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Discussione: REPRESSIONE.

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    Predefinito REPRESSIONE.

    marzo 30th, 2010 at 17:22
    Rilanciare la mobilitazione contro il 41 bis!
    in: Repressione

    Pubblichiamo in seguito il comunicato prodotto da alcuni compagni a processo a L’Aquila per il corteo del 3 giugno 2007 svoltosi nel capoluogo abruzzese contro l’articolo 41 bis dell’ordinamento penitenziario e in solidarietà ai rivoluzionari prigionieri. Ieri, 29 marzo, c’è stata l’udienza preliminare per 12 compagni del secondo filone d’inchiesta e sono stati tutti rinviati a giudizio per “apologia di reato”. L’inizio del dibattimento è stato fissato per il 2 luglio 2010 ore 9 a L’Aquila.

    LA SOLIDARIETA’ E’ UN’ARMA!

    Il 3 giugno 2007 si è svolta a L’Aquila una manifestazione contro il barbaro regime carcerario del 41 bis, il cosiddetto carcere duro, che dal 2005 è stato applicato a 5 rivoluzionari prigionieri (tra cui la compagna Diana Blefari). La manifestazione aveva l’intenzione di denunciare per le vie della città le condizioni in cui versano i detenuti del carcere de L’Aquila, in particolare della compagna Nadia Lioce tutt’ora in isolamento totale per l’applicazione del 41 bis, per poi terminare con un caloroso saluto sotto le mura del carcere. Il regime di 41 bis è stato recentemente inasprito attraverso l’approvazione del “pacchetto sicurezza”, tra le varie restrizioni: i colloqui sono ridotti da due ad uno al mese, che viene videoregistrato, al massimo 4 persone all’aria contemporaneamente e per due ore soltanto, ma soprattutto chi consentirà ad un detenuto in regime di 41 bis di “comunicare con altri” sarà punito con la reclusione, che per gli avvocati andrà da due a cinque anni.

    La macchina repressiva dello Stato, volta a criminalizzare la solidarietà con i detenuti, cercò in tutti i modi già nelle settimane precedenti di indebolire e contrastare la realizzazione del corteo: con la servile complicità dei media, che dipinsero i manifestanti come “orde barbariche” pronti ad invadere la città, si costrinsero i cittadini de L’Aquila a rimanere in casa e a chiudere bar e negozi.

    Il tentativo di creare terreno bruciato attorno al corteo non sortì l’effetto sperato, infatti molti studenti e cittadini erano presenti ai bordi delle strade per nulla intimoriti dal terrore mediatico.

    Nei giorni subito successivi si scatenò una particolare caccia alle streghe da parte di stampa e TV, che terminò puntualmente con indagini e 24 denunce.

    Questo ennesimo attacco repressivo si colloca in un periodo caratterizzato da numerose inchieste e diversi arresti di compagni, ad esempio pochi mesi dopo il blitz poliziesco del 12 febbraio 2007, e di conseguenza di uno sviluppo della pratica della solidarietà e della lotta contro il carcere imperialista da parte del movimento. Queste denunce mirano chiaramente a colpire la solidarietà nei confronti dei compagni prigionieri e dimostrano come non sia tollerata alcuna forma di appoggio e sostegno a chi incarna una chiara prospettiva rivoluzionaria, per paura che questa possa diffondersi tra i proletari come un germe che attacca il corpo dello Stato e il suo dominio (la stessa accusa di apologia di reato per alcuni slogans lanciati durante la manifestazione ne è un chiaro esempio). Così, nell’intento di dividere e indebolire la forza e l’unità della solidarietà si promuove l’equazione “manifestanti = fiancheggiatori del terrorismo”.

    Lo stesso iter giudiziario del processo che inizierà dimostra il tentativo di minare la solidarietà: i compagni sono stati divisi in due procedimenti differenti in base ai due diversi capi d’accusa, danneggiamento e apologia di reato, ma in realtà la magistratura sembra aver operato una distinzione in base all’identità politica di provenienza dei manifestanti, tra i compagni dell’area anarchica e i compagni comunisti, con l’obbiettivo di dividere delle realtà che negli anni si sono organizzate insieme per denunciare e contrastare l’innalzamento del livello repressivo messo in atto dallo Stato con continui sgomberi, inchieste, denunce e arresti.

    Ora, a quasi tre anni da quella manifestazione, inizierà il processo. Per il secondo procedimento (che contesta l’apologia di reato) ci sarà l’udienza preliminare il 29 marzo e si deciderà l’eventuale rinvio a giudizio. Non sarà un altro processo a zittirci e a dividerci, anzi proprio di fronte all’ennesimo accanimento repressivo rilanciamo con forza la necessità di contrastare le continue divisioni, che poi lo Stato applica anche dentro le mura delle galere attraverso la logica della differenziazione, con l’unità! Rilanciamo anche l’importanza di costruire la solidarietà nei confronti dei compagni ancora in carcere e di continuare a lottare per l’abolizione del 41 bis, delle sezioni di Alta Sorveglianza, delle carceri confino e contro la differenziazione e l’isolamento carcerario.

    Seguiranno ulteriori aggiornamenti.

    No al 41 bis!

    La solidarietà non si processa!

    Libertà per tutti i rivoluzionari!

    Alcuni imputati dell’inchiesta

    Padova, marzo 2010
    Collettivo Politico Gramigna — per una società senza più classi, guerra e sfruttamento

  2. #2
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    Predefinito Rif: REPRESSIONE.

    [In occasione del 25° anniversario dell'assassinio di Pedro pubblicchiamo le riflessioni dei compagni del collettivo tazebao - per la propaganda comunista in merito ai fatti del 9 marzo 1985 e ribadiamo l'invito a partecipare all'iniziativa di sabato 13 marzo h 17.00, sala comunale ex-Dazio di riviera Paleocapa n°98 (Padova), in cui si discuterà alla presenza dell'autore Cristiano Armati del libro "Cuori rossi". Un lavoro fondamentale per la salvaguardia della memoria collettiva del movimento di classe e in cui tra i tanti compagni e compagne ammazzati dai fascisti e dallo stato viene ricostruita anche la storia di Pedro.]

    a

    Venticinque anni fa il compagno Pedro veniva assassinato con almeno una dozzina di colpi d’arma da fuoco in via Giulia, nel centro di Trieste, da quattro sicari dello stato borghese: Nunzio Romano, agente dell’allora Sisde, Maurizio Bensa, Mario Passanisi e Giuseppe Guidi, funzionari della Digos di Trieste.

    Pedro era un militante comunista di origine calabrese, trasferitosi a Padova alla fine degli anni sessanta per motivi di studio. Conseguita la laurea, iniziò a lavorare come insegnante di matematica e sostenere così i propri familiari rimasti al Sud. Fu attivo instancabilmente in differenti situazioni di lotta: dalle mobilitazioni per il diritto alla casa all’antifascismo militante.
    I compagni e le compagne che lo conobbero, lo ricordano tuttora per la sua capacità politica, la determinazione, l’umanità e l’entusiasmo profusi nel combattivo e vasto movimento di classe dell’epoca.

    Proprio per questo, l’accanimento repressivo nei suo confronti fu continuo. Già nel 1980, il pm Pietro Calogero, d’area Pci, spiccò nei suoi confronti un mandato di cattura per associazione sovversiva costringendolo alla latitanza. Prosciolto più di un anno dopo, ritornò a Padova dove fu tra i promotori di diverse esperienze di lotta, tra cui l’occupazione del Centro Sociale “Nuvola Rossa”, una delle prime e più grosse esperienze di riappropriazione di spazi d’aggregazione giovanile proletaria nella città veneta.

    All’inizio del 1982, Calogero richiese di nuovo il suo arresto, ancora una volta per reato associativo, costringendolo ad una ulteriore latitanza dalla quale non fece ritorno, caduto sotto i colpi del braccio armato del regime borghese.

    L’omicidio di Pedro rientra nel processo di chiusura forzata che la classe dominante mise in atto contro la prospettiva rivoluzionaria, emersa con forza nel nostro paese durante il decennio precedente, sia a livello di mobilitazioni di massa sia attraverso la pratica delle organizzazioni d’avanguardia. La fase era quella delle grandi ristrutturazioni industriali (inaugurate con la Fiat nel 1980), dell’inizio dell’attacco alle conquiste della classe lavoratrice attraverso la concertazione, del rilancio della tendenza alla guerra imperialista (Libano, Libia, riarmo voluto da Reagan) e del riapparire sempre più sanguinario delle “strategia della tensione” (strage di Bologna nel 1980 e del rapido 904 nel 1984). In questa situazione, generata principalmente dall’avanzare della crisi del capitalismo, colpire il movimento rivoluzionario, era fondamentale e necessario per la gestione, da parte del regime, delle contraddizioni che si stavano sviluppando soprattutto sul piano economico-sociale.

    Gli strumenti che la borghesia mise in campo furono da un lato selettivi, cioè diretti a colpire le componenti più avanzate, soprattutto attraverso l’introduzione della differenziazione carceraria (applicazione dell’art.90 o.p. poi affinato nell’attuale 41 bis), attraverso la prassi generalizzata della tortura fino ad arrivare, nel caso di Pedro, all’esecuzione extragiudiziale. Dall’altro furono volte a colpire, a livello generale, la conflittualità di classe e popolare radicata sui posti di lavoro e nel territorio, utilizzando l’arma dei reati associativi come una rete a strascico, in grado cioè di imbrigliare nella repressione tutto ciò che si muovesse in senso contrario, o semplicemente al di fuori degli schemi della classe dominante. Le inchieste sfociate nell’assassinio di Pedro furono esemplificative in tal senso, così come i successivi arresti del 15 aprile 1986, contro i compagni e le compagne della rivista Il Bollettino, che davano voce ai prigionieri politici e conducevano una assidua campagna di denuncia dell’omicidio.

    A concorrere all’isolamento e al tentativo di annientamento della prospettiva rivoluzionaria giocò un ruolo importante non solo il Pci social-fascista con la magistratura ad esso legata, ma anche la teoria e la pratica della dissociazione, entrambe volte a ricondurre con violenza il conflitto di classe negli ambiti istituzionali, privandolo di ogni potenzialità autonoma e liberatoria.

    Ricordare l’assassinio di Pedro vuol dire far della memoria un’arma per il presente cioè per affrontare le contraddizioni che abbiamo di fronte.

    Il capitalismo si continua a dibattere in una crisi sempre più grave, le cui conseguenze in termini di miseria, sfruttamento e oppressione ricadono sul proletariato e sulle masse popolari, colpiti dalla spoliazione, dal saccheggio sociale e in generale da rapporti di produzione che incarnano esclusivamente gli interessi di una ristretta oligarchia.

    Nei paesi del cosiddetto Terzo Mondo, sottoposti al tallone neocoloniale, la tendenza alla guerra imperialista continua a svilupparsi ed a espandersi in maniera sempre più barbara, portando morte e distruzione, nascoste dietro il velo dell’esportazione dei “diritti umani e della democrazia”. L’Italia è in prima linea sul fronte del genocidio globale, non solo con i propri interessi economici imperialistici, ma anche con la presenza di truppe mercenarie su ogni fronte di guerra, innanzitutto nell’Afghanistan, ma anche in Libano, nei Balcani e ancora in Iraq (con gli istruttori della Nato), ed è schierata fedelmente a fianco di Israele nelle sue continue minacce ai popoli mediorientali e nell’apartheid e nello sterminio dei palestinesi.

    Negli stessi paesi imperialisti, le condizioni di vita del proletariato sono continuamente sotto attacco da parte dei governi della borghesia attraverso controriforme su ogni livello (sanità, istruzione, mercato del lavoro, contrattazione, diritto di sciopero, previdenza, assistenza, privatizzazioni…). I grandi monopoli industrial-finanziari gestiscono la crisi sulle spalle dei lavoratori, con licenziamenti di massa, delocalizzazioni e speculazioni di ogni genere. Particolarmente grave è la condizione del proletariato immigrato, sottoposto da un lato ad uno sfruttamento selvaggio per la ricattabilità della sua condizione, dall’altro ad un vero e proprio regime di apartheid giuridica e sociale.

    Difronte a tutto ciò, il pericolo per la borghesia è rappresentato ancora una volta dal fantasma della lotta di classe e soprattutto dalla prospettiva storica di farla finita, attraverso la rivoluzione proletaria, con un sistema di produzione fondato sullo sfruttamento e sul profitto.

    Incapace di giocare la carta del riformismo, il quale ha perso le sue possibili basi materiali a causa della crisi, la classe dominante gioca la carta della reazione cioè del rilancio e della ridefinizione della sua egemonia nella società, del controllo sociale e della repressione, dispiegata sia a livello di massa sia contro il movimento di classe e rivoluzionario. Sono armi che la borghesia utilizza preventivamente, perché nella contraddizioni oggettive presenti va stroncata ogni possibile prospettiva soggettiva capace di mettere in discussione i rapporti di forza tra le classi, o semplicemente ogni reale opposizione politica e sociale.

    Fanno parte di questo processo reazionario la promozione di un ideologia razzista contro gli immigrati, diretta a creare odio fra gli sfruttati invece che contro gli sfruttatori, la riscrittura della storia in senso nazionalista, con il mito della “foibe” e dell’esodo elevati a verità intangibili e l’appoggio ai gruppi squadristi come Fiamma Tricolore e Casa Pound, le cui adunate sono protette a suon di manganelli, cariche e arresti.

    Nei rapporti sociali la regola dev’essere quella del controllo poliziesco e militare: gli ospedali chiudono perché “mancano i soldi” ma si spendono milioni per blindare le città con telecamere, l’esercito viene schierato nelle vie e nelle piazze delle metropoli o all’esterno delle galere etniche (i Cie) e persino i writers diventano “pericolosi criminali”, perché i muri devono rimanere grigi come i cuori dei cementificatori che li hanno costruiti e degli strozzini che ora li gestiscono.

    A livello di massa si punta ad intimorire gli operai, gli studenti e tutti coloro che lottano in difesa delle proprie condizioni di vita, con l’operato dei cani togati e in divisa, i quali assolvono zelantemente al proprio dovere come testimoniano gli arresti preventivi, i processi, le condanne e le botte distribuite ai cortei.

    Contro il movimento di classe e rivoluzionario, l’arma principe rimane quella dei reati associativi, la stessa usata negli anni settanta e ottanta contro Pedro e altri migliaia di compagni e compagne. Questa eredità del ventennio mussoliniano alla “repubblica democratica” rimane tuttora uno strumento capace di porre sotto costante controllo poliziesco singoli/e compagni/e ed intere aree politiche, di coinvolgere in un’unica inchiesta realtà di movimento e di avanguardia, di ordinare arresti preventivi con tutta facilità e su elementi spesso inconsistenti e di condurre processi politici che terminano con pesantissime condanne detentive. Ma soprattutto essa permette allo stato borghese di combattere ciò di cui ha più paura: la strategia e l’organizzazione rivoluzionaria.

    La naturale prosecuzione a livello penitenziario del 270 c.p. e di tutte le fattispecie penali di sua derivazione è quella della differenziazione carceraria per i prigionieri politici, che si attua attraverso la tortura bianca dell’isolamento, del 41 bis (il cosiddetto carcere duro), dei reparti Alta Sorveglianza e della deportazione in galere-confino come quella di Siano (Cz) riservata ai rivoluzionari comunisti o quella di Macomer (Nu) per gli immigrati politicizzati in senso islamico.

    La barbarie contro cui Pedro lottò per tutta la sua vita è ancora qui, difronte a noi.

    La mano che lo uccise gronda ancora sangue.

    La borghesia lo ha assassinato, ma il suo valore e la sua generosità vivono laddove gli sfruttati e gli oppressi alzano la testa.

    La causa per la quale diede la vita, quella della fine dello sfruttamento e dell’oppressione dell’uomo sull’uomo, sia anche il nostro orizzonte, giorno per giorno.

    Onore a Pietro Greco “Pedro” e a tutti i caduti per il comunismo!

    Contro la repressione, rilanciare e organizzare la solidarietà di classe!

    Contro la reazione, continuare sul sentiero di Pedro, sul sentiero della Rivoluzione!

    Collettivo Tazebao – per la propaganda comunista

    collettivo.tazebao@gmail.com

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    Predefinito Rif: REPRESSIONE.

    Compagni!!....la repressione non si basa solo sugli incarceramenti,botte,delazioni e quant'altro in possesso della sbirraglia di varie nature,ma passa anche con leggi speciali contro i lavoratori ed il proletariato tutto....eccovi qui quello che il ministro Sacconi intende fare....io prevedo già da adesso che prima o poi qualcuno sul mio posto di lavoro prenderà tante di quelle botte che se le ricorderà per tutta la vita....anzi rimpiangerà che non l'abbia ucciso....


    Italia . Sacconi annuncia entro maggio il nuovo attacco allo Statuto dei Lavoratori



    Lo Statuto dei lavoratori compie quarant'anni: è ora di cambiarlo. "Entro maggio - ha affermato il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi tra gli applausi dei "prenditori" di Confindustria- presenterò un testo nuovo". Il ministro non ha spiegato quali saranno le linee del nuovo Statuto destinato a sostituire "entro tre anni", la legge 300 scritta da Gino Giugni nel 1970. Certamente, garantisce Sacconi, la nuova legge servirà a "completare la liberazione dall'oppressione burocratica, da tutto quello che genera conflitto e dall'incompetenza che minaccia l'occupabilità". Tradotto in concreto significa la conferma del sistema di arbitrato per i licenziamenti contestato da sindacati di base e cgil. Il testo del provvedimento, verrà ripresentato dopo la prima bocciatura di Napolitano: "Aggiusteremo velocemente quel testo - dice Sacconi - confermando l'utilità di un arbitrato che è una opportunità in più per i lavoratori e le imprese rispetto al grande contenzioso esistente". Il secondo punto è la prevedibile modifica della legislazione sullo di sciopero nel tentativo di far scendere la conflittualità nelle aziende. Il terzo è un nuovo sistema di formazione professionale. "In ogni caso - spiega il ministro - il provvedimento verrà varato dopo i necessari passaggi con le parti sociali". Una trattativa che potrebbe avvenire proprio a maggio, a ridosso delle celebrazioni per i quarant'anni dello Statuto oggi in vigore. Ma soprattutto il nuovo Statuto dovrebbe modificare radicalmente il sistema di contrattazione stabilendo alcune regole valide per tutti a livello nazionale (specie in materia di salute e sicurezza) e un'ampia delega alla contrattazione decentrata a livello di territorio e di singole aziende. Una spinta in più verso la perdita di peso del contratto nazionale di categoria a vantaggio della contrattazione di secondo livello.
    CONTROPIANO

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    Predefinito Rif: REPRESSIONE.

    La "democratica" Europa vara un programma per schedare e controllare gli attivisti

    Uno «strumento» per mettere sotto osservazione in tutta l'Unione europea le persone considerate «radicali». Lo ha adottato il 26 aprile scorso il Consiglio per gli affari generali del Consiglio dell'Unione europea che, senza dibattito, ha dato il suo consenso alle conclusioni «sull'uso di uno strumento standardizzato, multidimensionale e semistrutturato per la raccolta di dati e informazioni sui processi di radicalizzazione nell'Ue». La decisione è passata praticamente inosservata. Eppure inciderà pesantemente sulla vita di milioni di persone. Perché lo «strumento» di cui parla il piano non servirà per mettere sotto osservazione chi ha intenzione di attuare azioni terroristiche - d'altronde, contro di loro, esiste già lo strumento penale. Al contrario nel documento dettagliato (e segreto) si dice esplicitamente che sotto mira finiranno anche persone che esprimono opinioni collocabili in un'area ideologica «di estrema destra /sinistra, islamista, nazionalista, antiglobalizzazione ecc...».
    Lo «strumento» dovrebbe evitare che le persone si avvicinino al terrorismo attraverso la «radicalizzazione». Come? In primo luogo, analizzando i «diversi ambienti» in cui avviene la «radicalizzazione» e, in secondo luogo, attraverso l'introduzione di «modi sistematici» per lo scambio delle informazioni sugli individui o i gruppi che usano il linguaggio dell'odio (hate speech) o incitano al terrorismo.

    Verranno scambiate informazioni sui leader radicali che promuovono il terrorismo e verranno seguiti i loro movimenti con lo scopo di «interrompere i processi di radicalizzazione o per notificare uno stato di allarme nei loro confronti» L'allarme potrebbero poi innescare delle azioni, come un interrogatorio, mettere una persona sotto sorveglianza, o addirittura in detenzione e così via.
    Nel frattempo, viene chiesto a Europol di «creare delle liste di coloro che sono coinvolti nel radicalizzare/reclutare o nel trasmettere messaggi radicalizzanti, e di prendere delle misure adeguate». A prima vista, questi piani per contrastare il terrorismo sembrano un passo logico. Però, questa impressione dura solo fino a quando si esamina il documento segreto che è all'origine delle conclusioni. E' chiaro infatti che l'obiettivo non sono le persone o i gruppi che hanno commesso o hanno piani per commettere degli atti terroristici, né quelli che incitano all'uso del terrorismo, in quanto entrambi possono essere contrastati attraverso l'uso del diritto penale (arresto, imputazione, sentenza, ecc.). Piuttosto, l'obiettivo sono le persone e i gruppi che sostengono delle idee radicali che sono descritte come quelle che diffondono gli «rm» (messaggi radicali). Come fare a definire chi si trova nell'«estrema sinistra»o chi è «islamista» o «antiglobalizzazione»? Chi sarà incaricato di individuare l'area di appartenenza politica dei «radicali»? Ma non solo. Chi userà questo «strumento» che metterebbe sotto sorveglianza un arco ampio di persone e di gruppi? E infine, come verrà usata l'informazione raccolta?
    Il documento fornisce solo parziali risposte a questi interrogativi. Ma, degne di nota, sono le 70 domande che gli utilizzatori dello «strumento» dovranno compilare. Presumibilmente, le 70 domande si baseranno sulla raccolta di intelligence dai dati personali e dalla sorveglianza . Alcune sono davvero bizzarre, altre che dimostrano quanto sarà intrusiva questa attività per coloro che cascano nella «ragnatela del sospetto» dello Stato. Qualche esempio: «Situazione economica? Disoccupato, peggioramento della sua posizione economica, ecc.». Oppure. «Caratteristiche psicologiche rilevanti? Disturbi psicologici, personalità carismatica, personalità debole, ecc.». Ci sono milioni di persone nell'Ue con delle idee «radicali» che potrebbero facilmente, secondo la loro terminologia, usare delle tesi che sono anche adoperate dai cosiddetti «rm», senza avere alcuna intenzione di usare o di incoraggiare l'uso della violenza. Qualsiasi persona «radicale» potrebbe essere presa di mira, e la vita politica quotidiana potrà essere contaminata da dei sospetti fabbricati dalle agenzie degli Stati senza che questi siano visibili e senza che nessuno ne debba rendere conto. Il dibattito e l'attività politica legittimi svolti all'aperto potrebbero diventare l'ennesima vittima della «guerra al terrorismo».



    CONTROPIANO

 

 

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