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    Post [M. Blondet] Cacciari & Bianchi!!! che coppia!!!

    «Cristo non ci ha salvati»
    Maurizio Blondet
    01/01/2008


    Massimo Cacciari

    Mi spiace non aver preso appunti, in altre faccende affaccendato mentre su RAI3 veniva intervistato Enzo Bianchi, il sedicente «abate» della comunità di Bose.
    La trasmissione si chiama credo «uomini e profeti», e l'intervistatrice in ginocchio trattava Bianchi come fosse il vero Papa.
    E' noto infatti che il laicismo corrente chiama Bianchi quando c'è da dar sulla voce a Benedetto XVI.
    E lui si presta.
    Esprime «disagio e sofferenza all'interno della Chiesa di Dio che è in Italia nei rapporti fra cristiani e società civile».
    Si è lamentato che il Pontefice abbia parlato (in «Sacramentum Caritatis», esortazione apostolica) di «valori non negoziabili» per i cristiani (1).
    «Quante durezze in nome di 'valori non negoziabili' che fanno trasparire nello stesso linguaggio usato un approccio 'mercantile' ai fondamenti etici del bene comune!».
    Per Bianchi, «Il fatto stesso che ci siano dei non credenti è una grazia che ricorda che la fede cristiana non è totalitaria, non è impositiva. La fede si colloca nel registro della libertà, non della necessità».
    Com'è aperto, com'è tollerante e moderno, sospirano le signore, mica come il Papa che se la prende col relativismo.
    Aperto, ma non verso tutti.
    Bianchi.
    Anzi, esige che «una parola ferma di contrasto venga rivolta non tanto a chi non crede o a chi crede a un altro Dio ma ai neospiritualismi, gli irrazionalismi e i sincretismi vari che testimoniano il rinato bisogno del sacro che si manifesta anche nella Chiesa», nella «sete di prodigioso, di miracolistico, di taumaturgico, di esperienze visionarie».
    Insomma è aperto verso i laicisti, ma non verso i tradizionalisti cattolici, e anche verso i fedeli di padre Pio, i «miracolisti».
    Lì, nessuna tolleranza.
    La loro è una falsa religione.
    Ma non è tutto.

    In un suo testo cita un noto costituzionalista ebreo, Zagrebelsky, che ha detto a proposito di questo Papa conservatore: «Questo è un tempo triste per chi non possiede la verità e crede nel dialogo e nella libertà».
    Bianchi va oltre: «Io aggiungerei che è un tempo triste anche per molti cattolici che certo non pensano di possedere la verità ma, pur mettendo la loro fede in Dio e in Gesù Cristo che lo ha narrato, sanno che la verità eccede sempre i credenti: questi la ricercano con una conoscenza sempre limitata, relativa, provvisoria, in attesa che si manifesti pienamente con la Venuta del Signore».
    Peccato non aver preso appunti.
    Perché a RAI3 Bianchi, trattando con sufficienza una Chiesa per lui troppo legalista, prescrittiva e imperativa, adombrava una Chiesa ulteriore, perfetta e tutta spirituale.
    Per ora appunto i cattolici vivono in una conoscenza «limitata, relativa e provvisoria», ma altra sarà la verità che «si manifesterà pienamente alla venuta del Signore».
    Nel futuro di cui «l'abate» è il profeta.
    Niente più leggi, niente più costrizioni, niente più dogmi; solo l'Amore regnerà nella libertà.

    Secondo me, queste frasi contengono una convinzione che non si dichiara apertamente, ma che rode all'interno: l'idea che la rivelazione di Gesù sia imperfetta e che debba essere perfezionata da un nuovo Inviato.
    E' un'idea non nuova, che si situa nella linea di Giachino da Fiore.
    Costui parlava di tre età.
    All'Età del Padre, l'imperfetta religione ebraica, è succeduta l'età del Figlio.
    Ma anch'essa è insufficiente: si attende l'età della Spirito Santo, quello che ci darà la legge perfetta dell'Amore.
    La chiesa del Figlio (o di Pietro) sarà allora abolita, come Cristo abolì la fede in YHVH.
    Non ci sarà più Chiesa.
    E nemmeno leggi.
    Le leggi, le norme e i comandamenti obbliganti valgono per i servi, non per i figli; e Cristo ci ha reso servi, non ancora figli.
    Non so quanto consapevolmente Bianchi si situa nella linea della «posterità spirituale di Giachino da Fiore»; so che questa linea attrae vescovi e teologi.
    E molti cattolici «aperti» e «adulti».

    L'esposizione più esplicita di questa gnosi si trova in Massimo Cacciari, tanto spesso invitato a convegni ecclesiali.
    Lo ritrovo en raccourci nell'intervista di Cacciari alla Stampa del 31 dicembre.
    La Binetti «è la riduzione legalistico-eticista del cristianesimo».
    La Chiesa si occupa troppo di «preservativi, omosessuali, anziché del dramma del nostro tempo: la morte di dio (minuscolo).
    La Chiesa «copre il suo vero dramma. Dovrebbe spiegare che in termini teologici è venuto meno l'ordo amoris, e questo riguarda anche i laici, perché è venuta meno ogni gerarchia dei valori e degli amori. E' rimasto solo l'amore per l'equivalente di tutto: il denaro».
    Non sembra il grido di un vero, spirituale credente, più credente della Binetti e dei miracolisti di Padre Pio?
    Eppure qui è l'insidia: l'idea che la Chiesa va «superata», che sta per giungere il nuovo Salvatore, definitivo.
    Quest'idea, Cacciari l'ha svolta compiutamente nel suo più importante saggio teologico, «Dell'Inizio», Adelphi, 1990.
    E' un tomo di quasi settecento pagine, e i cardinali sono sempre molto occupati.

    E' un peccato: perché in quest'opera alta e complessa, sottile e a tratti oscura, troverebbero esposta - proprio come pistis cacciariana, l'insieme delle sue convinzioni teologiche - non solo un sapere esoterico interno al potente gruppo di cui Cacciari fa parte e perciò del massimo interesse politico - culturale, ma dottrine ricorrenti nei secoli, da cui la Chiesa deve averli messi in guardia fin da quando erano seminaristi.
    Io ne ho parlato in alcuni articoli usciti nel 1996 su una mia rivista, «Il silenzio di Sparta», anno II, numero 2.
    Ne riporto qui a puntate una parte.

    Il mondo come caduta

    Ecco dunque la dottrina cui Cacciari sembra aderire appassionatamente: «Essere creato è simultaneamente peccare […] ed è perciò che nell'uomo appena creato Dio punisce il peccare, ab initio» (pagina 515). E non solo: «La caduta degli Angeli è simultanea alla creazione, la catastrofe celeste è tutt'uno con la katabolé-ktisis [«caduta-separazione»] per cui qualcosa ex-siste» (516).

    Forse i cardinali non lo sanno, ma Cacciari è troppo avvertito per non sapere, che questa asserzione costituisce quella che Samek Ludovici ha chiamato la tesi «prima e fondamentale» del pensiero gnostico: che «Il mondo, e l'uomo nel mondo, sono frutto di una caduta, di una frattura; l'intera realtà in cui ci troviamo è una realtà d'esilio». (2)

    Giovanni Paolo II ha ritenuto doveroso ricordare che questa tesi è contraria alla dottrina cattolica: «Per il cristianesimo non ha senso parlare del mondo come di un male 'radicale', perché all'inizio del suo cammino si trova Dio Creatore che ama la propria creatura» (3).
    Così avvertiti, i cardinali che invitano e frequentano Cacciari potranno ammirarne il rigore con cui abbraccia l'altra grande tesi gnostica, intimamente connessa con quella: Dio ha creato il mondo e l'uomo (o più precisamente lo ha emanato) non per amore, ma per ignoranza. Il Dio di Cacciari è radicalmente inconscio.

    Pagina 517: «La 'regio umbrae mortis' che abitiamo è immagine soltanto […] di quella tenebra in cui è Dio nei confronti di sé […]. Dio riflette la propria incatturabilità: non può vedersi. Ma nell'istante in cui così si 'riflette', egli crea l'immagine stessa della creatura, la sua immagine. Il sapersi come tenebra da parte di Dio (cioè: l'attingere al fondo della propria ignoranza) è l'uomo».

    Nel niente la salvezza

    Poiché la creazione intera è l'errore di un Dio oscuro a se stesso (ecco il cattivo Demiurgo gnostico) il «futuro Regno» promesso da Cristo «equivale al suo [dell'uomo] nientificarsi: la nuova creazione è in realtà de-creazione».
    La dissoluzione come salvezza. Per Cacciari, perfetto plagiario di gnostici famosi, fu questo il senso autentico (esoterico) della Buona Novella di Gesù: «Sembrava citare Ezechiele, ma in realtà diceva: io sono la porta attraverso cui dovrete uscire dal recinto - voi mi seguirete fuori dall'ovile e questo sarà il vostro esodo vero» (pagina 534).

    In realtà, Gesù pone l'accento non sull'uscire, ma sull' entrare nell'ovile: «Io sono la Porta; chi entrerà attraverso dime sarà salvo» (Giovanni 10,9).
    Ma secondo la tradizione gnostica più rigorosa, Cacciari ha in mente soprattutto l'«esodo dal Nomos», ossia la Liberazione da ogni legge.
    Il fatto è che le leggi sono il segno della nostra soggezione a un ordine, della nostra dipendenza.
    Anche se accettate interiormente, dice Novalis, le leggi «non sono che le necessarie conseguenze di un'essenza incompiuta». Ecco perché ogni gnostico, come ha ricordato Samek Ludovici (4) è indotto a «un disprezzo profondo per il diritto e le forme istituzionali in genere, e per la legge morale in particolare».

    E' lo stesso motivo per cui lo gnostico considera manchevole la promessa di Cristo, e vuole superarla con la dissoluzione di ogni forma: egli aspira a un potere totale di sé su di sé, senza alcun Signore o Legislatore sopra di sé. Evidentemente risuona nelle sue orecchie la sirena del serpente antico: «Voi sarete come dèi», e non tollera nulla di meno.
    Egli vuole nientificarsi nel pleroma originario, dissolversi nell'apeiron primordiale, nel senza-limiti e nell'informe. (5)

    Miseria di Cristo

    Chi vuole questa smisurata liberazione, non sa che farsene della salvezza offerta da Cristo, che vede misera e incompleta.
    E difatti Cacciari: «Come dobbiamo pensare l'Età del Figlio, se in essa durano Nicodemo e Pilato?» (pagina 545), se Cristo non ha abolito la legge ebraica e lo jus romanum, la Legge sacra e quella civile, la Chiesa e i codici penali?
    Gesù non ha riscattato l'uomo dalla «ontologica miseria della Legge per cui essa è sì contro il peccato, ma ne è sempre anche una sua conseguenza, per cui essa è costretta a ri-conoscere la presenza del peccato» (pagina565).

    Ciò equivale rimproverare a Cristo di non aver riscattato l'uomo dal dovere.
    «Qui caritas è mandatum e cammino, non ancora riposo» (pagina 565), «L'agape dell'Età del Figlio è agape dell'ascolto, non ancora della visione».
    L'accusa anzi è più grave. Anziché rivelare la sua salvezza come nientificazione-identificazione con il Nulla primordiale, Cristo l'ha rivelata come Incarnazione, e peggio come Resurrezione del Corpo.
    E il suo Corpo risorto è «semplice vita», perfino capace di «mangiare», denuncia con scandalo Cacciari, vero spiritualista. Anche gli antichi gnostici, si sa, giudicavano abominevole il synolon anima-corpo, e la corporeità come quanto di più lontano dalla Liberazione.

    Perciò alcuni di loro vietavano i matrimoni e la prole, la sessualità feconda (invece l'accettavano contra naturam) e praticavano suicidi rituali.
    Cacciari insinua dunque che la caritas di Cristo «non è la Pace che davvero ama, ma la sua promessa soltanto»; Cristo stesso ne sarebbe consapevole, e «ciò determina il carattere sofferente e paziente che essa ancora rivela» (pagina 567): quando infatti dice «Amatevi come Lui vi ha amato […] afferma, al presente, l'impossibile. La pienezza del comandamento è oltre ogni misura di quanto è realizzabile in questa Età» (pagina 568).

    Soprattutto, il Figlio ha detto che «nessuno, nel Presente, può dirsi buono», che non possono esservi in esso (nel nostro aldiquà) dei 'tleioi' [ossia gnosticamente «perfetti»].
    E ciò tanto «radicalmente, che neppure il Figlio chiama se stesso 'buono'» (pagina 576).
    Insomma, conclude Cacciari: ciò che Cristo ci ha lasciato è «una fede radicalmente 'infirma' [….] la fede di chi non è 'giusto'».
    La stessa Parola di Gesù rimanderebbe dunque ad una rivelazione ulteriore, definitiva e perfetta, che Cacciari chiama «il tempo dell'Ultimo» (pagina 568).

    Tempo escatologico, di apocalisse-rivelazione, di cui Gesù non è che l'annunciatore: «perché il vero scandalo […] è […] che l'apocalisse del Figlio non abbia assunto in sé […] l'apocalisse dei figli» (p.621): ossia che non ci abbia rivelati a noi stessi «nella nostra natura di figli», ossia di non più soggetti alla Legge morale.
    Gesù dunque non ci ha salvati. Dobbiamo aspettare un altro, ultimo Liberatore.

    (Qui finisce la prima parte. Il tema è complesso, converrà che i lettori interessati si stampino questo testo, troppo difficile da leggere sul video. La prossima puntata riguarderà la natura del «Liberatore» che Cacciari ci annuncia).

    Maurizio Blondet

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    Note
    1) «Il culto gradito a Dio non è mai atto meramente privato, senza conseguenze sulle nostre relazioni sociali: esso richiede la pubblica testimonianza della propria fede. Ciò vale ovviamente per tutti i battezzati, ma si impone con particolare urgenza nei confronti di coloro che, per la posizione sociale o politica che occupano, devono prendere decisioni a proposito di valori fondamentali, come il rispetto e la difesa della vita umana, dal concepimento fino alla morte naturale, la famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna, la libertà di educazione dei figli e la promozione del bene comune in tutte le sue forme. Tali valori non sono negoziabili. Pertanto, i politici e i legislatori cattolici…».
    2) Emanuele Samek Lodovici, «Metamofrosi della gnosi». Milano, 1991, pagina 8.
    3) Giovanni Paolo II, «Varcare la soglia della speranza», Milano, 1994, pagina 98.
    4) Emanuele Samek Lodovici scrive che dal disprezzo del diritto - tipico degli gnostici - «deriva un dualismo sociologico assai interessante: 'da una parte coloro, gli illuminati, che possono compiere indenni ogni esperienza, anche aberrante; dall'altra gli altri uomini, che sono tenuti ad una regola di vita precisa'». Anche nella nostra società, i laicisti si considerano liberi di provare ogni esperienza, ma vietano ai cattolici anche di votare contro l'aborto in obbedienza alla loro coscienza. Essi promuovono la trasgressione infinita, ma guai se un credente critica le «leggi dello Stato». La legislazione vigente è permissiva per l'omicidio e depenalizza ogni trasgressione, ma impone un tabù penale su certe cose: la Shoah, gli omosessuali…
    5) Emanuele Samek Lodovici, opera citata, pagina 10, nota.Per significare la tensione verso l'informe e la perdita del limite, le sette gnostiche adottarono la sessualità aberrante come tecnica ascetica: «Attraverso l'unione erotica si elimina la sofferenza e la finitezza. I soggetti si riassorbono in un omogeneo universale e disintegrandosi perdono la loro individualità». S'intende che il sesso doveva essere infruttuoso, contra naturam, perché dare esistenza è male.

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  2. #2
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    Il vero Liberatore è il Ni-ente
    Maurizio Blondet
    02/01/2008


    «Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità; per le sue piaghe noi siamo stati guariti» (Isaia 53)

    Nella prima parte abbiamo visto come il sentiero gnostico abbia portato Cacciari nei pressi dell'eresia gioachimita: all'Età del Padre è succeduta l'Età del Figlio, che è solo un annuncio della «vera» liberazione.
    Si potrebbe pensare che il filosofo veneziano ci inviti ad attendere l'Età dello Spirito.
    Ma il vero punto è un altro: Cacciari è convinto di poter rivelare la vera natura di questo Spirito Liberatore da ogni legge: natura sconvolgente, sconosciuta a Cristo, a Paolo, alla Chiesa, e che invece lo gnostico - solo lui, grazie ad una lettura forzosa delle Scritture - ha compreso.
    Cacciari deve annunciare il suo Liberatore con cautela, per motivi che diverranno comprensibili. Come un angelo tentatore, ci porta nelle estreme regioni delle Scritture, dove si svela la parousia della Sconosciuto.
    Al limitare di questa zona estrema c'è l'angosciosa domanda di Cristo: «Ma il Figlio dell'Uomo, venendo, troverà la fede sulla terra?» (Luca, 18,8).
    Per la dottrina cristiana, la domanda riguarda l'apostasia generale e finale: Cristo tornerà in un mondo che non lo attende più, che ha un falso dio, un potere mondano che si pretende sacro, l'Anticristo.
    Invece, per Cacciari, la domanda di Gesù lancia un ponte positivo, verso la vera liberazione.
    Essa per lui significa: «Saprete, disciolti da ogni 'religio', accogliere la grazia che vi si dona, di poter conferire al volto Futuro del tempo […] il senso della fede?» (pagina 620).
    Insomma il Cristo ci avvertirebbe che dobbiamo abbandonare la «religione» intesa in senso «legalista-eticista»; il Suo dubbio, di Cristo, sarebbe sulla nostra capacità di superare la «religio» e i suoi legami per «conferire il senso della fede» al Futuro messia.
    Il fatto è che, proprio perché cattolici della Chiesa apostolica, rischiamo di ritrarci di fronte a questo volto, in cui invece Cacciari figge impavido gli occhi: è il Ni-ente, ultima divinità, ultima verità del divino.
    «Il 'Non' della fede è il Ni-ente [….] Se alla parousia non corrisponde l'Amen della fede, corrisponde il Ni-ente» (pagina 612).
    Non dobbiamo rifiutare il Ni-ente, il non-essere.
    Anzi, si tratta di superare la fede nel Dio del «solo vivente» (pagina 621).
    Questa è la vera liberazione.
    Sarebbe dunque una dissoluzione nel Nulla, una sorta di buddhismo quello che ci propone Cacciari?
    No, non ancora.

    Cacciari ci spiega infatti perché Gesù stesso è angosciato dalla perdita delle fede negli uomini ultimi: perché si angoscia, se la perdita della «religio» è la condizione della liberazione?
    Risponde il filosofo gnostico: perché Gesù stesso è tutto contenuto nell'Età del Figlio, non sa andare oltre.
    Egli è venuto ad annunciare la Vita, non la non-vita liberatrice.
    «Il Figlio non sa quale sarà il volto dell'eschaton», ci assicura (pagina 620).
    «Lo sa il Padre? La domanda è oziosa perché, comunque, ciò che il Padre sa dell'eschaton non può essere rivelato nemmeno alla Rivelazione per antonomasia al Figlio» (pagina 620).
    La Prima Persona non condivide tutto con la Seconda.
    E perché il Padre tiene questo segreto nascosto al Figlio?
    Risponde Cacciari a nome del Padre Eterno: l'escgìhationm la ultima e definitiva verità «non può essere manifestato, poiché contiene in sé la possibilità che radicalmente contrasta col senso della Rivelazione - o meglio, col suo polo opposto» (ivi).
    Cominciamo a capire, noi cristiani da superare, uomini carnali e non «perfetti» gnostici, che sanno i segreti indicibili?
    Il Salvatore che Cacciari ci annuncia sta al «polo opposto» di Cristo.
    E se ancora non volete capire, Massimo vi porta nelle zone ancor più estreme dei testi apocalittici (ossia rivelatori): alla II Tessalonicesi dove Paolo annuncia la parousia dell'Iniquo.
    Paolo si scaglia contro coloro che vanno «calcolando» l'avvento del «giorno del Signore»…
    «Si tratta di ben altro - spiega Cacciari - che del semplice bisogno di fronteggiare le impazienze apocalittiche delle prime comunità. Si tratta di salvare l'incalcolabilità dell'eschaton e dunque della Vita intradivina, della sua riduzione a forme secolarizzate di messianismo».
    Quanto al Figlio di Perdizione profetizzato da Paolo, con l'apostasia che lo prepara, non è così brutto come appare.
    Arriva l'«uomo dell'anomia» (non più 'nomoi', ossia norme e regole), «viene lo spirito di separazione dalla Legge… Il suo contrapporsi e separare, il suo dia-ballein viene infatti secundum operationem Satanae»; che però non è affatto un male.
    Il dia-bolon, il Separatore, non annuncerà che «dio è morto», ma «dichiara se stesso come Dio» (ivi).

    Facciamola breve, perché a Cacciari bruciano ormai le labbra dalla voglia di rivelare questo messia futuro: «Il filium perditionis si manifesta come colui che 'libera' Dio da ogni nascondimento, che ne 'colma' l'abissalità, che ne dis-vela l'essenza.
    Questa figura, che d'ora in poi Cacciari chiama significativamente l'Anomos, «seduce con un discorso che appare non soltanto estremamente prossimo al vero Annuncio, ma addirittura la sua piena esplicazione. Egli predica infatti la libertà dalla Legge come libertà assoluta» (ivi).
    In breve è l'Anomos, il Filius Perditionis, che dobbiamo accettare.
    Colui che ci rivelerà l'essenza divina come «pleroma dell'abbandono» (pagina 644), come il Niente abissale.
    Non più leggi, non più regole: queste sono per i servi (di Cristo), non per coloro che l'Anomos trasformerà finalmente in figli, non più tenuti ad alcun obbligo.
    Finalmente davvero liberi: «Sarete come dèi», proponeva già l'antico serpente.
    Lo suggerisce, secondo Cacciari, perfino il nome di Filus Perditionis: perchè Cacciari traduce «perditio» col greco «apoléia», da apollumi, che significa: slegare, sciogliere.
    Tutto si potrà fare senza più limiti.

    No all'omosessualità, no all'aborto, no ai preservativi?
    Sono ridicole queste battaglie di retroguardia della Chiesa «moralista», condannata dal nuovo Messia a scomparire.
    Anzi, sono battaglie peccaminose.
    Perché?
    Perché «ritardano» l'avvento del Liberatore.
    La Chiesa fa ostacolo, è «ciò che trattiene» l'Anticristo, il katechon cui misteriosamente allude Paolo.
    «Il katechon non è altro che il tempo dell'indugio», dice Cacciari.
    Più avanti, obliquamente, dice: è la Chiesa gerarchica e normatrice, che ci lascia «servi» quando potremmo essere «figli».
    «Nella Chiesa di Cristo si riconosce pienamente la necessità di differire [l'avvento dell'Anomos] e che tale processo è politicamente-gerarchicamente formato».
    Il guaio è che con ciò, la Chiesa ritarda anche «il giorno del Signore», quello vero, che ci porterà la salvezza che Cristo non ci ha dato.
    Non più gerarchie, allora.
    Non più comandamenti e divieti.
    Non più «politica», ossia fede pubblica che si travasa negli ordinamenti della società.
    Non più dottrina sociale della Chiesa.
    Sarà superata ogni «forma», ogni limite e struttura: codici penali e civili, dottrina sociale, distinzione tra bene da fare e male da punire.
    Si può obiettare con orrore che l'assenza di «forma», il superamento di ogni «limite», conduce a ciò che già vediamo: il trionfo dell'ingiustizia, la mercede rubata agli operai, i campi della morte.
    La liberazione del Liberatore è che nel suo regno senza forma si potranno «tagliare le gole alle fanciulle» e andare a letto con le proprie figlie, come sperano i kabbalisti, («Lassù non c'è più legge d'incesto»), e tutti quei falsi messia ebraici, da Sabbatai Zevi a Jacob Frank, che predicavano la salvezza attraverso il peccato, la rottura di ogni limite (1).

    Tutto ciò pare brutto?
    Non vi va che i bambini vengano uccisi e le bambine violentate, e interi popoli sterminati?
    Ma questo perché siete ancora «legati» alla «religio» di Cristo.
    E non capite che tutto questo serve ad avvicinare la dissoluzione ultima.
    Nella strage universale, è il vero Dio che si manifesta come Ni-ente.
    L'estinzione dell'umanità.
    La secolarizzazione, ciò che il Papa chiama «relativismo» (e andrebbe detto «nichilismo»), avanzata ormai alle estreme conseguenze, porta proprio a questo: all'avvelenamento delle fonti della vita, alla dissoluzione di tutti i valori (le «forme») alla distruzione della natura, verso il suicidio collettivo nel segno del «tutto è permesso» e «siamo finalmente liberi», «siamo come dèi».
    La cosa è tanto evidente - tanto evidenti gli esiti dell'edonismo che si rovescia nel suo contrario, una sinistra danza della morte - che c'è da chiedersi cosa intenda Enzo Bianchi quando si lagna che i «valori non negoziabili» di cui parla il Papa provocano «sofferenza e disagio nei rapporti tra i cristiani e la società civile».
    La «società civile» che gli sta a cuore - e in cui i cristiani devono farsi piccoli, senza identità, aperti al «dialogo» - è appunto questa, che al Liberatore ci conduce: quella di cui parla Zagrebelski a nome di «chi non possiede la verità e crede nel dialogo e nella libertà».
    Sui limiti del dialogo e libertà come la intendono loro, basta leggere Barbara Spinelli, che in un lunghissimo articolo si scaglia contro «la signora Binetti» colpevole di aver ostacolato, col suo voto, la leggina che, nascosta nel decretone sicurezza, condannava «l'omofobia» e apriva la strada al matrimonio gay.
    Furiosa, l'amante di Padoa Schioppa e figlia del gran massone Altiero Spinelli, dice che quella della Binetti «non è fede, ma malafede».
    «La signora Binetti dice che una mano è scesa in Parlamento, grazie alle sue preghiere, conducendolo alla giusta decisione. Se è così, il Parlamento non è il suo posto».

    Dunque la Binetti, in quanto cristiana, deve essere esclusa dal Parlamento.
    Dove sono ammessi solo i «laici scettici sulle grandi verità, che credono però senza deflettere a principi di fondo».
    E come esempio la Spinelli porta «Eugenio Scalfari», il miliardario fondatore di Repubblica: «Scrive certo da laico, forse da ateo. Ma il suo pensiero e le sue convinzioni hanno un'intensità tenace che tanti credenti neppure conoscono».
    Eh sì.
    Questa «intensità tenace» è appunto la convinzione che i cristiani non debbono mai dire la loro, se no il «dialogo» va a pallino.
    E dunque bisogna limitare la loro libertà, negare loro la libertà di coscienza, perché «la libertà» laica possa trionfare.
    Naturalmente, la Spinelli rovescia l'accusa alla Binetti.
    Il suo «non è un atto di fede ma un atto di forza, che esclude chi non appartiene alla sua Chiesa e alle sue persuasioni»: è lei l'intollerante, da escludere dalla vita pubblica.
    Dite un po' voi se questa non è menzogna.
    Se la vita del Parlamento «laico» non è tutta «un atto di forza»: dove non sono più le maggioranze a spuntarla, ma le minoranze più arroganti e faziose.
    Per la Spinelli, la Binetti non ha diritto a votare secondo la sua coscienza, deve votare come il suo schieramento: è questa la «libertà» laicista.
    Non c'è da stupirsi, visto il Liberatore di cui Cacciari è l'annunciatore, il Battista: oltre che Omicida fin dall'inizio, è anche detto il Padre della menzogna.
    Ma fosse solo la Spinelli.

    Si sa che molti cattolici sono attratti da questa nuova «carità», di lasciare che gli omosessuali si sposino, i drogati si droghino, gli zingari rubino, perché non ci dev'essere alcun divieto nel cristianesimo bensì solo «la legge dell'Amore».
    Lo spirito del tempo - istigato dalle potenze dell'aria - seduce anche loro.
    Sono più «buoni» di Cristo.
    Non sono consapevoli di ciò che questa seduzione comporta: che, come Cacciari, inclinano a credere che Cristo non ci ha liberato, che non siamo ancora «figli» ma servi, perché soggetti alle leggi e ai comandamenti, e alle «forme» che pongono «limiti».
    Tanto peggio poi se non sono «miracolisti», se spregiano il popolino che crede a padre Pio e lo invoca, in nome di una fede tutta «razionale».
    Perché il miracolo non è un elemento spurio della fede, ma è centrale: perché ci si riconosce deboli, malati, creature dipendenti (umiltà) si chiede a Dio guarigione; perché si crede all'Onnipotente che ci ama, si chiede a Lui l'impossibile, il miracolo.
    Un Dio da cui non ci si aspetta il miracolo è un Dio che non si prega.
    E Cristo fece miracoli e raccomandò di pregare con insistenza.
    San Paolo addirittura senza interruzione.
    Questi cattolici sono forse salvati dalla loro incapacità filosofica.
    «Non sanno quello che fanno», aderendo alle aperture e al dialogo alla Spinelli e alla Enzo Bianchi.

    Perché qui, Cacciari pone la domanda fondamentale: Gesù ci ha lasciati «servi», visto che ancora ci ha assoggettato alla «legge»?
    Non è più l'antica Legge ebraica, ma c'è una legge di cui non cambierà uno iota, e sono i comandamenti.
    Chi aderisce ad una legge, anziché alla propria libertà «adulta» - che è la legge che si fa lui - è effettivamente uno che rimette ad altro il suo essere, che si appoggia ad un Altro.
    Rinuncia alla libertà.
    E anche colui che dicesse: obbedisco alla legge interiore, non sarebbe più libero.
    Perché non è che una legge, per essere interiore, cessi di essere legge e si trasformi in libertà.
    Anzi, esprime una necessità più profonda.
    Dunque non siamo figli, non ancora.
    Ma Cristo ha dato la risposta: lui, il Figlio, per primo s'è sottoposto alla legge.
    La legge degli uomini - ha accettato la pena capitale inflitta da Roma, mica ha intrapreso una campagna per la moratoria della pena di morte.
    Ha accettato, ancor più, la volontà del Padre.
    Con lacrime di sangue, con la preghiera nell'orto, angosciosa: «Padre, se possibile, togli da me questo calice» - dunque non era la sua legge personale, quella che si faceva Lui - ma l'accettò.
    Il Padre stesso, che può guarire un lebbroso e far risorgere un morto su preghiera, al Figlio ha imposto la «legge», la croce.
    Dunque nessuno è libero, nemmeno la Trinità?
    Dunque davvero dobbiamo aspettare il Liberatore senza legge (Anomos) come il vero Paraclito, come suggerisce Cacciari e suggeriscono, lo sappiano o no, i «relativisti laici»?

    Io credo di poter dire di no, e non per sapienza gnostica, ma vedendo quel che Cristo ha fatto. Libero, ha scelto di servire.
    Uguale al Padre, se ne dichiara infinitamente Figlio, a Lui obbediente.
    La Sua libertà la usa non per folleggiare, ma per sottomettersi.
    E' questa la libertà che ci ha dato Gesù.
    L'Amore vero è questo: «Non c'è amore più grande di chi dà la sua vita per gli amici».
    La vera libertà l'abbiamo vista in padre Pio, in madre Teresa, in padre Kolbe che polemizzò tutta la vita contro l'ebraismo, e poi prese il posto di un ebreo nel supplizio.
    Questi santi, miracolistici o no, sono nati in una Chiesa che pare incerta, un'ombra sterile.
    E continuano a nascerne: sofferenti che offrono i loro dolori nel letto d'ospedale, sconosciuti che si sacrificano.
    Per questo Gesù vince, e colui che si presenterà come il Liberatore non è da accogliere.
    Gesù sta vincendo oggi, in questi nostri giorni, e nonostante l'apostasia generale.
    In che modo?

    Io credo, grazie agli eroi santi.
    A coloro che non si sono accontentati dei «comandamenti», ma hanno seguito i «consigli» evangelici: «Se vuoi essere perfetto, vendi tutto quello che hai e sèguimi», fin sulla croce.
    Hanno «violato» la Legge, superandola in Amore gratuito.
    Hanno fatto più di quello che era obbligatorio: ecco la libertà cristiana.
    Con questi, io ne sono convinto, Gesù ha fatto una grande scorta di grazia.
    Se il mondo è durato duemila anni dopo la Sua liberazione, è perché ha voluto «collaboratori» generosi.
    Gente che ha nutrito con il Suo pane, la sua carne, e che ora partecipa alla salvazione perché come Lui ha versato il suo sangue.
    Non m'importa se il «terzo segreto di Fatima» sia quello che è stato reso pubblico nel 2000, o se esista un altro testo che ci è stato tenuto nascosto per apostasia.
    So che in quello che ci è stato notificato c'è una profonda verità teologica, rivelata a tre bambini:
    «Sotto i bracci della croce c'erano due angeli, ognuno con un annaffiatoio di cristallo in mano, nei quali raccoglievano il sangue dei martiri e con esso irrigavano le anime che si avvicinavano a Dio».
    Mi basta questo: quegli annaffiatoi di cristallo.
    La riserva del sangue di martiri è tanto colma, da bastare per chiunque - peccatore, indegno - si «avvicina a Dio» e salvarlo.
    Per questo tutte le sofferenze e i dolori, le atrocità dei due millenni di troppo: perché anche noi possiamo sperare, anche noi i cui meriti sono dubbi, anche noi che, al massimo, abbiamo (non sempre) obbedito ai «comandamenti» ma non ai consigli.
    A noi mancanti nell'amore del prossimo e di Dio.
    Nel momento finale, della nostra morte, la cosa che ci si chiede è: non dubitare della Misericordia. C'è Sangue anche per te.

    Fateci caso.
    Dalle apparizioni di Fatima, chi dice il Rosario aggiunge alle preghiere una frase: «Porta in cielo tutte le anime, soccorrendo specialmente le più bisognose della Tua misericordia».
    Santa Faustina Kovalska ha inventato la sua preghiera «in espiazione dei peccati nostri e del mondo intero».
    Il mondo intero!
    Non è una folle ambizione?
    Anche Stalin, la Spinelli e Scalfari?
    Anche i pedofili e i sacerdoti indegni, gli assassini e i malvagi?
    Sì, se solo si «avvicinano a Dio», invocando la sua Misericordia.
    Evidentemente, c'è sangue abbastanza per tutti, se tutti vogliono.
    La misura è colma, e per questo, mentre il «mondo intero» corre alla sua dissoluzione, e la Chiesa si sbanda, Cristo vince.
    Sotto i nostri occhi, e a nostra insaputa.
    Egli non ha fallito.
    La sua redenzione non è incompiuta.
    Non c'è alcun altro da attendere, eccetto Lui.

    Perciò, anche se credo che la Chiesa magari cambierà «forma», essa non sarà azzerata per essere sostituita dal «puro amore» del Liberatore luciferino.
    Essa resterà apostolica, ossia fondata sulla testimonianza di coloro - gente semplice e credibile - che videro Gesù risorto.
    Per quanti dubbi o anche scandali possano venire, nonostante l'apostasia generale, non ci si allarmi. La Chiesa non è tutta quella che vediamo nei vescovi e nei cardinali, o nei fedeli di poca fede (come me).
    E' anche la Chiesa trionfante, che ha già vinto la morte.
    «Io ho vinto la morte», ci ha detto.
    E anche tanti di noi, migliori di noi, l'hanno vinta ed ora ci aiutano mentre il mondo edonista va verso il mortifero Anomos, il Ni-ente cacciariano.
    Egli «non è il Dio dei morti, ma dei viventi».
    E i viventi sono tutti lì.

    La Vergine e Giuseppe, San Pietro e Giovanni, Padre Pio e tanti altri che non si possono contare.
    La misura è colma, il tempo è maturo.

    Maurizio Blondet

    --------------------------------------------------------------------------
    Nota
    1) Naturalmente, questa tendenza è ancora più antica. L'antichità conosceva Apollo come dio del limite (il limite come bellezza armoniosa, come oggettività) e Dioniso, che rompe ogni limite nell'ubriachezza e nella crapula, intesi come mezzi contro-ascetici.
    «Dioniso si rivela nei momenti di crisi e di crollo delle leggi, nei momenti di colpa: è allora che, squarciato il velo apollineo, l'uomo gioca la partita della sua eterna perdizione o del suo farsi […] non Dio, ma il Signore, il Superatore di Dio» (Julius Evola, «Ignis», novembre-dicembre 1925).
    Per il giovane Evola, Dioniso è identificato a Shiva. I cui adepti tantrici, con pratiche aberranti, diventano «svecchhacchara», «colui che può fare ciò che vuole», che ha adottato come legge la propria libertà: «Fuori di sé non ha nulla, né buono né vero, né giusto né razionale, da cui trarre norma… .ma buono, vero, ecc. si identificano con ciò che egli vuole, solo perché lo vuole». L'importante «è rendersi sempre più immorali, capaci di fare qualunque cosa, senza rimorso». Ovvia la suggestione di Nietszche, «Al di là del bene e del male». «Il delitto diviene l'atto libero per eccellenza».

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