Venerdì in taverna
Due soldati entrarono in taverna.
“Taverniere, portaci del vino… “ ordinò il primo soldato, sedendosi ad un tavolo.
“Hai avuto una buona idea” disse il secondo, “quello che dovremo fare si accetta più facilmente di farlo se prima si ha bevuto”.
Il primo soldato era stato arruolato da poco e capì che l’altro era meglio informato. Il taverniere portò una brocca colma di vino con due boccali, la posò sul tavolo e si allontanò. I due soldati si servirono e bevvero.
“Come sarebbe a dire ?!” chiese il primo soldato, riabbassando il boccale.
“Sarebbe a dire che il lavoro peggiore lo hanno assegnato proprio a noi due” disse il secondo.
“Ma allora, la sentenza è già stata emessa?” domandò ancora il primo.
“Sì, condannato a morte. Il procuratore avrebbe voluto dargli una pena più leggera, e forse lo avrebbe anche liberato. Ma la folla ha insistito a lungo, sin quasi ad inferocirsi. Così, dopo un po’, malgrado tutti i suoi dubbi, il procuratore ha smesso d’opporsi e gliel’ha ceduto” rispose ancora il secondo. Poi, dopo aver meditato un attimo, proseguì: “Per quel poco che ho sentito raccontare di lui, non credo che sia stato un uomo cattivo. Dicono che in pubblico parlasse spesso di suo padre: mio padre qui, mio padre là, mio padre su … mio padre sistemerà ogni cosa. La gente non ne poteva più! Sai, tante parole e poi… A sentirlo, sembrava che suo padre dovesse essere dappertutto, ed invece… Nessuno lo ha mai visto né conosciuto!”.
“E nonostante il figlio si sia messo nei pasticci, non si è neanche fatto vivo. Lo ha abbandonato come un cane…” osservò il primo.
“Ma la storia del padre non è tutto” continuò ancora il secondo. “Pensa che mentre lo stavano giudicando, credendo di spaventare i presenti, ha cominciato a dire: “Io sono un re… io sono il vostro re...” E poco dopo, invece, di fronte al procuratore, che lo avrebbe ascoltato volentieri, ha smesso di colpo di parlare. Così, uno dei nostri gli ha sistemato un mantello rosso sulle spalle, gli ha dato da tenere in mano un ramo come uno scettro e gli ha ficcato in testa una corona! E avessi visto che corona! Ridevano tutti a crepapelle...”.
“Credo che sia matto. Chissà che cosa pensava d’ottenere? Se l’è voluta lui la condanna!” commentò il primo soldato.
I due bevvero un altro boccale, poi il primo soldato disse: “Accidenti, proprio a noi doveva toccare?! Che seccatura... Speriamo che nel primo pomeriggio sia tutto finito”.
“Fatti coraggio. Hanno già dato ordine ad un tale di Cirene, un certo Simone, di aiutarlo nel caso avesse delle difficoltà lungo la salita. Non ci sarà alcun problema e domani tutti avranno già dimenticato. A proposito: dobbiamo procurarci una tavoletta di legno, per farne un’insegna con una scritta” disse ancora il secondo.
“Un’insegna con una scritta? Questa sì che è una novità” disse stupito il primo soldato.
“Da inchiodare sulla croce tre o quattro dita sopra la testa, all’ultimo momento. Vogliono deriderlo per la fiducia che ha riposto in suo padre e per il fatto che ha detto d’essere un re” disse il secondo. “Non ne sono sicuro, meglio chiedere ancora, ma mi pare che la scritta debba essere: I.N.R.I. ” concluse.
“Povero Cristo… I.N.R.I. E che cosa significa?” chiese il primo soldato.

Pasqua 2010, Vanni Fucci