Riporto uno stralcio dall'intervista di Salvatore Natoli sul tema della morte.
Salvatore Natoli insegna filosofia teoretica all'Università di Bari.
Perché, nella tragedia greca, la morte non viene mai rappresentata sulla scena, mentre noi adesso, appena accendiamo il televisore, vediamo immagini di morte ovunque?
Beh, questo è un discorso che già accennavo prima. Però gli antichi il rapporto con la morte ce l'avevano. Anzi, addirittura nel mondo greco non avevano bisogno di rappresentarla, perché c'era l'esperienza diretta del cadavere. Poi c'era anche l'esposizione del cadavere, c'era la ritualizzazione sul cadavere, c'erano delle operazioni sul cadavere. Quindi, il fatto che venisse o meno rappresentato in scena era irrilevante nel senso che la morte era nella vita. Addirittura nel Medioevo i morti non venivano seppelliti in veri e propri cimiteri che poi sono stati pensati abbastanza tardi. Venivano seppelliti o accanto a chiese, che erano chiese cimiteriali, oppure addirittura nei muri di casa. Ci sono delle scoperte in cui i morti vengono incastonati nella casa, cioè non uscivano dalla casa, erano nei paraggi lì, si faceva un muro particolare. Quindi questa continuità tra la morte e vita c'era. Per noi la morte è diventata un qualcosa di staccato dalla vita e quindi diventa un dimensione di eccitazione, di spettacolarità. Perché, nel contesto della vita, la morte è allontanata, è cancellata, è dimenticata dalla nostra stessa vita. Cioè, la componente di giovanilismo, cioè il sentimento che non si possa mai morire è quello che è coltivato.




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