L’intuizione giovanile.
Le prime intuizioni di Griffiths sull’Advaita si possono rintracciare nei suoi scritti giovanili e nelle sue prime esperienze di contatto con la natura, in forma potenziale. Si tratta ovviamente di un livello ancora ingenuo, specialmente in relazione alla natura, come ne troviamo tra i poeti e i filosofi del romanticismo. Ma lo possiamo ricondurre all’intuizione dell’unione epistemologica tra conoscitore e conosciuto.
Infatti un aspetto fondamentale dell’esperienza Advaita è esperito a livello del profondo. In termini ermeneutica, si sperimenta un’unione in ogni conoscenza veramente significativa; un nesso tra il conoscitore e la cosa conosciuta. Tra conoscitore e conosciuto c’è una sorta di unione o “connaturalità” che il conoscitore sperimenta con il conosciuto mediante la conoscenza. A livello spirituale c’è una relazione fondamentale tra l’esperienza e la cosa esperita, sia nell’esperienza della trascendenza di sé mediante la conoscenza unitiva, che nella resa d’amore. Perciò ad un livello profondo, non ci può essere vera conoscenza senza una sorta di intimo amore, né un genuino amore senza almeno qualche conoscenza. In questo senso non c’è dualità tra l’atto di conoscere e l’atto di amare e che abbiamo una continua relazione tra conoscitore e conosciuto, come tra amante e amato. Questa intuizione dell’advaita in ogni relazione ha accompagnato Griffiths per tutta la vita.
La prima articolazione dell’Advaita (1931-1968)
Griffiths fu in stretto contatto con filosofi del Vedanta fin dal suo arrivo in India nel 1955. Dai suoi incontri con esponenti e interpreti del Vedanta a Bangalore trasse sentimenti di ammirazione mista a scetticismo nei confronti del Vedanta. Ambivalenza che si riscontrerà nei suoi primi scritti sull’advaita cristiano.
Negli scritti del 1960 Griffiths riconosce che la testimonianza dell’advaita è molto significativa per tutti, inclusi i cristiani. Questa prima esperienza dell’advaita è per lui una intuizione mistica e non una conclusione metafisica sulla natura dell’anima umana in relazione al mistero divino. Ma per contro è evidente che per Griffiths l’advaita comunemente inteso e praticato, con la sua negazione della realtà del mondo, non è del tutto accettabile.
Questa è una descrizione che si legge nei primi scritti di Griffiths sull’argomento:
“In fine l’esperienza dell’anima si incontra nel suo profondo; attraverso di essa superiamo il mondo dei sensi, oltre l’immaginazione, al di là del mondo di pensieri che ci occupa costantemente, finché raggiungiamo il centro interno dove l’anima riposa. Maritain la chiama ‘l’esperienza dell’essere sostanziale dell’anima’, l’anima nel suo piano di realtà.”
Questa esperienza dell’anima è il vero “centro” oltre le immagini e i concetti, che è descritto come realizzazione della realtà non duale, il vero incontro con il mistero divino. Non c’è nessun contrasto intorno a questo punto. Se buddismo e induismo descrivono l’esperienza in maniera diversa, secondo Griffiths, si tratta della stessa realizzazione. L’orientamento generale verso la vita interiore, implicito in tale realizzazione, è quanto i cristiani possono imparare da essi. Ma allo stesso tempo i cristiani possono offrire delle significative correzioni e modifiche alle religioni orientali.
La crescente consapevolezza della Non-Dualità.
In una seconda fase, Griffiths si avvicina sempre maggiormente alla filosofia advaita. Questo avrà un profondo impatto sulla sua vita personale. Vediamo dapprima che il suo incontro con l’advaita si muove a stabilire la distinzione evidente tra l’esperienza della non-dualità e le varie interpretazioni che derivano da questa esperienza. La distinzione gli serve per distanziarsi dalle molte (e predominanti) interpretazioni dell’esperienza fondamentale, che sente essere inadeguate. Successivamente Griffiths articolerà una sua concezione dell’advaita cristiano. Impegnato nella sua visione cristiana della società e del mondo, manterrà una forte sintonia con il monismo dell’advaita, rigettando però decisamente il puro advaita che afferma l’assoluta identità tra il Brahman e l’anima. Descriverà l’unione in termini di ‘mutua co-penetrazione’. Formulando la sua visione cristiana, fu molto influenzato dalla visione mistica di Eckhart. In fine, vedrà nella Trinità un’articolazione della sua crescente conoscenza dell’advaita.
In questa seconda fase, Griffiths differenzia senza incertezze tra l’esperienza e l’interpretazione dell’advaita nell’induismo. Afferma: “l’esperienza dell’induismo, sebbene annoveri interpretazioni non sempre adeguate, è davvero una cosa grandissima”. Inoltre, a suo parere, le debolezze e i difetti dell’advaita sono dovuti soltanto alle interpretazioni distorte che discendono successivamente alla vera esperienza dell’advaita. Sebbene i filosofi indiani non possiedano un modo adeguato di descrivere la relazione tra il mondo e il divino, l’esperienza della non-dualità mette in ombra tutte le differenze. Essa veramente elimina ogni livello di relazione possibile, sia tra il divino e il mondo o tra il paramatman e jivatman (essere supremo – essere individuato). Dunque il rischio evidente di questa interpretazione è di sottovalutare e relativizzare il reale. Griffiths vede in Sankara questa devastante posizione radicale. Il filosofo del nono secolo, conosciuto come il fondatore dell’Advaita Vedanta, si indica fautore di una visione per cui ogni differenza deve scomparire nell’esperienza della non-dualità, dimostrando l’irrealtà del (cosiddetto) mondo reale. Infatti, l’intero mondo dell’esperienza, il mondo delle differenze, è un errore conoscitivo, maya, una sovrapposizione illusoria sulla realtà non-duale. Quando l’ente si risveglia mediante una disciplina mistica e riconosce la condizione di maya, il sogno di questo mondo di apparenza svanisce e si verifica l’esperienza della vera realtà, Brahman.
Perciò scrive: “Nel Vedanta si solleva sempre un problema: se il mondo è reale, non può essere distinto da Dio, cadendo nel panteismo che è affermare che il mondo è divino; oppure, come fa Sankara, volendo essere determinati a preservare la purezza della natura divina, si è costretti a negare realtà al mondo”.
Da queste riflessioni, si può dedurre che Griffiths cercava di rispondere a due questioni, la relazione con Dio e la realtà del mondo. Questo intento portò Griffiths al passo successivo, la formulazione di una visione cristiana del Vedanta.
La prima espressione dell’Advaita Cristiano.
Per prima cosa Griffiths sostiene che la relazione tra l’anima e Dio non può essere di totale identità, per cui l’anima subisce la completa perdita di sé nel Divino. Anche nella più elevata comunione con Dio l’individuo non cessa di esistere, non si dissolve nel Supremo.
“Per gli Hindu e per i Buddisti… lo stato supremo è un’assoluta identità. L’uomo realizza la sua identità con l’assoluto e realizza che questa identità è eterna e immutabile. Nella visione cristiana l’uomo rimane distinto da Dio. Egli è una creatura di Dio e il suo sollevarsi a partecipare della vita divina è un atto della Grazia di Dio, un gesto gratuito di amore, per cui Dio discende verso l’uomo allo scopo di sollevarlo fino a fargli condividere vita, amore e conoscenza. In questa unione l’uomo realmente condivide la conoscenza e l’amore divini, e conosce se stesso nell’identità con Dio, ma ne rimane un essere distinto. E’ questa un’identità, o piuttosto una comunione, di conoscenza e amore, non identità dell’essere.”
Questa distinzione di fondo si può far risalire ai differenti concetti di interiorità di induismo e cristianesimo. “Per gli indù l’interiorità consiste in un progressivo distacco da tutti gli oggetti interni ed esterni, che conduce all’isolamento dell’anima nella sua pura interiorità. Ma per i cristiani, l’interiorità inizia col pentimento; è la scoperta dell’abisso che separa l’anima da Dio. Ma questa scoperta porta alla scoperta dell’amore che attraversa l’abisso. Così l’anima nell’abisso interiore del suo essere si trova di fronte a Dio nell’abisso del suo essere.” Griffiths enfatizza l’aspetto dell’amore, in cui sono coinvolti conoscenza e relazione. Tale unione non è del tipo goccia-oceano.
Poi, secondo il suo impegno cristiano, Griffiths è convinto che il mondo deve essere ritenuto reale. Tale correzione è necessaria, secondo la sua opinione, per impedire i pericoli del monismo e del panteismo. Nel primo, la realtà del mondo è annullata in Dio, e nel secondo la trascendenza di Dio è dispersa nel mondo e Dio soggetto alle vicissitudini del tempo e dello spazio. Il cristianesimo, secondo Griffiths, è la riconciliazione di questi due estremi, grazie alle dottrine della creazione e dell’incarnazione. La dottrina della creazione sostiene una chiara differenziazione tra Creatore e creature. Anche ammettendo l’”analogia della partecipazione”, differenze e distinzione tra Creatore e creature non possono essere totalmente eliminate. Così Griffiths può affermare con sicurezza: “Il mondo non è un’emanazione di Dio né un’apparenza di dio, ma una creazione; un relativo modo di essere dipendente dal suo assoluto Essere, esistente temporaneamente e non eternamente e dipendente per la sua esistenza non meno che per la sua essenza da Dio. Questa è la dottrina che offre realtà al mondo, distinto da Dio ma totalmente dipendente da lui, e che Ramanuja e Madhva andavano cercando”. L’esperienza dell’incarnazione di Gesù e la sua intima relazione con il Padre indicano che la sua profonda esperienza di unione nell’amore non porta alla perdita dell’identità. L’incarnazione afferma inoltre la realtà e lo scopo del mondo creato e della storia umana. Mondo e storia sono consacrati da Dio e divengono simboli di Dio. Mondo e storia non scompaiono in Dio, alla fine, ma mantengono il loro carattere essenziale. In altre parole il mondo è destinato ad essere “una nuova creazione”.
Nonostante queste due fondamentali differenze, Griffiths sostiene che l’esperienza cristiana di Dio e del mondo possa essere giustamente interpretata come advaita. La chiave di questa comprensione risiede nella natura del mistero divino, come espresso nella dottrina della Trinità. Secondo il nostro autore “solo nella dottrina cristiana della Trinità e dell’incarnazione, il mistero dell’amore e della relazione personale con Dio e con gli uomini si può conciliare con l’assoluta unità e semplicità del Divino e la sua assoluta trascendenza”.




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