Risultati da 1 a 6 di 6
  1. #1
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    Predefinito Un maestro nell'arte e nel commercio

    Ieri sera, a Telemarket, ho assistito, e non è la prima volta, ad un irrispettoso modo di vendere, sia nei confronti dei prodotti che della clientela. Se al “principe” Bijan si potevano perdonare, grazie alla sua indubbia simpatia ed eleganza, alcune palesi lacune conoscitive, al signor Francesco Boni non si può concedere nulla. La sua imperizia tecnica, gravata anche ieri da autodichiarazioni sulla sua presunta e mai dimostrata “assoluta conoscenza della materia”, passa addirittura in secondo piano rispetto all’arroganza e presunzione che dimostra, ormai da tempo, e che nella trasmissione di ieri ha trovato il suo culmine. Ricordo che lui, inventore del “gallo dell’hennè”, anche ieri ha mostrato incompetenza, ad esempio, dicendo che “le foglie lanceolate sono la rappresentazione del dualismo fra bene e male” (e perché?), o stabilendo epoche e considerazioni assurde, senza mai entrare nel merito di una seria disquisizione tecnica sull’annodato in esame. Anche a livello commerciale ha dato prova del basso livello. Basta pensare che offrendo un tappeto cinese, dalla valutazione iniziale astronomica e definito perfetto, dopo aver detto la sua tipica frase in queste situazioni “Guardate adesso cosa vi combino”, lo ha presentato a poco più di tremila euro: come fosse un suo regalo. Peccato che lo stesso annodato era già stato proposto nei giorni precedenti, da un altro conduttore, al medesimo prezzo e definito “rapè”. Inoltre, cosa assai più inquietante, ha classificato di scarsa intelligenza ed incapaci coloro che assistevano alla trasmissione e non approfittavano di quelle imperdibili occasioni. Aggiungendo che lui, per 22 anni, aveva insegnato agli ascoltatori le cose giuste da fare, ma, evidentemente, molti non erano stati capaci di imparare. Il tutto con tono arrogante e sprezzante, di una superbia indicibile. Se per vendere ci si deve ridurre a questo….mamma mia: quale profilo, un “Principe” dell’educazione. Un saluto.

  2. #2
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    Non ho visto la trasmissione in questione, ma conosco l'uomo e non posso che concordare. Lo stesso dicasi per il topic dedicato al collega.
    Ma si tratta davvero di sparare sulla Croce Rossa, nel senso che parliamo di abitudini (malsane e scorrette) reiterate da anni.
    A te, che non devi vendermi nulla e dai ogni volta prova di conoscenza approfondita, vorrei chiedere invece un giudizio su un presentatore che fino a ieri si era mantenuto su una linea più soft: parlo del presentatore di Orler Catone Biasioli. A me è piaciuto abbastanza fin dall'inizio, pur percependo qualche eccessivo svolazzo di fantasia qua e là:troppe lane di cammello, troppi dettagli sui coloranti usati, troppi nomi di disegni e relative interpretazioni a me sconosciuti ( e qui parte la prima domanda: corrispondono al vero quelle asserzioni? Sai anche tu indicarmi i nomi di ogni singolo elemento decorativo ed il suo significato? Sai dirmi se un colore è stato ricavato dalla pera o che so io?). Ma negli ultimi due sabato mi ha deluso: prima ha detto che i tappeti di Malayer e Ferahan si assomigliano ma con una prevalenza qualitativa dei primi, cosa che secondo me è una "bestemmia". Poi sabato scorso, presentando un pur pregevole Yarkand dell'800, ha cominciato a sparare che era più prezioso del tappeto di Ardebil, del tappeto del Poldi Pezzoli e addirittura del tappeto di Marby! Ma sì, già che ci siamo più prezioso del Pazyrik a soli 30000 che siamo tutti contenti! Insomma, mi è crollato pure lui. Adesso spero in Davide Basilico, che è recentemnte tornato in video.

  3. #3
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    Devono vendere tutti ..... i budget crescono ..... e le stupidaggini con esse.
    Certo è che una azienda dovrebbe invitare e richiamare i propri imbonitori a non dire "eresie", limitandosi alle "sperticate magnificenze di tappeti comuni o anonimi" ed a "complimenti da blanditori".

    Il Catone, a parte la confusione lessicale terribile che spesso fa e le involuzioni costruttive, con tanto di discorsi iniziati e mai terminati, sicuramente è molto preparato.
    Bye

  4. #4
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    Debbo premettere che non vedo le trasmissioni di Orler dai tempi di Dario Olivi a cui ho segnalato alcune cose che non andavano, non voglio specificare l’argomento, e da cui aspetto ancora risposta. Non le vedo semplicemente perché non le ricevo, non per altri motivi, anche perché con Marco Orler non ho mai avuto problemi. Il signor Catone, come giustamente dice Beppe, è preparato sicuramente. L’unico suo difetto è un poco ridondante, colora l’argomento, insomma recita un poco la parte, con spirito goldoniano. Io, che da quando mi occupo di annodati (ormai circa 37 anni) ho sempre privilegiato più la tecnica che la letteratura, anche perché così mi hanno insegnato, e preferisco una descrizione più asciutta. Tuttavia, lo ritengo di valore, soprattutto nel campo dei presentatori. Quanto alle descrizioni, vi sono significati dei decori che hanno criteri univoci, codificati da personaggi che hanno dedicato anni allo studio del tappeto e di tutte le arti applicate. Qualche distinguo c’è fra uno studioso e l’altro, questo è inevitabile ed esiste in tutti campi. Nel mio scritto dedicato al ruolo simbolico del tappeto, tocco alcuni di questi argomenti che ho ricavato sia da letteratura specifica sull’annodato, sia da studi storici, religiosi, letterali: peccato che l’argomento interessa a pochi. In vile commercio molto è stato lasciato alla fantasia; gli uccelli contrapposti sono diventati due innamorati che si guardano negli occhi, la farfalla, forse perché svolazza, è il simbolo della libertà, il medaglione dei Chelabart è l’aquila ad ali aperte perché è il re degli uccelli: stupidaggini. Oppure certi nomi, che non hanno nessuna valenza con le realtà storico-geografiche, sono usati a sproposito perché “belli” da pronunciare: Laver, Mothascem, Serapi, Shirvan Ci-Ci, Soumakh a dragoni, Bukhara, fanno tanto scic e riempiono la bocca. Quanto ai coloranti, sapere se un rosso è ricavato dalla “rubia tinctorum” o dal “coccus laccae” può essere semplice visto che il primo da un rosso mattone e il secondo il rosso lacca. Ma capire, ad esempio, se un rosso sia ricavato dalla “rubia tinctorum” o dalla “rubia cordifoglia”, è un altro affare. Sostenere, giurandoci sopra, che un azzurro è ricavato “dall’indigofera tinctoria” invece che dall’indaco artificiale Bayer, utilizzato già dal 1880, io non me la sentirei mai, visto che sono praticamente identici. A tal proposito, chi sostiene che un tappeto ha certamente colori naturali perché dell’ottocento, è un coglione. Le terribili aniline, prima fra tutte la “malveina”, perché di color malva, fu sintetizzata dal Perkin a metà ottocento. Di seguito la “fucsina”, che dava un bellissimo color porpora, quindi via via tutti gli altri colori. Purtroppo erano colori effimeri che non reggevano la luce, l’acqua, gli agenti atmosferici. Quando vediamo tappeti antichi o vecchi dai colori molto stemperati, non è da escludere che siano stati tinti con questi prodotti. E se i colori, nonostante l’epoca, sono ancora molto brillanti, spesso sono lane tinte con coloranti allo zolfo o al cromo, già esistenti alla fine dell’ottocento. Mica è un peccato mortale avere un Kazak con le lane in perfetta salute e tinte al cromo, anzi! Alla fine, solo un’analisi chimica può dare una certezza assoluta sul colore: tutto il resto è cinema. Se ha affermato certi giudizi su quegli esemplari storico/museali, forse era stato ad una festa di compleanno ed aveva ecceduto nei brindisi; altro non saprei cosa dire. Quanto a Malayer e Farahan non sono certamente la stessa cosa, né strutturalmente né iconograficamente, con qualche eccezione. Malayer, area Hamadan, ha trama singola e nodo simmetrico nella grande maggioranza dei casi. Utilizzano una grande varietà di disegni con privilegio per l’herati di campo, il gul hennè, il medaglione centrale, lo zellol sultan. Tuttavia, nella parte sud di quel distretto, si annodano anche tappeti con trama doppia e nodo asimmetrico, ad esempio molti Josan, principalmente con medaglione centrale simile ai Farahan ed ai Saruq. I Farahan sono, o forse è meglio dire “erano”, realizzati a nord di Sultanabad. Hanno tramatura quasi sempre doppia e una delle trame, di grosso spessore, è molto visibile al rovescio. L’annodatura è quasi sempre asimmetrica, anche se non mancano esemplari a nodo simmetrico. Mi è capitato di vedere degli esemplari, di dimensioni generose, con le bordure a nodo simmetrico ed il resto del campo asimmetrico; questo dava maggior robustezza all’annodato. Utilizzano spesso, come il Malayer, il disegno herati o mahi; sia come disegno a tutto campo sia per decori secondari. Quando sono a medaglione centrale assomigliano al Saruq con la differenza che in quest’ultimo gli angolari sono disegni autonomi e non ricavati dal quarto del medaglione centrale. Fare classifiche è sempre sbagliato, bisogna valutare esemplare per esemplare. Diciamo che nei Malayer, mediamente, sono più frequenti prodotti scadenti, anche perché quest’area è vasta e comprende molte realtà. Auguro una buona notte.


  5. #5
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    Grazie per la sempre gentile e precisa risposta. Apprendo che sei autore di un libro sulla simbologia dei tappeti, puoi darmi qualche dettaglio? Sarei interessato ad acquistarlo.

  6. #6
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    Scusa ma non mi sono spiegato bene, per "scritto" intendo quello fatto nel forum dedicato all'origine concettuale del tappeto. Un saluto.

 

 

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