Autori scomodi/2 Antisemita e nazionalista, che però nella prima parte del suo lavoro di scrittore seppe raccontare come pochi la Francia degli anni Venti e Trenta. Pagò con la vita le sue posizioni reazionarie
Qualche anno prima del Sessantotto, al liceo Mamiani di Roma, viveva una bella gioventù che non amava gli scrittori di destra o più semplicemente fascisti. Così era proibito leggere D’Annunzio per i suoi traffici con il Duce e persino Pirandello veniva guardato con sospetto, nonostante la forza del suo teatro. Di Cèline si apprezzava soltanto il Voyage e di Pound forse i suoi saggi sulle banche, evitando accuratamente la poesia. Io che provenivo dall’Abruzzo invece amavo il D’Annunzio etnico, quello delle Novelle della Pescara con il pastore Tulespre, che nascondevano una sensualità fortissima e popolare. E di Cèline avevo letto anche Bagattelle, il libello contro gli ebrei ricchi, all’origine, secondo l’autore, della prima guerra mondiale e persino della rivoluzione russa. Con l’immaginazione avevo sostituito l’ebreo con il borghese e avevo eliminato lo scandalo.
Al liceo Mamiani degli anni Sessanta dunque erano gli scrittori di sinistra a predominare e soprattutto Pavese, Vittorini e Pratolini, a cui si erano aggiunti Pasolini e Testori quando pasolineggiava. Anche su Proust quei ragazzi avevano qualcosa da ridire mentre Malraux andava benissimo. Scoprii sulle bancarelle traduzioni abborracciate di Drieu La Rochelle e delle poesie di Robert Brasillach, i due autori esplicitamente fascisti del periodo tra le due guerre. Il primo si era suicidato e il secondo invece era stato condannato a morte dalla Resistenza per aver scritto articoli contro gli ebrei nella sua rivista “Je suis partaout”. La Francia aveva autori di destra che l’Italia si sognava e quando leggo che un tal Buttafuoco si fregia dell’appellativo di scrittore di destra mi viene da piangere. Ma cos’è che mi spingeva verso gli autori di destra francesi? Il sospetto che fossero loro gli inventori di stili inimitabili, che avessero rappresentato come Balzac a suo tempo, la società in maniera più icastica degli autori di sinistra. Trovavo Pavese un letterato che rifaceva fin dai suoi primi libri gli americani e così Vittorini mentre Pratolini lo trovavo troppo fiorentino nel suo linguaggio. Pasolini mi era più vicino, ma quello del cinema, dei film come Accattone più che del deamicisiano Ragazzi di vita. Il critico ungherese Lukàcs, oggi dimenticato, era stato il primo a teorizzare la superiorità del monarchico Balzac sul repubblicano Zola, basandola, come è noto, sulla differenza tra il narrare e il descrivere, quest’ultimo come testimone della superficialità, mentre il narrare andava nel profondo. Credo che proprio Lukàcs sia all’origine della voga attuale di certa egemonia di sinistra su tutta la letteratura, anche quella di segno opposto.
Robert Brasillach nacque nel 1909 a Perpignan in Borgogna e fu ucciso a Parigi nel 1945. Autore di numerosi saggi, di romanzi, di poesie, fu anche autore di una storia del cinema e di una storia della guerra di Spagna. In Notre avant-guerre, il suo capolavoro, dove racconta la sua vita di liceale e di universitario nella Parigi della fine degli anni Venti e del Trenta, Brasillach su dimostra scrittore profondo, descrittore attento della Parigi fisica e intellettuale del suo tempo. Racconta della moda del jazz e del charleston, notando l’influenza americana nel costume francese anche nella lingua, sottolineando che proprio allora venne di moda la parola sex appeal. Teatro, musica, politica, tutto lo interessava. Amava soprattutto l’amicizia intellettuale tra studenti e quando a trent’anni sentì che la sua giovinezza era scomparsa, credette che anche quel mondo fosse rimasto sepolto dalla seconda guerra mondiale. Vi si ritrovano le sue letture di poeti come Valèry, dei surrealisti, dell’amato odiato Gide, di Proust ma soprattutto di scrittori di destra come Maurras e Barrès, insieme a Freud, Crevel, Colette, il primo Simenon e il primo Bernanos. Erano gli anni in cui il teatro di Pirandello impazzava a Parigi. I giovani amici di Brasillach somigliano a quelli di Paul Nizan e di Cocteau, solo che hanno meno leggerezza e meno estremismo intellettuale. Innamorato della sua nazione, Brasillach immaginava una rivoluzione nazionale che non ritrovava del tutto in Mussolini e in Hitler. La sua idea di nazione veniva dal Seicento e se reagiva alla modernità americana e al capitalismo, non combaciava del tutto con i sogni di potenza hitleriani. Brasillach scrisse su “Action fracaise” di Maurras e poi su “Je suis partout”, notando che quella gioia nazionale che aveva nutrito in seno si era rovesciata tutta in gruppismo, in azioni vilente come quelle dei “Cagoulards”, che ammazzarono i fratelli Rosselli.
Il fascismo di Brasillach era intellettuale e riguardava soprattutto il nazionalismo che oggi è vivo solo nelle partite di pallone. Nelle sue memorie è però la prima parte, quella della formazione intellettuale di tutta una generazione ad affascinare il lettore ancora oggi. La seconda parte invece, più ideologica, è quella di certo più invecchiata. Ci sono poi i viaggi in Italia, in Spagna, fatti ancora nel segno del grand tour: l’Italia è certo quella popolare di Mussolini, ma ad affascinarlo sono pur sempre i tesori dell’arte italiani come nei viaggiatori dell’Ottocento. Così pure per la Spagna. Brasillach era convinto che la Francia fosse ancora il faro del mondo, anche per il suo spirito nazionalista e temette che quel primato fosse scaduto con la seconda guerra mondiale. I suoi timori non erano infondati se subito dopo fu l’America a prendere il ruolo principe nella cultura mondiale. La patria che ama il Nostro è, a ben vedere, molto simile a quella popolare delle periferie e delle campagne che amavano i comunisti meno snob, anche se il suo giudizio sul Fronte popolare è drastico.
L’occhio di Brasillach, detto tutto, rimane quello del poeta di Fresne, del carcere dove fu rinchiuso, quello di chi non avrebbe dovuto essere così barbaramente ucciso. In Italia gli scrittori di destra non pagarono nulla. In gran massa si convertirono alla sinistra e nessuno pagò con la vita come Brasillach. L’antisemitismo di Brasillach non era come quello di Cèline e tuttavia c’è da dire che prima della Shoa antisemiti erano in tanti, come Simenon ad esempio, che aveva scritto moltissimi articoli contro gli ebrei ricchi. Odiava il comunismo snob e borghese alla Gide su cui pronunciò surrealisticamente una “orazione funebre”, ma amava i surrealisti alla Crevel, che si suicidò in seguito alla fine dei rapporti con Breton. Ce l’aveva anche con i partiti della destra francesi, vecchiotti e bolsi. Assomigliava insomma a un estremista di sinistra degli anni Settanta per l’antiamericanismo, la polemica con il Pci e il Psi e un certo fascino dell’Italia etnica che altrove veniva chiamata suolo patrio. Quello che amava il nostro scrittore era “il mattino profondo”, quello greco, della giovinezza eterna e la gioventù è ancora il mito della sinistra tutta.
Da noi è stato proprio Pasolini a parlare di tradizione offesa, recuperato per questo dalla nostra destra. Ma Pasolini ancora oggi figura come un’icona della sinistra giovane. In questo ha sostituito da tempo Pavese, il suicida Pavese, mentre l’autore di Petrolio è stato, come è noto, barbaramente assassinato. Rileggendo gli autori del passato, anche quelli di destra, bisognerebbe sempre avere la saggezza di comprendere e sorridere a volte delle loro idiosincrasie, pur sempre giudicando le loro ideologie.
Renzo Paris
Fonte: www.liberazione.it
28.07.06





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Robert Brasillach scrisse la tragedia Berenice, in cinque atti, nel 1940; ed essa costituisce il tramite tra i romanzi giovanili e gli scritti del carcere. Nelle pagine di Berenice emerge quel senso tragico dell'esistenza che fu uno dei connotati del fascismo (…) In Berenice, ricalcata sulla leggenda dell'infelice amore dell'imperatore Tito e della regina ebrea di Cesarea che dà il nome alla tragedia, Brasillach inserisce tra i due un terzo personaggio, Paolino, che rappresenta la voce di una nuova giovinezza, una "gioventù dura, spartana, virile, eroica". La voce del combattente che crede che "i giovani dell'Impero siano dediti soltanto al catechismo imperiale e ai pugnali eroicamente istoriati", che si frappone tra il suo imperatore e la straniera Berenice allontanandoli in nome di Roma. (…) Alla fine è l'imperatore a decretare il verdetto: "non posso essere felice contro il mio popolo"; la vittoria spetterà alla "giovinezza". ("La Contea", IV, 28-29, giugno-luglio 1987 )
Nei due fratelli nemici Brasillach vede una situazione paradigmatica che si rifrange e si ripete in molteplici episodi della storia; in particolare nelle vicende della Francia divisa fra collaborazionisti e résistants. Per Brasillach i due fratelli costituiscono i due aspetti di una totalità, i poli di una realtà unitaria: termini complementari, non entità irriducibili. Sembra dunque che Brasillach abbia intraveduto, al di là del manicheismo che ordinariamente si connette alla prospettiva del soldato politico, il significato totale, cosmico, dello scontro mortale che lo vedeva parte in causa. Sembra, cioè, essere riuscito a trascendere sul piano della comprensione intellettuale degli eventi la propria posizione particolare, per attingere una posizione che si potrebbe definire "organicistica". ("Il nuovo diario", IV, 3, 24 gennaio 1987)>