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    Predefinito La Bhutto voleva la protezione Mossad

    «La Bhutto voleva la protezione Mossad»


    Maurizio Blondet
    31/12/2007
    Benazir Bhutto durante il suo ultimo comizio, pochi minuti prima di essere assassinata

    Lo ha «rivelato» Ehud Olmert al Jerusalem Post: mentre si accingeva a tornare in Pakistan dall'esilio, la signora avrebbe fatto arrivare al premier israeliano, attraverso «un conoscente reciproco», il messaggio che essa desiderava «stretti legami» fra Israele e Pakistan
    Peccato, ha sospirato Olmert, perché madame avrebbe potuto essere «un ponte fra Israele e il mondo islamico».
    Secondo Ma'ariv, inoltre, la Bhutto avrebbe chiesto al Mossad, oltre che alla CIA e a Scotland Yard, un aiuto nella sicurezza fino alle elezioni dell'8 gennaio.
    La signora si sarebbe lagnata che il presidente Musharraf la stava rendendo un facile bersaglio, non consentendole di prendere in proprio misure adeguate di protezione.
    Il ministro degli Esteri (cioè Tzipi Livni) era «favorevole a dare una mano alla Bhutto», ma il governo sionista infine decise di non darle la protezione richiesta per timore di «irritare Musharraf e di turbare le relazioni con la vicina India, che è stretto alleato di Israele».
    Anche l'India stretto alleato di Israele, ora sappiamo anche questa.
    Strana «rivelazione».
    Che forse contrasta (ma forse no) con il discorso che Benazir Bhutto stava facendo prima di essere uccisa.

    Nelle sue ultime frasi, si è riferita alla notizia secondo cui truppe straniere sarebbero state spedite in Pakistan per combattere contro i Talebani ed Al Qaeda nelle aree tribali a ridosso dell'Afghanistan. Musharraf aveva appena concesso questo all'inviato USA John Negroponte.
    «Perché dovrebbero entrare qui truppe straniere?», ha detto la Bhutto: «Noi possiamo occuparci di questo, io posso, voi potete. Gli orfani politici fanno di tutto per rimandare le elezioni. Hanno progettato di proclamare lo stato d'emergenza e vogliono che il presidente Musharraf rimanga in uniforme per altri cinque anni…».
    Minuti dopo, veniva uccisa - come abbiamo visto - da un paio di specialisti in abiti occidentali, nient'affatto terroristi suicidi vogliosi di raggiungere le Uri, ma bravissimi a far centro in una testa con la pistola automatica.
    La circostanza ha ricordato da vicino il video di Ali Agca che spara al Papa: stessa sicurezza, stesso brandeggio dell'arma, stessa calma tra la folla.
    Professionisti.

    La Bhutto sembrava dunque colta di sorpresa dal fatto che Musharraf si era accordato con gli americani, cedendo alle loro richieste di accogliere le truppe USA.
    Forse aveva capito di essere diventata superflua?
    Forse s'era rivolta ad Israele per protezione, nel senso in cui un negoziante accetta la «protezione» di mafiosi (pago il pizzo così non mi bruciano il negozio?).
    Certo la sua sorpresa è strana.

    L'idea americo-israeliana di prendere le armi atomiche pakistane per la sicurezza di Sion era stata formulata ben sei anni orsono.
    Per l'esattezza, in un rapporto del 4 ottobre 2001 (si noti la data: un mese dopo l'11 settembre) di un ente di Washington chiamato ISIS, Institute for Science and International Security.
    Intitolato «Securing Pakistan's Nuclear Arsenal: principles for Assistance», il rapporto asserisce: «Secondo le valutazioni dell'ISIS, a fine 1999 il Pakistan possedeva 585-800 chilogrammi di uranio arricchito a livello militare e 1,7-13 chilogrammi di plutonio, quantità sufficienti per 30-50 testate o bombe nucleari… La questione inquietante è che nella corrente situazione una testata o materiale fissile possa finire nelle mani sbagliate. Le informazioni disponibili dicono che, nonostante le dichiarazioni ufficiali contrarie, il governo pakistano non ha piena fiducia nella sicurezza del suo arsenale atomico».
    E concludeva: «Vari osservatori hanno suggerito che se il Pakistan dovesse soccombere ad un colpo di Stato condotto da forze ostili agli Stati Uniti, le forze armate USA devono essere pronte a mettere in sicurezza le armi nucleari (o anche portar via quelle armi dal Pakistan) senza il permesso delle autorità pakistane».
    Dunque già nell'ottobre 2001 il progetto di impadronirsi delle testate pakistane era stato espresso. Anzi, addirittura prima.
    Perché risulta un precedente rapporto ISIS del 18 settembre 2001, dal titolo: «Pakistan's weapons must not fall in terrorists' hands».

    C'è da sospettare che le stesse teste che hanno progettato il mega-attentato dell'11 settembre come pretesto per la «guerra globale al terrorismo» islamico, avessero prospettato o previsto tutti i seguenti conflitti: dall'occupazione dell'Afghanistan allo smembramento dell'Iraq, fino al disarmo nucleare forzato del Pakistan, il solo Paese musulmano ad avere bombe atomiche.
    Il rapporto ISIS è firmato da David Albright, Kevin O'Neill e Corey Hinderstein : due su tre sono israeliti, Albright è un ex ispettore dell'ONU.
    L'ISIS è finanziato dalla Carnegie Corporation, dalla Ford Foundation, dal Fondo Fratelli Rockefeller e da anonimi membri della famiglia Rockefeller; inoltre riceve fondi dal governo USA.

    Maurizio Blondet

    www.effedieffe.com

  2. #2
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    La morte cruenta di Benazir Bhutto. Giovanna Canzano intervista Tiberio Graziani:::: 28 Dicembre 2007 :::: 14:08 T.U. :::: Intervista :::: Giovanna CanzanoLa morte cruenta di Benazir Bhutto
    28 Dicembre, 2007 04:03:00

    La morte cruenta di Benazir Bhutto è uno degli episodi che costellano una ben precisa strategia : quella della destabilizzazione del Vicino e Medio Oriente, in coerenza con la recente riformulazione del progetto statunitense del Grande Medio Oriente”. (Tiberio Graziani)


    CANZANO - Benazir Bhutto, una morte annunciata?

    GRAZIANI – Certamente sì. C’era da aspettarselo. Ricordiamo che l’arrivo della Bhutto in Pakistan, il 18 ottobre scorso, dopo alcuni anni di volontario e dorato esilio tra Londra e Dubai, venne salutato con un attentato che causò la morte di circa 130 persone…

    CANZANO – L’omicidio nasce da un progetto di destabilizzazione?

    GRAZIANI – La morte cruenta di Benazir Bhutto è uno degli episodi che costellano una ben precisa strategia: quella della destabilizzazione del Vicino e Medio Oriente, in coerenza con la recente riformulazione del progetto statunitense del Grande Medio Oriente degli esordi della amministrazione Bush. Il progetto del Greater Middle East o anche Broader Middle East (Medio Oriente allargato) è stato introdotto, quale proposta per dare una svolta radicale alla politica occidentale verso il Vicino e Medio Oriente, durante il vertice del G8 del 2004. L’idea, tuttavia, risale agli accordi di Helsinki del 1975.
    Vale la pena ripercorrere la genesi di questa nuova riformulazione, che si traduce, in termini semplificati, nella creazione di un nuovo arco di instabilità in ossequio ai dettami di Zbigniew Brzezinski, il teorizzatore della trappola afgana contro l’Unione Sovietica e dell’utilizzo dei talebani in funzione antisovietica. Molti degli attuali quadri dell’organizzazione di Osama Bin Laden sono stati addestrati e reclutati da Washington ai tempi della guerra sovieto-afgana.
    Dunque, un mese prima dell’aggressiva ritorsione israeliana contro il Libano del luglio 2006, Condoleeza Rice ha riformulato il vecchio progetto del Grande Medio Oriente denominandolo “Nuovo Medio Oriente”. Lo stesso segretario di Stato, nei giorni della guerra israeliana contro il Libano, congiuntamente con il primo ministro israeliano Olmert informò i media che in Libano era stato avviato un progetto per un “nuovo” Medio Oriente. Attualmente, dopo la penetrazione armata in Afghanistan e in Iraq, gli interessi geostrategici degli anglo-americani e dei loro alleati occidentali si concentrano, a nord, verso l’area centroasiatica, per contenere e pungolare gli interessi geopolitici della Russia e per testare il dispositivo eurasiatico di sicurezza messo in atto dall’Organizzazione di Shangai (SCO), e a sudest per limitare alcune prese di posizioni dell’alleato di sempre, il generale Musharaff. Bisogna ricordare che, proprio nel giugno del 2006, il Pakistan e l’Iran sono stati invitati come osservatori della SCO. Precedentemente, a febbraio, il Pakistan aveva avanzato la propria candidatura a membro effettivo L’adesione del Pakistan è sostenuta ovviamente dalla Russia a patto che anche l’India, attualmente osservatore, diventi membro effettivo dell’Organizzazione di Shangai. Se ciò si realizzasse, lo storico asse Washington – Islamabad sarebbe spezzato. Da qui l’iniziativa del “Nuovo Grande Medio Oriente”.
    Gli USA vogliono un Pakistan destabilizzato, da mettere, nel migliore dei casi, sotto tutela ONU, o da occupare, come nei casi dell’Afghanistan e dell’Iraq.
    L’attentato alla Bhutto ha destato molta preoccupazione a Mosca. Infatti, secondo quanto riportato da alcune agenzie, la Russia ha condannato “con forza" l'attentato di oggi (27 dicembre). In particolare, Mikhail Kaminin, portavoce del ministero degli esteri, augurando che "i dirigenti del [Pakistan] riescano a prendere le misure necessarie a garantire la stabilità nel paese", ha ricordato che Mosca "aveva più volte ammonito a prestare attenzione al fatto che le autorità pachistane avrebbero dovuto adoperarsi al massimo per garantire la stabilità nel paese in questo periodo cruciale". Secondo il viceministro degli esteri, Aleksandr Lossiukov, "un simile attentato può diventare un ennesimo fattore di instabilità in un paese già fragile alla vigilia di importanti elezioni".

    CANZANO – Il ritorno di Benazir Bhutto era visto come uno sbocco alternativo alla democrazia?

    GRAZIANI – Sì, il ritorno della Bhutto è stato “lanciato” mediaticamente come una opportunità democratica per il Pakistan. Ad arte è stato fatto passare il messaggio che grazie alla Bhutto si aprisse per il Pakistan una nuova era, che fosse cioè possibile realizzare l’irrealizzabile, vale a dire un Pakistan laico e democratico. Quando invece questo aborto geopolitico che è il Pakistan è stato creato dalle potenze occidentali proprio su base confessionale.

    CANZANO – Pervez Musharraf con l’arrivo della Bhutto doveva accettare di essere un leader dimezzato?

    GRAZIANI – Musharraf ha il piede in due staffe. Ha acconsentito a togliersi la divisa e a stabilire la data delle elezioni presidenziali, come gli ha consigliato Negroponte, l’emissario di Bush e Condoleeza Rice e già uomo forte di Reagan nel Sudamerica. Il generale pachistano è tuttavia un uomo di potere che mai accetterebbe un ruolo di secondo piano. Anche per tale motivo è, in questo momento, poco affidabile per Washington.

    CANZANO – Il Pakistan nel 1947 diventa indipendente dall’India britannica e poi?

    GRAZIANI – Il Pakistan, più che diventare indipendente, viene creato ex-novo come nazione musulmana dalle potenze occidentali che non riuscivano a contenere le tendenze secessioniste nel Raj britannico, capeggiate dai nazionalisti musulmani. Il suo stesso nome è un acronimo che, inventato, negli anni trenta, da un giovane nazionalista musulmano, Choudary Ramat Ali, venne assunto dal nuovo organismo nel 1947, quando si distaccò dall’India. A quell’epoca il Pakistan era formato da due entità geografiche, il Pakistan occidentale e quello orientale, l’attuale Blangadesh, separate per alcune migliaia di chilometri dal territorio indiano
    Il Pakistan ha conosciuto, nel corso della sua breve storia di appena sessant’anni, almeno tre cicli geopolitici. Un primo ciclo va dal 1947 al 1971, quando il Blangadesh conquistò l’indipendenza. In questi anni il Pakistan svolge un ruolo importante nell’ambito della dottrina Truman di contenimento dell’URSS: è membro infatti dei due distinti sistemi di alleanze: CENTO (Patto di Baghdad) e OTASE (Patto di Manila).
    Dopo l’indipendenza del Blangadesh, il Pakistan, dal punto di vista geopolitico, si riorienta verso il Vicino Oriente e il mondo islamico del Golfo. Sul finire degli anni 70, con la rivoluzione iraniana e l’invasione sovietica dell’Afghanistan, Islamabad si riconferma come un alleato privilegiato per gli USA. Un terzo ciclo si è aperto con il crollo dell’Unione sovietica. Il Pakistan, in questi ultimi anni, sembra interessato a rafforzare i rapporti con le repubbliche centroasiatiche, di cui diverrebbe la via privilegiata verso l’Oceano indiano: una via che essendo funzionale agli interessi eurasiatici della SCO, viene osteggiata da Londra e Washington. Ciò che accade oggi in Pakistan è speculare alle tensioni in corso nel Myanmar.

    CANZANO – I confini con l’Afghanistan sono a rischio?

    GRAZIANI – In una prospettiva di occupazione del Pakistan da parte delle forze occidentali, certamente sì.

    CANZANO – Le elezioni dell’8 gennaio sono a rischio?

    GRAZIANI – E’ difficile fare previsioni.

    Intervista rilasciata il 27 dicembre 2007
    28 Dicembre, 2007 04:03:00



    BIOBIBLIOGRAFIA

    Tiberio Graziani è direttore di Eurasia. Rivista di studi geopolitici (www.eurasia-rivista.org). Ha curato i libri intervista: Serbia, trincea d’Europa – intervista a Dragos Kalajic e Iraq, trincea d’Eurasia – intervista a Padre Jean-Marie Benjamin (Edizioni all’insegna del Veltro). Dirige inoltre, per le edizioni all’insegna del Veltro, la collana “Quaderni di geopolitica”.

    http://www.eurasia-rivista.org/cogit...kgmhNQVe.shtml

  3. #3
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    Il Grande Gioco riparte da Islamabad:::: 29 Dicembre 2007 :::: 13:20 T.U. :::: Analisi :::: Alessandro Lattanziodi Alessandro Lattanzio *

    L'eliminazione di Benazir Bhutto non è una covert operation, a mio parere, attuata dagli anglosionstatunitensi. Tutt'altro.
    Come si evince dallo straordinario starnazzamento dei necon, statunitensi o nostrani, la Bhutto era l'unica carta rimasta alle centrali metropolitane atlantiste. Londra e Washington avevano puntato tutto su di lei. Sarebbe stato da suicidi eliminare la propria pedina, l'unica esistente tra Bangkok e Baghdad (il Dalai Lama non vale niente da quelle parti, semmai presso i club d'alto bordo del jetset occidentale.)
    In realtà, Benazir Bhutto ha fatto la fine del vaso di coccio tra i vasi di ferro.
    Il 'vaso di coccio', proprio perché tale, si era affidata alle cure dei servizi atlantisti e sionisti. Probabilmente lo spostamento di truppe speciali statunitensi (e credo non solo USA), era correlato alla campagna elettorale organizzata dal partito della Bhutto. Insomma, è probabile che in vista delle elezioni dell'otto gennaio, Washington, Londra, Tel Aviv e il clan Bhutto, avessero preparato una 'rivoluzione colorata'; da inscenare nella probabile sconfitta elettorale.
    Le masse del Partito del Popolo del Pakistan, cioè i clientes del Clan Bhutto, avrebbero costituito la massa di manovra e l’innesco della rivolta pilotata. E la presenza dei militari delle SOF (Special Operation Forces) USA, avrebbe garantito la protezione dei vertici dell’operazione, e la possibilità di una buona riuscita della stessa.
    Non si può dimostrare una cosa del genere, almeno prima che accada, ma è consigliabile fare congetture; non si rischia di cadere nella confusione o nelle trappole mediatiche (come dimostra il ruolo dei mass media in Italia).
    Vediamo ora i ‘vasi di ferro’.
    Il primo, senza dubbio, è il Generale Perwez Musharraf. Ora egli viene indicato come fantoccio degli USA, posto a capo della ‘colonia’ degli states, chiamata Pakistan.
    Bene. Male. Proprio questo attentato, dimostra che il Pakistan è tutt’altro che una colonia yankee. Come lo dimostra anche il fatto che Washongton abbia elargito miliardi di dollari, praticamente a fondo perduto, per far combattere ai pakistani una guerra che non vogliono combattere e che, soprattutto, non combattono. L’operazione di marketing sulla Bhutto, aveva anche lo scopo di prendere il controllo dei vertici militari, eliminare ed emarginare i componenti dell’intelligence ‘inaffidabili’ per l’asse atlanista-sionista, smantellare l’unico arsenale nucleare islamico esistente. Ma, e qui risiede, probabilmente, la chiave dell’attentato, il vero obiettivo dell’operazione pakistana, era quello di incunearsi tra le potenze continentali eurasiatiche (Russia, Cina, India). La solita storia. Inoltre, un eventuale ‘governo Bhutto’, avrebbe ripreso quella campagna antiraniana, attuata da un fantomatico ‘Fronte per la Liberazione del Baluchistan’ che operava dal territorio del Baluchistan pakistano. Tale campagna terroristica, attuata con l’appoggio dell’intelligence e delle forze speciali USA (vedi appunto sopra), aveva prodotto diverse decine di vittime tra gli iraniani.
    Musharraf, a quanto pare, negli ultimi tempi ha bloccato tale operazione, Difatti, diversi membri della guerriglia baluchi, avevano ricominciato a sparare anche sui soldati e i poliziotti pakistani. Al solito, il comportamento del Pentagono, di Langley e di Tel Aviv, avevano riacutizzato una tensione interna, interetnica, che in precedenza si era attenuata.
    Questa era una spina nel fianco che il ‘vaso di ferro’ non poteva accettare. Già bastava e avanzava la ‘Guerra al Terrorismo’, condotta nel Waziristan e nei Territori del NordOvest, che l’amministrazione Cheney aveva imposto ad Islamabad.
    Tale guerra interna, condotta anche contro i territori pasthun dell’Afganistan, che i vertici militar-strategici pakistani ritengono appartenere alla Repubblica di Islamabad, ha provocato risentimenti e aspra ostilità verso Washington e i suoi alleati locali. E qui entra il secondo ‘vaso di ferro’, ovvero la corrente pan-islamica (o meglio, panPakistana) delle forze armate e della comunità dell’intelligence (ISI) pakistane. Tali forze possiedono una loro strategia e una loro condotta operativa di lungo periodo.
    E, soprattutto, hanno due potenti alleati. I Taliban, in Afghanistan, loro creature, e la Repubblica Popolare Cinese, con cui sono in rapporti strettissimi, almeno dal 1962, dal tempo della Guerra Himalayana tra India e Cina Popolare.
    E qui entra, come si è accennato, la chiave dell’attentato. Tale chiave si chiama ‘Oleogasdotto dell’Amicizia’. Il favoloso progetto di trasportare energia dai giacimenti di gas e di petrolio iraniani, e alimentare i motori economici globali cinese e indiano (la famosa Cindia). Oleogasdotto, vena giugulare vera e propria dell’economia eurasiatica, che deve passare per il territorio del Pakistan. Insomma, un grandioso progetto con cui quattro importanti capitali eurasiatiche, avrebbe instaurato e garantito l’indipendenza energetica. Un obiettivo strategico di lungo periodo. Una vera e propria ‘arma assoluta’, puntata verso il traballante (e perciò pericoloso) dominio mondiale statunitense. Uno scudo ben più efficace dello scudo antimissile vaneggiato, da oltre un quarto di secolo, da Washington.
    Con tale pipeline, Beijing e New Delhi blinderanno il loro predominio economico-produttivo, che volge verso il dominio nel campo bancario-finanziario (Si pensi all’interventismo cinese in Africa). Mentre Tehran e Islambad potranno dedicare maggiori risorse allo sviluppo delle proprie economie (La centrale di Bushehr e il porto-centro siderurgico di Gwadar).
    Ora si pensi, cosa sarebbe accaduto a questo programma di integrazione energetica continentale, se un governo amico dell’occidente si fosse installato ad Islamabad? Esso sarebbe stato ostacolato, sabotato o perfino bloccato. Probabilmente.
    La corrente islamista-militarista dell’ISI, perciò, se ha agito, lo ha fatto su mandato preciso: e cioè i vertici politico-economici-strategici pakistani con, quantomeno, l’assenso cinese, indiano e iraniano. In effetti si può ritenere che l’eliminazione di Benazir Bhutto, sia una operazione di ‘attacco preventivo’, tanto strombazzato e applicato, malamente, dagli USA e soci. Ma questa volta volto contro l’impero statunitense; a ulteriore dimostrazione del suo declino.
    Il terzo ‘vaso di ferro’, è senza dubbio Nawaz Sharif, l’altro grande oppositore di Musharraf. Ma al contrario della Bhutto, che era espressione della borghesia compradora, legata strettamente al capitale anglostatunitense, Sharif rappresenta la borghesia imprenditoriale e nazionalista del Pakistan. Lo dimostra, tra l’altro la grande amicizia che lo lega al padre della bomba atomica pakistana, Abdul Qadeer Khan. L’uomo fatto arrestare da Musharraf, su pressione degli USA, che l’accusavano di aver diffuso la conoscenza della tecnologia nucleare presso parecchi paesi del Terzo Mondo. Ma Musharraf, patriota, ha poi subito concesso il perdono allo scienziato atomico.
    Comunque, Sharif ha stretti legami non solo con la borghesia pakistana, ma anche con fazioni del vertice politico-militare e della comunità d’intelligence di Islamabad. Non è un caso che, al contrario della Bhutto, Sharif abbia contrattato il rientro in patria, garantendosi una rete di protezione contro ‘spiacevoli sorprese’. Mentre la Bhutto è stata gettata allo sbaraglio dai centri d’interesse anglosionstatuntensi, che vedendo sparire la loro influenza nell’Asia meridionale, e nel blocco continentale eurasiatico i generale, cercano di abbozzare, in modi sempre più raffazzonati, una risposta qualsiasi all’avanzata dei giganti dell’Asia. Senza badare più al prezzo che potrebbe costare alle loro pedine.
    Avevo scritto, all’inizio di quest’anno, che il 2007 sarebbe stato un anno di mutamenti strategici; l’assassinio della Bhutto conferma questa previsione. Il 2008 sarà un anno di svolta degli equilibri mondiali? Tutto lo fa credere.

    Catania, 29 dicembre 2007
    * Alessandro Lattanzio è redattore di Eurasia, esperto di questioni militari e animatore dei siti:
    http://www.aurora03.da.ru/
    http://sitoaurora.altervista.org/
    http://xoomer.virgilio.it/aurorafile
    Ha pubblicato Terrorismo sintetico, Edizioni all'insegna del Veltro, Parma, 2007.

    http://www.eurasia-rivista.org/cogit...McWlvcQA.shtml

  4. #4
    legione muti
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    Citazione Originariamente Scritto da Eginardo Visualizza Messaggio
    Il Grande Gioco riparte da Islamabad:::: 29 Dicembre 2007 :::: 13:20 T.U. :::: Analisi :::: Alessandro Lattanziodi Alessandro Lattanzio *

    L'eliminazione di Benazir Bhutto non è una covert operation, a mio parere, attuata dagli anglosionstatunitensi. Tutt'altro.
    Come si evince dallo straordinario starnazzamento dei necon, statunitensi o nostrani, la Bhutto era l'unica carta rimasta alle centrali metropolitane atlantiste. Londra e Washington avevano puntato tutto su di lei. Sarebbe stato da suicidi eliminare la propria pedina, l'unica esistente tra Bangkok e Baghdad (il Dalai Lama non vale niente da quelle parti, semmai presso i club d'alto bordo del jetset occidentale.)
    In realtà, Benazir Bhutto ha fatto la fine del vaso di coccio tra i vasi di ferro.
    Il 'vaso di coccio', proprio perché tale, si era affidata alle cure dei servizi atlantisti e sionisti. Probabilmente lo spostamento di truppe speciali statunitensi (e credo non solo USA), era correlato alla campagna elettorale organizzata dal partito della Bhutto. Insomma, è probabile che in vista delle elezioni dell'otto gennaio, Washington, Londra, Tel Aviv e il clan Bhutto, avessero preparato una 'rivoluzione colorata'; da inscenare nella probabile sconfitta elettorale.
    Le masse del Partito del Popolo del Pakistan, cioè i clientes del Clan Bhutto, avrebbero costituito la massa di manovra e l’innesco della rivolta pilotata. E la presenza dei militari delle SOF (Special Operation Forces) USA, avrebbe garantito la protezione dei vertici dell’operazione, e la possibilità di una buona riuscita della stessa.
    Non si può dimostrare una cosa del genere, almeno prima che accada, ma è consigliabile fare congetture; non si rischia di cadere nella confusione o nelle trappole mediatiche (come dimostra il ruolo dei mass media in Italia).
    Vediamo ora i ‘vasi di ferro’.
    Il primo, senza dubbio, è il Generale Perwez Musharraf. Ora egli viene indicato come fantoccio degli USA, posto a capo della ‘colonia’ degli states, chiamata Pakistan.
    Bene. Male. Proprio questo attentato, dimostra che il Pakistan è tutt’altro che una colonia yankee. Come lo dimostra anche il fatto che Washongton abbia elargito miliardi di dollari, praticamente a fondo perduto, per far combattere ai pakistani una guerra che non vogliono combattere e che, soprattutto, non combattono. L’operazione di marketing sulla Bhutto, aveva anche lo scopo di prendere il controllo dei vertici militari, eliminare ed emarginare i componenti dell’intelligence ‘inaffidabili’ per l’asse atlanista-sionista, smantellare l’unico arsenale nucleare islamico esistente. Ma, e qui risiede, probabilmente, la chiave dell’attentato, il vero obiettivo dell’operazione pakistana, era quello di incunearsi tra le potenze continentali eurasiatiche (Russia, Cina, India). La solita storia. Inoltre, un eventuale ‘governo Bhutto’, avrebbe ripreso quella campagna antiraniana, attuata da un fantomatico ‘Fronte per la Liberazione del Baluchistan’ che operava dal territorio del Baluchistan pakistano. Tale campagna terroristica, attuata con l’appoggio dell’intelligence e delle forze speciali USA (vedi appunto sopra), aveva prodotto diverse decine di vittime tra gli iraniani.
    Musharraf, a quanto pare, negli ultimi tempi ha bloccato tale operazione, Difatti, diversi membri della guerriglia baluchi, avevano ricominciato a sparare anche sui soldati e i poliziotti pakistani. Al solito, il comportamento del Pentagono, di Langley e di Tel Aviv, avevano riacutizzato una tensione interna, interetnica, che in precedenza si era attenuata.
    Questa era una spina nel fianco che il ‘vaso di ferro’ non poteva accettare. Già bastava e avanzava la ‘Guerra al Terrorismo’, condotta nel Waziristan e nei Territori del NordOvest, che l’amministrazione Cheney aveva imposto ad Islamabad.
    Tale guerra interna, condotta anche contro i territori pasthun dell’Afganistan, che i vertici militar-strategici pakistani ritengono appartenere alla Repubblica di Islamabad, ha provocato risentimenti e aspra ostilità verso Washington e i suoi alleati locali. E qui entra il secondo ‘vaso di ferro’, ovvero la corrente pan-islamica (o meglio, panPakistana) delle forze armate e della comunità dell’intelligence (ISI) pakistane. Tali forze possiedono una loro strategia e una loro condotta operativa di lungo periodo.
    E, soprattutto, hanno due potenti alleati. I Taliban, in Afghanistan, loro creature, e la Repubblica Popolare Cinese, con cui sono in rapporti strettissimi, almeno dal 1962, dal tempo della Guerra Himalayana tra India e Cina Popolare.
    E qui entra, come si è accennato, la chiave dell’attentato. Tale chiave si chiama ‘Oleogasdotto dell’Amicizia’. Il favoloso progetto di trasportare energia dai giacimenti di gas e di petrolio iraniani, e alimentare i motori economici globali cinese e indiano (la famosa Cindia). Oleogasdotto, vena giugulare vera e propria dell’economia eurasiatica, che deve passare per il territorio del Pakistan. Insomma, un grandioso progetto con cui quattro importanti capitali eurasiatiche, avrebbe instaurato e garantito l’indipendenza energetica. Un obiettivo strategico di lungo periodo. Una vera e propria ‘arma assoluta’, puntata verso il traballante (e perciò pericoloso) dominio mondiale statunitense. Uno scudo ben più efficace dello scudo antimissile vaneggiato, da oltre un quarto di secolo, da Washington.
    Con tale pipeline, Beijing e New Delhi blinderanno il loro predominio economico-produttivo, che volge verso il dominio nel campo bancario-finanziario (Si pensi all’interventismo cinese in Africa). Mentre Tehran e Islambad potranno dedicare maggiori risorse allo sviluppo delle proprie economie (La centrale di Bushehr e il porto-centro siderurgico di Gwadar).
    Ora si pensi, cosa sarebbe accaduto a questo programma di integrazione energetica continentale, se un governo amico dell’occidente si fosse installato ad Islamabad? Esso sarebbe stato ostacolato, sabotato o perfino bloccato. Probabilmente.
    La corrente islamista-militarista dell’ISI, perciò, se ha agito, lo ha fatto su mandato preciso: e cioè i vertici politico-economici-strategici pakistani con, quantomeno, l’assenso cinese, indiano e iraniano. In effetti si può ritenere che l’eliminazione di Benazir Bhutto, sia una operazione di ‘attacco preventivo’, tanto strombazzato e applicato, malamente, dagli USA e soci. Ma questa volta volto contro l’impero statunitense; a ulteriore dimostrazione del suo declino.
    Il terzo ‘vaso di ferro’, è senza dubbio Nawaz Sharif, l’altro grande oppositore di Musharraf. Ma al contrario della Bhutto, che era espressione della borghesia compradora, legata strettamente al capitale anglostatunitense, Sharif rappresenta la borghesia imprenditoriale e nazionalista del Pakistan. Lo dimostra, tra l’altro la grande amicizia che lo lega al padre della bomba atomica pakistana, Abdul Qadeer Khan. L’uomo fatto arrestare da Musharraf, su pressione degli USA, che l’accusavano di aver diffuso la conoscenza della tecnologia nucleare presso parecchi paesi del Terzo Mondo. Ma Musharraf, patriota, ha poi subito concesso il perdono allo scienziato atomico.
    Comunque, Sharif ha stretti legami non solo con la borghesia pakistana, ma anche con fazioni del vertice politico-militare e della comunità d’intelligence di Islamabad. Non è un caso che, al contrario della Bhutto, Sharif abbia contrattato il rientro in patria, garantendosi una rete di protezione contro ‘spiacevoli sorprese’. Mentre la Bhutto è stata gettata allo sbaraglio dai centri d’interesse anglosionstatuntensi, che vedendo sparire la loro influenza nell’Asia meridionale, e nel blocco continentale eurasiatico i generale, cercano di abbozzare, in modi sempre più raffazzonati, una risposta qualsiasi all’avanzata dei giganti dell’Asia. Senza badare più al prezzo che potrebbe costare alle loro pedine.
    Avevo scritto, all’inizio di quest’anno, che il 2007 sarebbe stato un anno di mutamenti strategici; l’assassinio della Bhutto conferma questa previsione. Il 2008 sarà un anno di svolta degli equilibri mondiali? Tutto lo fa credere.

    Catania, 29 dicembre 2007
    * Alessandro Lattanzio è redattore di Eurasia, esperto di questioni militari e animatore dei siti:
    http://www.aurora03.da.ru/
    http://sitoaurora.altervista.org/
    http://xoomer.virgilio.it/aurorafile
    Ha pubblicato Terrorismo sintetico, Edizioni all'insegna del Veltro, Parma, 2007.

    http://www.eurasia-rivista.org/cogit...McWlvcQA.shtml

    Condivido molto più questo articolo, rispetto alle tesi di Blondet.
    Ritengo comunque che la situazione pakistana è talmente caotica ed ingarbugliata che spezzoni dell'ISI, anche al di fuori di un ordine dal centro, possano prendere iniziative di simili portata. Comunque, tutto è l'omicidio Bhutto, tranne che un regalo agli angliamerikani, almeno per me....

  5. #5
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    Ecco Blondet e gli eurasiatici farneticare le solite amenità.

    La sciita Benazir Bhutto era la donna di Israele da portare al potere in Pakistan. Il suo partito è il referente di Israele.

    L'hanno uccisa o Musharraf o i suoi nemici integralisti mussulmani filo-bin laden/talebani (che non sono mai stati propriamente "eterodiretti" da Washington se non nelle vostre fantasie di ignoranti paranoici).

    Al Qaeda ha la sua ideologia e la sua visione del mondo, ed esiste, in Iraq fino ad ora ha fermato gli americani, lì ha fermati in Afghanistan, e li disturba un po' dappertutto dal Maghreb alle Filippine, fa comodo negarlo solo ai finti anti-americani che sostengono l'ipotetico asse geopolitico eurasiatico Iran-India-Russia-Cina.


    carlomartello

  6. #6
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    Citazione Originariamente Scritto da carlomartello Visualizza Messaggio
    Ecco Blondet e gli eurasiatici farneticare le solite amenità.

    La sciita Benazir Bhutto era la donna di Israele da portare al potere in Pakistan. Il suo partito è il referente di Israele.

    L'hanno uccisa o Musharraf o i suoi nemici integralisti mussulmani filo-bin laden/talebani (che non sono mai stati propriamente "eterodiretti" da Washington se non nelle vostre fantasie di ignoranti paranoici).

    Al Qaeda ha la sua ideologia e la sua visione del mondo, ed esiste, in Iraq fino ad ora ha fermato gli americani, lì ha fermati in Afghanistan, e li disturba un po' dappertutto dal Maghreb alle Filippine, fa comodo negarlo solo ai finti anti-americani che sostengono l'ipotetico asse geopolitico eurasiatico Iran-India-Russia-Cina.


    carlomartello
    Quoto. Non si capirebbero altrimenti gli intensi sforzi diplomatici dell'amministrazione americana per favorire il ritorno della Bhutto in Pakistan. Questo continuo voler negare l'esistenza di Al Qaeda cozza contro la realtà dei fatti in Iraq, dova la lotta è condotta ormai quasi esclusivamente dallo Stato Islamico in Iraq, in Caucaso, in Afghanistan, nel Maghreb e nelle Filippine.

  7. #7
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    Avete ragione. Voi si che siete molto arguti!
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