Già si parla di un ritorno di Prodi
Marini aspetta le ultime risposte ma se fallisce si sciolgono le Camere. Data prevista: mercoledì
L’insistenza sul «piccolo margine» di riuscita è doverosa, anche se suona quasi d’ufficio. Franco Marini finirà le sue consultazioni lunedì, e poi riferirà al capo dello Stato, Giorgio Napolitano. Ma le ultime ore confermano che il compito del presidente del Senato è tanto tenace quanto disperato: al punto che si parla di scioglimento delle Camere mercoledì. Lo stesso Marini gela chi sarebbe pronto a tutto pur di evitare le elezioni. Andrà avanti, perché bisogna accertare ogni possibilità prima di rinunciare; e verificare chi alla fine dirà no al suo tentativo. Ma il «lavoro non sarà lungo», assicura. E «non ci sono né scorciatoie, né sotterfugi né furbizie». Si tratta di un doppio messaggio: ad una parte dell’ex Unione, perché si rassegni ad un percorso lineare; e all’opposizione, affinché smetta di diffidare. Rimangono gli incontri più importanti, con Pd e FI. Ritenere che arrivino sorprese da Silvio Berlusconi, però, proiettato verso il voto anticipato e ieri al capezzale della madre, sarebbe da ingenui: e Marini non lo è. Il presidente del Senato sa che la pressione di An e Lega sul Cavaliere accentua la sua determinazione a volere le elezioni. Per questo, l’attenzione si proietta sulla prossima settimana. L’ipotesi che il presidente del Senato formi un governo che va alle Camere e si fa bocciare, a questo punto appare inverosimile. Napolitano e Marini si sono mossi in modo istituzionalmente perfetto. Dunque, è da escludersi uno scarto rispetto a questa scelta di dialogo con il centrodestra, destinato a prolungarsi nella prossima legislatura: almeno nelle loro intenzioni. È la conferma di un compito che la seconda carica dello Stato sta conducendo senza sbavature; e smentendo la tesi secondo la quale mirerebbe solo a prendere tempo. Resta da capire chi porterà il Paese alle urne. Nel silenzio significativo e quasi totale dell’ex Unione, il fronte berlusconiano insiste perché sia Romano Prodi.
La motivazione è insieme corretta e interessata. Il premier dimissionario è quello indicato dagli elettori dell’Unione nel 2006, ha ricordato Berlusconi. In più, il centrodestra fa notare che Prodi è presidente del Pd: prescindere dal suo governo, per gli alleati, risulterebbe complicato. Nel ragionamento si indovina il calcolo di poter usare contro l’ex Unione l’impopolarità cresciuta intorno a palazzo Chigi; e la litigiosità che ha portato alla crisi. Va aggiunto il potenziale dualismo con il Professore, che i vertici del Pd temono. Ma l’ipotesi Prodi ha il vantaggio di apparire fisiologica. E non sgradita all’opposizione, anzi. «Nessuno avrebbe difficoltà» ad accettare che sia l’ex premier a portare l’Italia fino al voto, ha spiegato il leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini. «Che rimanga Prodi è la cosa più logica». Sembra farlo capire anche Walter Veltroni. Il segretario del Pd adesso loda il premier. Lo presenta come vittima dei ministri dell’estrema sinistra che sono andati in piazza. «Più il governo faceva cose buone, più aumentava la confusione, e l'opinione pubblica non percepiva quanto di buono veniva realizzato», accusa Veltroni. È la conferma di un asse forse più obbligato che cercato; ma senza alternative, se Marini fallisce e il Quirinale è costretto a prendere atto che bisogna sciogliere le Camere.
Massimo Franco
http://www.corriere.it/politica/08_f...ba99c667.shtml