È giunta l’ora di abolire i sostituti d’imposta
di Marco Bertoncini
Le difficoltà incontrate da Silvio Berlusconi presso gli alleati (non solo l’Udc allora di Follini, ma pervicacemente An) per ottenere via libera alla riduzione delle aliquote impositive sui redditi sono periodicamente citate, sia dal diretto interessato (all’epoca sconfitto), sia da coloro che ricordano l’episodio come perfetto esempio di autolesionismo del centro-destra e d’incapacità di captare le richieste provenienti dagli elettori. Da qualche giorno gira una serie di proposte in campo economico, all’interno delle quali rientrano tanto l’aliquota unica, quanto la soppressione del sostituto d’imposta. Sarebbero entrambe splendide bandiere da far proprie, oggi e poi in campagna elettorale, da parte sia di Fi (o del movimento che le succederà), sia di singole, altre forze politiche, sia dell’intera alleanza che dovesse succedere alla dissolta Cdl.
Lasciamo da parte l’aliquota unica, sulla quale arrivano ricorrentemente inorridite condanne di svariata provenienza (sindacalisti e dirigisti, statalisti e tassatori, pietisti e solidaristi, oltre a giustizialisti “sociali” di svariato colore), nonostante gli eccellenti esempi forniti all’estero (Estonia in primo luogo). Soffermiamoci, invece, sulla soppressione del sostituto d’imposta, proposta un tempo cavallo di battaglia di solitari esponenti (liberali in Fi e radicali), anche con una proposta referendaria affossata nel ’95 dalla corte costituzionale. La recente, rinnovata circolazione dell’ipotesi di far piazza pulita delle trattenute preventive in busta paga costituirebbe davvero un rivoluzionario progetto, ancor prima che fiscale, di civiltà. Spazzerebbe via il carico indicibilmente pesante addossato ai datori di lavoro, da un lato, e renderebbe finalmente chiaro ai lavoratori dipendenti l’onere tributario esercitato sui loro guadagni. Il principio elementare sarebbe semplice: tanto guadagni, tanto ricevi. Te la vedrai poi tu a saldare l’esoso fisco. E sarebbe un eccellente sistema per “affamare la bestia”, costringendo lo stato, meno sicuro sui possibili introiti, a guardare una buona volta il lato delle spese, riducendo la propria presenza.
Il fatto stesso che si siano levate alcune voci (anche di sindacalisti, politici di sinistra, giornalisti vari), non necessariamente appartenenti al (limitato) gruppo dei nemici del carico tributario, indica che la proposta potrebbe uscire dall’angusto àmbito dei tradizionali sostenitori della libertà economica. Lo stesso Giulio Tremonti si è pronunciato, in una lettera al “Corriere della sera”, contro le ritenute contributive alla fonte. Sarebbe già un bel passo in avanti. Ma i partiti del centro-destra (che pur si richiamano alla libertà) preferiranno, come sempre, andare cauti e anzi evitare di affrontare quest’autentica riforma di libertà?
Da Italia Oggi, 24 gennaio 2008
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