
Originariamente Scritto da
Rexal
Vado dritto al succo senza fare riferimenti troppo elaborati a Sterling e a Gibson sul manifesto della nuova fantascienza.
Il cyberpunk è in realtà un tentativo di anticipare il futuro prossimo, quello a noi più vicino, cogliendo le implicazioni sociali, economiche, psicologiche delle "nuove" classi che si formano all'ombra della già anticipata globalizzazione.
Lo stile è un po' alla Dick e a volte fa venire i brividi, ma leggere Neuromante oggi e sapere che è stato scritto negli anni 80 fa un certo effetto.
Siamo nella distopia moderna, di sicuro molto più ottimistica se paragonata a Orwell o a Huxley: basti pensare che i protagonisti a volte hanno delle vie d'uscita o di riuscita personale o comunque, il "sistema*", anche quando è oppressivo, riesce ad autodistruggersi. Nelle vecchie distopie, il "sistema" vince sempre.
Il cyberpunk ha anticipato gli anni 2000 con un buon grado di approssimazione, se non politica, quantomeno sociologica. Il fatto che negli anni 80 si avesse paura dei giapponesi riporta la fobia delle Zaibatsu, le multinazionali che ti curano dalla nascita alla morte. Ma la si può trasporre ai cinesi con una certa comodità. D'altra parte, le implicazioni di quella corrente letteraria dovevano essere sociologica ancor prima che politiche e di certo Gibson & Co. non hanno mai affrontato questioni di geopolitica.
* odio la parola sistema, ma nel contesto è insostituibile.