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    Predefinito 90 anni fa la "Beffa di Buccari"




    BUCCARI - E’ una delle pagine epiche della Grande Guerra, anche grazie al rilievo che uno dei protagonisti seppe dare a quell’impresa divenuta leggendaria proprio per lo spirito di incitamento che ebbe sulle truppe e sugli italiani. Quel “protagonista” fu Gabriele D’Annunzio. La beffa di Buccari fu l’incursione da parte di tre motosiluranti nella baia di Buccari appunto, nei pressi di Fiume, dove si trovavano ormeggiate le navi da guerra austriache. Tutta l’operazione dimostrò la possibilità di penetrare il sistema difensivo austriaco e fu resa ancor più “epica” da fatto che le motosiluranti non disponevano dell’autonomia necessaria. Furono dunque rimorchiate con cacciatorpediniere. Al comando della spedizione fu Costanzo Ciano (padre di Galeazzo) e con lui D’Annunzio e Luigi Rizzo, l’affondatore della Viribus Unitis e della Santo Stefano. Gli italiani si limitarono a silurare un grosso piroscafo, ma si allontanarono indisturbati e senza danni solo dopo aver lanciato in mare tre bottiglie sigillate in cui era contenuto un messaggio agli austriaci divenuto celeberrimo: “In onta alla cautissima flotta austriaca occupata a covare senza fine dentro porti sicuri la gloriuzza di Lissa, sono venuti col ferro e col fuoco a scuotere la prudenza nel suo più comodo rifugio i marinai d’Italia che si ridono d’ogni sorta di reti e di sbarre pronti sempre a Osare l’inusabile. E un buon compagno, ben noto - il nemico capitale, fra tutti i nemici il nemicissimo, quello di Pola e di Cattaro - è venuto con loro a beffarsi della taglia”. Per l’Italia uscita da Caporetto uno sprone a rimettersi in piedi e a ricacciare gli austriaci dai nostri confini.
    Ancora oggi Buccari viene ricordata per la beffa della notte fra il 10 e l’11 febbraio del 1918. Fu proprio in quella occasione che Gabriele D’Annunzio coniò il motto, utilizzando la sigla dei mezzi, che diverrà il motto dei Mas e che ancora oggi è il motto delle forze veloci costiere italiane: “Memento audare semper”, “Ricordati di osare sempre”.






  2. #2
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  3. #3
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    LA BEFFA DI BUCCARI



    La Beffa di Buccari e' una delle imprese piu' famose compiute da Gabriele d'Annunzio durante la Prima Guerra Mondiale.
    Nel febbraio del 1918 trenta uomini fra cui spiccavano, oltre al poeta stesso, anche Costanzo Ciano (padre di Galeazzo) e Luigi Rizzo (l'affondatore della Viribus Unitis e della Santo Stefano) fecero un'incursione su tre motosiluranti nella rada austro-ungarica di Buccari.
    Tutta l'operazione fu congegnata da D'Annunzio cui va indubbiamente riconosciuto un notevole talento propagandistico.
    Pensavano di trovare una corazzata ma non fu cosi'. Si limitarono a silurare un grosso piroscafo e si allontanarono indisturbati senza danni e senza perdite.
    D'Annunzio stesso lancio' in mare tre bottiglie sigillate in cui era un messaggio agli Austriaci:


    "In onta alla cautissima flotta austriaca occupata a covare senza fine dentro porti sicuri la gloriuzza di Lissa, sono venuti col ferro e col fuoco a scuotere la prudenza nel suo piu' comodo rifugio i marinai d'Italia, che si ridono d'ogni sorta di reti e di sbarre, pronti sempre a OSARE L'INOSABILE.
    E un buon compagno, ben noto - il nemico capitale, fra tutti i nemici il nemicissimo, quello di Pola e di Cattaro - e' venuto con loro a beffarsi della taglia."



    Per l'Italia, che stava riorganizzandosi e stava rimediando al disastro di Caporetto, l'eco del successo fu notevole e l'entusiasmo avrebbe raggiunto il culmine qualche mese dopo con il Volo su Vienna.
    Di quella lontana avventura resta un libriccino in sedicesimo edito a tambur battente nel 1918 dai consueti editori dannunziani, i Fratelli Treves, dal titolo: "La Beffa di Buccari - con aggiunti La Canzone del Quarnaro, Il catalogo dei Trenta di Buccari, Il Cartello Manoscritto e Due Carte Marine".
    La narrazione di D'Annunzio, insolitamente stringata e partecipe, si fa leggere piacevolmente ed e' completata dalla strofe ritmiche e musicali della Canzone del Quarnaro che, al tempo, ebbe immensa fama e che qui viene riproposta assai volentieri.


    Siamo trenta d'una sorte,
    e trentuno con la morte.

    EIA, l'ultima! Alala'!

    Siamo trenta su tre gusci
    su tre tavole di ponte:
    secco fegato,cuor duro,
    cuoia dure, dura fronte,
    mani macchine armi pronte,
    e la morte a paro a paro.

    EIA, carne del Carnaro!
    Alala'!

    Con un'ostia tricolore
    ognun s'e comunicato.
    Come piaga incrudelita
    coce il rosso nel costato,
    ed il verde disperato
    rinforzisce il fiele amaro.

    EIA, sale del Quarnaro!
    Alala'!

    Tutti tornano, o nessuno.
    Se non torna uno dei trenta
    torna quella del trentuno,
    quella che non ci spaventa,
    con in pugno la sementa
    da gittar nel solco avaro.

    EIA, fondo del Quarnaro!
    Alala'!

    Quella torna, con in pugno
    il buon seme della schiatta,
    la fedel seminatrice,
    dov'e' merce la disfatta,
    dove un Zanche la baratta
    e la da' per un denaro.

    EIA, pianto del Quarnaro!
    Alala'!

    Il profumo dell'Italia
    e' tra Unie e Promontore.
    Da Lussin, da Val d'Augusto
    vien l'odor di Roma al cuore.
    Improvviso nasce un fiore
    su dal bronzo e dall'acciaro.

    EIA, patria del Quarnaro!
    Alala'!

    Ecco l'isole di sasso
    che l'ulivo fa d'argento.
    Ecco l'irte groppe, gli ossi
    delle schiene, sottovento.
    Dolce e' ogni albero stento,
    ogni sasso arido e' caro.

    EIA, patria del Quarnaro!
    Alala'!

    Il lentisco il lauro il mirto
    fanno incenso alla Levrera.
    Monta su per i valloni
    la fumea di primavera,
    copre tutta la costiera,
    senza luna e senza faro.

    EIA, patria del Quarnaro!
    Alala'!

    Dentro i covi degli Uscocchi
    sta la bora e ci da' posa.
    Abbiam Cherso per mezzana,
    abbiam Veglia per isposa,
    e la parentela ossosa
    tutta a nozze di corsaro.

    EIA, mirto del Quarnaro!
    Alala'!

    Festa grande. Albona rugge
    ritta in pie' su la collina.
    Il ruggito della belva
    scrolla tutta Farasina.
    Contro sfida leonina
    ecco ragghio di somaro.

    EIA, guardie del Quarnaro!
    Alala'!

    Fiume fa le luminarie
    nuziali. In tutto l'arco
    della notte fuochi e stelle.
    Sul suo scoglio erto e' San Marco.
    E da ostro segna il varco
    alla prua che vede chiaro.

    EIA, sbarre del Quarnaro!
    Alala'!

    Dove son gli impiccatori
    degli eroi? Tra le lenzuola?
    Dove sono i portuali
    che millantano da Pola?
    A covar la gloriola
    cinquantenne entro il riparo?

    EIA, chiocce del Quarnaro!
    Alala'!

    Dove sono gli ammiragli
    d'arzana'? Su la ciambella?
    Santabarbara e' sapone,
    e capestro ogni cordella
    nella ex voto navicella
    dedicata a San Nazaro.

    EIA, schiuma del Quarnaro!
    Alala'!

    Da Lussin alla Merlera,
    da Calluda ad Abazia,
    per il largo e per il lungo
    siam signori in signoria.
    Padre Dante, e con la scia
    facciam "tutto il loco varo".

    EIA, mastro del Quarnaro!
    Alala'!

    Siamo trenta su tre gusci,
    su tre tavole di ponte:
    secco fegato, cuor duro,
    cuoia dure, dura fronte,
    mani macchine armi pronte,
    e la morte a paro a paro.

    EIA, carne del Carnaro!
    Alala!

  4. #4
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    Luigi RIZZO
    Capitano di Corvetta
    Nacque a Mlilazzo (Messina) l'8 ottobre 1887. Ammesso all'Accademia Navale di Livorno per la frequenza del Corso Allievi Ufficiali di Complemento nel 1907, l'anno successivo conseguì la nomina a Guardiamarina e nel 1912 la promozione a Sottotenente di Vascello. Partecipò al conflitto Italo-turco (1911-1912) e nel primo conflitto mondiale, dal giugno 1915 alla fine del 1916, fu destinato alla difesa marittima di Grado, dove agli ordini dell'ammiraglio Cagni, si distinse particolarmente, ottenendo anche una Medaglia d'Argento al Valore Militare.
    Transitato nella neonata arma dei MAS prese parte a significative missioni di guerra, fra le quali si ricordano:

    Maggio 1917:
    • cattura di due piloti di idrovolante austriaco ammarato per avaria; per tale azione ottenne la seconda Medaglia d'Argento al Valore Militare;
    Dicembre 1917:
    • affondamento della corazzata guardiacoste austriaca Wien, avvenuto al largo di Trieste, e, nello stesso mese, per le missioni compiute nella difesa delle foci del Piave, venne decorato di una terza Medaglia d'Argento al Valore Militare, ed ebbe la promozione a Tenente di Vascello per meriti di guerra e il passaggio in s.p.e.;
    Febbraio 1918:
    • con Gabriele D'Annunzio e Costanzo Ciano partecipò alla Beffa di Buccari, ottenendo la quarta Medaglia d'Argento al Valore Militare;
    Giugno 1918:
    • il 10 giugno 1918 al largo di Premuda, attaccò ed affondò la corazzata Szent Istvan. Per questa azione venne insignito della Croce di Cavaliere dell'Ordine Militare di Savoia, tramutata poi, con R.D. 27 maggio 1923, in Medaglia d'Oro al Valore Militare.
    "Volontario fiumano" nel 1919, nel 1920 lasciò il servizio attivo con il grado di Capitano di Fregata. Nel 1929 assunse la presidenza della Società di Navigazione Eola e nel 1936, volontario, partecipò al conflitto italo-etiopico nel grado di Contrammiraglio.
    Promosso Ammiraglio di Squadra nella Riserva Navale, nel settembre 1943 quale Presidente dei Cantieri Riuniti dell'Adriatico, ordino il sabotaggio dei transatlantici e dei piroscafi affinché non cadessero in mano tedesca. Per questa sua direttiva venne deportato in Germania con la figlia Guglielmina. Rimpatriato al termine del conflitto, mori a Milazzo il 27 giugno 1951 per un male incurabile.

    Altre decorazioni a riconoscimenti per merito di guerra:

    • Medaglia d'Argento al Valore Militare (Alto Adriatico, novembre 1915);
    • Medaglia d'Argento al Valore Militare (Alto Adriatico, maggio 1917);
    • Medaglia d'Argento al Valore Militare (Litorale Nord Adriatico, ottobre-novembre 1917);
    • Medaglia d'Argento al Valore Militare in commutazione della Medaglia di Bronzo al Valore Militare concessa con R.D. 21-5-1918 (Buccari, febbraio 1918);
    • 2 Croci di Guerra al Valore Militare (in commutazione di altrettante Croce di Guerra al Merito);
    • Promozione al grado di Tenente di Vascello a passaggio in s.p.e..

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  6. #6
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    Costanzo CIANO
    Capitano di Fregata
    Nacque a Livorno il 30 agosto 1876. Entrato nell'Accademia Navale di Livorno all'età di 15 anni, ne uscì Guardiamarina il 16 luglio 1896. Conseguì poi la promozione a Sottotenente di Vascello nel 1898 e nel 1901 fu promosso Tenente di Vascello. Partecipò al conflitto italo-turco del 1911-12 e nel 1913 ebbe un encomio solenne per aver compiuto missioni speciali di Polizia coloniale al comando del piroscafo requisito Siracusa.
    Nel 1915, allo scoppio del primo conflitto mondiale, Costanzo Ciano
    Con la data del 31 ottobre 1919 assunse la carica di Sottosegretario di Stato per la Regia Marina e di Commissario per la Marina Mercantile ed il 9 novembre 1923 conseguì la promozione a Contrammiraglio nella Riserva Navale.
    Dal 1923 fu Deputato al Parlamento per la Circoscrizione di Savona e della Toscana quindi, dopo altri incarichi ministeriali, fu Ministro delle Comunicazioni.
    Mori a Ponteci Moriano (Lucca) il 27 giugno 1938.

    Altre decorazioni a riconoscimenti per merito di guerra:
    si trovava destinato in Cirenaica, a Tobruk, nel grado di Capitano di Corvetta, e in una splendida operazione antiguerriglia riuscì a fare prigioniero il Comandante delle forze senussite a l'intero suo Stato Maggiore. Rientrato in Italia operò nel conflitto prevalentemente al comando di unità siluranti di superficie, compiendo numerosissime, arrischiate imprese per le quali fu insignito della massima decorazione al Valore Militare. Promosso Capitano di Fregata a scelta eccezionale il 16 giugno 1917 e Capitano di Vascello per merito di guerra il 1° aprile 1918, a domanda fu collocato in ausiliaria il 16 maggio 1919.
    • Medaglia d'Argento al Valore Militare (Alto Adriatico, aprile-maggio 1916);
    • Medaglia d'Argento al Valore Militare (Alto Adriatico 1916);
    • Medaglia d'Argento al Valore Militare (Alto Adriatico, novembre 1916);
    • Medaglia d'Argento al Valore Militare (Venezia, 1917);
    • Medaglia di Bronzo al Valore Militare (Alto Adriatico, 1917);
    • Promozione a Capitano di Vascello (Buccari, 1918);
    • Ufficiale dell'Ordine Militare di Savoia (Pola, 1918);
    • Commendatore dell'Ordine Militare di Savoia (1918);
    • Distintivo per ferito di guerra.

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    Predefinito Il Mas Di Buccari


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    Costanzo CIANO
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    Predefinito D'annunzio


    Sotto il grigio diluvio democratico odierno, che molte belle cose e rare sommerge miseramente, va anche a poco a poco scomparendo quella special classe di antica nobiltà italica, in cui era tenuta viva di generazione in generazione una certa tradizion familiare d'eletta cultura, d'eleganza e di arte.
    A questa classe, ch'io chiamerei arcadica perché rese appunto il suo più alto splendore nell'amabile vita del XVIII secolo, appartenevano gli Sperelli. L'urbanità, l'atticismo, l'amore delle delicatezze, la predilezione per gli studi insoliti, la curiosità estetica, la mania archeologica, la galanteria raffinata erano nella casa degli Sperelli qualità ereditarie. […]
    Il conte Andrea Sperelli-Fieschi d'Ugenta, unico erede, proseguiva la tradizion familiare. Egli era, in verità, l'ideal tipo del giovine signore italiano nel XIX secolo, il legittimo campione d'una stirpe di gentiluomini e di artisti eleganti, l'ultimo discendente d'una razza intellettuale.
    Egli era, per così dire, tutto impregnato di arte. La sua adolescenza, nutrita di studii varii e profondi, parve prodigiosa. Egli alternò, fino a' venti anni, le lunghe letture coi lunghi viaggi in compagnia del padre e poté compiere la sua straordinaria educazione estetica sotto la cura paterna, senza restrizioni e costrizioni di pedagoghi. Dal padre appunto ebbe il gusto delle cose d'arte, il culto passionato della bellezza, il paradossale disprezzo de' pregiudizii, l'avidità del piacere.
    Questo padre, cresciuto in mezzo agli estremi splendori della corte borbonica, sapeva largamente vivere; aveva una scienza profonda della vita voluttuaria e insieme una certa inclinazione byroniana al romanticismo fantastico. Lo stesso suo matrimonio era avvenuto in circostanze quasi tragiche, dopo una furiosa passione. Quindi egli aveva turbata e travagliata in tutti i modi la pace coniugale. Finalmente s'era diviso dalla moglie ed aveva sempre tenuto seco il figliuolo, viaggiando con lui per tutta l'Europa.
    L'educazione d'Andrea era dunque, per cosi dire, viva, cioè fatta non tanto su i libri quanto in conspetto delle realità umane. Lo spirito di lui non era soltanto corrotto dall'alta cultura ma anche dall'esperimento: e in lui la curiosità diveniva più acuta come più si allargava la conoscenza. Fin dal principio egli fu prodigo di sé; poiché la grande forza sensitiva, ond'egli era dotato, non si stancava mai di fornire tesori alle sue prodigalità. Ma l'espansion di quella sua forza era la distruzione in lui di un'altra forza, della forza morale, che il padre stesso non aveva ritegno a deprimere. Ed egli non si accorgeva che la sua vita era la riduzion progressiva delle sue facoltà, delle sue speranze, del suo piacere, quasi una progressiva rinunzia; e che il circolo gli si restringeva sempre più d'intorno, inesorabilmente sebben con lentezza.»
    Il padre gli aveva dato, tra le altre, questa massima fondamentale: "Bisogna fare la propria vita, come si fa un'opera d'arte. Bisogna che la vita d'un uomo d'intelletto sia opera di lui. La superiorità vera è tutta qui.»
    «Anche, il padre ammoniva: "Bisogna conservare ad ogni costo intiera la libertà, fin nell'ebrezza. La regola dell'uomo d'intelletto, eccola: - Habere, non haberi."
    Anche, diceva: "Il rimpianto è il vano pascolo d'uno spirito disoccupato. Bisogna sopra tutto evitare il rimpianto occupando sempre lo spirito con nuove sensazioni e con nuove imaginazioni."
    Ma queste massime volontarie, che per l'ambiguità loro potevano anche essere interpretate come alti criterii morali, cadevano appunto in una natura involontaria, in un uomo, cioè, la cui potenza volitiva era debolissima. […]
    Dopo la morte immatura del padre, egli si trovò solo, a ventun anno, signore d'una fortuna considerevole, distaccato dalla madre, in balia delle sue passioni e de' suoi gusti. Rimase quindici mesi in Inghilterra. La madre passò in seconde nozze, con un amante antico. Ed egli venne a Roma, per predilezione.
    Roma era il suo grande amore: non la Roma dei Cesari ma la Roma dei Papi; non la Roma degli Archi, delle Terme, dei Fòri, ma la Roma delle Ville, delle Fontane, delle Chiese. Egli avrebbe dato tutto il Colosseo per la Villa Medici, il Campo Vaccino per la Piazza di Spagna, l'Arco di Tito per la Fontanella delle Tartarughe. La magnificenza principesca dei Colonna, dei Doria, dei Barberini l'attraeva assai più della ruinata grandiosità imperiale. E il suo gran sogno era di possedere un palazzo incoronato da Michelangelo e istoriato dai Caracci, come quello Farnese; una galleria piena di Raffaelli, di Tiziani, di Domenichini, come quella Borghese; una villa, come quella d'Alessandro Albani, dove i bussi profondi, il granito rosso d'Oriente, il marmo bianco di Luni, le statue della Grecia, le pitture del Rinascimento, le memorie stesse del luogo componessero un incanto intorno a un qualche suo superbo amore. In casa della marchesa d'Ateleta sua cugina, sopra un albo di confessioni mondane, accanto alla domanda: "Che vorreste voi essere?" egli aveva scritto "Principe romano".


    G.D'Annunzio,il piacere, libro I, cap.2.




 

 
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