Ho scritto queste parole mentre MT chiudeva la discussione in cui avrei voluto portarla. Con rispetto e amicizia, sento che MT sta attuando una specie di coprifuoco nella nostra città di idee che, se forse potrà prevenire qualche reato e in questo senso è giusto, impedirà anche qualche piacevole conversazione notturna e le serenate d'amore. Speriamo che sappia il fatto suo.
Ma dal momento che lo avevo scritto, lo posto in una nuova discussione.
Grazie, B.
***
C'era una volta, once upon a time, un gruppo di uomini e di donne carnali che con i loro occhi carnali guardavano il corpo carnale di un uomo carnale, e quest'uomo carnale era Dio.
C'era una volta, once upon a time, un gruppo di uomini e di donne carnali che con le loro mani carnali toccavano il corpo carnale di un uomo carnale, e quest'uomo carnale era Dio.
Riecheggiando Péguy, non erano solo i santi a poterlo fare, non erano solo i dodici o i settandadue, o i cinquecento, o le sante donne. Erano anche ubriaconi e tagliagole, rivoltosi e meschini, fornicatori e indifferenti. C'era una volta, once upon a time, in cui chiunque - chiunque! - poteva fissare i propri occhi carnali su altri occhi carnali, e questi occhi carnali erano gli occhi di Dio. Ciò che è stato in eterno negato ai più grandi santi e sante è stato dato al più miserabile degli abitanti della Galilea o di Gerusalemme.
A un certo punto questo sguardo carnale non ci fu più. Nell'antica liturgia romana il cero pasquale veniva nascosto dal giorno dell'Ascensione. Ci manca la luce di questo sguardo. Ma non è finita la forza di attrazione del Dio fatto carne. E come si fa ad entrare in contatto adesso col Dio fatto carne? Da un certo punto di vista è ancora questione di sguardi e tocchi, anche se riguarda quelli dei santi e dei testimoni. Un po' come in quel racconto di JL Borges. Ci sono dei gesti e delle parole, fatti da uomini, che sono così umani da non poter scaturire dall'umanità così come noi la conosciamo, ferita, lussuriosa, meschina. Dei gesti e delle parole che hanno una luminosità speciale che ne rivela il lignaggio divino, e che discendono direttamente dai gesti dell'uomo Dio.
Purtroppo anche la mente vuole la sua parte. Quell'esperienza (once upon a time there was a Man...) deve essere comunicata anche agli intelletti, anche alle menti. E dunque occorre rendere quell'esperienza linguaggio e, ahimé ahimé, non solo linguaggio poetico, delirio amoroso, balbettii e giggles da infanti: ma linguaggio rigoroso e descrittivo. E allora la domanda relativa al ditelismo acquista un terribile senso, una drammaticità inerente, e si può dare la vita per affermare che il Signore Gesù aveva due volontà, anche se al momento nessuno di noi sa dire bene che cosa significhi averne una di volontà: figuriamoci due. Il punto è conservare il mistero, il paradosso, dinanzi a razionalizzazioni, a shortcuts, a pacificazioni: le eresie.
D'altra parte ogni volta, ogni benedettissima volta, che si traduce un'esperienza in linguaggio, quest'esperienza viene conservata e contemporaneamente perduta. La torta si trasforma in ricetta. Naturalmente quel che si suppone è che chi legge la ricetta si impegni a trasformarla nuovamente in torta. Il punto è che servono uova, farina, zucchero, latte e cioccolato, carne, sangue, emozioni, speranza e amore. Materiali rari, preziosi, costosi. Il rischio è appagarsi della ricetta, leggersela e rileggersela, impararla a memoria, aggrottare le sopracciglia quando si viene a sapere che qualcuno fa la torta variando gli ingredienti, e credersi in tal modo pasticcieri. Eh sì sì. Il vicino ha una ricetta non aggiornata, ci mette troppo zucchero, tsk tsk, pazzesco, renderà quella torta immangiabile ai contemporanei: ai giorni nostri è il sugar free che tira. D'altra parte quel vicino ci ammonisce a non far lievitare troppo la torta: non si è mai fatto, e mai si dovrà fare, e non si trova negli antichi e solenni documenti dei Padri della pasticceria una e indivisa. Allora facciamo un Consiglio Superiore della Pasticceria, magari a Ginevra, e ci mettiamo a discutere sulla vera ricetta della nostra torta. E ne forniamo una versione basica: questa forse va bene per tutti. Ma non c'è quasi niente dentro, è poco più di una base di pandispagna. Nessuno se la mangerebbe, ma tant'è. Tanto le ricette ormai vengono soltanto lette. E chi cucina più?
La verità scientifica è intersoggettiva e impersonale (razionale). La verità affettiva (io sono innamorato di Uma Thurman) è soggettiva e personale (tu sei innamorato di Nicole Kidman). La verità su Dio è intersoggettiva e personale. Non basta che sia intersoggettiva: contro Vito Mancuso e il suo nobile tentativo di ricondurre la Chiesa alla Ragione.
Il mio modo di essere ortodosso sta nella nostalgia dolorosa di quell'esperienza primordiale (once upon a time). Il mio modo di essere protestante sta nella nostalgia di quell'esperienza primordiale. E anche il mio modo di essere romano-cattolico sta nella nostalgia di quell'esperienza primordiale. Recentemente un monaco ortodosso di tradizione atonita mi ha detto: ascolta solo Gesù Cristo. Ma, e la teologia, e la disciplina, e i sacramenti, e l'etica, e il clero...? Ascolta solo Gesù Cristo. Una frase che fa cadere, come le trombe di Israele le mura di Jerico, il climatizzato Consiglio Ecumenico delle Chiese.
Grazie, Barsanufio




Rispondi Citando