Eccomi con la nuova rivoluzionaria teoria: Feliks e la sindrome del vegano.
Abbiamo già indagato sull'intolleranza vegana. Un vegano decide di sottrarsi al rituale diffuso di socialità legato al cibo, di riconoscimento in un'identità legata alla sua cultura alimentare d'origine, spesso sentendosi a disagio quando è circondato di onnivori, quindi cerca di surrogare tale socialità circondandosi da reietti come lui e rompe i coglioni a chi non condivide la sua scelta dandolgi dell'assassino senza cuore ed esponendogli teorie assurde nel vano tentativo di convertirlo.
E' un processo per certi versi simile a quello che sta subendo Feliks in America. Feliks è lontano dalla sua comunità d'origine ed ha deciso di integrarsi nel posto in cui si trova adottandone le abitudini alimentari. Come ogni neofita (soprattutto vegano, ma è un discorso che vale per tutti i neofiti) o come ogni apostata, è stato colto da un'estremismo evidente, da un rifiuto per il cibo italiano. In più, dato che non è del tutto isolato dal suo ambiente di provenienza, frequentando un forum pieno zeppi di italiani che parlano di sfogliatelle e risotti, tenta di convertirci alle gioie del cibo americano, così come fanno i vegani (es. il farmacista vegano ha tentato di convincermi che i dolci vegani sono sublimi). A tutto questo bisogna aggiungere un'altra conversione, quella che l'ha portato dal comunismo al liberismo sfrenato. Ecco perché esalta il junk food, i fast food e tutti i frutti malsani del consumismo alimentare americano.
Però io lo perdono, è costretto a stare in un posto dove la gente mangia gli spaghetti con la marmellata, la sua è pure sopravvivenza. Deve fare così se vuole avere un minimo di vita sociale (sociopatico sì, ma non troppo), mica può dare agli americani la pajata o comprare ingredienti italiani dop d'importazione o ancora frequentare solo italiani con la nostalgia del ragù della mamma e, come i vegani, ha deciso di romperci i coglioni.
I vegani invece sono imperdonabili.




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