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Discussione: Quietismo

  1. #1
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    Question Quietismo

    un amico ha bisogno di informazioni su questa eresia per una tesi...

    qualcuno può venirmi in aiuto?

    sono graditi anche riferimenti bibliografici!

    grazie!!!

  2. #2
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    Predefinito tanto per cominciare

    Dal latino quietus, tranquillo, in pace. Erano dei contemplativi che dedicavano tutta la loro attenzione alla preghiera, cercandovi una condizione di passività totale, di completa adesione alla volontà di Dio, di assorbimento in essa, nella quale trovavano la loro piena realizzazione o la loro felicità. Lo stato di calma così raggiunto li può rendere simili agli esicasti greci del XIV secolo.
    Questa attitudine fondalmentalmente mistica ha provocato non poche critiche e non pochi scandali all'interno della Chiesa cattolica del XVII secolo. I suoi rappresentanti furono allora il sacerdote Molinos, e sopratutto madame Guyon, un tempo difesa da Fenelon. Violentemente attaccati da Bossuet, feroce guardiano dell'ortodossia cattolica, i quietisti furono condannati da un breve di papa Innocenzo XII, datato 12 marzo 1690. Lo stesso Fenelon si piegò all'autorità papale. Madame Guyon fu imprigionata ed in seguito esiliata. Quanto a Molinos, anche lui venne arrestato e morì nella prigione di un convento dominicano, nel 1679.

  3. #3
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    Eppure, che la vita contemplativa sia preferibile alla vita attiva, è quello che afferma lo stesso Gesù nel celebre episodio evangelico di Marta e Maria : "mentre erano in cammino, entrò in un villagio e una donna, di nome Marta lo accolse nella sua casa. Essa aveva una sorella di nome Maria, la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola ; Marta invece era tutta presa dai molti servizi. Pertanto, fattasi avanti, disse : -Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciato sola a sevire ? dille dunque che mi aiuti -. Ma Gesù le rispose : - Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c'è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta- " (Luca 10 : 38-42).
    Evidentemente non serve a niente agitarsi come fa Marta, che incarna la vita attiva (bios prakticos). la "parte migliore", quella scelta da Maria e preferita da Gesù, consiste nel sedersi ai piedi del maestro e nell'ascoltare la sua parola : tale è la vita contemplativa (bios theoretikos). Marta è immersa nell'insignificante (le faccende domestiche). Ora la cosa più importante nella vita consiste proprio nel non attribuire importanza alle cose che non ne hanno.

  4. #4
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    Per la spensieratezza e il dovere di imprevidenza, virtù fondamentalmente cristiane, o che dovrebbero esserlo, ci si può rifare anche alla famosa parabola dei gigli dei campi e degli uccelli del cielo (Matteo 6 : 25-30). Quanto allo stato di ricettività e di passività personale preconizzata dai quietisti può essere giustificata dalla seconda invocazione del Padre Nostro : "Sia fatta la tua volontà". Bossuet ha severamente accusato i quietisti di trascurare le altre istanze. Ma è senza dubbio quella la più importante, mentre le altre sono tutte sommato superflue, e forse anche sospette, perchè interessate, egocentriche, come i quietisti facevano notare. Lo si comprende leggendo la fine del passo già citato di Matteo : "Non affannatevi dunque dicendo : - Che cosa mangeremo ? Che cosa berremo ? Che cosa indosseremo ?- Di tutte queste cose si preoccupano i pagani. Il Padre Vostro celesta infatti sa che ne avete bisogno.

  5. #5
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    Sant'Alfonso Maria de Liguori
    Storia delle Eresie


    CAP. XII. DELL'ERESIE DEL SECOLO XVII. E XVIII.
    ART. V. DEGLI ERRORI DI MICHELE MOLINOS


    L'eresia de' Beguardi, de' quali parlammo al cap. 10. art. 4. n. 31., pose il preludio a questa di Molinos. Michele Molinos, prete spagnuolo, nacque nella diocesi di Saragozza in Aragona: questo impostore publicò un suo libro col titolo specioso di Guida spirituale, che conduce l'anima per un cammino interiore a conseguire la perfetta contemplazione, e 'l ricco tesoro della pace interna. Questo libro si vide prima impresso in Roma, poi in Madrid, quindi in Saragozza, et ultimamente in Siviglia; onde in breve restò avvelenata da pestifere massime nel tempo stesso la Spagna, Roma, e quasi tutta l'Italia. Queste massime erano descritte con tale arte, che furono atte ad ingannare non solo persone mal costumate, che sono più disposte a farsi ingannare, ma anche anime purissime date all'orazione. Bisogna avvertire che il perfido Molinos in questo suo libro non già insegnava errori manifesti, ma in effetto poi apriva in esso la porta a tutti quegli errori che nel progresso del tempo si videro seguire2. Quindi avvenne che quei che lo leggevano ne restavano oppressi come da un mortal letargo di contemplazione e di falsa quiete, dalla quale poi prevaricando, convenivano in conventicole uomini e donne, che professavano questa nuova sorta di contemplazione, e si portavano agli altari a prender la comunione contenti del loro spirito, senza preparazione e senza confessione; oravano nelle chiese, ma come stolidi, stando in ozio senza mai guardare il sagramento o le sacre immagini, e senza fare alcun atto divoto o preghiera. Ma avesse voluto Iddio, e si fossero questi seguaci di Molinos contenuti solamente nel perdere il tempo in quell'immaginaria contemplazione, e quiete di spirito; passavano da quella alla licenza di atti turpi fra loro, dicendo, che mentre l'anima stava unita con Dio, non vi era peccato nel dar libertà al corpo di sfogare le sue sensuali passioni, attribuendo in tal caso la malizia di quegli atti alla violenza del demonio, o alla passione corporale, servendosi delle parole di Giobbe (16. 18.): Haec passus sum absque iniquitate manus meae, cum haberem mundas ad Deum preces, il che Molinos empiamente spiegava nella sua prop. 49.: Iob ex violentia daemonis se propriis manibus polluebat etc.1. Il grande ipocrita del Molinos visse in Roma per disgrazia di quella santa città per lo spazio di 22. anni, cioè dall'anno 1665. sino al 1687., e la sua conversazione era ambita da tutti, specialmente da' grandi, mentr'era comunemente riputato per un uomo santo, ed assai eccellente nelle massime della vita spirituale. Egli affettava una grande apparenza di divozione: volto composto: abito talare e negletto: barba folta e lata nel mento: età inclinata alla vecchiezza, e moto lento. Queste apparenze unite alle parole di santità che proferiva, lo rendeano venerando. Ma Dio finalmente si degnò soccorrere alla sua chiesa con far discoprire l'autore di tanti mali che ella soffriva. D. Inico Caracciolo, cardinal di s. Clemente, ne scoprì infetta la diocesi di Napoli, e scrisse al papa, affinché colla sua suprema autorità avesse egli impedito il corso a questa segreta peste, che avea infettato ogni stato di persone; lo stesso ricorso fecero diversi altri vescovi, non solo d'Italia, ma anche di Francia. Il papa informato di ciò mandò una lettera circolare per l'Italia, che dinotava non tanto il rimedio, quanto il pericolo di quest'eresia, che andava serpeggiando. Dagl'inquisitori poi di Roma, dopo essersi prese le dovute informazioni, se ne formò un segreto processo contro del Molinos, e se ne ordinò la carcerazione. Fu pertanto il perfido seduttore arrestato da' ministri destinati al suo gastigo, e fu portato alle carceri del s. officio insieme con due suoi primarj discepoli, dei quali uno era sacerdote, chiamato Simone Leone, e l'altro laico, Antonio Maria, ambedue nativi della terra di Combieglio presso Como2. La sagra inquisizione indi ai 24. di novembre 1685. proibì la falsa Guida spirituale del Molinos, e con preciso decreto a' 28. di agosto 1687. proibì tutt'i libri dello stesso autore, e specialmente 68. proposizioni estratte dalla Guida, e confessate per sue dal medesimo reo, che si leggono presso Bernino3. Dopo essere stata condannata la dottrina del Molinos, fu condannata ancora la sua persona; ed essendo passati già 22. mesi di sua carcerazione, e provati gli errori e i delitti, mostrossi egli disposto all'abbiura di essi. Onde ne fu intimata la pubblica funzione a' 3. di settembre 1687. nella chiesa di s. Maria sopra Minerva. Comparve pertanto in questa chiesa il Molinos alla presenza di molto popolo, e fu condotto dagli esecutori sovra il pulpito, dove cominciò l'abbiura dei suoi errori; e mentre leggevasi il processo, ad ogni proposizione sua ereticale, e ad ogni disonestà commessa che riferivasi, il popolo gridava ad alta voce, fuoco, fuoco; finché terminata la lezione del processo, fu egli condotto a' piedi del commissario del s. officio, avanti di cui abbiurando con atto solenne gli errori esposti, e ricevuta da lui l'assoluzione, e l'abito consueto di penitenza, ed anche le vergate alle spalle, fu di nuovo trasportato dalle guardie alle carceri del s. officio, in cui visse in una piccola stanza per dieci altri anni con segni di vero penitente, ed in questa buona disposizione morì. Dopo l'abbiura seguì subito la bolla del papa Innocenzo XI. a' 4. di settembre 1687., dove furono di nuovo condannate le medesime proposizioni già prima condannate dalla sagra inquisizione. E nel giorno appresso, cioè alli 4 di settembre dello stesso anno 1687., seguì l'abbiura dei nominati fratelli e discepoli del Molinos, Antonio Maria e Simone Leone, che anche dimostraronsi veri penitenti1. Conviene qui aggiungere, che in Francia verso la fine del secolo XVII. vi fu una certa donna chiamata la signora di Guion, che avendo una corrotta idea della vita spirituale, cacciò fuori varj manoscritti, contro de' quali mons. di Bossuet, vescovo Meldense, affin di evitare i mali che da quelli potean nascere, diè fuori la sua bell'opera De statibus orationis. All'incontro molti allucinati dagli scritti della predetta donna presero a difendere la di lei dottrina, e fra questi vi fu l'arcivescovo Cameracese o sia di Cambrai, il quale diè fuori un altro libro, Spiegazione delle massime de' santi sulla vita interiore. Ma quest'opera fu presto condannata in Roma da Innocenzo XII., dichiarando che le proposizioni di quel libro erano affini a quelle di Michele Molinos. L'arcivescovo per altro, udendo la condanna del suo libro, umilmente si sottopose al giudizio del papa, e con editto pubblico esortò tutt'i suoi diocesani ad imitarlo2. Le proposizioni condannate dal papa nel libro dell'arcivescovo a' 12 di marzo 1699. furono in numero di 23., e le medesime stan riferite dal cardinal Gotti nel luogo citato, ove si possono osservare.



    2 Bernin. ist. dell'eres. to. 4. sec. 17. c. 8. p. 712. Gotti ver. rel. c. 120. §. 2. n. 1.




    1 Gotti n. 2. et 3.




    2 Gotti loc. cit. n. 4. 5. et 6.




    3 Bernin. al luogo cit.

    1 Bernin. t. 4. c. 8. p. 716.




    2 Gotti ver. rel. c. 5. §. 4.

  6. #6
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    Sant'Alfonso Maria de Liguori
    Storia delle Eresie


    CONFUT. XIV. DELL'ERESIA DI MICHELE MOLINOS


    1. Due erano le massime di questo eresiarca: con una toglieva il bene e coll'altra ammetteva il male. La prima sua massima era che l'anima contemplativa dee sfuggire e discacciare tutti gli atti sensibili d'intelletto e di volontà, i quali secondo lui impediscono la contemplazione, e con ciò privava l'uomo di tutti quei mezzi che ci ha dati Iddio per conseguir la salute. Dicea che quando l'anima si è donata tutta a Dio, ed ha annichilata la sua volontà, rassegnandola totalmente nelle di lui mani, ella resta perfettamente con Dio unita: onde allora di nulla più dee curare circa la sua salute; dee licenziare da sé le meditazioni, i ringraziamenti, le preghiere, le divozioni verso le sacre immagini ed anche verso l'umanità santissima di Gesù Cristo; deve astenersi da tutti gli affetti divoti di speranza, di offerta di se stessa, di amore verso Dio; in somma dicea che dee discacciare tutti i pensieri ed atti buoni, perché tutti questi son contrarj alla contemplazione ed alla perfezione dell'anima.
    2. Per conoscere più addentro il veleno di questa massima, vediamo che cosa sia la meditazione e che cosa sia contemplazione. Nella meditazione si va cercando Dio colla fatica del discorso e cogli atti buoni. Nella contemplazione senza fatica si contempla Dio già trovato. Nella meditazione opera l'anima cogli atti delle sue potenze; nella contemplazione opera Dio e l'anima patitur, e solo riceve i doni infusi dalla grazia. Ond'è che quando l'anima sta assorta in Dio colla contemplazione passiva, ella non dee sforzarsi di fare atti e riflessioni, perché allora lo stesso Dio la mantiene unita con sé in amore. Allora, dicea s. Teresa, Iddio occupa colla sua luce l'intelletto, e gli impedisce di pensare ad altro: Quando Dio, son parole della santa, vuol che cessi l'intelletto di discorrere, l'occupa e gli dà un conoscimento superiore a quello, al quale noi possiamo arrivare, onde lo fa restar sospeso. Ma la stessa santa dice poi che questo dono della contemplazione e sospensione delle potenze, quando viene da Dio, produce buoni effetti; ma quando è procurato da noi, non produce effetto alcuno, e l'anima resta più arida di prima: Alle volte, siegue a dire, nell'orazione abbiamo un principio di divozione che viene da Dio, e vogliamo passar da noi in questa quiete di volontà; allorché ella è procurata da noi, non fa effetto, finisce presto, e lascia aridità. E questo è quel difetto che notava s. Bernardo in coloro che vogliono passare dal piede alla bocca, alludendo al passo dei sacri cantici, dove si parla della sacra contemplazione: Obsculetur me osculo oris sui1. Soggiunge s. Bernardo: Longus saltus et arduus de pede ad os.
    3. Ma opporrà alcuno che il Signore dice per Davide: Vacate et videte, quoniam ego sum Deus2. Ma la parola Vacate non dinota già che l'anima dee stare incantata nell'orazione senza meditare, senza fare affetti, senza chieder grazie: vocate viene a dire che per conoscere Dio e la sua immensa bontà bisogna astenersi da' vizj, allontanarsi dalle cure mondane, reprimere le voglie dell'amor proprio, e staccarsi dai beni terreni. Insegna la maestra di orazione s. Teresa, e dice: Bisogna che per parte nostra ci prepariamo all'orazione; quando Dio ci porterà più alto, a lui solo ne sia la gloria. Sicché nell'orazione quando Iddio ci tira alla contemplazione, e ci fa sentire che egli vuol parlarci, e non vuole che parliamo noi, allora noi non dobbiamo porci ad operare, perché impediremmo l'opera divina; dobbiamo allora solo applicare un'amorosa attenzione alle voci di Dio e dire: Loquere, Domine, quia audit servus tuus. Ma quando Dio non parla, allora dobbiamo parlar noi con Dio colle preghiere, con fare atti di contrizione, atti d'amore, buoni propositi, e non istare a perdere il tempo senza far niente. Dice s. Tommaso: Contemplatio diu durare non potest, licet quantum ad alios contemplationis actus possint diu durare3. Dice che la vera contemplazione, in cui l'anima assorta in Dio nulla può operare, poco dura; ma posson durare gli effetti di quella, sicché ritornata l'anima nello stato attivo, dee ritornare ad operare per conservare il frutto della contemplazione ricevuta, con leggere, ripensare, fare affetti pii e simili atti divoti; poiché, come confessa s. Agostino, egli dopo essere stato esaltato a qualche insolito stringimento con Dio, sentivasi come da un peso di nuovo tirato alle miserie terrene, onde bisognava di nuovo si aiutasse cogli atti dell'intelletto e della volontà per tenersi unito con Dio: Aliquando, sono le sue parole, intromittis me in affectum inusitatum... sed recido in haec aerumnosis ponderibus, et resorbeor solitis4.
    4. Andiamo ora esaminando le perniciose proposizioni del Molinos, delle quali qui ne adduco solamente alcune più principali, che ben dichiarano il suo empio sistema. Nella proposizione 1 dicea: Oportet hominem suas potentias annihilare; et haec est via interna. Nella 2: Velle operari active est Deum offendere, qui vult esse ipse solus agens; et ideo opus est seipsum in Deo totum et totaliter derelinquere, et postea permanere, velut corpus exanime. Sicché volea Molinos che l'uomo, dopo essersi abbandonato tutto in Dio, dovesse restare come un corpo morto, che non fa nulla; e che allora il voler far qualche atto buono d'intelletto o di volontà, era un offendere Dio, che vuole esser solo ad operare: e questa chiamava egli l'annichilazione delle potenze che divinizza l'anima, e la trasforma in Dio, come diceva nella proposizione 5: Nihil operando anima se annihilat, et ad suum principium redit et ad suam originem, quae est essentia Dei, in quem transformata remanet, ac divinizata... et tunc non sunt amplius duae res unitae, sed una tantum. Quanti errori in poche parole!
    5. Quindi proibiva l'aver cura, ed anche l'aver desiderio della propria salute, e che perciò non dee l'anima perfetta pensare né all'inferno né al paradiso: Qui suum liberum arbitrium Deo donavit, de nulla re debet curam habere, nec de inferno, nec de paradiso; nec desiderium propriae perfectionis, nec propriae salutis, cuius spem purgare debet. Si noti spem purgare; dunque è difetto sperar la propria salute con far atti di speranza? Ed è difetto meditare i novissimi? Quando il Signore c'insegna che la memoria delle massime eterne ci manterrà lontani da' peccati: Memorare novissima tua, et in aeternum non peccabis1. Il perfido proibiva inoltre di fare atti di amore verso i santi, verso la divina Madre ed anche verso Gesù Cristo, dicendo che dobbiamo discacciare dal cuore tutti gli oggetti sensibili. Ecco come parla nella proposizione 35.: Nec debent elicere actus amoris erga b. Virginem, sanctos, aut humanitatem Christi; quia cum ista obiecta sensibilia sint, talis est amor erga illa. Oh Dio! proibire anche gli atti di amore verso Gesù Cristo! E perché? Perché Gesù Cristo è oggetto sensibile, e c'impedisce l'unione con Dio. E quando noi andiamo a Gesù Cristo, dice s. Agostino, a chi andiamo se non a Dio? Mentre egli è uomo e Dio. E come, soggiunge il santo, possiamo andare a Dio, se non per mezzo di Gesù Cristo? Quo imus, scrive il santo dottore, nisi ad Iesum? et qua imus, nisi per ipsum?
    6. Questo appunto è quel che dice s. Paolo: Quoniam per ipsum (Christum) habemus accessum ambo in uno spiritu ad Patrem2. Dice lo stesso Salvatore in s. Giovanni3: Ego sum ostium: per me si quis introierit, salvabitur; et ingredietur et egredietur, et pascua inveniet. Io son la porta: chi entrerà per me sarà salvo: et ingredietur et egredietur; spiega un autore antico presso Cornelio a Lapide: Ingredietur ad divinitatem meam et egredietur ad humanitatem, et in utriusque contemplatione mira pascua inveniet. Sicché l'anima o consideri Gesù Cristo come Dio o come uomo, resta sempre appieno pascolata. Santa Teresa avendo una volta letto in un libro di questi falsi mistici che il fermarsi in Gesù Cristo impediva il passare a Dio, cominciò a praticare questo mal documento; ma poi non cessava di sempre dolersi di averlo seguito, dicendo: Ed è possibile che voi, Signore, mi aveste ad essere d'impedimento a maggior bene? E donde mi vennero tutti i beni, se non da voi? E poi soggiungea: Ho veduto che per contentare Dio, ed affinché ci faccia grazie grandi, egli vuole che passi ciò per le mani di questa umanità sacratissima, in cui disse di compiacersi.
    7. Inoltre Molinos col proibire di pensare a Gesù Cristo, proibiva per conseguenza di pensare anche alla di lui passione, quando tutti i santi altro non han fatto in tutta la lor vita che meditare i patimenti e le ignominie del nostro amante Salvatore. S. Agostino scrisse: Nihil tam salutiferum quam quotidie cogitare quanta pro nobis pertulit Deus homo. E s. Bonaventura disse: Nihil enim in anima ita operatur universalem sanctificationem, sicut meditatio passionis Christi. E prima di tutti disse l'apostolo che egli non volea sapere altro che Gesù crocifisso:
    Non enim iudicavi me scire aliquid inter vos nisi Iesum Christum, et hunc crucifixum1. E Molinos dice che non si dee pensare all'umanità di Gesù Cristo!
    8. Di più insegna questo empio maestro che l'anima spirituale non dee chiedere alcuna cosa a Dio: perché il chiedere è difetto di propria volontà. Ecco nella proposizione 14 come parla: Qui divinae voluntati resignatus est non convenit ut a Deo rem aliquam petat; quia petere est imperfectio, cum sit actus propriae voluntatis. Illud autem Petite et accipietis non est dictum a Christo pro animabus internis etc. Ecco come toglie alle anime il mezzo più efficace per ottenere la perseveranza nella buona vita e per giungere alla perfezione. Gesù Cristo par che altro non ci esorti ne' vangeli, che a pregare e non cessare mai di pregare: Oportet semper orare et non deficere2. Vigilate itaque omni tempore orantes3. S. Paolo scrive: Sine intermissione orate4. Orationi instate vigilantes in ea5. E Molinos vuole che non si preghi, perché il pregare è imperfezione! Dice s. Tommaso6 che la preghiera continua è necessaria all'uomo sino che sarà salvo: poiché, quantunque gli siano stati rimessi i peccati, non lascerà il mondo e l'inferno di combatterlo sino alla morte: Licet remittantur peccata, remanet tamen fomes peccati nos impugnans interius, et mundus et daemones, qui impugnant exterius. Ed in questo combattimento non possiamo noi vincere se non coll'aiuto divino, che non si dona se non a chi prega; insegnando s. Agostino che, tolte le prime grazie, come sono la vocazione alla fede o alla penitenza, tutte le altre grazie, e specialmente la perseveranza, non si danno se non a coloro che pregano: Deus nobis dat aliqua non orantibus, ut initium fidei; alia nonnisi orantibus praeparavit, sicut perseverantiam.
    9. Ma veniamo alla seconda massima che ammette il male per cosa innocente, come accennammo da principio. Egli dicea che quando l'anima si è data a Dio, tutto ciò che avviene nel corpo non s'imputa a colpa, ancorché si avverta esser la cosa illecita; perché allora, come dicea, stando data la volontà a Dio, quel che accade nella carne si attribuisce alla violenza del demonio e della passione; onde la persona in tal caso non dee fare altra resistenza che negativa, e dee permettere che si commuova la natura ed operi il demonio. Ecco come parla nella proposizione 17: Tradito Deo libero arbitrio, non est amplius habenda ratio tentationum, nec eis alia resistentia fieri debet nisi negativa, nulla adhibita industria; et si natura commovetur, oportet sinere ut commoveatur, quia est natura. E nella proposizione 47 dice: Cum huiusmodi violentiae occurrunt, sinere oportet ut Satanas operetur... etiamsi sequantur pollutiones et peiora... et non opus est haec confiteri.
    10. Così diceva l'ingannatore; ma non dice così il Signore. Il Signore dice per s. Giacomo: Resistite autem diabolo, et fugiet a vobis7. Non basta allora negative se habere: poiché non possiamo noi allora permettere che il demonio operi e resti soddisfatta la nostra concupiscenza: vuole Dio che allora vi resistiamo con tutte le nostre forze. È falsissimo poi quel che dice nella proposizione 41: Deus permittit, et vult ad nos humiliandos... quod daemon violentiam inferat corporibus, et actus carnales committere faciat etc. Falso, falsissimo. S. Paolo ci fa sapere che Dio non mai permette che noi siamo tentati oltre le nostre forze: Fidelis autem Deus est, qui non patietur vos tentari supra id quod potestis, sed faciet etiam cum tentatione proventum, ut possitis sustinere. Viene a dire che il Signore nelle tentazioni non manca di darci aiuto bastante a resistere colla nostra volontà; e così allora, resistendo
    noi, le tentazioni ci apporteranno profitto. Iddio poi permette al demonio di istigarci a peccare, ma non mai che ci faccia violenza, come dice s. Girolamo: Persuadere potest, praecipitare non potest. E s. Agostino1: Latrare potest, sollicitare potest, mordere omnino non potest nisi volentem. E siasi la tentazione quanto si voglia forte, chi si raccomanda a Dio non mai cadrà: Invoca me.. eruam te2. Laudans invocabo Dominum, et ab inimicis meis salvus ero3. Onde scrisse poi s. Bernardo4: Oratio daemonibus omnibus praevalet. E s. Giovanni Grisostomo diceva: Nihil potentius homine orante.
    11. Molinos nella proposizione 45 oppone il passo di s. Paolo, dicendo: S. Paulus huiusmodi daemonis violentias in suo corpore passus est; unde scripsit - Non quod volo bonum, hoc ago; sed quod nolo malum, hoc facio - Ma si risponde che per le parole hoc facio, altro l'apostolo non intendea di dire, se non che non potea evitare i moti disordinati della concupiscenza, e che li pativa involontariamente; onde dopo le citate parole soggiunge: Nunc autem iam non ego operor illud, sed quod habitat in me, peccatum, cioè la natura corrotta dal peccato5. Molinos adduce poi nella proposizione 49 l'esempio di Giobbe: Iob ex violentia daemonis se propriis manibus polluebat eodem tempore, quo mundas habebat ad Deum preces. Oh bravo interprete della scrittura sacra! il testo di Giobbe dice così: Haec passus sum absque iniquitate manus meae, cum haberem mundas ad Deum preces6. Dove si nomina qui polluzione neppure per ombra? Nella versione ebraica ed in quella dei settanta, come scrive il Du-Hamel, si volta così: Neque Deum neglexi, neque nocui alteri. Sicché per le parole: Haec passus sum absque iniquitate manus meae, Giobbe intendea dire ch'egli non mai avea fatto male al prossimo, spiegando le mani per l'opera, come spiega il Menochio: Cum manus supplices ad Deum elevarem, quas neque rapina, neque alio scelere contaminaveram. Di più Molinos nella proposizione 51. porta per sua difesa l'esempio di Sansone: In sacra scriptura multa sunt exempla violentiarum ad actus externos peccaminosos, ut illud Samsonis, qui per violentiam seipsum occidit, cum philisthaei etc. Ma si risponde con s. Agostino che ciò fece Sansone per puro istinto dello Spirito Santo: e ciò si raccoglie dall'antica fortezza soprannaturale restituitagli allora da Dio a questo fine in castigo dei Filistei; poiché egli, già pentito del suo peccato, prima di afferrar le colonne che sosteneano l'edificio, pregò il Signore a rendergli il primiero vigore, come dice la scrittura: At ille, invocato Domino, ait: Domine Deus, memento mei, et redde mihi nunc fortitudinem pristinam7. Quindi s. Paolo poselo tra il numero de' santi con Iefte, Davide, Samuele ed i profeti, dicendo: Samson, Iephte, David, Samuel et prophetis, qui per fidem vicerunt regna, operati sunt iustitiam etc.8. Ecco qual era l'empio sistema di questo sozzo impostore. Ringrazi egli la misericordia di Dio che lo fece morir penitente dopo più anni di carcere, come narrammo nella storia al capo 12 num. 180; altrimenti troppo penoso sarebbe stato il suo inferno per tante sue iniquità commesse e fatte commettere agli altri.





    1 Cant. 1. 1.




    2 Psa. 45. 11.




    3 S. Thom. 2. 2. q. 180. a. 8. ad 2.




    4 S. Aug. conf. l. 10. c. 40.

    1 Eccl. 7. 40.




    2 Eph. 2. 18.




    3 C. 10. vers. 9.

    1 1. Cor. 2. 2.




    2 Luc. 18. 1.




    3 Luc. 21. 36.




    4 1. Thess. 5. 17.




    5 Coloss. 4. 2.




    6 3. Part. q. 39. a. 5.




    7 Iac. 4. 7.

    1 L. 5. de civit. c. 20.




    2 Psal. 49. 15.




    3 Ps. 17. 4.




    4 Serm. 49. de modo ben. viv. a. 7.




    5 Rom. 7. 17.




    6 Iob. 16. 18.




    7 Iudic. 16. 28.




    8 Hebr. 11. 32. et 33.

  7. #7
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    grazie a tutti...

    se anche Aug ci illumina...

  8. #8
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    Citazione Originariamente Scritto da codino Visualizza Messaggio
    grazie a tutti...

    se anche Aug ci illumina...
    Forse più di me, dreyer ti potrebbe aiutare, visto che, se non ricordo male, ha studiato ed approfondito le vicende di personaggi quietisti.

  9. #9
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