Su iniziativa dell’Istituto Bruno Leoni (uno dei think-tank che hanno cooperato alla realizzazione della ricerca), si è tenuta ieri a Roma la presentazione dell’Index of Economic Freedom, la classifica mondiale della libertà economica elaborata dalla Heritage Foundation insieme al Wall Street Journal. Alla presentazione hanno preso parte uomini politici come Maurizio Sacconi (Forza Italia) e sindacalisti come Luigi Angeletti (Uil), dirigenti d’impresa come Francesco Valli (British American Tobacco) e banchieri come Roberto Nicastro (UniCredit Banca). Coordinato da Giuseppe De Filippi, il dibattito ha costretto tutti a prendere atto del costante declino – all’interno di tale classifica – che l’Italia conosce ormai da molti anni. Questa volta, infatti, il nostro Paese è stato classificato al sessantaquattresimo posto (libero solo al 62,5%), con un punteggio dello 0,2 peggiore rispetto al 2007. Prima dell’Italia si sono quindi piazzate perfino l’Albania (56), l’Arabia Saudita (60) e la Mongolia (62).
Ovviamente, assenza di libertà economica non significa – di per sé – povertà: altrimenti tale classifica non avrebbe alcun senso, dato che siamo evidentemente molto più ricchi, ad esempio, degli albanesi. È però vero che la libertà economica permette ad una società di crescere e migliorare, mentre alta regolamentazione e fiscalità oppressiva pongono le premesse per il declino. È significativo, al riguardo, che in cima alla graduatoria vi sia Hong Kong, seguita da Singapore e dall’Irlanda. Gli Stati Uniti occupano invece il quinto posto, il Cile l’ottavo, la Danimarca l’undicesimo e l’Estonia il dodicesimo. Ed in linea di massima sono proprio questi paesi, specie i più piccoli, a vantare la crescita più sicura. L’Indice stima il grado di libertà economica, intesa quale assenza di ostacoli da parte dello Stato all’agire individuale, attraverso dieci criteri: dalla libertà imprenditoriale alla libertà di scambio, dalla libertà fiscale alla libertà monetaria, e via dicendo. Tali parametri si concentrano pertanto sia su fattori macro-economici, sia su indicatori che consentano di stabilire la facilità di aprire e gestire un’impresa.
In questa classifica, l’Italia ha praticamente il medesimo punteggio dal 1995 e se ogni anno perde posizioni questo si deve innanzi tutto al fatto che molti paesi stanno liberalizzando le loro economie. Per giunta, l’Italia è molto penalizzata dalla “questione fiscale”, ovvero sia dal fatto che le nostre imposte sono tra le più alte al mondo (libertà fiscale: 54,3%). Come anche la discussione di ieri ha fatto emergere, è quindi urgente che l’Italia proceda ad autentiche riforme strutturali: che allarghino gli spazi di iniziativa, attirino capitali e competitori, stimolino tutti gli attori e creino nuovi incentivi. L’assenza di libertà economica, infatti, crea ostacoli sempre più gravi a quanti vogliono intraprendere e però non trovano nel nostro Paese un terreno fertile per investire e avviare iniziative.
Non si tratta quindi di accusare i governi di destra o sinistra, ma invece è utile comprendere che è giunto il momento di gettare alle ortiche la retorica contro la precarietà, contro la globalizzazione e “l’invasione cinese”, contro l’evasione fiscale e i mille egoismi. Per di più, come l’Indice enfatizza, l’Italia non soffre tanto e in primo luogo l’assenza di infrastrutture pubbliche come la Tav o il ponte di Messina, ma è invece del tutto inospitale per gli assurdi oneri fiscali che impone a quanti lavorano e per l’immensa selva di norme che quotidianamente esce dalle aule parlamentari. Lasciando un poco da parte realtà troppo lontane da noi e quasi incomparabili (da Hong-Kong a Singapore), è interessante rilevare come in cima alla classifica ci sia un paese tradizionalmente poverissimo quale l’Irlanda: da cui per decenni partirono navi di emigranti in cerca di una fortuna che sulla piccola isola verde era quasi impossibile trovare. Dagli anni Ottanta, però, Dublino ha optato per il libero mercato e ha iniziato a compiere scelte coraggiose: esattamente nella direzione della libertà economica.
Ha disboscato le normative, abbassato le imposte, facilitato in ogni modo la libera espressione di ognuno. E non è un caso che la maggior protagonista della liberalizzazione dei cieli europei sia oggi proprio Ryanair, autentico simbolo della nuova Irlanda e del suo successo. Come mostra molto chiaramente l’Index della Heritage Foundation, il caso irlandese attesta che non bisogna mai davvero disperare. Se si ha il coraggio di compiere le scelte giuste e se si decide di puntare sulla qualità, è possibile ribaltare situazioni che dapprima sembrava impossibile correggere: e non c’è alcuna ragione per credere che il nostro Sud non possa emulare la “tigre celtica” e i suoi successi. Certo questa espansione della libertà economica è più facile se si è un paese piccolo: meglio gestibile, fatalmente aperto agli scambi, nemico dei parassitismi. Ma questa è solo un’altra buona ragione per dirigersi verso riforme veramente federali.
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