
Originariamente Scritto da
fulvia1312




Giuseppe Demasi, 26 anni, era
l'ultimo ferito rimasto in vita dopo
il tragico incendio del 6 dicembre
TORINO
L’ultimo testimone diretto del rogo sprigionatosi alla linea 5 dello stabilimento della Thyssenkrupp di Torino ha smesso oggi di lottare per rimanere in vita. Giuseppe Demasi, 26 anni, il settimo operaio ustionato nell’incendio del 6 dicembre, non ce l’ha fatta contro quelle ustioni che gli hanno devastato più del 90 per cento del corpo.
Ventisei anni: stessa età di Rosario Rodinò, i cui funerali sono stati celebrati sabato 22 dicembre nella chiesa Rosario della Pace, nel quartiere operaio Barriera di Milano. E Barriera rievoca anche nel nome la «saracinesca» calata sul mondo operaio di cui ha parlato più volte, dal quel maledetto giorno, il presidente della Camera Fausto Bertinotti: «una saracinesca che taglia fuori gli operai dalla nostra società, facendoli sentire "altro" da quello che è fuori la fabbrica». Di certo, fuori le chiese nelle quali a turno, uno dopo l’altro, i sei operai sono stati salutati, quel mondo si è riaperto all’esterno: il capoluogo Piemontese aveva già visto uscire dal Duomo le bare di Antonio Schiavone, Angelo Laurino, Roberto Scola e Bruno Santino.
Nella parrocchia di San Giovanni Maria Vianney, si era dato l’ultimo saluto a Rocco Marzo. Celebrazioni alle quali hanno partecipato i cittadini, la società civile e le istituzioni, da Fausto Bertinotti al premier Romano Prodi che ha assistito con la moglie Flavia alla funzione funebre di Rosario Rodinò. Venerdì, poi, in centinaia hanno partecipato alla fiaccolata che, dal sito della Thyssen in corso Regina Margherita, ha raggiunto l’ospedale Cto di Torino, dove era ricoverato proprio Giuseppe. La fabbrica è chiusa e non riaprirà più. Lo hanno annunciato il 27 dicembre i rappresentanti dell’azienda durante il vertice con Rsu, Fim, Fiom, Uilm torinesi e nazionali all’Unione Industriale del capoluogo piemontese.
L’incendio scoppiò all’una e mezza di notte nella linea 5, adibita al trattamento termico dei prodotti di laminazione. Ad innescarlo fu la fuoriuscita dell’olio bollente usato per temperare i laminati. Gli operai avevano dapprima cercato di di spegnere le fiamme servendosi degli estintori e di una manichetta dell’acqua. È stata proprio l’acqua, però, a far espandere le fiamme: a contatto con l’idrogeno liquido e l’olio refrigerante, pare abbia provocato una fiammata che ha incvestito gli operai. All’arrivo dei vigili del fuoco il reparto era completamente distrutto. Ma sul disastro hanno pesato, come ormai accertato, anche le condizioni di lavoro: stando ai sindacati, alcuni lavoratori coinvolti nell’incidente erano in turno da 12 ore consecutive, con 4 ore di lavoro straordinario alle spalle.
La Thyssenkrupp aveva già deciso di chiudere lo stabilimento di Torino e concentrare l’attività su quello di Terni. Nel capoluogo piemontese erano però ancora impegnati 200 operai. La linea 5, in particolare, aveva intensificato i ritmi di lavoro ed è per questo che l’azienda aveva deciso di tenerla aperta fino a giugno. A questo si aggiungono le violazioni alle norme sulla sicurezza nei luoghi di lavoro. Il rapporto dell’Asl, inviato il 28 dicembre alla Commissione Parlamentare sulle morti bianche e già sul tavolo della Procura di Torino, contiene 116 riferimenti a violazioni riscontrate in meno di dieci giorni di indagini nella fabbrica della strage. Rapporto che ha portato la procura ad aprire un’inchiesta a carico dell’amministratore delegato Harald Espenhahn e dei consiglieri delegati Gerald Priegnitz e Marco Pucci. Ad oggi sono indagati per omicidio, lesioni e disastro colposi ma, qualora alcune delle ipotesi investigative dovessero trovare conferma, potrebbe configurarsi anche l’accusa di «omicidio volontario con dolo eventuale» o quella della «morte come conseguenza di altro reato» (l’omissione volontaria di cautele contro gli incendi).
http://www.lastampa.it/Torino/cmsSez...5544girata.asp