Berlusconi finge le dimissioni, tutti ci cascano
Accordo raggiunto per il rimpasto. Poi il colpo di scena: il premier sale sul Colle e non lascia
Il Cavaliere chiede al presidente della Repubblica di andare alle Camere. Il Quirinale si aspettava la visita venerdì
di LAURA DELLA PASQUA
«NON mi sono dimesso. Avete visto? Questa volta la sorpresa ve l’ho fatta io». E poi in tono di sfida rilancia: «Ora vediamo come reagisce il Parlamento». Berlusconi ha appena lasciato il Quirinale dopo l’incontro di circa un’ora con il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi e in piazza Montecitorio fornisce alla stampa alcuni scampoli di notizie sull’esito del vertice. Subito dopo arriva una nota del Quirinale: Ciampi ha accettato le dimissioni dei ministri, dei viceministri e dei sottosegretari dell’Udc e del Nuovo Psi e ha invitato il premier a presentarsi senza indugio al Parlamento per il chiarimento politico. Lì, ritiene Ciampi, deve avvenire il vero chiarimento politico nella maggioranza. Per andare avanti dopo le fibrillazioni innescate dal voto del 3-4 giugno, l’esecutivo deve ottenere un voto di fiducia. Quindi si potrà discutere dell’eventuale sostituzione dei ministri e dei sottosegretari dell’Udc e del Nuovo Psi. Il colpo di scena è arrivato al termine di una giornata in cui sembravano scontate le dimissioni del premier e inevitabile un Berlusconi bis. Un vertice a Palazzo Grazioli con i leader della Cdl aveva ricomposto la frattura con Follini che insieme a Fini aveva sottoscritto una lettera in cui a fronte di un nuovo programma e di un nuovo governo si ribadiva la leadership di Berlusconi. Tant’è che l’Udc aveva cominciato a far girare anche la lista dei nuovi ministri. A quel punto tutti si aspettavano che il premier consegnasse le sue dimissioni a Ciampi ma così non è stato. A consigliare Berlusconi sarebbe stato Bossi in una telefonata concitata: «Caro Silvio se ti dimetti ti consegni all’Udc, diventi un leader dimezzato e quelli alla prima occasione ti fanno fuori». Il Cavaliere non ha bisogno di essere convinto. Uscito dal Quirinale dirà ai suoi: ma io non ho mai pensato di dimettermi. Berlusconi arriva al Quirinale alle 18,30 accompagnato dal sottosegretario Gianni Letta, dopo il vertice con i leader di maggioranza. Il Capo dello Stato lo riceve nello Studio alla Palazzina, insieme al segretario generale del Quirinale, Gaetano Gifuni. Prima di invitare i suoi ospiti a mettersi a sedere, Ciampi li accompagna al grande tavolo di lavoro sotto la finestra e, per cominciare, firma i decreti che rendono effettive le dimissioni dei ministri e dei sottosegretari. Un particolare che dice quanto avrebbe voluto farlo già venerdì scorso. Poi, quando tutti hanno preso posto attorno alla grande scrivania, Ciampi chiede a Berlusconi se intende aggiungere anche le sue dimissioni. No, presidente, è la risposta, preferisco andare in Parlamento a dimostrare che il sostegno della maggioranza non è venuto meno. Al presidente della Repubblica spiega che non intendeva rassegnare il mandato, ma preferisce andare in Parlamento a dimostrare la solidità della maggioranza: la scelta sarebbe motivata dal fatto che nella coalizione rimane un residuo terreno non del tutto appianato, difficoltà che il premier pensa di poter superare proprio nei tempi del passaggio parlamentare. Ciampi non solleva obiezioni, perché ci sono almeno tre precedenti simili. Furono rinviati alle Camere i governi Colombo, Fanfani, Goria, quando attraversarono una crisi analoga: ritiro di una intera delegazione di partito dall’esecutivo accompagnato dall’impegno del partito stesso a restare nella maggioranza mantenendo il sostegno al governo. La brevità dell’incontro e le modalità hanno confermato l’impressione che Ciampi attendesse la visita di Berlusconi già venerdì scorso, al rientro dalla Bulgaria, poche ore dopo la decisione della direzione dell’Udc e del Nuovo Psi di ritirare i ministri. Invece, venerdì stesso, in serata, al Quirinale si era recato il sottosegretario Gianni Letta, per riferire al segretario generale Gaetano Gifuni che l’approfondimento non era ancora concluso. Una evidente richiesta di tempi supplementari. Un gesto, pare, accompagnato da una telefonata fatta a Ciampi dallo stesso Berlusconi, per spiegare che il ritardo non voleva essere un gesto di scortesia, ma era dovuto alla ricerca di una soluzione positiva, che egli considerava ancora possibile. Il Quirinale ha comunque insistito perché le lettere di dimissioni dei ministri Udc fossero consegnate formalmente al Colle, senza ritardo. Questo è avvenuto l’indomani, sabato, quando le lettere sono state consegnate alla segreteria generale del Quirinale dal segretario generale della presidenza del Consiglio. Anche questo è apparso un gesto al limite della correttezza istituzionale: di solito è il presidente del Consiglio a sottoporle personalmente al capo dello Stato, contestualmente alla richiesta di firmare un decreto presidenziale di accettazione delle rinunce, ed eventualmente di proprie dimissioni o di sostituzione dei ministri uscenti. L’umore del Quirinale traspariva dal comunicato con cui si dava notizia del recapito delle lettere di dimissioni. In esso si rendeva noto che Berlusconi le avrebbe sottoposte personalmente ieri a Ciampi. Era chiaro, a questo punto, che il Capo dello Stato non intendeva concedere ulteriori dilazioni. Uscito dal Quirinale Berlusconi si è recato dai presidenti della Camera Casini e del Senato Pera per riferire dell’incontro. A Pera il premier avrebbe raccontato che era pronto a sostituire i tre ministri Marzano, Sirchia e Lunardi con Billè, Caldoro e La Malfa, oltre al cambio Castelli-Vietti. Nel frattempo a stretto giro è arrivato il commento dell’Udc che la dice lunga sullo scenario che si sta aprendo. Il braccio destro di Follini, Lorenzo Cesa avverte: «Evidentemente, in Forza Italia c’è chi auspica un governo istituzionale». L’Udc ha capito che la trappola è scattata. «Berlusconi ci ha messo nel sacco» è il tam tam che rimbalza tra i centristi. Di lì a un’ora arriva lapidario il commento di Follini: «Lo aspettiamo in Parlamento». E Berlusconi incalza: «Mi presento in Parlamento nella pienezza dei miei poteri».
Martedì 19 Aprile 2005




Rispondi Citando

4 Berlusconi: "Se la Cdl è divisa non mi candido più" 