesa N., Delitto imperfetto. Il generale, la mafia, la società italiana, Mondadori, Milano 1984.
    Sciascia L., A futura memoria (se la memoria ha un futuro), Bompiani, Milano 1989.
    Arlacchi P., La coerenza di Sciascia, in "L’Indice", marzo 1988.
    Esposito E., La nuda verità, in "L’Indice", marzo 1988, poi in Fra Otto e Novecento, Marcos Y Marcos, Milano 1996.
    Maghenzani G., Capitano Bellodi, a rapporto, in "L’Indice", giugno 1988.
    Piersanti U., Tutto, ma non l’assoluto, in "L’Indice", giugno 1988.
    Esposito E., Completi e fuorimoda, in "L’Indice", luglio 1988.
    Dalla Chiesa N., Storie di boss ministri tribunali giornali intellettuali cittadini, Einaudi, Torino 1990.
    Sciascia e i professionisti dell’antimafia, in "Antimafia", n.2, 1992.
    Lupo S., Storia della mafia dalle origini ai giorni nostri, Roma, Donzelli, 1993.
    polemica su Gramsci e Grieco
    Canfora L., Togliatti e i dilemmi della politica, Laterza, Roma-Bari 1989.
    Sciascia L., Gramsci e quella strana lettera da Mosca, in "La Stampa", 17 marzo 1989.
    Canfora L., L’affare Gramsci: non ci fu tradimento, in "La Stampa", 19 marzo 1989.
    Sciascia L., Ma Gramsci sapeva, in "La Stampa", 22 marzo 1989.
    Canfora L., Gramsci e i suoi compagni, in "La Stampa", 24 marzo 1989.
    La polemica è criticamente ricostruita in Rapisarda S., L’ultima polemica di Sciascia, in "Segno", n.209, 1999.


    UNA CARTOLINA DI SCIASCIA DEL 1956 [24.04.2001]
    Dal sito internet www.maremagnum.com, si accede a una ricca banca dati di libri antichi, rari e esauriti da acquistare. Un ricerca del 12.1.2001 con il nome Sciascia nel campo autore del modulo di ricerca (vi si accede selezionando nell’home page una delle lingue) dà come risultato, oltre a un certo numero di schede di libri anche in traduzione, una cartolina postale autografa, inviata dallo scrittore a Mario Cerroni il 24.5.1956. Si riproduce di séguito parte della scheda.
    10,7x14,7 cm., cartolina postale viaggiata, 10 righe, cartolina autografa, firmata e datata, indirizzata a Mario Cerroni: Caro Cerroni, La ringrazio moltissimo. Gia' avevo letto il libro - ma mi sara' caro tenere questa copia con la sua dedica. Mi piace molto. E sara' recensito per Galleria. Se vuole, mi mandi qualcosa per la rivista. Con i saluti piu' cordiali, suo Leonardo Sciascia. L. 250.000





    Da www.amicisciascia.it

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    Predefinito "Il mio ricordo di Sciascia". Camilleri alla Normale di Pisa

    Trascrizione dell’intervento di Andrea Camilleri il 15 dicembre 2006 alla Normale di Pisa.

    di David Ragazzoni

    Oggi non parlerò di Leonardo Sciascia autore, ma dei miei rapporti con Sciascia negli anni, i miei incontri con lui. L’inizio dell’amicizia – poi chiarirò di che grado di amicizia si tratta con Leonardo – inizia con due occasioni mancate, proprio tranquillamente fallite: ho usato la parola “amicizia” perché è bene che prima di tutto chiarisca in che grado lo fummo. Sciascia aveva una ristretta cerchia di amici di vecchia data, alcuni compagni d’infanzia, Guttuso, Consolo, il fotografo Scianna ed Elvira Sellerio. Molti di questa ristretta cerchia lo chiamavano “Nanà”, che è un diminutivo di “Leonardo”; poi c’era una cerchia più vaga, di quelli che lo chiamavano “Leonardo” o “Leonà”: io appartengo a questa seconda cerchia più larga. Da noi, come ovunque, l’amicizia comporta anche un certo grado di intimità, che in realtà tra me e Leonardo non ci fu mai.

    La prima volta che entrai in contatto con lui lavoravo all’Ufficio ricerche e sperimentazione della RAI, che era diretto da Angelo Guglielmi, e c’eravamo inventati un programma, “Candid Camera”, e l’avevamo proposto alla direzione generale, avevamo fatto il numero zero di questo programma ed era piaciuto tantissimo tanto che avevano deciso di realizzare questo programma che poi divenne in realtà famoso. Allora, forti di questo successo, decidemmo di allargarci, come si dice a Roma, e quindi dice Angelo: “Perché non ci facciamo venire in testa un bel romanzo sceneggiato - come si usava all’epoca – ma, invece di trarlo da un classico o da un romanzo notissimo, lo facciamo ex novo (cioè su un soggetto originale)? ”. Io ci pensai e mi venne in mente il processo Notarbartolo. Questo Emanuele Notarbartolo, all’inizio del secolo Presidente del Banco di Sicilia, era stato assassinato in treno tra Messina e Palermo, chiaramente da dei mafiosi: si cominciava a delineare quell’intreccio tra banche, mafia e politica perchè di essere il mandante dell’omicidio venne accusato l’Onorevole Salvo Palizzolo. Quindi all’inizio del secolo già c’era tutto quello che noi oggi troviamo sulle pagine di cronaca. L’Onorevole Palizzolo, dopo anni di processi, in un processo svoltosi a Firenze venne assolto, direi inevitabilmente assolto, e accolto in Sicilia al suo ritorno con una manifestazione che poteva equivalere alla festa del santo protettore nei paesi, con la banda. L’idea piacque molto a Guglielmi, e fu lui che mi rispose: “Sciascia è disposto a scriverci una storia”. Il mio primo rapporto con Leonardo Sciascia è su carta intestata Rai; dandogli del Lei gli dissi: “Caro Sciascia, Lei sarebbe disposto a passare una quindicina di giorni?”, e Leonardo mi rispose dicendo: “Non me la sento, tutto questo mi porterebbe via troppo tempo. Se vogliamo fare una cosa seria, cercare i documenti d’archivio, gli atti del processo…”, controbattei: “Saremmo disposti a pagare noi una persona ai suoi ordini che vada a fare le ricerche per conto suo”, ma non se la sentì, e questa fu la prima occasione mancata.

    Nello stesso anno il direttore dello stabilimento di Catania Mario Giusti mi chiamò per fare la regia della riduzione teatrale de “Il giorno della civetta” di Leonardo Sciascia, naturalmente io accettai battendomi il petto: “Domine, non sunt dignus”, figuriamoci fare la regia di questo testo, per me era come un sogno, e in quell’occasione, siccome la realizzazione era affidata a Giancarlo Sbragia, che era un attore bravissimo ma anche un sceneggiatore e un fine intenditore di letteratura , Giancarlo mi telefonò a Roma: “Puoi venire a casa? Vorrei leggere le prime scene che ho scritto”, e allora lì, andando a casa di Giancarlo Sbragia conobbi Leonardo Sciascia. Giancarlo cominciò a leggere quello che aveva scritto. Leonardo non reagì mai, a volte in una nuvola di fumo – lo dico io che fumo 70 sigarette al giorno – ogni tanto “eh, ehn, mm”, perché allora lui “bofonchiava”, ancora non aveva il dono della parola, aveva già lo splendido dono della scrittura, poi imparò a parlare, certo un po’ male, con fatica, rifiutandosi di parlare - credo che il suo ideale fosse quel personaggio de “Le bugie” di Edoardo de Filippo, quello che dice “Che parlo a fa’?” e parla solo con i razzi luminosi, ed è arrabbiato o allegro a seconda del colore del fuoco luminoso.

    E alla fine giustamente Giancarlo disse: “Che ve ne pare?”, e Leonardo riuscì a “murmuriare” – si dice in Sicilia - qualche cosa che capii come: “Gli è piaciuto?”, “Sì”, “Come fai a dirlo?”, “Perché me l’ha detto,” “Come te l’ha detto?”, “Con gli occhi”, perché guardandomi approvava con gli occhi. Ora devo dire che questo poi è stato uno dei mezzi di comunicazione fondamentale tra me e Leonardo Sciascia, la “taliatina”. Mia moglie, che non è siciliana, però ha imparato molto, un giorno che eravamo in una stanza (quattro persone più Leonardo Sciascia), colse al volo una taliatina tra me e Leonardo e scoppiò in una risata irrefrenabile, insieme agli altri che non capivano, perché in realtà aveva colto il senso di quella taliata tra me e Leonardo in rapporto a un discorso assurdo di un tale.

    Allora capitò che io in quei giorni stavo mettendo in scena a Palermo un altro dei miei testi preferiti, “La favola del figlio cambiato” di Pirandello, e così passavo interi pomeriggi con Leonardo a Palermo per parlare del copione che intanto Giancarlo aveva finito e ci aveva consegnato. Una serie di circostanze incredibili mi costrinse a rimandare di quindici giorni la messa in scena de “La favola del figlio cambiato” a Palermo, per cui quelli di Catania vennero da me e mi dissero: “No, allora la regia la fa un altro”, e dovetti a malincuore rinunciare. La seconda occasione mancata.

    Ma durante quei pomeriggi certo non parlavamo solo della sua riduzione, ma anche di altro e ora ci arrivo, ma prima devo dire un'altra cosa.
    L’anno dopo il Teatro Stabile di Catania mi chiese di mettere in scena un lavoro. Io andai in scena con questo lavoro e la sera della prima mi dissero: “C’è Leonardo Sciascia in sala”, alla fine lo incontrai nella hall del teatro quasi casualmente, mi disse: “Bello spettacolo”, “Grazie”, “Hai preferito fare il lavoro di un settentrionale piuttosto che il mio”.

    Allora, parliamo del “lavoro del settentrionale”. Il “lavoro del settentrionale” era il risultato di una cosa che ebbi a constatare nei numerosi incontri palermitani con lui. Cerano già naturalmente molti giovani scrittori o non giovani scrittori che gli portavano manoscritti per avere un suo giudizio. Lui li leggeva accuratissimamente e poi, se ci trovava qualche cosa di buono ne era felice; se invece c’era poco da essere felice, cercava di rendersi felice, si arrampicava sugli specchi pur di poter dire: “Beh… ma insomma… potresti rimetterci mano…”. Era di una crudeltà estrema, impietosa nei riguardi di un autore nato da Roma in su, spaccava il capello in quattro: “No…guarda Camillè, guarda che non è così…perché io degli autori siciliani voglio essere il padre, l’amico, il fratello, il complice… Davanti a un autore siciliano divento mafioso”. Allora mi venne da ridere, ma credo che avesse perfettamente ragione, perché un po’ lo sono diventato anch’io. E quando io gli dissi: “Non ti sembra eccessivo?”, mi rispose: “Ti dico la verità assoluta: difendi il tuo uomo a torto e a ragione”, quindi lui considerava suoi gli autori siciliani, suoi, cosa sua, per amore. E questa è l’altra bella lezione che ebbi da lui.

    L’altra cosa che volevo dirvi è che, quando stavo scrivendo “Un filo di fumo”, mi era venuto in mente di far affondare la nave in una secca che prima era stata un’isola, l’isola Ferdinandea, ma non riuscivo a trovare nessun elemento sull’isola Ferdinandea. Un giorno lo incontrai a Roma, gli dissi: “Leonardo, senti, se hai qualcosa sull’isola Ferdinandea, c’è un libro o qualcosa che posso trovare?”, mi rispose: “Vai in questa libreria antiquaria; appena entri, c’è uno scaffale grosso, poi ce n’è un altro, dopo, più piccolo, sul terzo ripiano c’è un volumetto così, che si chiama “L’isola Ferdinandea, con la copertina marrone, del Geometra Gemellaro….”. A memoria. Aveva la collocazione del libro in testa.

    Capitò poi che io sceneggiai un suo racconto per la televisione, e questo è stato un bel problema. Era un raccontino di tre pagine, che s’intitolava “Western di cose nostre”. Era pubblicato nella raccolta “Mare colore del vino”, tre pagine erano. E io dovevo cavarne fuori tre ore di trasmissione televisiva, e c’erano cose che dovevo inventarmi di sana pianta. Ora, io avevo paura avevo paura a inventarmi di sana pianta. “Leonà, secondo te sarebbe opportuno?”. La risposta era immancabile, il fesso ero io che continuavo a insistere, era una risposta verghiana: “Quello che è scritto è scritto”, che è la risposta che Verga dà a Pirandello quando Pirandello parla di Verga in presenza di Vrga e Verga alla fine gli dice: “Caro amico, voi avete detto delle cose meravogliose ma…quello che è scritto è scritto”. Quindi io andai avanti un po’ alla cieca, un po’ timoroso. Questa cosa andò in onda, tre puntate, ebbe molto successo, e io volevo il suo giudizio. Allora, c’è stato un giornalista che ci fece una sorta di intervista a distanza, “Questo racconto è talmente concentrato, che basta scioglierlo in un po’ d’acqua e se ne fanno tre puntate”.
    A proposito di buon brodo, proprio una settimana dopo che eravamo andati in onda con questo sceneggiato, mi invitò a pranzo nella sua bella casa di Palermo. Alla fine, essendosi lui un attimo assentato, no, lui presente, alla Signora Maria, la moglie, dissi: “Davvero una cuoca straordinaria! Grazie per questo pranzo straordinario!”. Poi lui si alzò, se ne andò di là e la Signora Maria mi disse, a bassa voce: “E’ lui che ha cucinato, stamattina si alzò alle sei per cucinare, non vuole che si sappia…”.

    Io feci poi con lui una trasmissione importantissima, che non so se esiste ancora registrata, faceva parte di un ciclo, “Uno scrittore e la sua terra”. Io facevo una scaletta di domande da rivolgere a Sciascia, e due giornalisti - uno francese e l’altro inglese - rivolgevano le domande a Sciascia che rispondeva sul suo rapporto con la Sicilia. Sono quattro trasmissioni di tre quarti d’ora ciascuna. Durante queste trasmissioni, capitò l’incidente con Guttuso. Con Guttuso erano amici eterni, era stato Guttuso a convincerlo a candidarsi alle comunali a Palermo, e si era presentato come indipendente. Ma durante il sequestro Moro, Guttuso propose un giorno a Sciascia di andare a trovare Berlinguer, e lo trovarono distrutto, perché Berlinguer, a parte la tensione di quei giorni, pensava che dietro il sequestro Moro, oltre alle Brigate Rosse, ci fosse una felice congiunzione tra CIA e KKB, proprio per evitare la svolta a sinistra che si sarebbe fatto con l’appoggio esterno dei comunisti al governo democristiano. Leonardo pensò bene di scrivere l’articolo sul “Corriere della Sera” su posizione timori e dubbi di Berlinguer. Berlinguer, ancora legato a Mosca, non poteva accettare e smentì, disse: “Sciascia non ha capito bene”, e mentre Sciascia si lasciava dire “Non ha capito bene”, mi disse: “C’era presente Guttuso”. Guttuso, membro della direzione del Partito Comunista, non poteva smentire il segretario: “Forse non ha capito bene”, e da questo momento si ruppe una bella amicizia. Io: “Leonà, hai sbagliato a tirare in ballo Guttuso”. Una belva: “Se è un amico, lui doveva fare la parte dell’amico!”, “Leonà, se eri amico non dovevi tirarlo in ballo sapendo la sua posizione”. “Tu lo difendi perché sei della stessa maledetta parrocchia di Leonardo Guttuso”. E queste erano le nostre discussioni politiche, che a volte raggiungevano toni non indifferenti. Ma l’amicizia rimase sempre immutata.

    Parlavamo di Manzoni, Stendhal… “Voi registi - mi disse un giorno - non fate altro che leggere e mettere in scena il suo teatro, e trascurate quella miniera che sono le novelle al cui confronto il teatro diviene una cosa che sa di artificiale”. Un giudizio che ho finito quasi con condividere dal momento che ho messo in scena la serie di novelle di Pirandello. Un giorno dissi: “Chissà come si sarebbe trovato Stendhal in Italia ai giorni nostri?”. Si sarebbe trovato da Dio: quanti bei corrotti, quanti bei brigati e scandali…! Sarebbe stato felicissimo, Stendhal, di essere ai nostri giorni.

    La cosa più importante che mi capitò. Io avevo sentito il racconto di una strage che era avvenuta nella torre di Carlo V nel mio paese, che era una torre difensiva e poi un carcere coi Borboni e tale era rimasto. Nel 1848 si diceva che durante le insurrezioni il comandante dei carcerati rinchiusi nella torre, temendo un’insurrezione e l’appoggio della gente esterna, li fece ammazzare in una notte: 114. Però non se ne trovavano i corpi. Una leggenda paesana. Un mio amico fiorentino riuscì a trovare il registro dei morti del 1848 e c’erano, a parte, 114 morti in una torre chiamati allora “servi di pena”. La cosa mi risultava vera. Presi questi documenti, invitai Leonardo Sciascia a prendere un caffè a casa mia a Roma. Arrivò a casa mia, iniziai a spiegargli la situazione, gli detti i documenti, gli dissi: “Leggi”, lui se li lesse, disse: “Posso venire a prendere un caffè?” e tornò; mi disse: “Mi sembra una cosa molto bella, molto singolare, bisognerebbe scriverla”, “Scrivila, ti ho portato intanto tutti i documenti x scriverla” “Perché non la scrivi tu?”, mi disse. “No, io non la saprei scrivere come la sapresti scrivere tu…”, “Io scrivo come so scrivere io, tu scrivi come la sai scrivere tu”, “Ma sai, Leonardo…io non ho mai scritto una cosa, ho scritto dei romanzi”, “Io ne scriverei un libello”, “Scrivilo tu invece”, e così io scrissi i “Saggi Dimenticati” e gliela diedi. “Io questa la porto a Sellerio”, e così gliela portò, e mi fece conoscere Sellerio, che è tutta un’altra storia a parte. Però quando la lesse disse: “Troppe parole siciliane ci sono”, “Leonà, ce ne sono di meno di quelle che c’erano in “Filo di fumo”, “Sì, ma “Filo di fumo” è un romanzo, questo è un saggio. Scrivere saggi in siciliano?”, “Leonà, non so scrivere diversamente”. “A te piace scrivere così perché?”, “Leonà - gli dissi - a te piace affilare il tuo italiano per farne una specie di bisturi, un prolungamento della finezza della tua ragione: questo è il tuo italiano. A me piace usare un italiano che è come quei bastoni dei contadini in cui si vedono i nodi del ramo da cui è stato cavato fuori, non so scrivere diversamente. Se vuoi le levo le parole siciliane”, “No - mi disse - volevo soltanto avvertirti”. Così diede queste 60 pagine a Elvira Sellerio, e fece una cosa che ho scoperto attraverso Salvatore Silvano Nigro in quel bellissimo volumetto dedicato a Sciascia editore, cioè “la revisione della bandella”, che è esattamente quello che volevo dire io con quel saggio.
    Questi sono stati i miei contatti. Dirò altre due cose.

    La prima è che mi chiese un racconto per la II seconda edizione dell’Antologia degli scrittori siciliani che aveva fatto con Guglielmino, “Però non voglio - mi disse - pagine di romanzo, voglio un racconto; se hai un racconto me lo dai”. Montalbano era ancora di là da venire, di racconti ne avevo scritti solo tre, gli dissi: “Te li do tutti e tre, tu scegli quello che ti piace”. Dopo un po’ mi telefonò: “Guarda Andrè, pubblicherò quello che si intitola “Capitan Cagi”, non lo dare ad altri, mi raccomando, perché quello lo voglio pubblicare io”. Non passano manco quindici giorni che mi capita tra le mani un romanzo di Jorge Amado, che si chiama “Storie del porto di Pavia”. Lo apro, lo vedo e allibisco, perché il mio Capitan Cagi è il protagonista del primo dei due racconti che costituiscono “Storie del porto di Pavia”. Non solo, ma gli capitano le stesse cose, almeno due cose gli capitano identiche. Ora vi racconto la prima, che è pazzesca come possibilità che due scrittori abbiano la stessa intuizione nello stesso tempo.

    Capitan Cagi racconta che naufragano a Capo Horn, come è naturale naufragare a Capo Horn, e si trova su una zattera con un nero enorme che si chiama Baobab. Si rendono conto che i viveri sono troppo pochi fino all’arrivo di una nave che li salvi, e decidono di giocarsi la sopravvivenza a 3 7 e briscola, di mano in mano. Il nero perde e si butta in mare annegando, e Capitan Cagi viene salvato. Com’è che lo stesso episodio me lo trovo da Amado? C’è da impazzire a rifletterci, perché io non avevo letto prima questo racconto di Amado.

    Mia moglie avanza un’ipotesi, è una storia di mare che probabilmente tanto Amado quanto io abbiamo sentito. Dovetti telefonare a Leonardo Sciascia e dirgli: “Non ti posso dare “Capitan Cagi””, “Perché… “, gli dissi perché. “Capita, non resto per nulla sorpreso”. “Come capita, Leonà?!”, “Capita”. E infatti, un mese, due mesi dopo mi capita di leggere su “Repubblica” un articolo di Italo Calvino, che sta recensendo un’antologia di racconti fantastici italiani del ‘900, e dice: “Ce n’è uno di un autore siciliano che andrebbe veramente rivalutato, Beniamo Ioppolo, il racconto s’intitola “Lo zio”. E’ la storia di una coppia di fidanzatini, il fidanzatino dice alla fidanzatina: “Madonna, ieri sera mio zio me ne ha detta una….!”. Racconta le storie di questo zio, ironiche, storielle divertenti, battute fulminanti. “Presentami tuo zio”, irrigidimento da parte del ragazzino: “No, non vuole vedere persone...”. A un certo punto il ragazzo è costretto ad allontanarsi dal paese per una quindicina di giorni, la ragazza scopre l’indirizzo dello zio, va alla porta, bussa alla porta dello zio, sente una voce all’interno che dice: “Avanti!”, entra…una foresta tropicale, c’è uno scimmione aggrappato a un albero che dice: “Tu devi essere la ragazza di mio nipote...”. Ecco - dice Calvino, solo che io ho scritto un racconto identico, intitolato “Lo zio”, solo che lo zio è un delfino nel mio racconto. Forse le idee narrative sono idee archetipali, che stanno lì in questa bella biblioteca archetipale, arriva uno che deve scrivere un racconto dice: “Scusi, mi dia questo volume”, lo piglia, scrive il suo racconto, lo rimette a posto, arriva lui, lo ripiglia e va a finire che coincide”. Io mi sono accontentato di questa bellissima spiegazione che mi piaceva tanto.

    Volevo dirvi per ultimo che mi è capitata una cosa emozionante. C’è stato un periodo in cui la radio faceva le interviste impossibili, ripubblicate da Donzelli, non tutte, le interviste sono 84, loro ne pubblicano 82. Allora Leonardo Sciascia scrisse un’intervista a Maria, l’ultima regina borbonica. Allora lì era indispensabile che l’autore fosse anche l’intervistatore, ma lui all’idea che doveva parlare alla radio davanti a un microfono, fingere di essere se stesso, si rifiutò. Vent’anni dopo la Signora Maria mi disse: “Vogliono mandarla in onda, può fare la parte di Leonardo?”, e io così ho fatto la voce di Leonardo Sciascia in quell’occasione, un pochino emozionato, un pochino divertito.
    Un’ultima cosa. Io sono stellarmene lontano da Sciascia, proprio come scrittura, mi pare sia evidente. Come esercizio della ragione riesco a mantener un’autonomia della ragione di circa dieci minuti, poi crollo in preda alle passioni, arrabbiature... Anche nella scrittura, non solo come fatto caratteriale. Però capita, non ora che ho 81 anni, anche vent’anni fa, capita di sentirsi le batterie scariche, “stamattina non ce la faccio a scrivere, a fare niente”. Io ho trovato un rimedio. Il rimedio consiste nell’aprire una pagina qualsiasi a caso di Leonardo Sciascia, che tengo sotto mano nel mio studio, e leggo, e quando ho finito di leggere quella pagina mi sento che le mia batterie si sono ricaricate. Ha la capacità, una pagina di Leonardo Sciascia, di farmi tornare vivo. Grazie


    Da www.normalenews.sns.it

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    Questa è l'ultima intervista rilasciata da Leonardo Sciascia, a Benedetta Craveri, apparsa su Le Monde del 6 ottobre 1989. Sciascia moriva il mese successivo, il 20 novembre 1989.

    Incontriamo Leonardo Sciascia a Catania, dove si è recato per aprire la mostra di un'amica pittrice. Si sa che non ama parlare di sé. Egli ha la reputazione di uomo taciturno, ma per una volta, ha accettato di rispondere alle nostre domande. Pensiamo di interrogarlo sulle sue radici siciliane e la sua formazione culturale europea, sulla sua inclinazione per la letteratura francese del XVIII secolo, sulle ricerche storiche che conduce in vista dei suoi romanzi, sulla sua passione per gli enigmi giudiziari e gli intrighi, sul suo scetticismo politico, e sulla sua vita attuale in Sicilia, condotta tra il suo paese di Racalmuto e Palermo. Tuttavia, Sciascia ha voluto che gli sottoponessimo le domande e si è impegnato a risponderci per iscritto. Addio alle sorprese del dialogo!
    Le risposte di Sciascia non hanno effettivamente nulla della spontaneità né della naturalezza di una conversazione, ma hanno la concentrazione, la precisione e lo stile che gli sono propri. Non ha così voluto ricordarci che, per un autore, il solo modo di parlare di sé, è la scrittura?



    Come è nata la sua vocazione di scrittore? Gli anni, l'esperienza, il successo hanno modificato la sua relazione con la scrittura?

    C'è, innanzi tutto, il piacere di scrivere, ed è rimasto invariato in me dal tempo in cui, alle elementari, sono passato dalla copia alla descrizione di ciò che vedevo e commentavo: i luoghi, le persone, gli eventi. A scuola, allora, si cominciava con le aste, centinaia di aste su quaderni a quadretti con la matita, non ancora col pennino e l'inchiostro. Poi, si passava alle vocali; poi, alle consonanti; poi, all'assemblaggio di una consonante e di una vocale; quindi, si congiungevano le sillabe per formare parole. E si copiavano parole dal sillabario e si facevano schede d’esercizi. Esercizi che duravano dei mesi. Una volta che la mano era più sicura e più leggera, si passava all'utilizzo del pennino e dell'inchiostro con un tale piacere che mi ricordo finanche il gusto di quest'inchiostro, come se lo bevessi. Il secondo anno, si finiva di copiare e si iniziava a fare temi: piccoli testi sulle nostre famiglie, sulle stagioni, sul lavoro, e, ovviamente, su Mussolini, il cui ritratto, con quello del re (e, tra i due, un crocifisso di gesso), ci dominava con un'espressione fiera e marziale. Fu allora, grazie a questi temi, che occorreva comporre sulle persone e le cose, che mi venne questo piacere di scrivere che provo ancora oggi. Sono forse reazionario, ma mi sembra che questo vecchio metodo, che si chiama, credo, sillabico, sia il migliore a far nascere la passione della scrittura, a conferirle il senso di una scoperta avventurosa. In definitiva, la mia relazione con la scrittura non è fondamentalmente cambiata da allora.

    Nel suo ultimo romanzo, Il cavaliere e la morte, pubblicato l'anno scorso in Italia, per le edizioni Adelphi, lei parla della “difficoltà di essere siciliano”. Questa difficoltà è anche la sua?

    È la difficoltà che Giuseppe Antonio Borgese riassumeva con la frase del poeta antico:Amare un paese e una gente ed odiarli allo stesso tempo, sentirsi simili e diversi, volere e non volere, occorre riconoscere che è un bel rompicapo (e, giustamente, un rompicapo non è una cosa bella).

    Nel panorama della letteratura italiana moderna, gli autori siciliani occupano un posto così di rilievo che si è indotti a chiedersi se non sarebbe preferibile trattare a parte la letteratura siciliana. Quali sono, secondo lei, i caratteri specifici di questa letteratura facente capo a Sciascia, Gesualdo Bufalino o Vincenzo Consolo?

    La letteratura italiana è caratterizzata da storia, cultura e tradizione particolari a ciascuna regione; con i contributi lessicali e sintattici di ciascun dialetto. Quella dei Siciliani ha un carattere più specifico. Ma è italiana… Se vogliamo enucleare le particolarità, le caratteristiche attraverso le quali, in breve, è percepita come “siciliana” all'interno della letteratura italiana, indicherei, approssimativamente, tre o quattro punti.. Sulla scorta di una definizione che Cicerone dà dei Siciliani (“gente di spirito fine e sospettosa, nata per le controversie” ), è facile scorgere nella storia dell'isola una cultura a dominanza giuridica, la cui la forma segna della propria impronta l'esistenza medesima. Dalle “controversie” relative a privilegi, giurisdizioni, esenzioni e grazie, alle “controversie” sull'essere, l'esistenza, la conoscenza. “È la terra, dirà Borgese, dove si è iniziato a dubitare” (da Gorgia a Pirandello, va da sé). Ciò per il primo punto. Il secondo è relativo alla dominazione araba, che le altre regioni d'Italia non hanno conosciuto e che, in Sicilia, ha dato nomi a luoghi, ad oggetti, a persone, e che è restata attaccata alla memoria collettiva - o all’inconscio collettivo- agli splendori di un'arte del vivere, di coltivare la terra,di sognare ed essere tolleranti. Benché l'antichità classica sia fisicamente presente, ed in tutta la sua bellezza, è “il tempo dei Saraceni”, questo mondo fiabesco che, in fondo, seduce i Siciliani. Il terzo punto è relativo alle espressioni letterarie ed artistiche, e sembra contraddire il primo: è l'attenzione alla realtà, il desiderio di fissarla (per distruggerla in seguito, eventualmente: come in Pirandello, come in Brancati). È ciò che spiega il momento in cui la cultura siciliana si infiamma rispetto ai movimenti “realistici”europei: Antonello da Messina rispetto ai fiamminghi, gli scrittori, da Verga a Pirandello, rispetto al “verismo” “francese, il fiorire di tutta una pleiade di fotografi rispetto a Cartier-Bresson. Un altro punto ancora riguarda la relazione diretta della cultura siciliana con la cultura francese, e, più generalmente, il suo sogno di Parigi come capitale mondiale..

    Ne Il cavaliere e la morte, lei evoca “il pessimismo innato, atavico e disperato degli uomini di Sicilia”. Ma, è lo stesso pessimismo che si trova in tutta la vostra opera?

    Si, pessimista. Ma c'è realmente qualcosa, in Sicilia, in Italia, e direi anche nel mondo, che può incitare all'ottimismo? Pessimista, sì. Ma, parlando del mio ultimo libro, Moravia ha detto una bella cosa, e, ciò che più conta, di un assoluto buono senso: che c'è l'ottimismo della scrittura. E quale più bella prova d'ottimismo di quella che continuo a dare scrivendo su ciò che Machiavelli chiamava la “verità effettuale” delle cose ed incassando per questo le reazioni più violente degli imbecilli, per non dire di più? Il vero pessimismo sarebbe di non scrivere più, di lasciare libero corso alla menzogna. Se non lo faccio, vuole dire, in definitiva, che sono incurabilmente ottimista.


    BENEDETTA CRAVERI

    (trad. a cura di Alfio Squillaci)

    Da www.lafrusta.homestead.com

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    Predefinito Intervista a Maria Sofia ultima regina di Napoli. (Testo di L.Sciascia)

    Le Interviste Impossibili sono un esperimento unico nella storia della radio Rai: dialoghi fantasiosi e coinvolgenti con grandi personaggi del passato, ricchi anche di riferimenti storici, ideati e realizzati da intellettuali prestigiosi e letti da attori famosi. Furono trasmesse sul primo e sul secondo canale radiofonico negli anni 1973, 1974 e 1975 con grande successo.

    ...

    È stato trasmesso anche un testo inedito di Leonardo Sciascia, ritrovato nelle teche radiofoniche, che intervista Maria Sofia ultima Regina di Napoli. Le voci sono quelle di Adriana Asti e Andrea Camilleri, con la regia di Mario Martone.


    Intervista a Maria Sofia ultima regina di Napoli.
    (Testo di Leonardo Sciascia)


    D. Signora ... Mi consente di chiamarla semplicemente signora, vero?
    R. Dopo Edoardo, Faruk e Costantino; dopo le tante Marie, Margherite e Anne di cui si rallegreranno, tra tanta tristezza, le cronache: proibirei persino al mio lacchè di chiamarmi maestà.
    D. Ho indovinato che lei non volesse più sentirsi regina: ma credevo per il fatto che ormai da quasi trent'anni l'Italia è una repubblica.
    R. Ha sbagliato, invece: mi sento ancora regina, e la repubblica mi è indifferente ... Vede: io sono stata educata a un significato della parola repubblica come sinonimo di disordine, che è poi lo stesso significato che alla parola davano, e forse lo danno ancora, le popolazioni dell'Italia meridionale. In questo senso, l'Italia è stata sempre una repubblica: anche sotto la monarchia.
    D. Allude a quella dei Savoia?
    R. Ma no, anche alla nostra: la monarchia dei Borboni di Napoli non era meno repubblica di quella dei Savoia. Anzi, a dirla francamente, lo era di più.
    D. Immagino che con questo paradosso, dell'Italia sempre repubblica perché sempre nel disordine, lei si spieghi perché appunto dopo la proclamazione della repubblica, dopo che l'Italia - almeno formalmente, secondo il suo punto di vista - è passata dalla monarchia alla repubblica, sia venuta fuori una certa nostalgia e rivalutazione dei Borboni di Napoli.
    R. Esattamente. Repubblica per repubblica, cioè disordine per disordine, meglio quello antico che il nuovo: si era talmente assestato da somigliare all'ordine. E poi era così pittoresco, così festoso, così splendido. Tutto era spettacolo: anche la forca, anche la carestia ...
    D. A proposito di forca: lei avrà letto "La fine di un regno" di Raffaele de Cesare ...
    R. Ho letto tutti i libri che riguardano la dinastia dei Borboni di Napoli, e specialmente, con più attenzione, quelli che ne raccontano la fine.
    D. Ricorderà dunque, del de Cesare, la descrizione dell'ultima giornata napoletana sua e di suo marito ...
    R. Ricordo: ma della mia seppe ben poco. Tutto sommato, tirando a immaginare, ci andò vicino quel vostro insopportabile D'Annunzio.
    D. Insopportabile anche per lei?
    R. Soprattutto per me. Lei non immagina quanto siano insopportabili, per le regine, gli scrittori che amano le regine, l'eterno femminino reale, e così via ...
    D. Ma il poeta dell'eterno femminino reale lei sa che fu caro a una regina.
    R. Lei dice: una regina, un poeta. Ma lui era poeta quanto lei una regina.
    D. Né lui poeta né lei una regina, dunque ...
    R. Proprio così: di nome, di insegne. La regalità e la poesia vanno oltre, sono ugualmente ineffabili ... Ma lei mi domandava del de Cesare.
    D. Si, ecco: de Cesare descrive l'ultimo omaggio dei ministri a Francesco II, registra le frasi che il re rivolge a ciascuno e si ferma su quella che rivolge a Liborio Romano, ministro dell'interno ...
    R. Ah, don Liborio ...
    D. Don Liborio ... Vedo che il ricordo di Don Liborio la diverte.
    R. Moltissimo. E malignamente ... Si, mi ricordo della frase che il de Cesare riporta, me ne ricordo anche perché mio marito, tornando da quell'ultima cerimonia, me la riferì: "Don Libò, guardat' u cuollo".
    D. Questa frase, piuttosto ambigua, il de Cesare ebbe il dubbio volesse intendere "se torno faccio la festa", cioè ti faccio afforcare; mentre don Liborio la interpretò come affettuosa raccomandazione a guardarsi da Garibaldi e dal nuovo corso delle cose.
    R. Ha ragione il de Cesare: Francesco II si proponeva, tornando, di farlo impiccare ... Poveretto, ci credeva davvero che avrebbe riguadagnato il suo regno ... Ma in quanto a fare impiccare don Liborio, non ne avrebbe mai avuto il coraggio. L'avrebbe fatto di nuovo ministro, anzi: Don Liborio era così divertente ... Più che divertente: irresistibile ... In Italia i traditori, i ladri di passo e i ladri di tavolino, gli assassini persino, sono tutti divertenti, tutti irresistibili ... Passa una repubblica, ne viene un'altra: e sono sempre al loro posto. "Ruba, ma è così divertente". "Ha fatto ammazzare il tale, ma è così simpatico". "So quello che è, forse mi tradisce: ma è irresistibile". La conversazione degli italiani abbienti e potenti è tutta intessuta di frasi simili. E alle frasi corrispondono personaggi, fatti.
    D. Lei esagera.
    R. Le assicuro che no. Io forse conosco l'Italia meglio di lei.
    D. L'Italia del sud, se mai, e quand'era regno di Napoli.
    R. Non c'è altra Italia che quella del sud: e mi meraviglio che proprio lei non lo sappia. E non solo nella nozione in cui il napoletano e il siciliano cancellano il piemontese e il lombardo al punto che non ne resterebbe traccia se Stendhal non si fosse dichiarato milanese e la contessa di Castiglione non fosse finita nell'alcova di Napoleone III; ma in concreto, effettivamente ... Io mi sono fatta questa immagine dell'Italia: un piccolo e innocuo serpente d'acqua che nelle convulsioni del 1860 è diventato un nodo. Tenta di sciogliersi, e il risultato è che si dà dei morsi senza riuscirvi. Quel nodo è il sud. Scioglietelo e avrete l'Italia. Ma credo che nessuno lo scioglierà mai.
    D. E prima delle convulsioni del 1860?
    R. Un piccolo e innocuo serpente d'acqua. Se le aggrada posso anche dire: un'anguilla. E non solo per il suo sgusciare, per il suo sfuggire, per i suoi letarghi; ma anche per i corsi e ritorni misteriosi della sua civiltà, dei suoi inutili splendori ... Ma stavamo parlando di don Liborio ...
    D. Mi pare di capire che lei, tornando a regnare, avrebbe fatto di tutto perché suo marito lo facesse impiccare.
    R. Ma no, don Liborio divertiva anche me ... O forse si, l'avrei fatto impiccare ... E' un problema che non mi sono mai posta, quello di ciò che bisognava fare se fossimo tornati a Napoli, se fossimo tornati a regnare. E per il semplice fatto che non ho mai creduto che si potesse tornare ... Ricordo nitidamente l'episodio che mi diede la certezza che non saremmo tornati e la coscienza, anche, che non valeva la pena tornare. E' stato il giorno precedente alla nostra partenza da Napoli per Gaeta: eravamo usciti dalla reggia in una carrozza scoperta, per la passeggiata, come ogni giorno: per ostentare che tutto fosse immutato, che l'avanzare di Garibaldi non ci preoccupava ... Ma lei questo episodio lo avrà letto nel de Cesare.
    D. Sì, e l'ho trascritto nei miei appunti ... Eccolo ... L'ho trascritto perché volevo chiederle quali fossero stati i suoi sentimenti: realmente, al di là delle apparenze ...
    R. Mi legga il suo appunto.
    D. " ... il re uscì dalla reggia in un legno scoperto, insieme con la regina e due gentiluomini. Non appariva impensierito; anzi Maria Sofia, quasi ilare, discorreva con vivacità ora con lui ora con i due gentiluomini ... In una delle prime botteghe sotto la Foresteria, oggi prefettura, stava allora la farmacia reale Ignone, la quale sull'insegna aveva i gigli borbonici, ed il cui esercente era stato un furioso reazionario. Una scala, poggiata all'insegna, impediva il transito delle vetture. Il re si fermò e vide che alcuni operai, saliti sulla scala, staccavano dalla tabella i gigli; additò con la mano a Maria Sofia la prudente operazione del farmacista, e nessuno dei due se ne mostrò commosso, anzi ne risero insieme".
    R. Verissimo. Ma il re fingeva di divertirsi: stava soffrendo maledettamente. Io invece finii di soffrire proprio in quel momento: come se fosse calato il sipario su un dramma lacrimoso e si fosse rialzato immediatamente su una farsa. Ho riso veramente, forse anche con una certa volgarità: improvvisamente libera, leggera, senza responsabilità, senza doveri ... Niente più valeva la pena, la nostra pena: tutto sarebbe mutato perché nulla mutasse, con noi o senza di noi, contro di noi o contro i Savoia che stavano per succedere a noi. Le vere dinastie erano quelle dei farmacisti Ignone, dei don Liborio: le dinastie a due anime. Dinastie immutabili, dinastie eterne. In un solo corpo, due anime: una reazionaria e una progressista, una fascista e una anarchica, una massimalista e una riformista, una che si confessa e una che bestemmia, una che va alla messa di mezzogiorno e l'altra che frequenta le riunioni massoniche di mezzanotte, una fedele e una che tradisce ...
    D. Una frase che ha detto poco fa, mi fa pensare che ha letto "Il gattopardo".
    R. No, non l'ho letto. Parodiando una battuta di Disraeli, le dirò che quando voglio leggere un romanzo come "Il gattopardo", non ho che da scriverlo. Naturalmente, ne ho sentito tanto parlare. Dicono sia un bel libro, scritto molto bene. Io, si capisce, non sarei stata in grado di scriverlo così bene: nemmeno in francese.
    D. Perché non l'ha letto?
    R. Perché non ho mai letto un romanzo. Il romanzo è una sconvenienza, una volgarità. E ancora di più se è un aristocratico a scriverlo.
    D. Ma prima mi diceva di D'Annunzio: quel brano che la riguarda si trova in un romanzo.
    R. Quel brano me l'hanno letto una sera, a Parigi, in una casa di borghesucci.
    D. In casa dei Verdurin?
    R. Non so come si chiamassero. Qualche volta un mio cugino riusciva a trascinarmi tra gente inverosimile.
    D. Mi sa che per una serata tra gente, come si dice, inverosimile, lei è diventata personaggio di uno di quei grandi libri ...
    R. Lo so. Ma non l'ho letto questo grande libro. Non lo leggerò. E non voglio nemmeno parlarne.
    D. Ha qualche ricordo dell'autore?
    R. Nessuno. Pare fosse un uomo del tutto insignificante, a parte il suo tremendo snobismo ... Eppure, tutti sembravano essere dell'avviso che io debba rendere conto di tutta la mia vita solo su questo punto: se ricordo o non ricordo Marcel Proust. Anche in certi luoghi alti, che lei ancora non conosce, e dove mi aspettavo di dover rispondere dell'amore e dell'odio, la prima e sola domanda che mi hanno fatto è stata questa: "si ricorda di Marcel Proust?". No, non mi ricordo: sono un'anima persa.
    D. Interessante: la letteratura come cosa dell'altro mondo.
    R. Sembra di si: almeno per quanto riguarda questo signor Proust. Mi pare di aver capito che la sua operazione si sia svolta ai confini di un segreto, di un mistero; che abbia tentato, non so, di vivere due volte.
    D. Forse quello che lei ha definito tremendo snobismo è appunto questo: un voler vivere due volte, uno sdoppiamento dell'esistenza.
    R. Può darsi, ma non me ne importa. A me è bastato vivere una: troppe regole, troppa fatica ... E in quanto agli scrittori: mi ricordo benissimo, invece, di Anatole France e di Alphonse Daudet.
    D. Ma non ha letto libri né dell' uno né dell'altro.
    R. Di France, qualche discorso funebre. E di Daudet qualche articolo polemico in difesa della monarchia ... No, sto sbagliando: il polemista monarchico era suo figlio Lèon, quello che ha bollato come stupido il secolo XIX. E con quanta ragione!
    D. Ma di un libro del padre deve almeno aver sentito parlare ...
    R. Ma si, un romanzo diventato poi commedia: "I re in esilio". Pare che la protagonista, la regina Federica di Illiria, mi somigli ... Stupidaggini, cose da romanzi.
    D. Credo proprio che le somigli. Se si leggessero in continuità, il romanzo di Daudet e le pagine di Proust che la riguardano, non ci sarebbe dubbio che il personaggio è lo stesso. E non può essere un caso: i due scrittori hanno conosciuto lei, parlano di lei.
    R. Può darsi.
    D. La cosa più interessante, nel romanzo di Daudet, è l'amore silenzioso, rispettoso fino al sacrificio, del giovane intellettuale monarchico per la giovane regina. E' possibile, mi consenta di chiederglielo, che Daudet abbia saputo di un amore simile, ispirato da lei nei primi anni dell'esilio parigino?
    R. Tanti mi hanno amata; e anche meno rispettosamente del giovane monarchico di Daudet. Nella storia della fotografia, lei forse non lo sa, su di me è stato consumato l'ignobile esperimento di uno dei primi forse, certamente dei più riusciti, fotomontaggi. L'immagine di me nuda è corsa per l'Europa, ha avuto un mercato ... La regina nuda: immagini gli effetti, in un paese monarchico e cattolico ... Certo, non ci voleva molto a capire che quel corpo non era il mio, ma di una di quelle ciociare che scendevano a Roma a fare le modelle o le balie. Un corpo italiano, un corpo romano: di quelli che subito si sfasciano ... Ma credo sia piaciuto a tutti credere che fosse il mio, anche ai più devoti difensori della nostra causa, anche ai parroci e ai cardinali.
    D. E lei che effetto ne ha avuto?
    R. Di indignazione, naturalmente. Ma anche di una certa soddisfazione: i nostri nemici erano ignobili quanto i nostri amici; e avevo creduto fossero invece i migliori. Poi, anche, una sensazione di libertà: poiché quasi tutti credevano che quel corpo nudo fosse il mio, era il mio. Insomma: ero libera fino alla nudità. In questa sensazione, in questo sentimento, si insinuava la tentazione di farmi davvero fotografare nuda: per cancellare con il mio corpo giovane, esile, leggero quel corpo pieno e sul punto di sformarsi ... Ma parliamo d'altro: o lei finirà col pubblicare questa intervista in una rivista per uomini soli o per soli uomini.
    D. Parliamo d'altro, se vuole. E cioè ancora del regno delle due Sicilie, dell'Italia ... Ecco: c'è un fatto che l'ha colpita particolarmente, nelle sue brevi vicissitudini di regina, nel suo lungo esilio di ex regina?
    R. Non parlerei d'esilio: Parigi non era l'esilio, per me; forse l'esilio sarebbe stato il regnare a Napoli. O, tout court, il regnare ... Comunque: una cosa che mi ha colpita particolarmente ... Ecco: i fatti di Bronte ... Lei mi pare ne sappia qualcosa.
    D. Si, qualcosa ...
    R. Noi eravamo assediati a Gaeta, quando ci giunse notizia di quello che era accaduto in quel piccolo paese della Sicilia dove il bisnonno di mio marito aveva insediato come duca l' ammiraglio Nelson. La notizia era questa: che delle popolazioni a noi fedeli si erano sollevate contro Garibaldi e Garibaldi aveva mandato lì, a fucilare, quel suo generale Bixio. La commozione di Francesco II fu grande, e anche la mia. Per anni il nome di quel paese ebbe nel cuore del re lo splendore della fedeltà, del martirio. Del resto, lo dicevano anche gli storici e i memorialisti garibaldini e sabaudi: in quel paese si era accesa ed era stata subito spenta la reazione borbonica ... Più tardi, leggemmo la storia di quel paese scritta da un padre cappuccino: e i fatti, apprendemmo, avevano avuto tutt'altro senso. Quei contadini avevano sentito che Garibaldi portava la rivoluzione, e l'avevano fatta. Semplicemente. Ma per aver fatto la rivoluzione erano stati fucilati dai rivoluzionari. Non le sembra incredibile?
    D. Eh si, incredibile.
    R. Eppure, da altri libri che son venuti dopo quello del padre cappuccino, non c'è dubbio: le cose sono andate effettivamente così. E allora?
    D. E allora?
    R. Niente. Voglio dire: la forca di Francesco II, se fossimo tornati, sarebbe stata più rivoluzionaria: a prendervi sarebbe stato don Liborio.


    Da www.teche.rai.it

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    Affare moro-intervista: parla leonardo sciascia: l'affare moro e' un fantasma che cambia la nazione. l'atteggiamento del papa, come quello di zaccagnini, fu curioso.

    Di Sciascia Leonardo - 14 novembre 1980


    SI VUOLE CHE LA GENTE DICA: “IN FONDO COS’ERA? UN LADRO ANCHE LUI”

    SOMMARIO: Discute sulle tesi avanzate dal “Popolo”, secondo il quale ogni ricerca sulla possibilità di “trattative” per la liberazione di Moro è solo “pettegolezzo” o “torbida manovra”. E’ d’accordo sulla tesi che le trattative non avrebbero salvato Moro, ma ritiene che sarebbe stato “importante” continuare a trattare. A suo avviso, “la verità è che Moro doveva morire”. Su questa decisione si ritrovarono uniti “il Grande Vecchio” (la mente dell’operazione dietro le BR) e “alcuni vertici” politici. Deplora la posizione del Vaticano che chiese soltanto ai brigatisti di essere “umanitari”, e quella della DC che perse “l’unica occasione” per dare un senso al suo nome (“cristiana”). E’ convinto, comunque, che il terrorismo delle BR fosse di “matrice stalinista e resistenziale”. Ritiene che lo scandalo dei petroli fatto ricadere addosso a Moro serva solo a gettare “discredito” sull’uomo al fine di “sminuire il lavoro di indagine sulla sua morte”: “Moro è un fantasma tremendo che ha cambiato cose e persone…”

    (NOTIZIE RADICALI, 14 novembre 1980)

    Roma, 14 novembre ‘80 - N.R. - Intervista a Leonardo Sciascia pubblicata dal “Lavoro” di Genova.

    Domanda: “Sciascia, il “Popolo” ha scritto, polemizzando con le affermazioni di Craxi, che i “brigatisti non avevano, in realtà, alcuna intenzione di rilasciare Moro, come d’altronde hanno sostenuto loro stessi nella risoluzione strategica della “Campagna di Primavera”. Quindi, arzigogolare oggi sulla possibilità di mediazione di un Pace, di un Piperno o di un noto avvocato di “Soccorso Rosso” può semmai interessare a livello di pettegolezzo o di torbide manovre politiche ma non aggiunge nulla di nuovo o di utile alla storia di quei 55 giorni”. Piccoli ha molto insistito su questa tesi. Lei che cosa ne pensa?”

    Sciascia: “Io sono d’accordo con la prima parte del discorso del “Popolo”. Anche secondo me le trattative non avrebbero, comunque, potuto salvare la vita di Aldo Moro. Ho sostenuto - e lo ripeto - che Moro poteva essere salvato solo da un’azione di polizia. Voglio dire un’azione che avesse permesso di trovarlo o toglierlo dalle mani dei terroristi. Non sono affatto d’accordo con l’altra affermazione. Intanto perché chi cerca oggi di ricostruire quelle vicende, non fa pettegolezzi, né arzigogola. Questa è storia d’Italia”.

    Domanda: “Dunque, lei crede che bisognava continuare a trattare, almeno a fini tattici?”

    Sciascia: “Credo che sarebbe stato importante. Né sono mai stato d’accordo con quelli che ritengono che lo Stato non potesse trattare con i terroristi per una questione di principio. Anche perché lo Stato, poi, è venuto a patti quotidianamente con brigatisti pentiti o no. E lo aveva fatto anche prima della morte di Moro. La verità è che Moro doveva morire”.

    Domanda: “Perché “doveva”?”

    Sciascia: “Perché era stato preso per questo. Vede, io credo nel Grande Vecchio. Craxi non ha inventato nulla, queste cose sono frutto di indagini di polizia. Io non ho sentito dire a Craxi, davanti alla commissione inquirente, cose che non sapessi già. Ho una mia teoria, sulla morte di Moro. Le trattative furono tentate ma interessarono soltanto una parte dell’apparato statale, alcuni uomini. E dall’altra parte, dalla parte dei terroristi, si espresse una disponibilità della base. Quando Curcio dice quella parola: “dialettizzatevi con Moro”, vuole dire che si poteva concedere al prigioniero la possibilità di essere mediatore del suo stesso destino. Ma né Curcio né i carcerieri di Moro avevano tenuto conto del Grande Vecchio. Così come chi provava a trattare per lo Stato non aveva tenuto conto di alcuni vertici. Sono due piramidi speculari. Quando si capì che la trattativa poteva avere dei risultati i due vertici decisero di interromperla bruscamente. E i brigatisti uccisero Moro”.

    Domanda: “Si riferisce al Vaticano? A personalità della Democrazia Cristiana?”

    Sciascia: “Quello del Papa, come quello di Zaccagnini, fu un atteggiamento curioso. Queste posizioni “umanitarie” chiedevano ai brigatisti di essere “umanitari” solo loro. Una richiesta assurda, insensata. Le BR avevano già ucciso freddamente cinque agenti. Perché avrebbero dovuto graziare Moro senza niente in cambio? In realtà, con Moro la DC ha perso l’unica occasione per dare un senso a quel “cristiana” che usa per definirsi”.

    Domanda: “Moro è tornato a far parlare di sé per uno scandalo, quello dei petroli, dopo una specie di periodo di “rispetto” che aveva seguito la sua morte. C’è qualche relazione, secondo lei, tra la vicenda del petrolio e l’assassinio del capo democristiano”.

    Sciascia: “Io credo che lo scandalo dei duemila miliardi si basi su un lavoro serio della magistratura. Ma in Italia ogni scandalo viene usato e gestito nell’interesse di un gruppo contro l’altro. Oggi su Moro si getta discredito. Chi lo fa vuole sminuire il lavoro di indagine sulla sua morte. Vuole che la gente dica: “In fondo cos’era? Un ladro anche lui”.

    Domanda: “Lei quindi continua ad attribuire la responsabilità, almeno quella materiale, alle Brigate Rosse?”

    Sciascia: “Certo. A terroristi, che sono “rossi”, sicuramente. Ho sempre sostenuto, a partire dal rapimento Sossi, che questa era storia della sinistra. Sono d’accordo con Toni Negri, quando dice che la loro matrice è stalinista e resistenziale”.

    Domanda: “Quali effetti ha avuto la morte di Moro sulla vita politica italiana?”



    Sciascia: “Io non sono di quelli che credono che Moro sia stato ucciso perché voleva portare il PCI al governo. Moro non voleva questo, lavorava a rosicchiare gli altri partiti, per il maggior splendore della DC. Certo la sua morte ha cambiato molte cose. Chi lo ha osteggiato in vita lo ha difeso, ha tentato di salvarlo. Il PSI si porta dietro, dopo due anni, l’immagine “trattativista” e gli altri quella della “fermezza”. Moro è un fantasma tremendo che ha cambiato cose e persone. Ha rovesciato le parti nella vita politica, nel Paese. In questo si è realizzata in pieno la sua profezia, una delle profezie: “Sarò un punto inestricabile di contestazione”. Lo è. La commissione inquirente ha sentito molte persone, ha affastellato tante cose. Ora si tratta di leggere bene. Abbiamo già molte tessere del mosaico”.


    Da www.radioradicale.it

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    Predefinito Costituzione, parlamento e potere (Interviste anni 70 -80)


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    Predefinito "I professionisti dell'antimafia"

    I professionisti dell'Antimafia

    di Leonardo Sciascia, pubblicato il 10 gennaio 1987 sul Corriere della Sera

    Autocitazioni, da servire a coloro che hanno corta memoria o/e lunga malafede e che appartengono prevalentemente a quella specie (molto diffusa in Italia) di persone dedite all'eroismo che non costa nulla e che i milanesi, dopo le cinque giornate, denominarono "eroi della sesta":

    1) "Da questo stato d'animo sorse, improvvisa, la collera. Il capitano sentì l'angustia in cui la legge lo costringeva a muoversi; come i suoi sottufficiali vagheggiò un eccezionale potere, una eccezionale libertà di azione: e sempre questo vagheggiamento aveva condannato nei suoi marescialli. Una eccezionale sospensione delle garanzie costituzionali, in Sicilia e per qualche mese: e il male sarebbe stato estirpato per sempre. Ma gli vennero nella memoria le repressioni di Mori, il fascismo: e ritrovò la misura delle proprie idee, dei propri sentimenti... Qui bisognerebbe sorprendere la gente nel covo dell'inadempienza fiscale, come in America. Ma non soltanto le persone come Mariano Arena; e non soltanto qui in Sicilia. Bisognerebbe, di colpo, piombare sulle banche; mettere le mani esperte nelle contabilità, generalmente a doppio fondo, delle grandi e delle piccole aziende; revisionare i catasti. E tutte quelle volpi, vecchie e nuove, che stanno a sprecare il loro fiuto (...), sarebbe meglio se si mettessero ad annusare intorno alle ville, le automobili fuoriserie, le mogli, le amanti di certi funzionari e confrontare quei segni di ricchezza agli stipendi, e tirarne il giusto senso. (II giorno della civetta, Einaudi, Torino, 1961).

    2) "Ma il fatto è, mio caro amico, che l'Italia è un così felice Paese che quando si cominciano a combattere le mafie vernacole vuol dire che già se ne è stabilita una in lingua... Ho visto qualcosa di simile quarant'anni fa: ed è vero che un fatto, nella grande e nella piccola storia, se si ripete ha carattere di farsa, mentre nel primo verificarsi è tragedia; ma io sono ugualmente inquieto". (A ciascuno il suo, Einaudi, Torino, 1966>.

    Il punto focale

    Esibite queste credenziali che, ripeto, non servono agli attenti e onesti lettori, e dichiarato che la penso esattamente come allora, e nei riguardi della mafia e nei riguardi dell'antimafia, voglio ora dire di un libro recentemente pubblicato da un editore di Soveria Mannelli, in provincia di Catanzaro: Rubbettino. Il libro s'intitola La mafia durante il fascismo, e ne è autore Christopher Duggan, giovane "ricercatore" dell'Università di Oxford e allievo dì Denis Mack Smith, che ha scritto una breve presentazione del libro soprattutto mettendone in luce la novità e utilità nel fatto che l'attenzione dell'autore è rivolta non tanto alla "mafia in sé" quanto a quel che "si pensava la mafia fosse e perché": punto focale, ancora oggi, della questione: per chi - si capisce- sa vedere, meditare e preoccuparsi; per chi sa andare oltre le apparenze e non si lascia travolgere dalla retorica nazionale che in questo momento del problema della mafia si bea come prima si beava di ignorarlo o, al massimo, di assommarlo al pittoresco di un'isola pittoresca, al colore locale, alla particolarità folcloristica.

    Ed è curioso che nell'attuale consapevolezza (preferibile senz'altro - anche se alluvionata di retorica - all'effettuale indifferenza di prima) confluiscano elementi di un confuso risentimento razziale nei riguardi della Sicilia, dei siciliani: e si ha a volte l'impressione che alla Sicilia non si voglia perdonare non solo la mafia, ma anche Verga, Pirandello e Guttuso.
    Ma tornando al discorso: non mi faccio nemmeno l'illusione che quei miei due libri, cui i passi che ho voluto ricordare, siano serviti - a parte i soliti venticinque lettori di manzoniana memoria (che non era una iperbole a rovescio, dettata dal cerimoniale della modestia poiché c'è da credere che non più di venticinque buoni lettori goda, ad ogni generazione un libro) - siano serviti ai tanti, tantissimi che l'hanno letto ad apprender loro dolorosa e in qualche modo attiva coscienza del problema: credo i più li abbiano letti, per così dire, "en touriste", allora; e non so come li leggano oggi. Tant'è che allora il "lieto fine" - e se non lieto edificante - era nell'aria, per trasmissione del potere a quella cultura che, anche se marginalmente, lo condivideva: come nel film In nome della legge, in cui letizia si annunciava nel finale conciliarsi del fuorilegge alla legge.

    Ed è esemplare la vicenda del dramma La mafia di Luigi Sturzo. Scritto nel 1900, e rappresentato in un teatrino di Caltagirone, non si trovò tra le carte di Sturzo, dopo la sua morte, il quinto atto che lo completava; e lo scrisse Diego Fabbri, volgarmente pirandelleggiando e con edificante conclusione. Ritrovati più tardi gli abboni di Sturzo per il quinto atto, si scopriva la ragione per cui la "pièce" era stata dal suo autore chiamata dramma (il che avrebbe dovuto essere per Fabbri avvertimento e non a concluderla col trionfo del bene): andava a finir male e nel male, coerentemente a quel che don Luigi Sturzo sapeva e vedeva. Siciliano di Caltagirone, paese in cui la mafia allora soltanto sporadicamente sconfinava, bisogna dargli merito di aver avuto chiarissima nozione del fenomeno nelle sue articolazioni, implicazioni e complicità; e di averlo sentito come problema talmente vasto, urgente e penoso da cimentarsi a darne un "esempio" (parola cara a san Bernardino) sulla scena del suo teatrino. E come poi dal suo Partito Popolare sia venuta fuori una Democrazia Cristiana a dir poco indifferente al problema, non è certo un mistero: ma richiederà, dagli storici, un'indagine e un'analisi di non poca difficoltà. E ci vorrà del tempo; almeno quanto ce n'è voluto per avere finalmente questa accurata indagine e sensata analisi di Christopher Duggan su mafia e fascismo.

    Nel primo fascismo

    L'idea, e il conseguente comportamento, che il primo fascismo ebbe nei riguardi della mafia, si può riassumere in una specie di sillogismo: il fascismo stenta a sorgere là dove il socialismo è debole: in Sicilia la mafia è già fascismo. Idea non infondata, evidentemente: solo che occorreva incorporare la mafia nel fascismo vero e proprio. Ma la mafia era anche, come il fascismo, altre cose. E tra le altre cose che il fascismo era, un corso di un certo vigore aveva l'istanza rivoluzionaria degli ex combattenti dei giovani che dal Partito Nazionalista di Federzoni per osmosi quasi naturale passavano al fascismo o al fascismo trasmigravano non dismettendo del tutto vagheggiamenti socialisti ed anarchici: sparute minoranze, in Sicilia; ma che, prima facilmente conculcate, nell'invigorirsi del fascismo nelle regioni settentrionali e nella permissività e protezione di cui godeva da parte dei prefetti, dei questori, dei commissari di polizia e di quasi tutte le autorità dello Stato; nella paura che incuteva ai vecchi rappresentanti dell'ordine (a quel punto disordine) democratico, avevano assunto un ruolo del tutto sproporzionato al loro numero, un ruolo invadente e temibile. Temibile anche dal fascismo stesso che - nato nel Nord in rispondenza agli interessi degli agrari, industriali e imprenditori di quelle regioni e, almeno in questo, ponendosi in precisa continuità agli interessi "risorgimentali" - volentieri avrebbe fatto a meno di loro per più agevolmente patteggiare con gli agrari siciliani e quindi con la mafia. E se ne liberò, infatti, appena, dopo lì delitto Matteotti, consolidatosi nel potere: e ne fu segno definitivo l'arresto di Alfredo Cucco (figura del fascismo isolano, di linea radical-borghese e progressista, per come Duggan e Mack Smith lo definiscono, che da questo libro ottiene, credo giustamente, quella rivalutazione che vanamente sperò di ottenere dal fascismo, che soltanto durante la repubblica di Salò lo riprese e promosse nei suoi ranghi).
    Nel fascismo arrivato al potere, ormai sicuro e spavaldo, non è che quella specie di sillogismo svanisse del tutto: ma come il fascismo doveva, in Sicilia, liberarsi delle frange "rivoluzionarie" per patteggiare con gli agrari e gli esercenti delle zolfare, costoro dovevano - garantire al fascismo almeno l'immagine di restauratore dell'ordine - liberarsi delle frange criminali più inquiete e appariscenti.

    Le guardie del feudo

    E non è senza significato che nella lotta condotta da Mori contro la mafia assumessero ruolo determinante i campieri (che Mori andava solennemente decorando al valor civile nei paesi "mafiosi"): che erano, i campieri, le guardie del feudo, prima insostituibili mediatori tra la proprietà fondiaria e la mafia e, al momento della repressione di Mori, insostituibile elemento a consentire l'efficienza e l'efficacia del patto. Mori, dice Duggan, "era per natura autoritario e fortemente conservatore", aveva "forte fede nello Stato", "rigoroso senso del dovere". Tra il '19 e il '22 si era considerato in dovere di imporre anche ai fascisti il rispetto della legge: per cui subì un allontanamento dalle cariche nel primo affermarsi del fascismo, ma forse gli valse - quel periodo di ozio - a scrivere quei ricordi sulla sua lotta alla criminalità in Sicilia dal sentimentale titolo di Tra le zagare, oltre che la foschia che certamente contribuì a farlo apparire come l'uomo adatto, conferendogli poteri straordinari, a reprimere la virulenta criminalità siciliana.

    Rimasto inalterato il suo senso del dovere nei riguardi dello Stato, che era ormai lo Stato fascista, e alimentato questo suo senso del dovere da una simpatia che un conservatore non liberale non poteva non sentire per il conservatorismo in cui il fascismo andava configurandosi, l'innegabile successo delle sue operazioni repressive (non c'è, nei miei ricordi, un solo arresto effettuato dalle squadre di Mori in provincia di Agrigento che riscuotesse dubbio o disapprovazione nell'opinione pubblica) nascondeva anche il giuoco di una fazione fascista conservatrice e di un vasto richiamo contro altra che approssimativamente si può dire progressista, e più debole.

    Sicché se ne può concludere che l'antimafia è stata allora strumento di una fazione, internamente al fascismo, per il raggiungimento di un potere incontrastato e incontrastabile. E incontrastabile non perché assiomaticamente incontrastabile era il regime - o non solo: ma perché talmente innegabile appariva la restituzione all'ordine pubblico che il dissenso, per qualsiasi ragione e sotto qualsiasi forma, poteva essere facilmente etichettato come "mafioso". Morale che possiamo estrarre, per così dire, dalla favola (documentatissima) che Duggan ci racconta. E da tener presente: l'antimafia come strumento di potere. Che può benissimo accadere anche in un sistema democratico, retorica aiutando e spirito critico mancando.

    E ne abbiamo qualche sintomo, qualche avvisaglia. Prendiamo, per esempio, un sindaco che per sentimento o per calcolo cominci ad esibirsi - in interviste televisive e scolastiche, in convegni, conferenze e cortei - come antimafioso: anche se dedicherà tutto il suo tempo a queste esibizioni e non ne troverà mai per occuparsi dei problemi del paese o della città che amministra (che sono tanti, in ogni paese, in ogni città: dall'acqua che manca all'immondizia che abbonda), si può considerare come in una botte di ferro. Magari qualcuno molto timidamente, oserà rimproverargli lo scarso impegno amministrativo; e dal di fuori. Ma dal di dentro, nel consiglio comunale e nel suo partito, chi mai oserà promuovere un voto di sfiducia, un'azione che lo metta in minoranza e ne provochi la sostituzione? Può darsi che, alla fine, qualcuno ci sia: ma correndo il rischio di essere marchiato come mafioso, e con lui tutti quelli che lo seguiranno. Ed è da dire che il senso di questo rischio, di questo pericolo, particolarmente aleggia dentro la Democrazia Cristiana: "et pour cause", come si è tentato prima dl spiegare. Questo è un esempio ipotetico.

    Ma eccone uno attuale ed effettuato. Lo si trova nel "notiziario straordinario n. 17" (10 settembre 1986) del Consiglio Superiore della Magistratura. Vi si tratta dell'assegnazione del posto di Procuratore della Repubblica a Marsala al dottor Paolo Emanuele Borsellino e dalla motivazione con cui si fa proposta di assegnargliela salta agli occhi questo passo: "Rilevato, per altro, che per quanto concerne i candidati che in ordine di graduatoria precedono il dott. Borsellino, si impongono oggettive valutazioni che conducono a ritenere, sempre in considerazione della specificità del posto da ricoprire e alla conseguente esigenza che il prescelto possegga una specifica e particolarissima competenza professionale nel settore della delinquenza organizzata in generale e di quella di stampo mafioso in particolare, che gli stessi non siano, seppure in misura diversa, in possesso di tali requisiti con la conseguenza che, nonostante la diversa anzianità di carriera, se ne impone il "superamento" da pane del più giovane aspirante".

    Per far carriera

    Passo che non si può dire un modello di prosa italiana, ma apprezzabile per certe delicatezze come "la diversa anzianità", che vuoi dire della minore anzianità del dottor Borsellino, e come quel "superamento", (pudicamente messo tra virgolette), che vuoi dire della bocciatura degli altri, più anziani e, per graduatoria, più in diritto di ottenere quel posto. Ed è impagabile la chiosa con cui il relatore interrompe la lettura della proposta, in cui spiega che il dottor Alcamo -che par di capire fosse il primo in graduatoria - è "magistrato di eccellenti doti", e lo si può senz'altro definire come "magistrato gentiluomo", anche perché con schiettezza e lealtà ha riconosciuto una sua lacuna "a lui assolutamente non imputabile": quella di non essere stato finora incaricato di un processo di mafia. Circostanza "che comunque non può essere trascurata", anche se non si può pretendere che il dottor Alcamo "piatisse l'assegnazione di questo tipo di procedimenti, essendo questo modo di procedere tra l'altro risultato alieno dal suo carattere". E non sappiamo se il dottor Alcamo questi apprezzamenti li abbia quanto più graditi rispetto alta promozione che si aspettava.

    I lettori, comunque, prendano atto che nulla vale più, in Sicilia, per far carriera nella magistratura, del prender parte a processi di stampo mafioso. In quanto poi alla definizione di "magistrato gentiluomo", c'è da restare esterrefatti: si vuol forse adombrare che possa esistere un solo magistrato che non lo sia?

  10. #10
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    Da "Il maestro di Regalpetra", di M.Collura




    L’articolo pubblicato dal Corriere della sera il 10 gennaio 1987…ha un titolo, “I professionisti dell’antimafia”, destinato a diventare uno slogan ossessivo, attribuito allo scrittore. Ma lui con quel titolo non c’entra; a crearlo è stato il redattore culturale del Corriere Cesare Medail, sintetizzando in modo giornalisticamente esemplare il contenuto dell’articolo. Che è questo: la soluzione dei problemi legati alla mafia dovrà passare attraverso il diritto, la legge, o non ci sarà soluzione, perché sarebbe come opporre alla mafia un’altra mafia, come avvenne durante il fascismo. Ed è proprio a commento di un saggio sulla mafia durante la dittatura del ventennio in Italia, del giovane ricercatore dell’Università di Oxford, Chrisopher Duggan, allievo dello storico Denis Mack Smith, che Sciascia scrive il suo articolo. Il risultato è un terremoto: sui giornali, negli ambienti politici e giudiziari, tra le fila dei militanti della lotta alla criminalità organizzata. Insomma, lo scompiglio nella trincea siciliana.
    La carica polemica dello scrittore, le sue provocazioni sono arrivate a tal punto da farlo apparire come un “Dr Jekyll e Mr Hyde”. L’emergenza preme, pretende il consenso di tutti i cittadini. La trincea non può essere abbandonata e, con essa, i suoi sparuti difensori. Lo Stato va difeso: contro la mafia così come il terrorismo. Tutto sembra terribilmente semplice: da una parte il nero, dall’altra il bianco. Ma ecco la voce di Sciascia ancora una volta uscire dal coro e pronunciare la sua eresia: la mafia vive dentro “questo” Stato e in molti casi ne è espressione. Non è un fenomeno estraneo al contesto nazionale che si reputa “sano”, ma un veleno che attira i più deboli e più esposti nella catena del sottosviluppo meridionale. Non si può fare antimafia – dice Sciascia – la sciando che lo Stato, le città, marciscano nella corruzione e nel disservizio. Non si può fare antimafia organizzando manifestazioni “di parata”. E soprattutto violando i princìpi del diritto. Queste cose le ha sempre dette e scritte nei suoi libri, specialmente nei romanzi che gli hanno fatto acquistare autorevolezza in materia di lotta alla criminalità organizzata siciliana. Ma – afferma lo scrittore – quei libri sono stati letti non come metafora di una denuncia civile, ma en touriste, per diletto, come se si trattasse di colorato folclore.
    Sciascia prevede che il suo articolo scatenerà polemiche, rendendolo bersaglio delle accuse di coloro i quali nelle critiche al “fronte antimafia” vedono un oggettivo appoggio alla mafia stessa. Per questo fa insolitamente precedere il suo scritto da un paio di brani tratti dai suoi romanza Il giorno della civetta e A ciascuno il suo: “Autocitazioni, da servire a coloro che hanno corta memoria o/e lunga malafede e che appartengono prevalentemente a quella specie (molto diffusa in Italia) di persone dedite all’eroismo che non costa nulla e che i milanesi, dopo le Cinque giornate, denominarono ‘eroi della sesta’”.

 

 
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