
Originariamente Scritto da
bazooka
E' morto un grande italiano ,nonchè un volontario delle Fiamme Bianche durante la Rsi .
Ciao grande Duilio.
CLT) La morte di Duilio Loi, il campione dimenticato
Roma, 21 gen (Velino) - Primo settembre 1960: il triestino Duilio Loi conquista a San Siro il titolo mondiale dei pesi welter jr., battendo ai punti in 15 riprese il portoricano Carlos Ortiz, che lo aveva sconfitto tre mesi prima a San Francisco con un discusso verdetto. Gli appassionati assiepati nello stadio milanese sono 53 mila, per un incasso di oltre cento milioni, uno dei più alti mai registrati in Italia per un incontro di pugilato. Per Loi è l’apice di una straordinaria carriera; il pubblico lo osanna, la stampa per definirlo usa aggettivi iperbolici. Privo di grande potenza, Loi è quello che in America definiscono un “all round boxer”, uno schermista completo, ed è dotato di una tale intelligenza e di una tale difesa da risultare ostico a qualunque avversario. Ortiz, infatti, non è certo il primo venuto: una volta persa con Loi anche la bella (10 maggio 1961, sempre a Milano e sempre ai punti), tornerà tra i pesi leggeri e dominerà per ben otto anni la categoria. E le imprese del triestino non si fermano qui: in attività dal ’49 al ‘62, chiude la carriera con l’invidiabile record di 115 vittorie, otto pareggi e solo tre sconfitte, tutte riscattate in successive rivincite. Oltre al mondiale dei welter jr., vanta il titolo europeo dei leggeri, difeso per ben otto volte tra il 1954 e il 1958, e quello dei welter (quattro difese tra il 1959 e il 1962). Al momento del suo ritiro dall’attività (gennaio 1963) è ancora campione del mondo.
Duilio Loi è morto domenica ieri nella casa di riposo Padre Pio di Tarzo, in provincia di Treviso, dopo anni di morbo di Alzheimer e di indigenza. Una parabola discendente drammatica, che nel 2000 aveva convinto due deputati di Forza Italia – Paolo Scarpa e Manlio Collarini – a presentare un’interrogazione parlamentare che invocava per Loi la cosiddetta legge Bacchelli, approvata nel 1985 per concedere un vitalizio all’omonimo scrittore autore del celebre “Il Mulino del Po”, finito in miseria e deceduto proprio appena ottenuta l’agognata pensione. Inizialmente varata per artisti e letterati, la legge è stata poi estesa agli sportivi, a partire dal grande lottatore degli anni Cinquanta Ignazio Fabra. Loi, che percepiva una pensione statale da 670 mila lire, aveva voluto subito chiarire la sua posizione: “Io, chiedo solo un aiuto, non regali e elemosine. Ho la mia dignità. Ho combattuto per tanti anni dando lustro al pugilato e all’Italia”. Alla fine il vitalizio era stato concesso ma certo gli ultimi dieci anni di vita dell’ex pugile non sono stati comodi.
Ma com’è possibile che un atleta osannato da pubblico e media finisca addirittura nella più totale indigenza? Le ragioni di questa drammatica discesa negli inferi sono svariate e hanno radici lontane. Da un sistema previdenziale all’epoca non adeguato a una serie di episodi sfortunati che hanno costellato la vita post-agonistica del pugile. Una volta chiusa la carriera, infatti, Loi investì parte dei suoi proventi nella gestione di un ristorante ma il tentativo imprenditoriale non ebbe successo. Nel 1973 sono poi iniziate le vicende giudiziarie di suo figlio Vittorio, che per conto di un gruppo terroristico neofascista il 12 aprile uccise a Milano l’agente Antonio Marino. È stato soprattutto aiutando Vittorio in tribunale e nella sua lunga esperienza carceraria che il campione ha dissipato il proprio patrimonio. Alla vicenda, Duilio ha reagito sempre con grandissima dignità ma col passare del tempo la sua situazione economica è andata peggiorando. Quasi dimenticato da tutti, negli anni Novanta si era dovuto adeguare ai lavori più disparati, finendo a fare il rappresentante porta a porta per una ditta di penne biro, unica chance rimastagli per sbarcare il lunario. Poi, ad aggravare la situazione, è sopraggiunta la malattia, che, come ha scritto giustamente un quotidiano, rimane l’unico Ko da lui subito in tutta la sua vita.