Ragioni e futuro di Rifondazione Comunista
di Aurelio Crippa
su redazione del 10/01/2008
Le ragioni della nostra impresa, della scelta di garantire la presenza autonoma di un Partito Comunista in Italia sono ideali, vengono dalla nostra cultura. E tanto basterebbe.
Ci dicevano: rischiate di essere un piccolo e residuale Partito, di vivere un episodio limitato.
Non ignoravamo questo pericolo, ma conoscere un rischio non vuol dire arrendersi. Possiamo dire di aver vinto la scommessa.
Va continuato il processo di Rifondazione Comunista, il cui primo carattere è l’essere comuniste/i, animare questa grande idea di critica al mondo per cambiarlo; il secondo è valorizzare la nostra tradizione e cultura, ma in un severo filtro critico.
Ognuno di noi ha il mattone e la calce per la rifondazione.
Ma sono pure ragioni politiche, rispondono ad un bisogno del Paese.
Assistiamo ad una pericolosa crescita del populismo come base di comportamenti sociali, un imborghesimento di costumi e di comportamenti, che hanno fatto venir meno riferimenti culturali forti, valori, dinamiche collettive, conflitto sociale.
A questo si accompagna una crisi delle appartenenze, delle identità, della rappresentanza sociale (sempre più rappresentazione), così che il sociale conta sempre meno nelle decisioni.
Si vuole eliminare l’idea stessa del conflitto sociale, cancellando quella peculiarità fondamentale che è rappresentata dalla soggettività del lavoratore, la sua capacità di pensare ed agire come soggetto dotato di autonomia culturale, portatore di bisogni ed interessi alternativi e distinti rispetto a quelli dell’impresa.
E’ ripresa con forza la campagna anticomunista, le destre dimostrano di poter diventare di massa, strumentalizzando gli elementi di insicurezza, precarietà, in cui sono stati posti ceti popolari e produttivi, di portare lì un populismo asservito ai potenti.
Tutto ciò è stato reso possibile dalla ritirata culturale e sociale, dalla logica difensiva che ha caratterizzato l’operato delle sinistre, delle organizzazioni sindacali confederali, dall’84 in poi.
Basti pensare al progetto di parte della sinistra di occupare il centro dello schieramento politico e sociale muovendo da sinistra, attraverso una progressiva ed accelerata perdita d’identità ideale, alle conclamate innovazioni, modernizzazioni, che sono state sinonimo di “nuovismo”, che hanno dato come risultato un regresso culturale, politico, sociale e per le grandi masse lavoratrici e popolari, il venir meno di diritti, conquiste, garanzie sociali.
Per non parlare dell’inseguimento delle destre sul loro terreno, che non solo non ha pagato, ma, anzi, al contrario, ha contribuito alla loro espansione e rafforzamento (a partire dal revisionismo storico).
Anche da questo la rinnovata, fondamentale ragione, dell’esistere nostro, delle/dei comuniste/i, del loro Partito, il PRC.
USCIRE DALLA RESISTENZA
Il Paese reale ha bisogno di una vera svolta riformatrice.
Occorre uscire da una pratica politica di resistenza, di cui va riconosciuto il valore politico, per passare all’offensiva. Il peggio non si combatte con il meno peggio.
Nulla di più moderno è la ricerca delle vie per una diversa società (i mali che affliggono oggi il Paese sono il prodotto di questa società, capitalistica, e proprio per questo va cambiata).
Nulla di più antiquato è la pretesa di una migliore società, adattandosi a gestire le regole capitalistiche del gioco: roba vecchia, già vista, fallita.
La condizione: attenersi alla politica (polis) con coerenza, l’arma più efficace non solo di difesa, ma d’innovazione, se assume come propria ragione d’essere la prospettiva di un diverso modello sociale.
La lotta politica di massa è la via maestra che realizza efficacemente il rapporto tra trasformazione del dato esistente e consenso, per un progetto politico che concepisca il conflitto sociale come fondamento della democrazia e fonte di vitalità per le stesse istituzioni.
Contro il massimalismo, contro il minimalismo, due espressioni diverse di un’identica “malattia” che nasce dall’astrattezza: la fuga in avanti con il massimalismo, la fuga indietro con il minimalismo; in ogni caso la rinuncia alla propria egemonia culturale e politica, fuggendo nella verbosità da un lato e ripiegando nel codismo dall’altro.
Contro la logica del “tirar la corda ma non spezzarla” che conduce (così insegna la storia) ad essere forza testimoniale, indebolisce fino ad annullarle le motivazioni per le quali costruire e fare politica.
La politica spesso richiede risposte e scelte immediate.
Ma se ciò diventa alibi per una prassi che fa venir meno la democrazia (partecipazione decisionale a definire contenuti, scelte ecc.) questa prassi va combattuta e respinta.
L’idea che ci deve guidare è la conquista dal basso, dal conflitto sociale, di un’insieme di conquiste sulla base delle quali e con le quali costruire la svolta nella politica economica e sociale del governo.
Bisogna mettere in campo le nostre ragioni, il perché del nostro impegno, della nostra iniziativa, stare con il Paese reale.
LA VERIFICA DI GOVERNO
Si è rotto con gran parte del Paese reale. Fra la gente, nel popolo di sinistra, è cresciuto disagio ed insoddisfazione per l’operato politico, economico, sociale del governo, che sentono molto lontano dalle loro esigenze, aspettative, speranze.
Giusta la richiesta avanzata della verifica, per una svolta riformatrice nell’azione e nell’attitudine del governo, perché da una parte è interprete della richiesta sempre più pressante che sale dal Paese reale e dall’altra pone l’urgenza di introdurre i correttivi necessari perché la rottura con esso non sia definitiva, si recuperi il consenso perso, che è l’unico vero modo per battere le destre.
I comunisti non possono permettere che a pagare continuino ad essere le/i lavoratrici/ori dipendenti, autonomi, le/i pensionate/i, le nuove generazioni, la gente onesta e laboriosa, per un presunto stato di necessità, dettato unicamente da una logica che vede come unico problema della politica, la riduzione del deficit di bilancio (che è problema anch’esso).
Si persegua con fermezza l’obiettivo di far pagare coloro che non hanno mai pagato, quelli che continuano a non pagare o pagano meno del dovuto (vedi l’enorme cifra dell’evasione e dell’elusione fiscale, nonostante i miglioramenti che si sono prodotti nella lotta contro).
E’ scattata l’immancabile offensiva contro i comunisti, il ricatto è pesante.
Se non volete rendere inevitabile la crisi di governo, rendete compatibili le vostre opinioni con quelle del resto della maggioranza; omologatevi, rinunciate all’autonomia, anteponete i “numeri” per la maggioranza alla soluzione dei problemi del Paese che ponete: questa è la richiesta (un “revival” del passato).
Così come ieri la nostra risposta: il nostro agire è stato, e sarà, con l’animo di chi si è aperto al confronto, alla ricerca di soluzioni positive, ma non all’accettazione supina e subalterna di quello che “passa il convento” o per soluzioni minimaliste e pasticciate.
Unico nostro interesse è dare soluzioni positive ai problemi reali del Paese, attivando una politica – un programma per il 2008 – capace di invertire il trend della sfiducia e per questo è indispensabile scegliere con chiarezza e nettezza tra la Confindustria (i poteri forti) con le sue pretese e ricatti e gli interessi generali del Paese (questa la nostra scelta).
“Pesa” sulla verifica il dibattito aperto per una nuova legge elettorale e, soprattutto, la tesi propugnata dal PD e da Forza Italia, di un meccanismo che faccia venir meno una presenza plurale in Parlamento, favorendo il bipartitismo, il presidenzialismo.
C’è solo una ferma opposizione per sconfiggerlo.
LA CONSULTAZIONE
Il CPN, positivamente, ha deciso di “accompagnare” questa verifica di governo, con una consultazione decisionale di iscritte/i.
Non ho alcun dubbio sul fatto che essa abbia a premessa un bilancio di questa nostra esperienza di governo, ma reputo che sarebbe un grave errore se essa fosse assunta e tradotta unicamente in un referendum per un SI od un NO alla continuità o meno della nostra presenza al governo.
Essendo in linea di massima d’accordo con la ricerca di alleanze elettorali (lo sono stato anche per questa), vedo in questo bilancio da trarre, una ferma esigenza di autocritica sulle modalità con le quali è stata prodotta, sul ruolo svolto nel governo e nel Parlamento, e su quello del Partito nel Paese.
Penso che, la consultazione, debba prevedere tre momenti distinti:
- un primo, nel quale scaturisca anche dal bilancio dell’esperienza, il merito delle proposte da avanzare alla verifica di governo (il programma per il 2008);
- un secondo per verificare l’andamento del confronto;
- un terzo per decidere sui risultati perseguiti e conseguentemente sul che fare.
Ho presente, dobbiamo aver presente, che fra diversi è d’uopo il compromesso, ma che esso assume valore e validità se fa fare passi in avanti agli interessi che vogliamo rappresentare e che, se così non fosse, non se ne avverte l’esigenza.
In quest’ultimo caso, in presenza del venir meno della maggioranza scaturita dalle elezioni, la “parola” non può che ritornare agli elettori (nessun pasticcio, o trasformismo).
La discussione di merito si è aperta nel Partito.
Condivido le riflessioni del Segretario del Partito, on. F. Giordano, contenute nella recente intervista su LIBERAZIONE: al centro della verifica deve essere il tema delle condizioni di lavoratrici/ori, i loro problemi.
La svalorizzazione del lavoro è drammatica, non vale nulla, gli sono negati non solo il riconoscimento necessario, ma perfino i diritti elementari e sempre più anche il diritto alla vita (vedile morti sul e per il lavoro).
Urge rinnovare i contratti nazionali aperti, un forte aumento dei salari e l’introduzione di un nuovo meccanismo (scala mobile) per la salvaguardia del loro potere d’acquisto, una detassazione delle retribuzioni (l’ISTAT dice che nell’ultimo quinquennio hanno perso 1900€ e nello stesso periodo i profitti sono aumentati dell’85%).
Sono necessari interventi per le pensioni, per frenare orari di lavoro che si allungano a dismisura, per le condizioni di lavoro (sicurezza).
L’impennata dell’inflazione chiede urgentemente il blocco delle tariffe e dei prezzi dei beni di prima necessità, a tutela delle classi più povere, in rapida crescita, tanto da interessare lavoratrici/ori dipendenti.
Insomma, avviare una serie di interventi di redistribuzione della ricchezza.
Contestualmente agire sul versante della lotta alla precarietà, dello stato sociale, del “nodo” pace-guerra.
La consultazione dunque, occasione per ripristinare una vita democratica del Partito, ma anche per ritessere i rapporti con la società.
Apriamola anche a coloro che sono interessati a dare un loro specifico contributo.
IL PARTITO
Non basta il mercato dell’opinione, la rappresentazione mediatica, per fare politica, ne tanto meno l’evocare “cataclismi” regolarmente smentiti il giorno dopo.
Così facendo si impoverisce la società, si fa anche del “male” al Partito, quando questo “vezzo” è utilizzato per scavalcare o sostituire responsabili di Partito, organismi dirigenti (al bando la personalizzazione della politica).
Visto le posizioni in campo, il “bombardamento” dei cosiddetti moderati (di che?) la fuoriuscita del PD dalle sinistre, altro è necessario e per questo è fondamentale il ruolo del Partito.
Le parole hanno valore se trovano coerenza con i fatti.
E’ tempo che il dibattito nel Partito si misuri sulla conoscenza e verifica dell’iniziativa, della mobilitazione, delle lotte, assunte e sviluppate ai vari livelli del Partito – Regionale, Federazione, Circoli - ; del nostro agire nei livelli istituzionali – quartieri, comuni, province, regioni – sia che siamo al governo, che all’opposizione, in coerenza con gli obiettivi posti per la svolta.
Costruiamo con tutte/i coloro che come noi sentono l’esigenza di una svolta riformatrice, quel necessario contropotere ai poteri forti che stanno avendo il sopravvento, senza il quale, come di nuovo si è visto, le lotte singole, anche le più determinate, i movimenti, tendono a rifluire o farsi parziali (fermo restando la loro necessità ed il loro valore).
L’esigenza posta è più Partito, non meno Partito, con un agire che non sia la pura cancellazione del passato, né il suo culto nostalgico, ma l’idea di un Partito come strumento di identità e di autonomia politico-culturale, così come nell’elaborazione di Gramsci.
Nessuna contraddizione fra una orgogliosa rivendicazione di autonomia e la vocazione unitaria.
La più straordinaria ed orgogliosa affermazione di autonomia dei comunisti sta nel “Manifesto dei Comunisti” del 1848, che conclude con la parola d’ordine >.
Ma poche righe prima afferma che >.
Le difficoltà che vive il Partito (permane uno stato di degrado) non derivano solo dall’esperienza di governo.
Sono innanzitutto il “frutto” dei processi interni iniziati con il V Congresso, con il prendere corpo di vecchie concezioni oligarchiche del modo di fare politica ed essere organizzazione (una organizzazione non organizzazione), un “governo” del Partito dei pochi, meglio se “amici”, che hanno determinato, conclamati innovazioni politiche ed “organizzative”, atti e scelte, riconosciuti autocriticamente e con coraggio, fallimentari, causa del degrado del Partito, dalla Conferenza d’Organizzazione di Massa Carrara.
In questa Conferenza si sono posti le basi per un rilancio dell’essere ed agire del Partito, con il progetto del >, alter ego del Partito altro, di massa, perseguito negli anni ’90 e inopinatamente abbandonato al V Congresso.
Registro remore nel dargli attuazione, se non il tentativo di “metterlo in soffitta”.
Chiarezza: non vorrei fosse il derivato di una sottaciuta “furbizia”, conseguente al pensiero (opinione politica) che un persistente degrado del Partito, “abiliti” in se, per stato di necessità, l’esigenza di un suo superamento.
Il detto: a pensar male si fa peccato, però di indovina.
Nella Conferenza d’Organizzazione altro ha deciso la stragrande maggioranza delle/degli iscritte/i.
A scanso di ogni equivoco, si dia corso alle scelte necessarie per recuperare l’insediamento ed il radicamento del Partito, il suo ruolo ancorato saldamente alla società, ai luoghi del conflitto sociale, organizzato nei territori, nei luoghi di lavoro e di studio, presenti nelle organizzazioni/associazioni sindacali, di categoria, culturali e di massa, nei movimenti.
Avventata, a dir poco, si è dimostrata essere stata la scelta di messa in “mora” dell’esistente organizzazione delle/dei Giovane/i Comuniste/i, per innovazioni, compresa la vocazione allo “scioglimento nei movimenti”, i cui fallimentari risultati sono sotto gli occhi di tutti (simbolicamente espressi anche dai motivi che hanno portato a non dotarsi di dirigenti ma di portavoci).
Urge un’opera concreta per una sua riorganizzazione, che, fra l’altro, riveda l’età di appartenenza (riduzione dell’attuale, di 30 anni, come minimo a 25), introduca nella sua struttura la sua presenza organizzata nei circoli, si ridia i suoi dirigenti.
LA SINISTRA, L’ARCOBALENO
L’evento costitutivo della >, ha partorito >.
Reputo sbagliato giudicare ciò una sconfitta, fuori luogo atteggiamenti del tipo “l’avevo detto” o di “enfatizzazione di positività” (quella vera è il ripiombare a terra di quei “saccenti”, portatori di più esperienze fallimentari di nuove sinistre, avvezzi alla critica del giorno dopo, pronti a riciclarsi in una logica del fare e disfare per rifare, propugnatori del rinnovamento, che guarda caso mai li riguarda).
Semplicemente la rappresentazione e registrazione della realtà, quella vera, che dice:
- Nella società contemporanea siamo in presenza di una pluralità di soggettività politiche, che si costituiscono anche su parzialità, che è azzardato pensare, voler, ridurre ad > (il Partito unico della sinistra).
- Un conto è la necessità di un’alleanza, di una coalizione elettorale, un altro è voler appiattire l’identità di tutte/i. Anche in questa occasione si è manifestamente dimostrato l’impossibilità di ciò (la politica fatta in quel modo non appassiona, perché non è azione di trasformazione, ma solo raccolta di “consenso”).
- Va evitato che il processo in atto si connoti (così come appare ed è oggi) esclusivamente organizzativistico, condizionato dall’obiettivo della ricerca immediata di alleanze per una presenza istituzionale (fermo restando che è un problema in sé).
Dal Paese la spinta all’unità è per fare delle cose ed a questa giusta richiesta si risponde solo definendo un programma minimo di obiettivi politici (e per questo si sono già viste le prime difficoltà che non possono “frenare” il lavoro in questa direzione) ed una unità d’azione per l’iniziativa, la mobilitazione, necessarie per sostenerlo.
Il Partito deve lavorare a tutti i livelli, nel Paese, per costruire questo “terreno” unitario a sinistra, con una sua autonomia rispetto ai caratteri ed alle compatibilità con il sistema, con un ruolo nella società che non si esaurisce in termini di gestione delle istituzioni democratiche.
IL CONGRESSO
Ritengo motivato lo spostamento della data del Congresso, peraltro sostituita da un’importante consultazione del Partito.
A fine marzo è previsto un CPN che definisca le modalità per la sua attuazione.
Penso debbano essere:
- Entro giugno 2008 approvazione documenti – regolamento politico, modifiche statutarie – tenendo conto la tornata di elezioni amministrative;
- Convocazione entro luglio 2008 dei CPF per approvare regolamenti congressuali di Federazione;
- Da settembre 2008 avvio dei congressi – Circoli, Federazioni;
- Entro novembre 2008, Congresso Nazionale.
Ho avanzato la proposta al CPN di dicembre 2007 che si tengano:
- Entro febbraio 2008 la Conferenza delle/degli amministratrici/ori comuniste/i.
Obiettivo: da una parte definire un orientamento di comportamento politico negli Enti Locali, in coerenza con quanto proposto per la verifica di governo.
Dall’altra per elaborare un “canovaccio” di programma per la prossima tornata di elezioni amministrative.
- Entro luglio 2008 la Conferenza delle/dei lavoratrici/ori comuniste/i.
E’ la nostra identità, occorre recuperare una presenza perduta.
I COMUNISTI SERVONO
I comunisti non servono, sono un residuo storico: il solo orientamento della vita politica e culturale è sostanzialmente moderato, per qualcuno addirittura conservatore, di destra.
Lo hanno sostenuto, lo sostengono, perché vogliono cancellare ogni speranza e volontà di cambiamento.
Non ci sono riusciti, non ci riusciranno.
Viviamo e siamo antagonisti perché siamo forza critica della moderna società capitalistica, delle disuguaglianze che propone e che proprio per questo vogliamo cambiare.
Come racconta la leggenda, San Martino donò metà del suo mantello al povero ignudo e come dice Brecht morirono tutte e due.
Le/i comuniste/i esistono per garantire a tutte e tutti il loro “mantello”.
http://www.esserecomunisti.it/index....Articolo=20878




Rispondi Citando